Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 2 gennaio 2014

"SIAMO DENTRO GAZA". LA DELEGAZIONE ITALIANA E' RIUSCITA AD ENTRARE

Ci hanno creduto mentre ormai noi non ci speravamo più, hanno insistito e alla fine la solidarietà ha vinto! La delegazione italiana è arrivata a Gaza! Yalla! Free Gaza! Free Palestine!

Qui la notizia su Contropiano con alcune informazioni su Piombo fuso per non dimenticare:


Giovedì, 02 Gennaio 2014 15:50

Di 


"Siamo dentro Gaza". La delegazione italiana è riuscita ad entrare


Intorno alle 14.00 la delegazione di attivisti italiani è riuscita a varcare il "valico maledetto" di Rafah ed entrare nella Striscia di Gaza. Ad attenderli la popolazione palestinese e le autorità. Gli attivisti italiani celebreranno insieme ai palestinesi i cinque anni trascorsi dal massacro dell'operazione Piombo Fuso scatenata dagli israeliani. Seguiranno aggiornamenti.

 Foto: LA DELEGAZIONE E' ENTRATA E SEMBRANO PIUTTOSTO CONTENTI E SU DI GIRI. L'ASSEDIO PER UN PO' E' STATO ROTTO. PALESTINA LIBERA!!


La delegazione italiana intende visitare i campi profughi palestinesi dentro la Striscia di Gaza nel quadro della campagna per il Diritto al Ritorno dei profughi nelle loro case dalle quali sono stati cacciati nel 1948 e che ogni anno vede una delegazione recarsi nei campi profughi palestinesi in Libano (quasi 500mila) per ricordare il massacro di Sabra e Chatila nel 1982. Inoltre si recherà all'ospedale Al Awda con il quale da cinque anni è attiva una campagna di sostegno. Infine si incontrerà con tutte le componenti del movimento palestinese all'insegna dell'unità della resistenza contro l'occupazione israeliana.




Qui sotto alcune informazioni per non dimenticare il mattatoio dell'operazione Piombo Fuso di cinque anni fa contro la popolazione palestinese di Gaza.

L’Operazione Piombo Fuso scatenata dalle forze armate israeliane ufficialmente come risposta al lancio dei rudimentali razzi da Gaza verso il territorio israeliano, inizierà il 27 dicembre 2008 e durerà 22 giorni. I bombardamenti israeliani da terra e cielo portano alla distruzione di abitazioni di 325.000 persone. Vengono distrutte 18 scuole e 280 danneggiate. Tra queste anche 50 scuole dell’UNRWA (United Nations relief and works agency for Palestine refugees in the near East). Il bilancio finale è di più di 1400 palestinesi uccisi, di cui un quarto bambini. I morti israeliani risultano 13.
Israele nel corso dell’Operazione utilizza come arma anche il fosforo bianco colpendo, tra le altre,la sede dell’UNRWA e l’ospedale al-Quds a Gaza City. Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle può continuare a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale. A Gaza verrà sperimentata anche la micidiale bomba "Dima" che esplode in orizzontale mutilando le gambe e la parte inferiore del corpo. Il suo scopo è fare più feriti che morti. I morti vengono seppelliti, i mutilati restano come costo sociale e affettivo sulle loro famiglie e la collettività.


Qui di seguito le parole con cui Vittorio "Vik" Arrigoni descrisse il primo giorno dei bombardamenti su Gaza:

"Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull’altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, nel centro, è rimasta seriamente coinvolta nelle esplosioni la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato lì vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica trasfigurata nella realtà".
 
Ultima modifica il Giovedì, 02 Gennaio 2014 16:56



mercoledì 20 novembre 2013

LANDER E' LIBERO. ADESSO LIBERI TUTTI!

  •               di Marco Santopadre
Lander è libero. Adesso liberi tutti!
“Lander assolto”. La notizia è arrivata ieri all’ora di pranzo, poco prima che nel Lucernario occupato da pochi giorni all’interno dell’Università La Sapienza di Roma iniziasse un incontro con due giovani baschi, uno dei quali sotto processo a Madrid, insieme ad un’altra quarantina di compagni e compagne, esclusivamente per aver militato in una organizzazione giovanile di massa – Segi – che la Spagna ha prima messo fuori legge e poi dichiarato ‘terroristica’. 
Dopo 2 giorni passati nel carcere di Regina Coeli, dieci mesi ai domiciliari in una casa occupata a Garbatella e poi quasi 7 mesi di carcere a centinaia di chilometri da casa, Lander Fernandez ha potuto recuperare ieri sera la libertà. Insieme ad Aingeru Cardano, il suo amico e compagno che torturato dalla polizia, firmò una dichiarazione in cui asseriva che nel 2002, durante una manifestazione a Bilbao contro la repressione spagnola del movimento basco di liberazione nazionale, Lander era presente quando un autobus, vuoto e in sosta, venne incendiato da alcuni dimostranti. Appena finito il periodo di isolamento totale al quale era stato sottoposto senza la possibilità di comunicare con la famiglia e neanche con un avvocato – una ‘incomunicaciòn’ di 5 giorni nelle mani della polizia che permette abusi e torture nei commissariati – Aingeru si affrettò a dichiarare davanti al giudice che la sua ‘confessione’ era falsa e che aveva dichiarato solo ciò che i carcerieri e i torturatori volevano sentirsi dire per cessare gli abusi. Ma per la legge spagnola le dichiarazioni estorte sotto tortura sono prove, ed è su questo elemento che spesso la Audiencia Nacional di Madrid intenta processi che portano a condanne di anni di carcere per reati che in un contesto non infinatamente emergenzialista come quello basco (o meglio, spagnolo) comporterebbero lievi pene se non addirittura solo una multa.
Questa volta, per fortuna, non è andata così: Lander è stato assolto. Contro di lui, hanno dovuto ammettere i giudici del tribunale speciale di Madrid, non c’è nessuna prova. Lo avevano sostenuto da subito coloro che quando il giovane basco fu arrestato a Roma nel giugno del 2012 dalla polizia italiana iniziarono a denunciare un’operazione di natura tutta politica, sottolineando che Lander era da anni sottoposto a una pesante persecuzione da parte dei tribunali spagnoli.
Ma nonostante documenti e testimonianze i giudici e i ministri italiani incaricati di decidere se concedere o no l’estradizione preferirono girare la testa dall’altra parte di fronte alle denunce di Amnesty International, dell’Onu e della stessa Unione Europea, che da anni mettono sotto accusa un sistema giudiziario e carcerario spagnolo che utilizza sistematicamente la tortura, che viola i diritti processuali degli imputati per motivi politici. Anche la stampa italiana ha preferito trattare la questione scopiazzando le veline del Ministero degli Interni di Madrid e riportando notizie false, completamente inventate e tese esclusivamente a dare in pasto alla già intossicata opinione pubblica dello Stato Spagnolo un mostro da sbattere in prima pagina.

Da giornalisti e giudici incompetenti e complici della repressione non avremo risposte, eppure di domande da fare ne avremmo molte: perché estradare Lander a Madrid quando era evidente che contro di lui non c’erano prove? Perché continuare a dare credito ad un paese come la Spagna che non tratta i baschi diversamente da come la Turchia tratta i curdi? Perché neanche appelli firmati da intellettuali e parlamentari italiani di diversa ispirazione politica hanno rotto un sistema ben oliato di complicità tra le istituzioni italiane e quelle spagnole? Chi risarcirà Lander e la sua famiglia per gli anni passati in carcere e per la continua e pesante diffamazione subita dai mezzi di informazione?
Mentre i familiari e gli amici – che a Roma non sono meno di quelli di Bilbao – si godono la liberazione di Lander e la fine – speriamo definitiva – di una lunga e pesante persecuzione nei suoi confronti, il pensiero va a tutti e a tutte coloro che sono rinchiusi nelle carceri francesi e spagnole, o in esilio, a causa della loro militanza politica e sociale nel movimento indipendentista basco. Nei giorni scorsi una ventina di militanti hanno recuperato la loro libertà, dopo decenni di prigione, grazie alla bocciatura da parte del Tribunale Europeo dei Diritti Umani di una norma – la dottrina Parot – che Madrid si era inventata alcuni anni fa per prolungare artificiamente le già pesanti condanne inflitte ai militanti indipendentisti. Ma proprio in questi giorni centinaia di persone sono sotto processo perché accusate di aver militato in diverse organizzazioni – principalmente Segi e Batasuna – nonostante queste fossero state dichiarate fuorilegge perché ‘emanazione dell’Eta’. Nessun reato specifico viene loro contestato, se non quello di aver continuato ad esercitare il loro diritto di fare politica alla luce del sole, violando assurdi divieti. Assurdi quanto la pena che il tribunale franchista ereditato dalla ‘Spagna democratica’ vuole infliggere ad alcuni attivisti del movimento No Tav basco che osarono lanciare una torta in faccia alla governatrice della Navarra ed esponente dell’estrema destra liberista e cattolica da sempre sostenitrice dell’alta velocità. Se in Spagna anche lanciare torte è ‘terrorismo’ la solidarietà e la denuncia non possono riposare neanche un minuto.
Lander è libero, ora liberi/e tutti/e!

