Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


mercoledì 21 dicembre 2011

Giuseppe Pinelli

Scheda a cura di Francesco "baro"Barilli

In “Reti Invisibili” vedete affrontati fatti della storia recente italiana, contrassegnati da morti "strane", sulle quali non si è mai ottenuta completa chiarezza né (soprattutto) verità o giustizia.
Ma c’è un altro aspetto "mancante" che contraddistingue le vicende di cui ci siamo occupati: la memoria tradita. Nel senso che l’omicidio di Carlo Giuliani, quello di Piero Bruno, quello di Peppino Impastato ed altri ancora, ci parlano di vicende in cui oltre a non ottenere (in tutto o in parte) la verità sui nomi degli assassini e/o dei mandanti, si è cercato di modificare e accomodare la memoria stessa di quei fatti, al fine di renderli meno "scomodi". In questo modo quegli episodi vengono confinati nell’area indefinita dei misteri d’Italia, e alle vittime, nella migliore delle ipotesi, l’opinione pubblica regala solo una vaga pietà…
Ma per Giuseppe Pinelli (ferroviere anarchico morto in circostanze misteriose nella notte fra il 15 e il 16 dicembre del 1969, precipitando dal quarto piano della questura di Milano) l’operazione di stravolgimento della memoria è stata particolarmente odiosa e particolarmente riuscita, tanto da dover parlare più correttamente di "cancellazione" più che di "stravolgimento" della memoria. Ogni volta che si cerca di riprendere in mano il filo degli avvenimenti che parte dal 12 dicembre 1969 (attentato in Piazza Fontana) ai giorni nostri ("caso Sofri"), passando per l’omicidio del commissario Calabresi, si tende a sorvolare sulla morte di Pinelli, quasi si trattasse di un "incidente di percorso", un episodio da dimenticare, ininfluente per la comprensione degli eventi… Invece la storia di Pinelli è fondamentale per capire l’evoluzione e la stretta connessione di quei fatti.
Credo che questa frase di Licia Pinelli, estratta dal libro-intervista che Licia rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982, sintetizzi meglio di ogni altra la vicenda. "Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato il meccanismo. Dopo la bomba di Piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole… la morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni…"..
Ecco un breve sunto di quei fatti.
L’attentato in Piazza Fontana, alla Banca dell’Agricoltura, è del 12 dicembre 1969; il triste bilancio sarà di 16 morti e 88 feriti. Le indagini si orientano da subito verso gli ambienti della sinistra, in special modo verso gli anarchici. Numerose persone vengono fermate il giorno stesso. Fra queste c’è Giuseppe Pinelli, che nella notte fra il 15 e il 16 dicembre cade dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi, e muore poco dopo il ricovero al Fatebenefratelli.
Nella stessa notte il Questore Marcello Guida ed il Commissario Calabresi danno la notizia durante una conferenza stampa. Secondo la loro versione Pinelli si è suicidato, in quanto sul suo conto gravavano pesanti indizi. Questa versione comincia presto a fare acqua da tutte le parti. Il 27 dicembre Licia Rognini (moglie di Giuseppe Pinelli) querela il Questore Guida per diffamazione. Ecco un estratto dall’intervista che Licia Pinelli rilasciò a Piero Scaramucci nel 1982 "… io ero sicura al mille per cento che Pino non avesse fatto assolutamente niente di quello di cui lo incolpavano e quindi sono partita prima di tutto querelando il questore Guida per quello che aveva osato dire. Dopo avrei pensato alla morte… Probabilmente ero imbevuta della mia educazione, delle mie letture. Pensavo: prima l’onore, poi il resto…". Guida sarà assolto nel dicembre del 70.
Sempre nei giorni immediatamente seguenti la morte di Pinelli, "Lotta Continua" comincia ad accusare esplicitamente il Commissario Calabresi di essere il diretto responsabile della morte dell’anarchico.
Nel 1970 Calabresi querela per diffamazione il periodico; il processo denominato "Calabresi/Lotta Continua" comincia nell’ottobre dello stesso anno. Questo processo, nel quale il Commissario si presenta come parte lesa, diviene ben presto il palcoscenico sul quale ridiscutere il caso Pinelli.
Nel giugno del 71 la vedova Pinelli denuncia Calabresi e tutti gli agenti presenti ai vari interrogatori cui fu sottoposto il marito fra il 12 ed il 15 dicembre 69 per omicidio volontario: il giudice istruttore è Gerardo D’Ambrosio, che manda avvisi di reato a tutti i denunciati.
