Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 30 gennaio 2014

MAI PIU' CIE! 15 FEBBRAIO MANIFESTAZIONE A ROMA

Domenica 26 Gennaio 2014 16:37 

nocieMai più CIE – Diritti e accoglienza per tutti Sabato 15 febbraio 2014 corteo al Centro d'Identificazione ed Espulsione di Roma-Ponte Galeria 

Dopo le mobilitazioni dell’autunno per casa e reddito, la Roma Meticcia è tornata in piazza il 18 dicembre. Un corteo numeroso e determinato ha attraversato le strade della capitale nella “giornata internazionale dei migranti” per chiedere una legge organica che garantisca il diritto d’asilo, la chiusura dei CIE, un’accoglienza dignitosa contro il business delle cooperative a partire dal diritto all’abitare e l’abrogazione di tutti i provvedimenti legislativi in materia di immigrazione che minano la libertà e il diritto di scelta delle persone a muoversi e risiedere dove meglio credono. La mobilità transnazionale dei migranti sfida infatti le politiche neoliberali di austerity e confinamento, ponendo il tema della costruzione di un nuovo modello sociale, di una diversa modalità di vita in comune, che forza gli angusti confini degli stati nazionali ed al tempo stesso le retoriche bipartisan dell’accoglienza e del multiculturalismo. Mentre da piazza del Popolo qualche “forcone” rivendicava una “soluzione italiana” alla crisi, noi affermavamo con determinazione che “le lotte contro l’austerità non hanno frontiere”. Pochi giorni dopo in diversi nodi decisivi del sistema di governo dei flussi migratori esplodevano proteste auto-organizzate. A Mineo, nel CARA più grande d’Italia, i richiedenti asilo riprendevano la mobilitazione contro le condizioni di vita indegne e i tempi di attesa infiniti. A Lampedusa, i migranti intrappolati sull’isola e trattati come animali nel Centro di Prima Accoglienza chiedevano dignità e il trasferimento immediato. A Ponte Galeria, numerosi reclusi si cucivano la bocca e iniziavano uno sciopero della fame contro una detenzione ingiusta e illegittima e per la liberazione di tutti i migranti imprigionati nei Centri di Identificazione ed Espulsione. Anche nel dibattito politico le questioni connesse con le migrazioni e con il carattere meticcio della nostra società sono all’ordine del giorno dall’inizio dell’autunno appena trascorso. Da una parte, la Lega Nord e le formazioni neofasciste continuano a usare il colore della pelle di un ministro per promuovere una campagna razzista e dare visibilità alle posizioni anti-immigrati. Dall’altra, dopo ogni nuova strage in mare o "scandalo" sulla gestione dei CIE, i partiti di governo si lanciano in false dichiarazioni d’intenti, senza avere in realtà intenzione di modificare le politiche di controllo dell’immigrazione, se non in senso peggiorativo o per operazioni di facciata. La questione del reato di clandestinità e l’emendamento ipocrita appena approvato al Senato sulla materia ne sono l’ultima dimostrazione. In questo contesto, crediamo necessario mobilitarci per rivendicare dal basso una radicale trasformazione delle leggi che governano la vita di migliaia di cittadini migranti. In continuità con le proteste degli ultimi mesi dentro e fuori i CIE, chiediamo l’immediata chiusura di questi lager, dove migliaia di persone vengono detenute senza aver commesso alcun reato, dove i diritti fondamentali vengono calpestati quotidianamente. I CIE costituiscono uno degli ingranaggi del sistema di governo dei flussi migratori, che rende la popolazione migrante illegale e ricattabile, ai fini dello sfruttamento nel/del lavoro e nella/della vita e della collocazione in un ruolo subalterno nella società. I CIE hanno un costo umano e un costo economico - di soldi pubblici - che non abbiamo più intenzione di pagare. Al momento, oltre la metà dei CIE italiani sono stati chiusi grazie alle rivolte e alle proteste che li hanno interessati. È arrivato il momento di chiudere anche Ponte Galeria! Proprio oggi i cittadini migranti detenuti in quel luogo si sono cuciti nuovamente la bocca, ricominciando lo sciopero della fame: perché le promesse fatte dai rappresentanti delle istituzioni dopo la protesta di dicembre non sono state mantenute, perché i CIE non si possono riformare ma vanno chiusi per sempre. Vogliamo sostenere questa mobilitazione, aprendo una campagna condivisa e includente per mettere fine all’orrore di Ponte Galeria. Vogliamo farlo con i migranti auto-organizzati delle occupazioni, i movimenti per il diritto all’abitare, le reti e le associazioni anti-razziste, le comunità straniere e tutti coloro che credono che non debba esserci alcuno spazio per i CIE e per le leggi discriminatorie. Vogliamo avviare questa campagna nel mese di febbraio, anche verso un 1 marzo di mobilitazione meticcia che non lasceremo alle passerelle dei politici, recuperandone il significato originario della partecipazione e della pratica dei diritti messa in atto dai migranti.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare a un’assemblea pubblica mercoledì 5 febbraio alle ore 17.00 al Nuovo Cinema Palazzo, per discutere insieme della campagna che ci porterà il 15 febbraio in corteo a Ponte Galeria per dire “mai più CIE” e “diritti e accoglienza x tutti”.