Di seguito il comunicato del comitato "Un caso basco a Roma":

http://uncasobascoaroma.noblogs.org/post/2013/11/19/lander-e-aingeru-sono-di-nuovo-liberi/

 
Ultima modifica il Martedì, 19 Novembre 2013 12:38 
 
 
 
Fonte:
 

venerdì 1 novembre 2013

LIBERATO IL PRIGIONIERO POLITICO PATISHTA'N

su Latino America Express
Autore: Fabrizio Lorusso

Data:2013-11-01




 




Dopo 13 anni di prigionia il professore messicano Alberto Patishtán, indigeno dell’etnia tzotzil detenuto politico nel Chiapas, è stato rilasciato da poche ore in seguito alla decisione del presidente Enrique Peña Nieto che su twitter ha annunciato la concessione della grazia. Questa possibilità è stata aperta solo pochi giorni fa, il 29 ottobre scorso, da un provvedimento legislativo motivato proprio dal caso dell’insegnante e militante chiapaneco, quindi è la prima volta che si applica in questa modalità. La figura giuridica era prevista dall’articolo 89 della costituzione messicana, ma la legge è venuta a specificarne i termini. La Camera e il Senato hanno approvato una modifica al Codice Penale Federale secondo cui il capo del governo avrà la facoltà di concedere la grazia, chiamata “indulto” nel testo messicano, a una persona  per qualunque delitto di tipo federale o di tipo comune “quando esistono indizi sostanziali di violazioni gravi ai diritti umani della persona sentenziata” e le autorità stabiliscono che “non rappresenta un pericolo per la tranquillità e la sicurezza pubbliche”.
Dopo l’invio del testo da parte delle camere l’esecutivo l’ha promulgato immediatamente. Il documento aggiunge quindi un secondo comma, un comma “Bis”, all’articolo 97 del codice penale e stabilisce che “in modo eccezionale, per iniziativa propria o di una delle camere del parlamento, il titolare del potere esecutivo potrà concedere la grazia” e quando siano state esaurite tutte le altre possibilità giuridiche interne. Quindi la misura prevista dal parlamento è di tipo individuale ed è più simile a una grazia presidenziale che a un’amnistia o a un indulto.
Di fatto non è stata riconosciuta formalmente l’innocenza del professore, ma la violazione dei suoi diritti e del dovuto processo. In questo senso la lotta continua e ora i suoi comitati di appoggio chiederanno la riparazione del danno allo stato. Inoltre ci sono oltre 8mila indigeni detenuti nel paese che potrebbero venirsi a trovare nella stessa situazione del professore del Chiapas perché non hanno avuto un giusto processo o non hanno ottenuto un interprete-traduttore dalle loro lingue materne allo spagnolo. E c’è già chi invoca un’amnistia che superi questa situazione e valga per tutte le persone nelle condizioni del professore tzotzil.
La reale volontà politica di far fronte a questa emergenza della giustizia e del sistema penale si vedrà nei prossimi mesi, se il caso della grazia a Patishtán non rimarrà una semplice eccezione nel triste panorama carcerario messicano. In questo caso molto emblematico la pressione mediatica ha portato a una “risoluzione” accettabile che, come è successo nel marzo scorso con la francese Florence Cassez, aiuterà Peña Nieto a migliorare la sua immagine internazionale come “difensore” dei diritti e delle garanzie individuali. Il presidente, dopo le repressioni violente delle manifestazioni del 2 ottobre, del primo settembre, del 10 giugno 2013 e del 1 dicembre 2012, ha bisogno di mettere sul piatto qualche moneta per i diritti umani. La tenuta di tale immagine, ripulita per l’occasione, si vedrà quando e se verranno affrontati e risolti altri casi meno noti.
Il provvedimento sembra arrivare proprio mentre aumentano le critiche contro il governo per l’assenza di una strategia anticrimine, il che significa che c’è continuità con la gestione precedente e con la politica di militarizzazione del conflitto, e per le decine di migliaia di omicidi e femminicidi di quest’anno (oltre 15mila morti ufficialmente e, secondo la rivista Zeta, oltre 13mila decessi legati ai narcos): serviva dunque un colpo mediatico, senza nulla togliere all’opportunità e giustezza della decisione.
Patishtán era accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque, in Chiapas, stato confinante a sud col Guatemala. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone. Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.
Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici così come lo sono stati numerosi altri diritti fondamentali dell’ormai ex-detenuto. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione. Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe era quella di cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte avrebbe potuto obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza sarebbe dipesa comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e avrebbe previsto un iter di vari anni.
In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Ma anche per la sua salute la lotta continua e il Profe è attualmente in cura per asportare un’altra parte di quel tumore. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non aveva ancora vinto la sfida contro l’ingiustizia. Con la decisione di liberarlo lo stato ammette di aver violato i suoi diritti fondamentali e di non aver saputo condurre un processo giusto nei suoi confronti. I grandi perdenti della vicenda sono il sistema giudiziario e il penale, incapaci di emendare i propri errori e di correggere il tiro. Il perdente è la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli”. Patishtán aveva dichiarato di non voler chiedere la grazia, ma questa è arrivata comunque grazie alla nuova norma e alle forti pressioni nazionali e internazionali.
Di seguito un articolo riassuntivo sul caso del profe Alberto Patishtán pubblicato sul quotidiano l’Unità del 20 ottobre 2013 – In PDF a questo Link - Più dettagli a questo link su Carmilla.


Fonte:

mercoledì 23 ottobre 2013

Qatar, sentenza definitiva: 15 anni per il poeta del Gelsomino

Muhammed al Ajami e' stato condannato a 15 anni di carcere duro per la sua poesia sulla rivoluzione tunisina che punta l'indice anche contro emiri e re del Golfo
 




martedì 22 ottobre 2013 14:04



di Michele Giorgio

Roma, 22 ottobre 2013, Nena News - Nessuna clemenza per Ibn al-Dheeb colpevole di avere scritto in una poesia "siamo tutti Tunisia di fronte all'elite repressiva". Il poeta qatarino Muhammad al-Ajami, piu' noto come Ibn al-Dheeb, e' stato condannato dalla Corte di Cassazione di Doha a 15 anni di reclusione per quel verso ritenuto ostile all'emirato del Qatar. Il suo avvocato, Néjib al-Naimi, ha parlato di "sentenza politica" - sulla quale non ci sono dubbi - e ha auspicato un atto di grazia da parte del nuovo emiro, Tamim bin Hamad al-Thani. Grazia alla quale pochi credono. I regnanti assoluti del Qatar, impegnati con armi e soldi a "portare la democrazia" a casa del nemico Bashar Assad, non hanno alcuna intenzione di allentare la morsa della repressione a casa loro.



Poeta 36enne, al Ajami era stato arrestato per la sua poesia intitolata 'Gelsomino Tunisino' in cui si legge la "frase incriminata". La Cassazione lo ha riconosciuto colpevole di avere "incitato alla rivolta" contro l'emirato, stretto alleato degli Stati Uniti.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso parole di condanna fin dall'arresto del poeta. Amnesty International defini' la sentenza all'ergastolo pronunciata nel 2012, poi ridotta a 15 anni, come "un'oltraggiosa violazione della liberta' di espressione".