Il 17 maggio 1972 il Commissario Calabresi viene ucciso a Milano. Proprio quel giorno era prevista la presentazione al Palazzo Reale di Milano de "I funerali dell’anarchico Pinelli", quadro di Enrico Baj. Questa presentazione fu annullata in seguito alla notizia dell’omicidio di Calabresi e non fu più riproposta.
Il 27 ottobre 1975 D’Ambrosio chiude definitivamente la sua inchiesta, lasciando l’amaro in bocca a molti: leggendo per esteso la sentenza si ha l’impressione che il giudice abbia trovato una matassa troppo intricata da dipanare. Le sue ricerche chiudono con poche certezze; esclude categoricamente che Pinelli si sia suicidato (e quindi conferma che tutti quelli che dichiararono il contrario mentirono, ma senza approfondire le motivazioni che stavano alla base di quelle menzogne); esclude l’omicidio non trovandone le prove (e lo esclude con un vero bizantinismo: "la mancanza assoluta di prove che un fatto è avvenuto equivale alla prova che un fatto non è avvenuto") e ritiene "verosimile" l’ipotesi di un malore.
Scartata l’ipotesi del suicidio e pure quella dell’omicidio "volontario"; scartato pure il volo di fantasia di D’Ambrosio del 1975 (che salomonicamente parlò di un "malore attivo", per districarsi fra le scomode ipotesi di suicidio ed omicidio), fra le altre ipotesi che furono fatte restano le seguenti. Un interrogatorio "forzato" e svoltosi fuori dalle procedure legali, in cui a qualcuno saltarono i nervi giungendo a picchiare Giuseppe Pinelli fino a temere di averlo ucciso; da qui la repentina decisione di sbarazzarsi del corpo inscenando un suicidio più o meno verosimile. A favore di questa ipotesi ci sarebbero l’ora di chiamata dell’ambulanza (uno dei punti più controversi dell’intera vicenda e che anche la sentenza D’Ambrosio spiega poco e male: sembrerebbe che l’ambulanza sia stata chiamata pochi minuti PRIMA della caduta dal balcone) e la famosa "macchia ovalare" trovata sul collo del Pinelli (che i sostenitori di questa ipotesi addebitarono ad una percossa particolarmente violenta o ad un colpo di Karate). Una colluttazione finita tragicamente per pura fatalità, al termine dell’interrogatorio. O ancora: Pinelli aveva sentito o visto qualcosa che non doveva sentire e/o vedere (teoria questa che Pietro Valpreda, un altro degli anarchici accusati in un primo tempo per la strage, scomparso per malattia nel luglio 2002, confidò in un’intervista a Mauro Bottarelli).
Nel 1988 Leonardo Marino, ex componente di Lotta Continua, raccontò che pochi giorni prima dell’omicidio del commissario Calabresi incontrò Adriano Sofri a Pisa, il quale gli comunicò la decisione di uccidere il commissario. Secondo questa ricostruzione l’omicidio sarebbe stato materialmente compiuto da un commando composto da militanti di L.C.: Ovidio Bompressi, Giorgio Pietrostefani e lo stesso Marino (con ruolo di autista). Non è questa la sede per affrontare il "caso Sofri", o per parlare delle tante contraddizioni che si possono trovare nel racconto di Marino. Basti dire che la vicenda processuale si è per ora chiusa, e che la Magistratura ha ritenuto credibile la versione del "pentito" Leonardo Marino, condannando per omicidio gli ex esponenti di Lotta Continua.
Nel maggio 2002 si è tornati a parlare (seppure indirettamente) del "caso Pinelli". Pochi giorni prima del trentesimo anniversario dell’omicidio Calabresi, il Corriere della Sera, sul proprio settimanale "Sette", pubblicò un’intervista con Gerardo D’Ambrosio. Il Magistrato in quell’occasione ribadì di essere assolutamente sicuro dell’estraneità di Calabresi (a qualsiasi livello) nella morte di Giuseppe Pinelli. Ma al di là dei giudizi che si possono esprimere sul convincimento di D’Ambrosio, è certo che il Magistrato commette un grave errore; ad un certo punto afferma: "Poi ottenni un’altra prova sull’innocenza di Calabresi. La testimonianza di uno degli anarchici fermati, Pasquale Valitutti: aveva visto Calabresi uscire dalla sua stanza prima che Pinelli cadesse".
Il punto è che Valitutti all’epoca dell’inchiesta disse ESATTAMENTE IL CONTRARIO (confermando sempre, successivamente, la stessa versione): NON SOLO Valitutti non aveva visto Calabresi uscire dalla stanza, ma affermò pure che (considerata la posizione che occupava nel corridoio) avrebbe senz’altro notato se il commissario fosse uscito. Dunque anche l’intervista a D’Ambrosio si rivelò un’occasione persa nell’ottica di ristabilire la verità sulla vicenda, diventando invece un altro elemento che va a confonderne la memoria.