Reti antirazziste Movimenti per il diritto all'abitare

#cieNO

#FacciamoliUscire

#RomaMeticcia

Mercoledì 5 febbraio h. 17:00 Assemblea pubblica Nuovo Cinema Palazzo (piazza dei Sanniti 9A) Sabato 15 febbraio h.15:00 CORTEO AL CENTRO D’IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI ROMA #MAIPIUCIE chiudiamo Ponte Galeria





Fonte:


http://www.infoaut.org/index.php/blog/migranti/item/10429-mai-piu-cie-15-febbraio-manifestazione-a-roma 


lunedì 23 dicembre 2013

LIBERATO SAMER ISSAWI

Portato in trionfo a Gerusalemme dalla famiglia, dagli amici e da centinaia di sostenitori. I suoi 266 giorni di sciopero della fame fecero notizia in tutto il mondo.


lunedì 23 dicembre 2013 20:01






della redazione

Gerusalemme, 23 dicembre 2013, Nena News - La tanto attesa scarcerazione, avvenuta oggi, di Samer Issawi non è un regalo natalizio delle autorità israeliane ma la realizzazione dell'accordo, raggiunto otto mesi fa, che mise fine ai 266 giorni di sciopero della fame attuato dal detenuto palestinese fino al punto di rischiare la vita.

Centinaia di persone oggi hanno atteso Issawi al suo ritorno da uomo libero a Gerusalemme. La festa di familiari ed amici andra' avanti per tutta la notte.

Militante del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, arrestato nel 2002 e condannato a 26 anni di prigione per presunte "attività terroristiche", Samer Issawi era stato rilasciato nel 2011 come parte dello scambio tra mille detenuti politici palestinesi e il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero a Gaza per più di cinque anni.

Issawi era stato nuovamente arrestato nel luglio 2012, con l'accusa di aver violato i termini della sua scarcerazione.

Secondo Israele avrebbe lasciato Gerusalemme per incontrare in Cisgiordania militanti della sua organizzazione e creare "cellule terroristiche. Issawi invece ha sempre sostenuto di aver lasciato Gerusalemme solo per riparare la sua auto in Cisgiordania, dove i costi sono più bassi.

La sua protesta portata al limite estremo aveva attirato l'attenzione internazionale e l'appoggio di attivisti di molti Paesi. Israele detiene quasi 5.000 prigionieri politici palestinesi, di cui circa 150 in detenzione amministrativa (senza accuse precise né processo) e circa 150 minori. Nena News 




 Fonte:

BOCCHE CUCITE AL CIE DI PONTE GALERIA

Domenica, 22 Dicembre 2013 12:40

Di

Redazione Contropiano


Bocche cucite al Cie di Ponte Galeria











Continua nel centro di detenzione per stranieri di Ponte Galeria a Roma l’eclatante protesta dei migranti che da ieri gradualmente hanno deciso di cucirsi letteralmente la bocca contro le tremende condizioni alle quali sono sottoposti. Da ieri alle 12 i protagonisti della protesta - arrivati mentre scriviamo a dieci - hanno cominciato a realizzare uno sciopero della fame e a non ritirare i pasti.
A partire da ieri sono sempre più numerosi i cittadini stranieri rinchiusi nella struttura alla periferia di Roma che con un ago di fortuna e il filo ottenuto da una coperta si sono cuciti la parte laterale della bocca per denunciare la propria prolungata detenzione nel Cie. Un atto disperato che almeno è servito a riportare l’attenzione dei media e di alcune forze politiche sulla sorte di migliaia di migranti stipati in centri di detenzione diffusi in tutto il territorio nazionale dopo la diffusione del filmato che ritraeva alcuni migranti rinchiusi nel centro di Lampedusa mentre venivano spogliati e disinfestati davanti a tutti.
Il primo a iniziare la protesta ieri in tarda mattinata sarebbe stato un giovane imam tunisino di 32 anni, seguito poi da altri 8 colleghi di sventura, tra i quali 4 marocchini e da altri 3 connazionali. 
 Nel Cie di Ponte Galeria sono attualmente rinchiuse 90 persone, 61 uomini e 29 donne, alcuni dei quali provenienti dalle carceri e poi trasferiti nella struttura alle porte di Roma in attesa di una identificazione che tarda mesi ad arrivare.
A quanto hanno appurato i collaboratori del Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni - che settimanalmente accedono alla struttura - «i dimostranti sono in buone condizioni, anche se continuano a rifiutare di incontrare gli operatori che gestiscono il Cie». 

Ultima modifica il Domenica, 22 Dicembre 2013 17:22 
Fonte:

domenica 5 maggio 2013

Bobby Sands: una storia di disciplina, dignità ed unità


Scritto da 

 "Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato." da Il diario di Bobby Sands
“Discipline, dignity and unity”. Disciplina, dignità ed unità. Così titolava il numero di An Phoblacht (mensile pubblicato dal partito Sinn Féin in Irlanda ed il cui titolo significa “La Repubblica”) di domenica 3 maggio 1981. La disciplina, la dignità e l'unità a cui ci si riferiva erano quelle dei militanti dell'IRA rinchiusi da anni nel carcere di alta sicurezza di Long Kesh, vicino a Belfast, dove a lungo sono stati vittime di violenze ed atroci torture. Il gruppo di detenuti nel marzo dello stesso anno aveva preso la decisione, guidati da Bobby Sands, di iniziare uno sciopero della fame che li avrebbe condotti alla morte nel caso il Primo Ministro della Gran Bretagna, una Margaret Thatcher eletta da poco al suo primo mandato, non avesse riconosciuto loro lo status di prigionieri politici.
Bobby Sands, Ufficiale Comandante dei prigionieri dell'IRA detenuti a Long Kesh, ed i suoi compagni dal momento in cui furono rinchiusi nel blocco H (riservato ai militanti dell'IRA) avevano richiesto di essere riconosciuti come prigionieri politici: la lotta che stavano combattendo, assieme ad altri migliaia e migliaia di persone, era una lotta di liberazione e di riscatto dai soprusi che la popolazione irlandese era costretta a subire da parte degli unionisti fedeli alla Corona di Sua Maestà nell'Ulster. Ad una netta disuguaglianza sociale ed economica che divideva cattolici da protestanti, si aggiunsero discriminazioni civili (ad esempio sul diritto di voto) e violenze. Il tutto, ricordiamocelo, con ancora aperta la ferita della separazione dell'Ulster dal resto dell'Irlanda.
La loro richiesta, quindi, era semplicemente quella di veder riconosciuta la propria incarcerazione come fatto politico e non come semplice punizione. Questo status che venne fortemente negato dal Governo britannico: avrebbe significato dare legittimità alla battaglia dell'IRA e riconoscere l'esistenza di disuguaglianze e discriminazioni. I prigionieri si organizzarono quindi portando avanti una serie di proteste: si rifiutarono inizialmente di indossare le divise del carcere non essendo, appunto, carcerati come gli altri, ed in seguito di lavarsi. Queste forme di protesta non riuscirono a smuovere minimamente la posizione di Margaret Thatcher. I prigionieri decisero quindi di passare allo sciopero della fame. Dobbiamo precisare, per comprendere a pieno la loro lotta, che lo sciopero della fame è considerato da coloro che si battono per un'Irlanda unita e repubblicana un gesto pieno di significato: rimanda alla Great Famine, durata dal 1845 al 1852 circa e durante la quale migliaia e migliaia di irlandesi morirono di stenti ed emigrarono. Non fu una carestia vera e propria: un fungo particolare distrusse quasi totalmente le piantagioni di patate, alimento principale per la popolazione povera (in quasi totalità cattolica), mentre navi mercantili britanniche continuavano a depredare l'isola per i portare avanti i proprio affari.
La scelta di lasciarsi morire dignitosamente di stenti presa dal gruppo di detenuti si ricollegava quindi alla storia dell'indipendenza irlandese e serviva a ribadire il motivo per il quale si trovavano incarcerati.
Così, il primo giorno di marzo del 1981 iniziò la staffetta: il primo ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands e alla sua morte seguirono gli altri, con disciplina, dignità ed unità.
La lotta dei prigionieri del Blocco H ricevette attenzione non solo dagli abitanti di Irlanda e Regno Unito ma da tutto il mondo. Bobby Sands fu addirittura eletto deputato nel Parlamento nella circoscrizione di Fermanagh – South Tyrone, senza riuscire ovviamente a prendere il proprio posto.