Al Ajami ha commesso un altro "reato", avere spiegato che l'ex emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e gli altri sceicchi del Qatar "passano il tempo a giocare alla playstation".

La vicenda di al Ajami risale a un anno fa. Lo scorso 16 novembre fu arrestato e il 29 novembre condannato all'ergastolo per la poesia che, secondo le autorita', esortava la popolazione al colpo di Stato. "Il processo a cui è stato sottoposto non è stato equo", commento' Cecile Pouilly, portavoce dell'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, riportando alla stampa l'irregolarità della procedura processuale e il fatto che il processo stesso si fosse tenuto a porte chiuse.

Gli avvocati del poeta e osservatori esterni infatti non furono ammessi in tribunale e lo stesso Al Ajami era assente al momento della lettura della sentenza.

Il successivo 27 gennaio, probabilmente per le pressioni internazionali, ad al Ajami la pena e' stata ridotta a 15 anni. Sentenza ora confermata dalla Cassazione.

La poesia "Tunisian Jasmine" era stata scritta da Al Ajami in sostegno alle rivolte della Primavera Araba. Ne riportiamo la traduzione, a cura di Marta Ghezzi per Osservatorio Iraq.

"Oh signor primo ministro, oh Mohammad al-Ghannoushi

se guardiamo al tuo potere, esso non deriva dalla Costituzione.

Non piangiamo Ben Ali, né piangiamo la sua epoca, che rappresenta solo un piccolo punto nella linea della storia.

La dittatura è un sistema repressivo e tirannico, la Tunisia ha annunciato la sua rivolta popolare.

Se critichiamo, critichiamo solo ciò che è meschino e infimo se cantiamo lodi, lo facciamo in prima persona.

La rivolta è iniziata con il sangue del popolo, ribelle, e ha dipinto la liberazione sui volti di ogni essere vivo.

Sappiamo che faranno ciò che vogliono e sappiamo che tutte le vittorie portano con sé eventi tragici, ma povero quel Paese che fa dell'ignoranza il suo governante e crede nella forza delle forze americane, e povero quel Paese che affama il suo popolo mentre il governo gioisce dei successi economici, e povero quel Paese i cui cittadini si addormentano con la cittadinanza e si svegliano senza, e povero quel sistema che eredita repressione.

Fino a quando sarete schiavi di tanto egoismo?

Quando il popolo prenderà coscienza del suo vero valore?

Quel valore che gli viene nascosto e che presto dimentica?

Perché i governi non scelgono mai il modo per porre fine al sistema del potere tirannico che sa della sua malattia e insieme avvelena il suo popolo, che sa che domani sulla sua sedia si siederà il suo successore.

Non tiene in conto che la patria porta il nome suo e della sua famiglia, quella stessa patria che conserva la sua gloria nelle glorie del popolo, quel popolo che risponde con una voce sola ad un solo destino: siamo tutti tunisini davanti all'oppressore!

I governi arabi, e chi li guida, tutti ugualmente ladri.

Quella domanda che toglie il sonno a chi se la pone, non troverà risposta in chi incarna l'ufficiale.

Se possiamo importare ogni cosa dall'Occidente, perché non importiamo anche i diritti e la libertà?



Fonte:

martedì 8 ottobre 2013

TRA GLI SPONSOR DEL FESTIVAL DELL'ACQUA A L'AQUILA, SODASTREAM E VEOLIA, AZIENDE CHE TRAGGONO PROFITTI DALLA VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

7 Ottobre 2013

BDS Italia si associa alla denuncia del Forum Italiano Movimenti per l’Acqua contro il Festival dell’Acqua “privatizzata” che si svolge a L’Aquila in questi giorni, organizzato da Federutility, federazione che ha sempre remato contro il referendum per l’acqua pubblica. I movimenti per l’acqua contestano questa operazione di maquillage volta a creare un’immagine positiva di chi punta alla mercificazione del prezioso bene comune.
Uno sguardo agli sponsor del festival rivela anche aziende che sono complici e traggono profitti dalla violazione dei diritti umani e della legalità internazionale: Sodastream e Veolia.
Sodastream è un’azienda israeliana che produce gasatori per l'acqua dal rubinetto, il cui principale stabilimento produttivo si trova nella colonia israeliana di Ma'aleh Adumim nei Territori palestinesi occupati. Le colonie israeliane sono ritenute illegali in quanto violano il diritto internazionale secondo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, la Corte Internazionale di Giustizia, la Croce Rossa Internazionale e tutte le istituzioni europee.
Con l’acquisizione nel 2011 della romagnola CEM Industries, oggi Sodastream Professional, la ditta punta alla fornitura di apparecchiature industriali per bar, ristoranti, hotel e perfino per le “case dell’acqua” comunali. Due associate della Federutility, Gruppo Hera e Romagna Acque, entrambe sponsor del festival, utilizzano nelle “case dell’acqua” tecnologia Sodastream, “inquinando” così l’acqua pubblica.
Israele esercita illegalmente un controllo quasi totale sulle risorse idriche palestinesi. Come denunciato da Amnesty International e dall’organizzazione palestinese Al Haq, Israele nega l’accesso all’acqua come un mezzo per espellere i palestinesi dalle loro terre.[4] Sodastream, che trae profitti da questo sistema di occupazione e di Apartheid imposto da Israele, parla del festival a L’Aquila come “un’opportunità per condividere i nostri valori di sostenibilità e di tutela dell’ambiente”.
Anche la multinazionale francese Veolia, la più grande nel settore della privatizzazione dell’acqua e presente in Italia come Veolia Acqua, è complice dell’occupazione israeliana. Veolia Water – Israel gestisce un impianto per il trattamento delle acque reflue nella colonia illegale israeliana di Modi’in Ilit, mentre Veolia Environmental Services - Israel gestisce su terre palestinesi la discarica di Tovlan che serve le colonie israeliane nella Valle del Giordano occupata. Inoltre, Veolia, tramite la consociata Transdev, ha in gestione la ferrovia leggera che collega Gerusalemme ovest con le colonie israeliane nella Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate.[5]
Le politiche israeliane rendono praticamente impossibile per i palestinesi ottenere permessi per costruire case, scuole, cisterne o altro sulla propria terra.[6] Invece, mega aziende come la Veolia traggono profitti da nuove infrastrutture per l’uso esclusivo dei cittadini e coloni israeliani.
Sodastream e Veolia non solo traggono profitti da tutto ciò, ma si rendono funzionali al sistema istituzionalizzato di dominio, controllo e oppressione israeliano con lo scopo di forzare il popolo palestinese a lasciare la propria terra. Per questo entrambe le ditte sono oggetto di campagne internazionali di boicottaggio in risposta all’appello della società civile palestinese per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) nei confronti di Israele fino a quando non rispetterà i diritti umani e la legalità internazionale.[7]
In Italia, Legambiente, WWF e Oxfam Italia hanno interrotto i rapporti con Sodastream o con i suoi collaboratori, mentre a livello internazionale chiese, sindacati e associazioni studentesche promuovono campagne di boicottaggio della Sodastream.[8] Grazie a campagne attive in Nord America e Europa, Veolia ha perso contratti per un ammontare di oltre Euro 18 miliardi, portando la ditta a vendere di recente le linee di autobus che aveva in gestione in Israele.[9]
BDS Italia si unisce ai movimenti per l’acqua nel contestare l’operazione d’immagine messa in opera dalla Federutility con il Festival dell’Acqua a L’Aquila. BDS Italia invita tutte e tutti coloro che hanno a cuore il diritto all’acqua pubblica, e più in generale i diritti umani, a vigilare e ad attivarsi per impedire che gli enti locali intraprendano rapporti con aziende che traggono profitto dall’occupazione militare israeliana e dalla violazione della legalità internazionale e dei diritti umani dei palestinesi.


BDS Italia è un movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele, costituito da associazioni e gruppi in tutta Italia che hanno aderito all'appello della società civile palestinese del 2005 e promuovono campagne e iniziative BDS a livello nazionale e locale



Fonte:

giovedì 22 agosto 2013

Eroi popolari o pericolosi criminali?