Francesco “baro” Barilli

Vedi anche:
Giuseppe Pinelli: Intervista con LICIA PINELLI

Fonte:

http://www.reti-invisibili.net/giuseppepinelli/

Strage razzista a Firenze: fuori i fascisti da tutte le città!

13 dicembre 2011

Chi sono i senegalesi sterminati a Firenze dal nazista citato con tanto di nome e cognome, affinché sia celebrato come un eroe dai suoi amichetti dell’estrema destra? Se lo chiede Baruda ma in generale ce lo chiediamo tutt*. Perché per i quotidiani questi invisibili continuano a non avere un nome? Condannati alla clandestinità e poi all’invisibilità pure da morti. Modou Samb, 40 anni, ucciso; Mor Diop, 54 anni, ucciso; Mustafa Dieng, 34 anni, in ospedale; Mor Soughou, 32 anni, in ospedale;  Cheikh Mbengue, 42 anni, in ospedale; per la cronaca.
Un fascio razzista che frequenta Casapound, quell’organizzazione neofascista coccolata da sindaci e amministratori, come quelli che concedono loro di poter avere patrocini e aule e luoghi per poter divulgare l’espressione del fascismo.
Poi c’è quell’altra, forza nuova, che avete rotto tutti quanti con il vostro odio contro la gente perbene dato che oggi i fascisti vengono portati in un palmo di mano e gli antifascisti si fanno la galera o finiscono accoltellati o sprangati per le strade.
Poi c’è la Lega Nord, l’altro covo di bastardi razzisti che cominciarono a Firenze a fare i turni di sorveglianza con le camicie verdi in San Lorenzo dove i senegalesi facevano mercatino per vendere due cose che non disturbavano nessuno. Ma già che i bottegai della Firenze turistica gli stranieri li vogliono tutti a spacciare perché se invece investono in oneste attività, tipo aprire negozi di kebab, impongono restrizioni e veti ché è più importante la difesa della cultura locale.
Cultura un cazzo, io che Firenze la conosco di cultura ce n’è più niente salvo la mentalità bottegaia e nazista che fa nascere comitati di quartiere contro quella grande minaccia che è considerato l’immigrato. E l’abbiamo visto negli anni scorsi il Cioni, assessore alla sicurezza con Dominici allora sindaco, che con il suo regolamento contro il degrado urbano inseguiva tutto e tutti, dallo sterco di cavallo alla scorreggia priva di autorizzazione. E quei vigili impettiti nelle piazze che vanno all’inseguimento dei senegalesi che sono costretti a raccogliere la roba e scappare perché a vendere due stampe dei monumenti che ci ritroviamo sai che furto a danno dell’umanità.
Gran belle merde, tutti quanti. Ricordo quell’agosto che il movimento antirazzista aveva smollato per andare in vacanza, giusto quando i presìdi in solidarietà agli stranieri erano in pausa e allora partì il raid della polizia che fece rastrellamento fin dentro i telephon center, dove fermavano tutti e li deportavano al centro di identificazione ed espulsione di bologna.
Firenze dal volto umano che insegue i rom e li degrada agli angoli più oscuri dei dintorni della città e poi la cooperazione e il volontariato e cotanta sensibilità profusa che sembra solo tanto ipocrita business per fare denaro e pulirsi la bocca con termini quali “integrazione” e cose simili che poi nella pratica non vengono attuati.
E l’attuale sindaco, che polso fermo, che novità estrema, lui, il rottamatore che rottama tutti meno che la cultura nazista che permea tutta la città e che si respira ovunque.
L’odio genera odio e a Firenze l’odio contro i senegalesi nasce dai bottegai, dagli amministratori, da quelli che volevano avere consenso tra le masse ipocrite di imprenditori egoisti, quelli che ci vogliono a passeggio solo il turista americano o giapponese, quelli che lo straniero mai perché le mura di Firenze sono aperte ma in realtà i cervelli di certa gente che vive la città sono ancora chiusi.
Lo so perché la vedo, questa città provinciale e bigotta che nella sua speranza include solo di poter eccellere coi vini e con le cupole e poi se ne sbatte di investire sull’umanità. Ma quanti bei negozi che vedi lì a passeggio. Ma quanta indifferenza e quanto è disumano quello che è accaduto. Ed è bene che si interroghino tutti quanti su dove stanno le responsabilità di quanto accade perché Firenze è bella, i fiorentini sono gran persone ma se non fanno in fretta a espellere la merda che hanno in grembo non ne rimarrà più niente.
Bisogna andare in piazza, tutti quanti, assieme ai senegalesi e a tutte le persone offese perché quello sterminatore non è da solo ma è figlio di gente che fa schifo e che istiga quotidianamente all’odio contro le altre etnie.
Tutti in piazza, contro i fascisti, contro quelle feccie, contro chi odia e chi stermina e uccide. Contro quelli disumani che attizzano incendi nei campi rom e si mettono a sparare a caso contro uomini perché di un colore di pelle diverso dal proprio.
Fuori i fascisti da tutte le città.
Solidarietà a tutte le persone colpite da questo sterminio.
Ps: ovviamente la polizia immaginiamo al momento se ne freghi di andare a perquisire le sedi degli amici di estrema destra del terrorista. Piuttosto starà sorvegliando i senegalesi per caricarli nel caso esprimessero qualcosa di più visibile di un “cortese” pianto…