Bobby Sands morì il 5 maggio del 1981, dopo sessantasei giorni senza cibo. La sua condotta fu di esempio e diede la forza a tutti e nove i prigionieri che intrapresero lo sciopero dopo di lui.
La sua è una storia di una coerenza e di un coraggio che lasciano senza parole. L'amore per il proprio Paese, per la propria storia e per la propria libertà, mai conosciuta veramente, che animavano Bobby e gli altri ragazzi sono gli stessi che oggi spingono i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane ad intraprendere la stessa forma di protesta. Dopo gli altri prigionieri che avevano cominciato a rifiutare il cibo lo scorso inverno, l'ultimo è stato Samer al Issawi, che ha interrotto il suo sciopero, avendo raggiunto, un accordo col governo, lo scorso 23 aprile.
Se è vero che quello di indipendenza irlandese è un movimento molto peculiare, per i successi ottenuti dalle sue organizzazioni (IRA e Sinn Féin), per la sua matrice apertamente socialista e per il livello di radicamento che ha sempre avuto, da una parte è facile tracciare una linea rossa che unisce i guerriglieri dell'IRA ai militanti indipendentisti palestinesi a quelli del PKK curdo. E questo significa che qualcosa da imparare da Bobby Sands e gli altri che lo hanno preceduto ce lo abbiamo anche noi: disciplina, dignità ed unità.


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giovedì 11 aprile 2013

BAHRAIN: TORNA IL GP DI F1, CRESCE LA REPRESSIONE

giovedì 11 aprile 2013 05:05
La polizia di re Hamad bin Isa al Khalifa ha lanciato una campagna di arresti di oppositori in citta' e villaggi in anticipo sul GP di Formula Uno.



di Michele Giorgio
  Roma, 11 aprile 2013, Nena News - Yousef Al Muhafedha, del Centro del Bahrain per i Diritti Umani, parla in fretta, desidera riferire tutto ciò che ha registrato nelle ultime ore. «E' in corso un'ondata di arresti in tutto il Bahrain - esordisce rispondendo alle nostre domande - almeno 50 persone sono finite in manette in vari villaggi, le ultime 20 a Sitra. La polizia ha fatto irruzione in decine di case, durante la notte, per intimidire e lanciare avvertimenti prima del Gran Premio di Formula Uno. La retata prosegue mentre noi parliano al telefono».

Per il secondo anno consecutivo la monarchia assoluta di Re Hamad bin Issa al Khalifa fa di tutto per impedire che l'opposizione possa "turbare" lo svolgimento del Gran Premio di Sakhir, la vetrina del Bahrain. E per il secondo anno consecutivo il circo della Formula Uno, dalla Ferrari alla Red Bull, finge di non sapere che in Bahrain sono negati diritti fondamentali, che la repressione ha fatto molte decine di morti e che nelle carceri ci sono attivisti che hanno soltanto chiesto riforme e uguaglianza tra tutti i cittadini. E se nel 2012, anche se solo per qualche giorno, ci fu qualche esitazione prima del Gran Premio, quest'anno tutto tace.

«Lo sport è un'altra cosa» e non deve essere coinvolto in questioni politiche, commentò qualche pilota lo scorso anno. Sono rimaste scolpite nella memoria di molti le parole di Nico Hulkenberg, driver nel 2012 della "Force India". «Non è giusto, siamo qui solo per correre e certe cose non dovrebbero accadere», disse Hulkenberg dopo che quattro membri della sua scuderia erano rimasti coinvolti in scontri tra dimostranti e polizia. Il pilota avrebbe dovuto indirizzare le sue critiche nei confronti del patron della Formula Uno Bernie Ecclestone che non rinuncerebbe mai al Gp in Bahrain. Gli affari vengono prima di tutto, i diritti dei popoli oppressi molto dopo. E tacciono anche gli Stati Uniti che nel Bahrain hanno la base della loro V Flotta.