Le polizie degli stati li hanno cercati e braccati come fossero i peggiori serial-,killer;

 

-le cronache ce li hanno raccontati come persone che avevano messo in crisi la “sicurezza” mondiale;

 

chi sono?:

 

Snowden-1

 

-uno è Edward Joseph Snowden, trent’anni appena compiuti (nato a Elizabeth City il 21 giugno 1983) è un informatico statunitense. Ex tecnico della CIA, collaboratore della Booz Allen Hamilton, azienda informatica consulente della NSA, ha rivelato pubblicamente diversi programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico, programmi totalmente illegali e illegittimi, tenuti segreti dagli stati controllori. Snowden ha collaborato con il giornalista del The Guardian, Glenn Greenwald, che ha pubblicato queste rivelazioni. Le più clamorose di queste informazioni sono state quelle riguardanti i programmi di intercettazione telefonica tra Stati Uniti e stati dell’Unione Europea. Scandalo? Rottura dei rapporti diplomatici tra stati europei e Usa? Apertura di un contensioso diplomatico?…Macché… tutti uniti nella criminalizzazione di chi aveva fatto “opera di verità”!

 

Manning 

 

-l’altro è Bradley Manning, venticinque anni, condannato ieri dalla Corte a 35 anni di galera e congedato con disonore dall’esercito statunitense, per aver fornito a WikiLeaks (Julian Assange, altro personaggio braccato e perseguitato) centinaia di migliaia di documenti e materiali riservati, che sono stati diffusi pubblicamente per una conoscenza di tutti. È in carcere dal maggio 2010 per un anno e mezzo in isolamento in un carcere militare di massima sicurezza in Virginia. Manning dopo la sentenza ha commentato: che sconterà, «la condanna sapendo che talvolta si deve pagare un prezzo alto per vivere in una società libera».

Solo due esempi che hanno avuto l’«onore» della prima pagina di giornali. Ma sono migliaia e migliaia le vittime della verità. Le galere di questo mondo rigurgitano di chi paga un prezzo altissimo per non venir meno al principale dovere umano, quello della verità e della libertà!

Costa cara la verità! Ma questa non è una novità.

Soltanto i cretini pensano che gli stati democratici non applichino la feroce repressione nei confronti di chi mette in discussione il loro potere.

Anche nel passato i propagatori di verità venivano repressi e schiacciati anche più ferocemente. La differenza con oggi è che in altre società meno totali di queste si trovavano cantastorie, teatranti, giullari, menestrelli, narratori, musicisti e guitti che esaltavano queste persone facendole diventare eroi popolari. 

Nelle società odierne più articolate di quelle del passato, non si trova chi si spenda decisamente ed esalti queste gesta fuori dell’ordine statale. Oggi i media li insultano oppure restano indifferenti.

C’è un’omertà succube al potere vergognosa!!!. 

SVEGLIAMOCI!!!


 Fonte:









 

sabato 10 agosto 2013

USA: ammazzato con il taser a 18 anni, per un graffito

USA: ammazzato con il taser a 18 anni, per un graffito
Morire per un graffito, a soli 18 anni: è accaduto a Israel Hernandez-Llach, teenager di origini colombiane, trasferitosi da qualche anno in Florida, e nonostante la sua giovane età già diventato un noto muralista. Conosciuto come Reefa, martedì all’alba il giovane stava facendo dei graffiti sul muro di un Mc Donald’s abbandonato a Miami Beach. Quando é stato intercettato da una pattuglia dalla polizia, intorno alle cinque del mattino, ha cercato di scappare, ma i solerti agenti lo hanno inseguito. E per bloccarlo, forse stanchi di correre, i poliziotti lo hanno colpito al torace con il taser, la pistola elettrica definita ‘arma non letale’ e da tempo in dotazione alle forze di polizia degli Stati Uniti e di altri paesi. Reefa é caduto a terra ed é morto poco dopo in ospedale, al Mount Sinai Hospital, forse per un arresto cardiaco dicono i medici. 
''Gli agenti sono stati costretti a usare il taser per evitare uno scontro fisico'' si è giustificato il locale capo della polizia Ray Martinez al quotidiano Miami Herald. Ma secondo due degli amici di Reefa, testimoni di quanto accaduto, i poliziotti si sono congratulati uno con l'altro dopo averlo colpito con il taser. ''Era per terra e loro si divertivano'' afferma uno dei ragazzi, Thiago Souza. L'altro, Felix Hernandez, riferisce di aver visto cinque poliziottti inseguire Reefa. La sorella del ragazzo, Offir Hernandez, ha spiegato che il fratello ''voleva cambiare il mondo attraverso l'arte''. ''Vogliamo delle risposte, voliamo sapere cosa è successo'' denuncia ora. Reefa era uno scultore, pittore e fotografo, oltre a dilettarsi nell'eseguire graffiti sui muri degli edifici abbandonati, una passione che gli è stata fatale. L'avvocato della famiglia, Todd McPharlin, ha ricordato ai media locali che chiederà l'apertura di un'indagine indipendente sulla vicenda. "La polizia lo aveva già avvertito che se lo avesse trovato ancora una volta lo avrebbe riempito di botte", ha detto al Miami Herald Tracy West, una parente del ragazzo.
Secondo un rapporto di Amnesty International tra il 2008 e il 2011 negli Stati Uniti - dove i taser sono molto usati dalla polizia - sono morte 334 persone, dopo essere state colpite dalla micidiale arma. Le vittime salgono a 500 negli Stati Uniti dal momento della sua introduzione nelle dotazioni delle pattuglie, nel 2001. E nel 90% dei casi letali coloro che sono stati colpiti da un "uso eccessivo della forza" erano disarmati.
L'Onu nel 2007 aveva sostenuto che l'uso di queste armi "causa dolori acuti, costituendo una forma di tortura". 



Fonte:



lunedì 15 luglio 2013

ISRAELE COSTRINGE ERITREI A CHIEDERE L'ESPULSIONE VOLONTARIA

Nuove procedure a Tel Aviv: all'immigrato viene fatta firmare la richiesta di deportazione volontaria. In aperta violazione del diritto internazionale e umanitario.

lunedì 15 luglio 2013 09:45

 
dalla redazione

Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Nel giorno in cui il popolo palestinese indice lo sciopero generale contro le politiche di colonizzazione ed espulsione implementate da Israele, sotto l'occhio dei riflettori finiscono anche i migranti africani, categoria da tempo target del governo di Tel Aviv.

Ieri all'attenzione delle cronache israeliane sono giunte due notizie che dimostrano ancora una volta la politica di violazione sistematica dei diritti umani degli immigrati africani rifugiatisi in Israele. Ad essere accusato dalle organizzazioni per i diritti umani è in entrambi casi il governo.

Prima di tutto avrebbe rimpatriato con la forza 14 cittadini eritrei dopo averli obbligati a firmare un atto "volontario" di espulsione. Secondo le accuse mosse a Tel Aviv, i 14 eritrei sono stati fatti salire su un aereo ieri mattina, direzione Eritrea. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano Ha'aretz, i funzionari israeliani seguono una precisa procedura: riprendono con la telecamera i migranti e il loro interprete e gli fanno dire e poi scrivere di volere lasciare Israele. Tali documenti vengono consegnati poi al tribunale che procede con l'espulsione.

Per ora non è giunto nessun commento ufficiale: l'Autorità per l'Immigrazione e i Confini si è limitata a dire che molti migranti sono degli infiltrati, che avviano le procedure per il diritto di asilo non perché effettivamente ne necessito, ma perché vogliono restare in Israele a tutti i costi. Eppure Israele è firmatario della Convenzione sullo Status del Rifugiato del 1951, convenzione che vieta il rimpatrio forzato di richiedenti asilo nei Paesi di origine dove rischiano seriamente per la propria vita.
Furiosa Amnesty International: "Se la scelta data ai richiedenti asilo è finire in un carcere israeliano a tempo indeterminato o essere torturati in Eritrea, beh, non si tratta di una vera scelta - ha commentato Sara Robinson, capo dell'ufficio per i rifugiati di Amnesty in Israele - Il governo deve rilasciarli dalla custodia cautelare e determinare se possiedono le caratteristiche per ottenere l'asilo politico".