Fonte:

http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2011/12/13/strage-razzista-a-firenze-fuori-i-fascisti-da-tutte-le-citta/

Martino Zicchitella

Di Valentina Perniciaro

Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

MARTINO ZICCHITELLA

- Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
- pochi anni dopo si trasferisce a Torino
- svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
- evade dal carcere di Firenze
- riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
- milita nei Nuclei Armati Proletari
- resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976


Scritture di Martino Zicchitella

- “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976

“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi.
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]

- Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua-

“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”


Le reti non bastano più, inizia l’operazione “muro”

14 dicembre 2011 – 13:37

Giunge ora la notizia, da chi è presente in baita, che stanno cominciando  a costruire il famoso muro di cui si parlava al posto delle recinzioni.
Stanno piantando nel terreno delle grosse putrelle ad H in cui infilano pannelli di cemento prefabbricati.
Hanno cominciato proprio nella zona dove si sono concentrati i maggiori “tagli” l’8 e il 10 ovvero di fronte al nostro terreno dove è posizionata la baracca di lamiera.  Ebbene sì, la fantasia militare degli architetti ad alta velocità è arrivata a tanto. Un bel muro per rinchiudersi in quello che oggi non è più solo un simbolico fortino ma un reale forte difeso mano militare 24 ore su 24 da tutte le truppe della declinata repubblica italiana. E’ iniziata questa mattina la costruzione del famoso muro che va a sostituire una delle due recinzioni che perimetrano le aree ad oggi occupate, quella più interna. Fuori dal muro ancora un bel rotolo di filo spinato israeliano e poi ancora una rete. Questa operazione arriva dopo il duro colpo inferto dal movimento no tav nel ponte dell’immacolata, corteo alle reti e tagli il giovedì, ancora reti e tagli il sabato, e ancora un blocco ferroviario la domenica. Momenti di dibattito al teatro Fassino di Avigliana, pranzi a Venaus, polentate alla baita. Storditi dal vortice di mobilitazioni, dopo due giorni di pausa ecco che le truppe si tav si ridestano e sotto tono si avviano alla fortificazione, piano piano, con pochi operai e risparmiando energie e forze in un cantiere che stenta a partire, anzi proprio non parte. Dal 16 agosto 2011, data dell’ultimo allargamento delle reti, polizia e operai (più di cinque per volta non se ne è visti) si sono dedicati esclusivamente alle opere di difesa. Insomma pare che al di là del recinto ci si stia preparando per un lungo inverno in vista di un futuro allargamento. Non manchera’ sicuramente l’occasione per i proponenti l’opera di sbandierare l’avanzamento dei lavori e altro ancora, la verità sta pero’ a Chiomonte e non nei finti servizi televisivi. Per il movimento in buona sostanza poco cambia, anzi, la resistenza e la pressione che in questi mesi è stata portata avanti ha prodotto ottimi risultati. Il cantiere non è partito, la bandiera mediatica rappresentata da un pezzo di suolo valsusino recintato e difeso costa molto cara, le continue mobilitazioni hanno costretto gli archietti a correggere i piani e oggi ancora di più sentono fuori posto e assediati. Non sono state le reti, non sono stati i lacrimogeni e i feriti, non sarà un muretto a fermare la lotta no tav. Chissa se dopo aver svuotato le ferramenta della val di Susa di maschere e tenaglie ora sarà il turno di mazze e picconi? Dichiarare il sito di interesse strategico nazionale, alzare muri, chiudere perimetri con recinzioni non sono segni di forza ma di debolezza. Se poi il tutto arriva con l’ammissione che l’occupazione prevista dei valsusini in questo cantiere sarà di soli 23 addetti per i prossimi tre anni si può tranquillamente dichiarare che siamo alla farsa di un paese al declino comandato da una “classe politica-tecnica” ridicola.

Fonte:

http://www.notav.info/top/le-reti-non-bastano-piu-inizia-loperazione-muro-di-gaza/

STORIA DI SAID E’ STORIA DELLA PALESTINA


Dopo un viaggio in Europa per raccontare il suo Paese, il giovane 20enne di Ni’lin si ritrova di fronte la quotidianità dell’occupazione: raid nella sua casa, minaccia di arresto per il fratello. Un destino comune a quello di oltre 4 milioni di palestinesi.