Già dallo scorso anno è cominciato in Israele un processo di rimpatri forzati di migranti africani che ha provocato le proteste - minime - della comunità internazionale. Proteste a cui si aggiunsero quelle per un'altra vicenda, tornata a galla ieri dopo una prima denuncia lo scorso dicembre: molte donne immigrate affermarono di essere state obbligate ad assumere l'anticoncezionale Depo Provera, potente quanto pericoloso medicinale. Obiettivo: mantenere le famiglie straniere africane poco numerose.

Ieri la Commissione parlamentare per i diritti del bambino è stata informata che le accuse mosse dalle donne e dalle organizzazioni per i diritti umani saranno investigate da una speciale unità di inchiesta: dagli anni Novanta ad oggi, il tasso di natalità tra la comunità etiope in Israele è crollato del 50%, un dato che apre molte domande.

Per questo il procuratore di Stato, Yosef Shapira, ha deciso di aprire un'indagine per verificare la veridicità di tali dati e le loro ragioni, una decisione giunta dietro la pressione di alcune parlamentari israeliane. Nena News 




Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81099&typeb=0&Eritrei-costretti-a-chiedere-l%27espulsione-volontaria

giovedì 11 luglio 2013

SREBENICA

  • 11 luglio 2013
  • 14.40
Il memoriale Potočari di Srebrenica, in Bosnia Erzegovina. (Dado Ruvic, Reuters/Contrasto)


L’11 luglio, in Bosnia Erzegovina, i musulmani commemorano il genocidio di Srebrenica, 18 anni dopo il massacro in cui sono stati uccisi dalle milizie serbobosniache circa ottomila uomini e ragazzi. Stasera saranno seppellite 409 vittime, identificate solo quest’anno.
L’11 luglio 1995, qualche mese prima della fine del conflitto nell’ex Jugoslavia (1992-1995), le milizie serbobosniache, guidate dal generale Ratko Mladić, attaccarono Srebrenica, enclave musulmana, dichiarata nel 1993 “zona protetta dall’ONU”, dove si erano rifugiati migliaia di musulmani durante il conflitto.
In pochi giorni sono stati uccisi circa ottomila uomini, i loro corpi sono stati trovati in diverse fosse comuni nel giro di diversi chilometri. Non si esclude che altre fosse non siano ancora state individuate.
“Quanto successo a Srebrenica 18 anni fa è stato descritto come la peggiore atrocità commessa in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale ed è stato riconosciuto come genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia”, ricorda Amnesty International


Fonte:

venerdì 14 giugno 2013

BOLZANETO: "L'ITALIA E' UN PAESE IN CUI SI PRATICA LA TORTURA"

 


 




 La Cassazione conferma l'impianto della sentenza di secondo grado. Assolti i carabinieri, condannati tutti gli altri. 

 Venerdì 14 giugno 2013 17:53


 di Checchino Antonini

«L'Italia è un Paese in cui si pratica la tortura, ma si fa finta che non sia così», sbotta Lorenzo Guadagnucci uscendo dal Palazzaccio. Da pochi istanti è stata pronuciata la sentenza di Cassazione per i massacri e gli abusi commessi a Bolzaneto nel 2001. La Quinta sezione penale della Cassazione ha messo un paletto definitivo sul capitolo delle violenze avvenute nella caserma di Bolzaneto, carcere provvisorio del G8 di Genova, confermando 7 condanne e concedendo 4 assoluzioni. Oronzo Doria, Franco, Trascio e Talu, sono i nomi degli agenti assolti. Mentre sono state confermate le condanne - inflitte dalla Corte d'appello di Genova il 5 marzo 2010 - per l'assistente capo della polizia Luigi Pigozzi (3 anni e 2 mesi), che divaricò le dita delle mano di un detenuto fino a strappare la carne, gli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia (1 anno) e il medico Sonia Sciandra.

Pene confermate a un anno per gli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubaldi che avevano rinunciato alla prescrizione. Anche nei confronti di Amenza i giudici della Suprema Corte hanno cancellato la condanna per il reato di minaccia. Ma la quinta sezione penale del Palazzaccio - presieduta da Gaetanino Zecca - ha fatto di più, riducendo i risarcimenti nei confronti delle vittime delle violenze. Il verdetto, infatti, stabilisce che i danni subiti dai manifestanti, dovranno essere rideterminati da un giudice civile «per assenza di prova».

Ad attendere la sentenza, assieme ai loro legali, c'erano alcune vittime di Bolzaneto e della Diaz, alcuni reduci di quel luglio più qualche sparuto militante più giovane.

C'è Marco Poggi, l'"infame", lui ci scherza su ma da quando ha deciso di testimoniare sugli orrori del carcere provvisorio per le retate del G8 non ha più lavorato come infermiere penitenziario. Solo 8 anni dopo avrebbe potuto fare il suo mestiere ma in un Opg. Da allora fa il sindacalista. Di Bolzaneto ricorda gli occhi strabuzzati del ragazzo coi rasta a cui il medico della prigione strappò via il piercing così, per sfregio. Vide dar calci e pugni sulle reni. Li sentiva cantare Faccetta nera, gliela facevano sentire agli "ospiti" anche dai finestroni, con i telefonini. Lì dentro c'è era gente come Lorenzo di Roma, che aveva 21 anni, e lo pescarono il sabato 21, in corso Torino mentre era con alcuni amici, non stava facendo nulla se non prendere parte a un corteo contro il G8. Uscì da Bolzaneto con le costole incrinate e tantissima paura. Da allora non gli va mica di farsi vedere in giro. Evandro, torinese, era più anziano di diciotto anni. Fu preso quando spezzarono il corteo del sabato mentre fuggiva in una via laterale e poi nella rampa di un garage. E giù cazzotti sul muso e quella manganellata a freddo all'ingresso del carcere di Alessandria.

«Non ho ancora sentito una parola da parte del presidente della Repubblica e dei ministri. Dopo due sentenze su quello che è successo a Genova ci aspettiamo le scuse da parte dello Stato - dice Enrica Bartesaghi, presidente del comitato Verità e giustizia per Genova e madre di una ragazza picchiata alla Diaz e inghiottita da Bolzaneto - chi è stato coinvolto in questa vicenda faccia un passo indietro». Un passo indietro, certo, l'ha fatto la politica, specie la "sinistra" per bene, quella non rancorosa, in giro per il Palazzaccio c'è solo Italo Di Sabato, che segue per Rifondazione le cose di repressione, e Vittorio Agnoletto.

Quelli accaduti nel luglio 2001 nella caserma di Bolzaneto a Genova sono "soprusi" e "vessazioni" assolutamente "inqualificabili", aveva detto il pg di Cassazione, Giuseppe Volpe, nella sua requisitoria.

E "correttamente la Corte d'appello di Genova ha tenuto conto di questo a differenza del primo giudice che si limitò a valutare una percezione de visu". In primo grado, infatti, nel luglio 2008, vennero pronunciate 30 assoluzioni e 15 condanne.

Tale verdetto venne ribaltato in appello, il 5 marzo 2010, quando tutti gli imputati vennero ritenuti responsabili di quanto accaduto: per 7 ci fu la condanna penale, per 37 fu dichiarata la prescrizione del reato, ma per tutti venne stabilita la condanna a risarcire le vittime. Il pg Volpe, quindi, ha rilevato come chi a Bolzaneto rivestiva in quei giorni "posizioni di garanzia" sia responsabile di "omissioni, che hanno consentito il verificarsi degli eventi delittuosi. La percezione di ciò che avveniva era resa possibile anche dal contesto, dagli odori e dalle urla".

Il pg aveva chiesto di confermare le condanne ma di ridurre i risarcimenti stabiliti dai giudici d'appello per i no-global vittime delle violenze. Le parti civili che non presentarono appello, secondo Volpe, che nella sua requisitoria ha citato ampia giurisprudenza su questo tema, "non hanno interesse ad avere risarcimenti".

«Così è stato - spiega Vittorio Agnoletto, che fu portavoce del Genoa social forum in quel 2001 tremendo - le modifiche sono avvenute solo su questioni formali. Ora che è concluso l'iter giudiziario dovrebbero entrare in scena l'Ordine dei medici e i comandi delle forze dell'ordine per i provvedimenti disciplinari contro i condannati». Resta, tanto per Agnoletto, quanto per Simonetta Crisci, una delle avvocate di parte civile, lo scandalo dell'assenza del reato di tortura. Inammissibile, per la Cassazione, il ricorso della procura genovese che aveva posto la questione di legittimità costituzionale sul mancato adeguamento dell'Italia ai principi della Convenzione europea che sanciscono l'imprescrittibilità di ogni reato commesso in violazione della norma che pone il divieto di trattamenti inumani e degradanti. «Se ci fosse stato quel reato Bolzaneto non lo ricorderemmo per tutto questo - riprende Agnoletto - se la politica fosse intervenuta dopo non ci sarebbero stati gli omicidi di Aldrovandi, Cucchi, Uva ecc... perché un reato imprescrittibile funzionerebbe da deterrente».




 
RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI

Secondo i pm nella caserma sono state "inflitte alle persone fermate almeno quattro delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte Europea sui diritti dell'uomo, chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli Anni Settanta, configurano 'trattamenti inumani e degradanti'". Nelle motivazioni della sentenza, vengono elencati numerose violenze che risultano provate ai danni dei manifestanti trattenuti (tra cui alcuni di quelli provenienti dalla scuola Diaz): "lunghe attese prima di essere accompagnati ai bagni" al punto da doversi urinare addosso, "distruzione di oggetti personali", "insulti di ogni tipo, da quelli a sfondo sessuale, diretti in particolare alle donne [...], a quelli razzisti [...] a quelli di contenuto politico" e varie minacce, "spruzzi di sostanze urticanti o irritanti nelle celle", "percosse in tutte le parti del corpo, compresi i genitali [...] inferte con le mani coperte da pesanti guanti di pelle nera e con i manganelli" anche senza motivo, l'obbligo di assumere posizioni scomode o vessatorie, anche nei confronti di manifestanti feriti, per lunghi periodi e senza motivazioni valide. I giudici commentano anche il fatto che l'assenza di uno specifico reato di tortura nell'ordinamento italiano ha costretto i pubblici ministeri a riferirsi al reato di abuso di ufficio, non adeguato alle condotte degli accusati ritenuti colpevoli, pur essendo le loro azioni "pienamente provate" e potendo esse "ricomprendersi nella nozione di "tortura" adottata nelle convenzioni internazionali". Nel testo delle motivazioni si legge che: «L'elenco delle condotte criminose poste in essere in danno delle persone arrestate o fermate transitate nella caserma di Bolzaneto nel giorni compresi tra il 20 e il 22 luglio 2001 consente di concludere, senza alcun dubbio, come ci si trovi dinanzi a comportamenti che rivestono, a pieno titolo, i caratteri del trattamento inumano e degradante e che, quantunque commessi da un numero limitato di autori, che hanno tradito il giuramento di fedeltà alle leggi della Repubblica Italiana e, segnatamente, a quella che ne costituisce la Grundnorme, la Carta Costituzionale, e in una particolare (e si spera irripetibile) situazione ambientale, hanno, comunque, inferto un vulnus gravissimo, oltre a coloro che ne sono stati vittime, anche alla dignità delle Forze della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria e alla fiducia della quale detti Corpi devono godere, in virtù della meritoria attività quotidiana svolta dalla stragrande maggioranza dei loro appartenenti, nella comunità dei cittadini». « Purtroppo, il limite del presente processo è rappresentato dal fatto che, quantunque ciò sia avvenuto non per incompletezza nell'indagine, che è stata, invece, lunga, laboriosa e attenta da parte dell'ufficio del pm, ma per difficoltà oggettive (non ultima delle quali, come ha evidenziato la Pubblica Accusa, la scarsa collaborazione delle Forze di Polizia, originata, forse, da un malinteso "spirito di corpo") la maggior parte di coloro che si sono resi direttamente responsabili delle vessazioni risultate provate in dibattimento è rimasta ignoto».

Nelle motivazioni si riporta anche che dopo la morte di Carlo Giuliani il venerdì pomeriggio era stato deciso che i carabinieri presenti a Genova non avvrebbero più svolto servizio in strada, per cui il sabato furono mandati a Bolzaneto. Secondo alcune testimonianze, rese nel processo e riportate nelle motivazioni, la condizione dei manifestanti trattenuti durante il periodo in cui di guardia alle celle vi erano i carabinieri (dal sabato sera all'alba di domenica) era meno vessatoria e si erano registrate meno violenze (per la giornata di sabato una relativa intermittenza del trattamento vessatorio accompagnato in diverse occasioni da un atteggiamento, definito più umano dalle stesse parti lese, tenuto dagli appartenenti all'Arma, i quali sono intervenuti in diverse occasioni, per quanto hanno potuto, al fine di impedire le vessazioni), oltre al fatto che ai detenuti era stato concesso di sedersi ed era stata data dell'acqua, mentre vi erano stati dei battibecchi tra dei poliziotti che volevano entrare nella zona delle celle e carabinieri che avevano l'ordine di non farli passare.

IL PROCESSO DI PRIMO GRADO

Il 14 luglio 2008, al termine di un processo dopo oltre 9 ore di camera di consiglio, la Prima sezione penale del tribunale di Genova, pronunciò una sentenza di condanna per 15 imputati e 30 assoluzioni tra poliziotti, funzionari della questura, medici e poliziotti della penitenziaria, comminando pene variabili fra i 5 mesi e i 5 anni per complessivi 23 anni e 9 mesi di reclusione. I reati contestati agli imputati, a vario titolo, erano abuso d'ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Il tribunale aveva condannato Alessandro Perugini, all'epoca numero due della Digos di Genova, il funzionario di polizia con il grado più alto nella struttura, e l'ispettore Anna Poggi, rispettivamente a 2 anni e 4 mesi di reclusione ciascuno; Daniela Maida, ispettore superiore ad 1 anno e 6 mesi di reclusione; Antonello Gaetano, a 1 anno e 3 mesi, gli ispettori della polizia di Stato Matilde Arecco, Natale Parisi (poi deceduto), Mario Turco e Paolo Ubaldi ad 1 anno di reclusione ciascuno. Massimo Luigi Pigozzi, assistente capo della polizia a 3 anni e 2 mesi di reclusione; Barbara Amadei a 9 mesi, Alfredo Incoronato a 1 anno, Giuliano Patrizi a 5 mesi. Sono inoltre stati condannati i medici Giacomo Toccafondi ad 1 anno e 2 mesi di reclusione e Aldo Amenta a 10 mesi. La pena più alta, 5 anni, è stata inflitta a Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria responsabile della sicurezza del carcere di Bolzaneto a cui i giudici hanno lasciato la contestazione del reato di abuso d'ufficio doloso. I pm Patrizia Petruzziello e Ranieri Vittorio Miniati avevano chiesto condanne per oltre 76 anni complessivi di carcere con pene variabili da 6 mesi a 5 anni e 8 mesi e una sola assoluzione. Il tribunale di Genova aveva condannato i ministeri della Giustizia e degli Interni, responsabili civili, al risarcimento di numerose parti civili in solido con alcuni degli imputati condannati. Tra gli imputati assolti c'era il colonnello di polizia penitenziaria Oronzo Doria, ora generale, per il quale i pm avevano chiesto una condanna a 3 anni e 6 mesi. Sono stati inoltre assolti tutti i carabinieri imputati. Confermata per Giuseppe Fornasiere ufficiale della polizia penitenziaria l'assoluzione come avevano chiesto i pm.

LA SENTENZA DI APPELLO

La sentenza d'appello è stata pronunziata il 5 marzo 2010 dopo oltre 11 ore di camera di consiglio. La corte d'appello ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado. Confermata la sentenza di primo grado a carico di quattro imputati mentre ha dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per altri 28 imputati tra i quali Alessandro Perugini, ex vicecapo della digos della questura di Genova ai tempi del G8. Tutti, comunque, sono stati dichiarati responsabili dei reati ai soli effetti civili e condannati in solido al risarcimento del danno con i rispettivi ministeri. In riforma della sentenza di primo grado sono stati condannati anche quattro imputati per un totale di 6 anni e 6 mesi di reclusione. A tutti e quattro sono stati applicati i doppi benefici anche se devono rispondere in solido del risarcimento danni a favore di alcune parti civili. Un passaggio della sentenza è illuminante su quanto accadde, i cori fascisti e le suonerie dei telefonini di alcuni agenti inneggianti al fascismo.