EMMA MANCINI


Beit Sahour (Cisgiordania), 14 dicembre 2011, Nena News (nella foto, un giovane palestinese pianta un ulivo nel villaggio di Husan davanti ai soldati israeliani, foto Emma Mancini) – Un viaggio in Europa per parlare al mondo del piccolo villaggio palestinese di Ni’ilin, tre mesi trascorsi tra la Svezia e la Germania a respirare una libertà che nei Territori Occupati è negata da 63 anni. E al ritorno, il brusco risveglio: sei e resti un giovane palestinese sotto occupazione, non dimenticartelo.
Il chiaro messaggio è stato recapitato a Said dall’esercito israeliano solo due giorni dopo il suo ritorno in Palestina: raid notturno in casa e mandato di comparizione in carcere per il fratello minore. Una storia simile a tante altre, qua in Cisgiordania, ormai la routine. L’anormalità diventa normale, l’assurdo si trasforma in realtà.
La storia è quella di Said Amireh, un ragazzo di 20 anni del villaggio di Ni’ilin. A riportarla l’organizzazione Freedom Flotilla Italia, che pubblica la lettera scritta due giorni fa dal giovane dopo il raid dell’esercito. “Ho passato gli ultimi tre mesi in Europa – racconta Saeed – per parlare in vari eventi di Palestina, della nostra sofferenza, dei nostri sogni e delle nostre speranze. Ho imparato moltissimo e ho visto cose bellissime. Ma la cosa più importante che ho sperimentato è come sia dormire al sicuro e senza paura e stress per tre mesi. È stata l’esperienza più straordinaria della mia vita”.
Il nuovo mondo scoperto da Said al di là del Mediterraneo si è presto volatilizzato. Prima la morte di Mustafa Tamimi, 28enne residente a Bi’lin, ucciso durante la tradizionale manifestazione del venerdì da un gas lacrimogeno lanciato a breve distanza da un soldato israeliano: centrato alla testa, Mustafa è morto il giorno dopo in ospedale. Poi, l’attacco delle forze di occupazione israeliane alla sua casa.
“Due giorni dopo il mio ritorno, domenica 11 dicembre 2011 – continua Said – all’una di notte, mentre dormivo nella casa della mia famiglia, i soldati delle Forze Israeliane di Occupazione hanno invaso la casa di mio zio, che è vicina a quella della mia famiglia. Un altro gruppo delle Forze Israeliane di Occupazione ha invaso la casa dell’altro mio zio e l’hanno costretto a seguirli nella casa della mia famiglia – non ho idea del motivo. Hanno iniziato a colpire la porta di casa e a gridarci di aprire. Stavo dormendo e mio fratello maggiore mi ha svegliato”.
“Non c’è voluto molto perché 25 soldati, arrivati dal Muro dell’Apartheid (che è molto vicino alla casa della mia famiglia) aprissero la porta con la forza e facessero irruzione. Io ero molto nervoso, ero sicuro che fossero venuti per arrestarmi. Ci hanno messi tutti in una stanza, come fanno ogni volta che invadono una casa durante un’incursione notturna. Dopo cinque minuti sono venuti per il più giovane dei miei fratelli, Muhammed Amireh, di 18 anni. L’hanno portato in un’altra stanza, dove l’hanno fotografato. Gli hanno consegnato un mandato di comparizione, un documento per un interrogatorio: convocato giovedì 15 dicembre 2011 alle 10.30 alla prigione militare di Ofer”.