Scrivono i giudici: «Richiamarsi platealmente al nazismo e al fascismo, al programma sterminatore degli ebrei, alla sopraffazione dell'individuo e alla sua umiliazione, proprio mentre vengono commessi i reati contestati o nei momenti che li precedono e li seguono, esprime il massimo del disonore di cui può macchiarsi la condotta del pubblico ufficiale».

Amnesty International, all'epoca, ha sottolineato l'importanza della sentenza, che riconosce che a Bolzaneto vi furono «gravi violazioni dei diritti umani». È stato fatto notare da diversi media che la prescrizione sarebbe stata impedita se l'Italia avesse già introdotto nel suo sistema penale il reato di tortura, come da obblighi derivanti dalla firma della Convenzione ONU contro la Tortura del 1988.

L'avvocatura dello Stato, ritenendo eccessive le somme liquidate alle parti civili (comprensive di spese legali), ne ha sospeso il pagamento e ha fatto ricorso alla corte di Cassazione per chiedere la sospensione delle condanne civili. La quinta sezione penale della Cassazione ha tuttavia rigettato il ricorso, ritenendo legittimi i risarcimenti. 



Fonte:


mercoledì 5 giugno 2013

AGGIORNAMENTI SULLA RIVOLTA IN TURCHIA

Martedì 04 Giugno 2013 20:50 


Il terzo morto ufficiale, ieri, ad Antiochia: un giovane ucciso da un colpo d’arma da fuoco. Ancora manifestazioni e scontri in tutto il paese. Oggi comincia lo sciopero di ‘avvertimento’ del sindacato Kesk nel settore pubblico.

Gli aggiornamenti

20.50 - 
Cala la sera su Piazza Taksim. E' stata la terza giornata senza incidenti con la polizia, che il governo ha ritirato sabato pomeriggio dalla spianata. Manifestanti e agenti anti-sommossa fino alla notte scorsa si sono scontrati duramente, ma in altri quartieri della megalopoli e in altre città. Sulle parecchie migliaia di giovani, e meno giovani, che questa sera presidiano la grande spianata, dopo le esplosioni delle granate assordanti e le nuvole bianche dei lacrimogeni dei giorni scorsi calano ora le note rassicuranti della musica classica. L'orchestra filarmonica Borusan ha deciso di esibirsi per i manifestanti. ''Anche i capulcu amano la cultura'' ironizza un giovane. Capulcu in turco vuol dire i vandali. Un termine che spopola su twitter da quando Erdogan tre giorni fa l'ha usato per minimizzare la protesta dei giovani, una rivolta, aveva detto, di ''3 o 5 capulcu''. Tutto su Taksim è diventato 'capulcu'. Nel pomeriggio i ragazzi hanno organizzato sedute di yoga 'per capulcu'. Poi, con qualche mattone (invece di usarli contro la polizia, come nei giorni scorsi) hanno costruito una biblioteca dei capulcu, con libri a disposizione dei manifestanti, accanto a un 'muro della solidarietà. Altri mattoni, sui quali anonimi posano pacchetti di biscotti, succhi di frutta, fazzoletti di carta, mele, bottigliette d'acqua. Su Taksim, spiega un ragazzo, ''fra le cariche della polizia é nata una grande famiglia''.

20.00 - Migliaia di manifestanti hanno di nuovo invaso piazza Taksim di Istanbul, nel quinto giorno di proteste anti-governative, estesesi a diverse città del Paese. I manifestanti scandiscono slogan contro il premier turco Recep Tayyp Erdogan e ne chiedono le dimissioni.

18.20 - 
E' stata per ora una giornata calma in Turchia, dopo gli scontri violenti della notte scorsa a Istanbul, Ankara, Smirne e Antiochia. Migliaia di manifestanti si sono concentrati nella centrale piazza di Kizilay, nel centro della capitale, chiusa su un lato da un fitto cordone di agenti in tenuta antisommossa. Dei manifestanti hanno offerto fiori ai poliziotti che chiudono la strada che porta agli uffici del premier Recep Tayyip Erdogan.

16.50 -
 Le violente proteste antigovernative in corso in numerose città della Turchia si sono estese anche nella parte settentrionale dell'isola di Cipro sotto occupazione militare turca dal 1974, nella cosiddetta Repubblica Turca di Cipro del Nord (Rtcn), lo stato fantoccio proclamato unilateralmente nel 1983 e riconosciuto solo da Ankara ma non dalla comunità internazionale. Da sabato scorso, come mostrano le immagini delle tv turco-cipriote, centinaia di manifestanti, per lo più studenti, stanno inscenando dimostrazioni in diversi punti della capitale Lefkosa (come e' chiamata la parte Nord di Nicosia occupata) ma anche nelle città costiere di Famagosta, Kerynia e Morphou. Un gruppo di studenti si é radunato davanti alla sede dell'ambasciata di Turchia a Lefkosa scandendo slogan contro il premier turco Recep Tayyip Erdogan e, all'indirizzo dei manifestanti turchi, gridando frasi come ''auguri dall'isola di Cipro: Nicosia e piazza Taksim fianco a fianco contro il fascismo''. La polizia turco-cipriota ha cordonato la zona intorno alla sede diplomatica e vi sono stati brevi tafferugli fra dimostranti e agenti ma senza feriti.

16.30 - 
Si allarga l'adesione allo sciopero generale indetto in Turchia per oggi e domani dal sindacato Kesk (Confederazion dei sindacati del settore pubblico), contro la violenta repressione delle proteste di piazza degli ultimi giorni. Un altro dei sindacati più rappresentativi della Turchia, il Disk (Confederazione dei sindacati progressisti) ha annunciato la sua adesione alla giornata di sciopero di domani. Oggi, intanto, gli iscritti al Kesk si sono presentati al lavoro vestiti di nero e con un nastro nero al braccio, in segno di lutto per la morte di tre manifestanti, prima di smettere di lavorare alle 12, ora dell'inizio dello sciopero. L'astensione dal lavoro era stata indetta inizialmente contro una riforma nel settore del lavoro pubblico, ma é poi diventata un'espressione di solidarietà con i manifestanti.

16.10 - 
Sulle reti sociali diversi manifestanti turchi accusano la polizia di avere usato gas lacrimogeni scaduti contro la protesta antigovernativa dilagata negli ultimi giorni in tutto il paese. Alcuni di loro hanno ipotizzato che questa potrebbe essere la spiegazione degli effetti particolarmente forti sull'organismo dei manifestanti dei lacrimogeni. Su twitter @Fulyacondas ha pubblicato la fotografia di un candelotto esploso raccolto per terra a piazza Taksim a Istanbul sul quale c'é in turco la scritta ''Fabbricato nel 2006'' - ''Usare entro il 2011''. Molti manifestanti hanno denunciato il forte effetto tossico dei gas usati massicciamente dalla polizia a Istanbul, Ankara, Smirne, Antalya e in altre città.
15.40 - Il manifestante morto nella notte negli scontri a Hatay (Antiochia, sud della Turchia) non sarebbe deceduto per un colpo d'arma da fuoco sparato dalla polizia. Lo riferisce la procura citando il primo rapporto dell'autopsia. I medici legali non avrebbero trovato ''nessun foro di entrata o di uscita di un proiettile'', ma hanno constatato una frattura nella scatola cranica di 3 centimetri per 2,5. Era stato il governatore di Hatay a riferire che Abdullah Comert, 22 anni, era morto per ''gli spari da parte di una persona non identificata''. Secondo il leader del Chp di Antiochia Servet Muallaoglu, il ragazzo é morto dopo essere stato colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno. Molti manifestanti hanno affermato negli ultimi giorni che in diversi casi gli agenti hanno sparato i candelotti lacrimogeni ad altezza d'uomo mirando proprio alla testa i dimostranti.

15.15 - Un interessante servizio della Tv di Mosca Russia Today - http://www.youtube.com/watch?v=o3_jyLp5FK0

15.00 - Un video sugli scontri di ieri ad Ankara: http://www.youtube.com/watch?v=uHc3t9yKlRo

14.25 -
Da Izmir dallo stesso Quartier generale della Polizia hanno fatto sapere che gli elementi in borghese che negli ultimi giorni hanno aggredito con mazze e bastoni gruppi di manifestanti...erano poliziotti in borghese. Nessun accenno però a eventuali punizioni o indagini.