La famiglia Amireh è preoccupata. Nessuno sa cosa accadrà a Muhammed giovedì. Capita molto spesso che un palestinese convocato per un “semplice” interrogatorio non faccia ritorno a casa, ma venga rinchiuso dietro le sbarre di una prigione israeliana: “Nel dicembre del 2009, Ibrahim Srour, un diciottenne del mio villaggio, era stato convocato per un interrogatorio. Quando si è presentato, l’hanno arrestato: 22 mesi di prigione e una multa di 3.500 dollari. Ibrahim è stato rilasciato solo un mese fa”.
La tensione che asfissia villaggi come Ni’ilin e Bi’lin, l’intera Palestina, è continua, senza tregua. Esempi della resistenza popolare nonviolenta in Palestina, sono spesso target dell’esercito d’occupazione israeliano. Soprattutto durante le tradizionali manifestazioni del venerdì che nei due villaggi (come in altre comunità della Cisgiordania, da Al Masara ad Al Walaje) sono iniziate dopo la Seconda Intifada, principalmente come forma di protesta pacifica contro la costruzione del Muro di Separazione.
A Ni’ilin, comunità del distretto di Ramallah, la popolazione del villaggio scende in strada ormai da tre anni: insieme a internazionali e attivisti israeliani gridano slogan e sventolano bandiere contro la confisca di terre, gli attacchi dei coloni, i soprusi del regime di apartheid. Solo a Ni’ilin le autorità israeliane hanno confiscato oltre l’80% delle terre appartenenti al villaggio, distruggendo la sua economia, basata essenzialmente sull’agricoltura.
Una resistenza nonviolenta a cui fa da contraltare la sproporzione della reazione militare israeliana. Candelotti di gas lacrimogeno, bombe sonore, proiettili di gomma che tra le mani dei soldati si trasformano in vere e proprie armi. Arresti indiscriminati e detenzioni amministrative diventano lo strumento per piegare la resistenza popolare, tagliando la testa alla leadership e rassegnando animi e motivazioni.
Eppure, a quanto pare, la resistenza nonviolenta è la sola attuale opzione in mano al popolo palestinese. Una lotta che non è fatta semplicemente di manifestazioni settimanali, bandiere e slogan. La resistenza, quella vera, è quella dei contadini che continuano a lavorare la loro terra al di là del Muro, costretti ad attraversare ogni mattina un checkpoint militare.
È quella di chi continua a piantare alberi di ulivo nonostante vengano costantemente sradicati da soldati e coloni. È quella dei bambini che camminano per chilometri per raggiungere la loro scuola perché non autorizzati ad attraversare le strade riservate ai coloni. È quella delle cooperative di donne in città come Hebron e delle comunità che ricostruiscono con acqua e fango le case demolite nella Jordan Valley.