14.15 -
Protesta degli avvocati contro la repressione e la limitazione alla loro agibilità all'interno del tribunale di Caglayan, ad Istanbul.
avvocati

14.00 - Video, una settimana di resistenza da Gezi Park a tutta la Turchia: http://www.youtube.com/watch?v=59XPBtofVGA



13.30 - Un interessante video con immagini, interviste e ricostruzioni della rivolta turca e sulle sue ragioni: http://www.youtube.com/watch?v=TJp6yCodAZE




13.00 -  
"La Turchia deve condurre un'indagine approfondita e indipendente sul comportamento delle forze di sicurezza nei confronti dei manifestanti scesi in piazza in tutta la Turchia". Lo chiede l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani. "Siamo preoccupati per le notizie di eccessivo uso della forza dal parte delle forze dell'ordine contro i manifestanti in Turchia" ha detto la portavoce Cecile Pouilly. "Accogliamo con favore l'ammissione delle autorità che può esserci stato un uso sproporzionato della forza e il loro appello a un'indagine sui funzionari di polizia che avrebbero infranto la legge e violato gli standard internazionali sui diritti umani" ha detto Pouilly ai giornalisti. "Queste indagini vanno condotte in modo tempestivo, completo, indipendente e imparziale, e i colpevoli vanno consegnati alla giustizia" ha aggiunto. Insomma dovrebbero essere le autorità governative turche a indagare sul loro stesso operato...

12.30 - 
La polizia turca ha sparato, nei giorni scorsi, gas lacrimogeni persino all'ingresso del pronto soccorso di piazza Taksim, dove venivano portati i dimostranti feriti negli scontri di Istanbul. Lo denuncia Amnesty International in un appello al premier turco Recep Tayyp Erdogan a porre fine alle violenze sui manifestanti.

12.20 - 
Dal 29 maggio, oltre 2000 persone sono rimaste ferite in diverse città della Turchia, quando la polizia ha usato cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro i manifestanti. E' il bilancio fornito da Amnesty International in base a quanto riportato dall'Associazione medica turca. In particolare 1500 persone sono rimaste ferite a Istanbul, 414 ad Ankara, e 420 a Smirne. L'Associazione medica turca ha dichiarato che la maggior parte delle lesioni sono state causate dall'uso di idranti e lacrimogeni. Il conteggio non tiene conto dei feriti nelle altre città turche dove le manifestazioni, a volte imponenti, sono state attaccate brutalmente dalla polizia.

12.00 - 
La polizia turca ''ha fatto il suo lavoro'' negli ultimi giorni, ma ha subito ''provocazioni da parte di organizzazioni illegali''. Lo ha affermato oggi il vicepremier turco Bulent Arinc, che dirige il governo in assenza del premier Recep Tayyip Erdogan, in visita nel Maghreb. In una conferenza stampa Arinc ha anche accusato, come Erdogan due giorni fa, il Chp, il principale partito di opposizione, di essere dietro alle manifestazioni.

11.00 - 


10.35 - Al bilancio dei morti, informano fonti turche, va aggiunta una manifestante in coma dopo essere stata colpita da un lacrimogeno ad Istanbul. Secondo il governo, la rivolta ha fatto finora 160 feriti tra i poliziotti e 60 tra i civili. Cifre ridicole: per l'Associazione dei medici turchi i feriti sono 2.500 soltanto tra Istanbul e Ankara. E altrettanti gli arrestati.

10.20 - Il sindaco di Antalya, città sulla costa mediterranea della Turchia, si é rifiutato di fornire acqua per i veicoli dotati di cannoni ad acqua impiegati dalla polizia per disperdere le manifestazioni di questi giorni. Lo riporta l'agenzia Dogan, ricordando come il sindaco Mustafa Akaydin faccia parte del principale partito di opposizione a livello nazionale, il kemalista Partito repubblicano popolare (Chp). Akaydin ha respinto la richiesta della polizia di attingere ai tank pieni di acqua impiegati in genere dai vigili del fuoco, giustificando la sua decisione con i problemi che potrebbero esserci in caso di incendi. Il 'no' del sindaco é stato però aggirato dalla polizia, che ha ottenuto dal presidente del municipio Kerpez della città - che appartiene al Partito Giustizia e Sviluppo (Akp) del premier Recep Tayyip Erdogan - l'ok a utilizzare le scorte d'acqua destinate all'irrigazione di aiuole e parchi. Dall'ufficio di Turan Eren, governatore di Antalya - carica non elettiva, ma di nomina governativa - é arrivato un monito al sindaco Akaydin ad assecondare le richieste della polizia.

Il bilancio della giornata di ieri
Continuano manifestazioni e scontri, soprattutto ad Ankara e in alcuni quartieri di Istanbul, e purtroppo continua a crescere anche il numero dei manifestanti uccisi dalla dura repressione delle forze di sicurezza. Il conteggio ufficiale dei morti è arrivato ieri sera a tre, con il decesso di un ragazzo di 22 anni, Abdullah Comert, ucciso da un colpo d’arma da fuoco durante una manifestazione ad Antakya (Antiochia, provincia di Hatay), città al confine con la Siria. Secondo alcune fonti Comert era un attivista del Partito repubblicano popolare (Chp), il principale partito di opposizione turco, socialdemocratico e nazionalista. Altre due persone hanno perso la vita nei giorni scorsi negli scontri che hanno infiammato il Paese. Un altro giovane manifestante di sinistra, Mehmet Ayvalitas, è morto a Istanbul dopo essere stato travolto da un'auto che si è lanciata contro un gruppo di dimostranti antigovernativi. A perdere la vita è stato anche un altro giovane, Ethem-Sarisuluk, alla quale un poliziotto ha sparato alla testa a bruciapelo sabato, durante una manifestazione nel centro di Ankara. Questo il bilancio ufficiale: in realtà il conteggio fornito dai coordinamenti dell’opposizione è ancora più alto, e parla di cinque vittime, includendo altri due attivisti uccisi a Istanbul durante i duri scontri di venerdì scorso. Moltissimi sono i manifestanti ricoverati negli ospedali del paese in gravi condizioni, colpiti alla testa dai candelotti lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo o da pallottole di gomma. Molti coloro che hanno perso un occhio o del tutto la vista a causa anche dell'effetto dei gas Cs usati in quantità industriale dalle forze di sicurezza.

Scontri duri si sono verificati ieri in molte città della Turchia. Mentre a Taksim decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo, scontri sporadici si sono verificati ai margini della grande spianata e poi si sono spostati nel quartiere di Besiktas, dove i manifestanti da giorni assediano gli uffici del primo ministro Erdogan, attaccati e dati alle fiamme. Anche ad Ankara per tutto il giorno ieri e poi in serata i reparti antisommossa hanno tentato di sgomberare Piazza Kizilay con idranti e gas lacrimogeni sparati di nuovo dagli elicotteri, mentre i manifestanti hanno risposto lanciando pietre e bottiglie. Manifestazioni - spesso attaccate dalla Polizia - si sono tenute nella giornata di ieri anche a Bursa (dove a migliaia hanno bloccato l'autostrada), ad Adana, ad Antalya, a Izmir, a Mersin, Samsun, Trebisonda.

Questa mattina alle 11 intanto comincia uno sciopero di ‘avvertimento’ contro il governo che sta guadagnando numerose adesioni. A proclamarlo ieri, per 48 ore, è stato il Kesk, la Confederazione dei sindacati dei lavoratori pubblici. "Il terrore di Stato messo in atto contro proteste assolutamente pacifiche sta continuando in modo tale da minacciare la sicurezza della vite dei civili" scrive la confederazione, che conta circa 240 mila iscritti nel settore pubblico e che ha chiesto ad alre sigle sindacali e ai lavoratori non organizzati di mobilitarsi subito contro la repressione e contro il giro di vite antipopolare che il governo ha impresso alle politiche economiche negli ultimi anni. In queste ore la mobilitazione sembra crescere vista la chiusura di scuole e facoltà universitarie in particolare ad Istanbul e ad Ankara.

Ultima modifica Martedì 04 Giugno 2013 21:01 


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