“Ridere, danzare, piantare alberi di ulivo, accompagnare i bambini a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Stare per quattro ore al checkpoint e alla fine attraversarlo. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui” (Nassar Ibrahim). Nena News

Fonte:

http://nena-news.globalist.it/?p=15487

Riccardo Rasman, fu asfissia da posizione. Condanna storica per tre poliziotti

Checchino Antonini

Fonte: Liberazione, 31 gennaio 2009


Sei mesi ciascuno per l'omicidio colposo di Riccardo Rasman a tre dei quattro agenti che intervennero il 27 ottobre del 2006 nell'appartamento del trentaquattrenne triestino in cura in un centro di salute mentale da quando l'impatto con il nonnismo lo aveva fatto tornare sconvolto dal servizio militare. Rasman, per tutto questo, percepiva una piccola pensione militare. Suo padre Duilio, a margine del processo, giovedì scorso, ha ricordato che i suoi commilitoni lo avevano preso di mira. Riccardo si trovò la testa nei lavandini e nei gabinetti, i bottoni della divisa strappati. Non riusciva a dormire per colpa dei "nonni", veniva punito. Tutto ciò avrebbe inciso per sempre nella sua vita. Nulla sarebbe più stato come prima. Fino a quella sera in cui sembrava che si aprissero per lui nuove possibilità: aveva firmato un contratto con l'azienda della nettezza urbana. Era euforico. Anche troppo. Al punto che uscì svestito sul balcone e si mise a lanciare petardi in cortile. La radiolina suonava "a palla".
Spaventò i vicini che si rivolsero al 113. Ma quando arrivò la volante Riccardo s'era già calmato, s'era rivestito e stava sul letto. Dalle finestre spalancate di una sera calda, i vicini videro tutto. La polizia, però, anziché allertare i sanitari del Csm di Domio che lo seguivano da tempo, arrivò coi vigili del fuoco. Per Rasman fu di nuovo il terrore. I pompieri che gli forzavano la porta e i poliziotti che entravano.
Riccardo era un omone, un metro e 85 per centoventi chili. Tenta di difendersi, butta per terra l'unica donna tra gli equipaggi accorsi. Sarà lei l'unica a uscire assolta dal processo con quella che si sarebbe detta "formula dubitativa". Quando il ragazzo rantolava lei era alla radio con la questura. I suoi colleghi si alternavano sul corpo dell'uomo ormai legato (da tutti e quattro) alle caviglie col fil di ferro, imbavagliato e ammanettato. «Le pareti attorno paiono quelle di una macelleria», avrà a scrivere Valerio Vangelisti, scrittore, a proposito della scena del delitto dopo l'irruzione.
Eppure anche il caso Rasman, come a suo tempo quello di Federico Aldrovandi, o di Aldo Bianzino ucciso in prigione a Perugia, o di Marcello Lonzi morto in carcere a Livorno, pareva incamminarsi a tempi record verso l'archiviazione. Una strada che si blocca quando i familiari, costituitisi parte civile, chiedono un supplemento di perizia. Il caso ha moltissimi punti di contatto con l'omicidio di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso a Ferrara un anno prima durante un misterioso e violentissimo controllo di polizia. Coincidenze che non sfuggono a uno dei legali della famiglia ferrarese e di cui chiede conto anche Haidi Giuliani, all'epoca senatrice di Rifondazione comunista, in un'interrogazione parlamentare. A Trieste si attiva anche il consigliere regionale, un disobbediente tra i Verdi, Alessandro Metz. Quell'avvocato, Fabio Anselmo, si affianca a Giovanni Di Lullo. Insieme riescono prima a evitare l'archiviazione, poi a concludere un processo (con il rito abbreviato che comporta uno sconto di pena di un terzo) con la condanna degli imputati, col riconoscimento che la colpa degli agenti provocò un'asfissia posturale, riscontrata dai medici legali, che ammazzò Rasman. Se non gli fossero montati sopra non sarebbe morto. Se l'atto dovuto dell'irruzione fosse stato gestito diversamente quel ragazzo sarebbe ancora vivo. Nelle scuole di polizia situazioni di questo tipo, e i gravi problemi respiratori indotti da modalità violente e inappropriate, sono piuttosto chiare agli addestratori.
A Ferrara è proprio di questo che sta discutendo il processo ai quattro agenti - anche lì uno degli agenti è una donna - che si sta avviando alle ultime battute con l'inizio della requisitoria previsto per le prossime settimane. E le carte del processo Rasman stanno per arrivare sul tavolo del pm Proto. Anche a Trieste, gli operatori del 118 si sarebbero trovati una persona immobilizzata e che già non respirava più. Ma a Ferrara la battaglia per evitare l'archiviazione fu più lunga e costò faticose indagini ai legali della famiglia e una lunga campagna di mobilitazione, in piazze, stadi e siti web, che ora sta monitorando il processo. Anzi, a Ferrara, i periti della medicina legale sostengono l'inesistenza di una causa di morte denominata asfissia posturale o posizionale su cui in rete esiste invece una ricca letteratura.
Condanna storica quella di Trieste: per la prima volta degli agenti vengono condannati per un arresto di questo tipo. Conferma anche Fabio Anselmo: «Condanna importante e in linea coi dettami della corte europea per i diritti dell'uomo».
Ai genitori e alla sorella di Rasman dovrà essere versata una provisionale di 60mila euro. Prossimi capitoli, il giudizio civile per i danni materiali ed esistenziali e il ricorso in appello e in Cassazione da parte dei condannati per i quali, la settimana scorsa, il pm aveva chiesto nove mesi per due dei quattro e quattro mesi di reclusione per l'altra metà degli imputati. Tutti beneficeranno della condizionale e della non menzione.

Fonte:

http://www.reti-invisibili.net/riccardorasman/

Algeria, in un video Rossella Urru e i due spagnoli rapiti: sono vivi

Un intermediario ha inviato le immagini girate dal movimento unito per la Jihad in Africa occidentale
L'italiana Rossella Urru in una fotografia scattata durante una missione (Ansa)
BAMAKO - Rossella Urru e i due cooperanti spagnoli rapiti in ottobre a Tinduf, in Algeria, sono vivi. Lo prova un video che mostra i loro volti inviato all'Afp da un intermediario che lavora alla loro liberazione. Le immagini sono precedute dalla sigla del Movimento unito per la Jihad in Africa occidentale che ha rivendicato il sequestro. Il video della durata di 2 minuti è la prima prova che sono in vita i tre europei sequestrati ad ottobre nella regione di Tinduf, in Algeria. Si tratta, riportano i media spagnoli, altre all'italiana Rossella Urru, dei cooperanti spagnoli Ainhoa Fernandez e Enric Gonyalons. A mostrare il filmato nel quale si vedono i due spagnoli e l'italiana con i volti sfocati è stato un mediatore della cellula dissidente di Al Qaeda che ha rivendicato il sequestro.

LA VICENDA - La cooperante Rossella Urru e gli altri due cittadini spagnoli sono stati rapiti il 23 ottobre nel campo di Rabboni, nel sud dell'Algeria, controllato dal Fronte Polisario. Un gruppo separatista di Al Qaeda nel Maghreb islamico aveva annunciato nei giorni scorsio di aver nelle loro mani la volontaria italia. Il gruppo che si battezzato «Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya» nell'Africa occidentale ha rivendicato di «aver sequestrato il 23 ottobre un'italiana e due spagnoli». Ma il gruppo madre, Aqmi, (gli ex Salafiti per la Predicazione ed il Combattimento), aveva negato di aver avuto alcun ruolo nel sequestro.

Redazione Online 

12 dicembre 2011 | 17:06

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Fonte:

http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_12/algeria-urru-rapimento_720f8ae0-24d9-11e1-8d41-b588752759fb.shtml#.TuYsOjhLpPw.facebook