Eppure la situazione in questo piccolo arcipelago del Golfo resta drammatica a poco più di due anni dalle proteste di Piazza della Perla represse nel sangue dalla polizia del re, con l'aiuto di truppe saudite e di agenti speciali degli Emirati. A poco o a nulla è servito il «dialogo nazionale» avviato nei mesi scorsi dalla monarchia con la parte più moderata dell'opposizione. Anzi, sottolineano gli attivisti della rivolta più giovani, il dialogo si sta trasformando in una copertura per il regime di fronte all'opinione pubblica internazionale.

Le denunce fatte da Yousef Al Muhafedha hanno trovato una immediata conferma nel comunicato diffuso ieri da Human Rights Watch. «Questa nuova ondata di arresti e il modo in cui viene condotta sollevano nuovi interrogativi sulla reale intenzione delle autorità del Bahrain di procedere sulla strada delle riforme», ha scritto Sarah Leah Whitson, responsabile per il Medio Oriente di HRW. Dal primo aprile, aggiunge l'attivista dei diritti umani, la polizia ha effettuato 30 raid a Dar Khulaib, Shahrakan, Madinat, Hamad e Karzakkan, villaggi e cittadine situate a breve distanza dal circuito di Sakhir. E non possono passare inosservate anche le pesanti condanne al carcere inflitte nei confronti di minorenni, processati assieme agli adulti, come denuncia un altro importante centro per i diritti umani, Amnesty International. Il 4 aprile Ibrahim al-Moqdad, 15 anni, e Jehad Salman, 16 anni, sono stati condannati a 10 anni di carcere dall'Alta Corte di Manama con l'accusa di tentato omicidio e di aver dato fuoco ad un'automobile.

Restano nel frattempo in prigione tre noti attivisti dei diritti umani del Bahrain: Nabil Rajab, Abdulhadi al Khawaja e sua figlia Zainab al Khawaja. Quest'ultima, una blogger molto nota (@angryarabiya), ha osservato un lungo lungo sciopero della fame in cella, che ha interrotto tre giorni fa. Dal carcere Zainab di recente ha scritto una lettera sulla figura e l'impegno di Martin Luther King, suo ispiratore, rivolta in particolare agli Stati Uniti alleati di re Hamad. «Nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all'ascolto».



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70870&typeb=0&Bahrain-torna-il-GP-di-F1-cresce-la-repressione- 



martedì 5 marzo 2013

PALESTINA. LA MATITA PERICOLOSA DI MOHAMMAD SABA'ANEH

 
Un vignettista palestinese viene arrestato senza ragioni apparenti: tra accuse sconosciute e divieto di assisterlo per i suoi avvocati, per lui si profila lo stesso destino dei tanti prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Questa volta, in solidarietà, si mobilitano le ‘matite’ che hanno disegnato le rivoluzioni arabe. 

di Maria Letizia Perugini

Mohammad Saba'aneh ha 32 anni. È un vignettista palestinese, disegna per il giornale al-Hayat al-Jadida e lavora per il dipartimento di relazioni pubbliche dell’Università Araba Americana (AAU) di Jenin.
Il 16 febbraio scorso stava tornando nel suo paese dopo quattro giorni passati ad Amman per conto dell’AAU. Il suo viaggio, però, è finito al check point del ponte di Allenby dove, fermato dalle autorità israeliane, è stato arrestato e trasferito al centro di detenzione di Jalameh (prigione di Kishon, a nord di Tel Aviv). 
Da qui inizia il suo calvario.
Dopo l’arresto l’interrogatorio, senza che nessuna accusa fosse stata formalizzata nei suoi confronti. Negato anche l’incontro con gli avvocati. 
Nei giorni seguenti le notizie che arrivano sono poche e frammentarie, perchè dal 16 febbraio nessuno ha potuto incontrarlo.
Mohammad sarabbe comparso davanti a una Corte già due volte. Il 20 febbraio il suo fermo è stato prolungato di 9 giorni e il 28 febbraio è stato confermato: dovrà restare in carcere per ulteriori indagini. 
Gli ultimi aggiornamenti arrivano dal Committee to Protect Journalists (CPJ), ma non danno molta speranza né forniscono notizie più chiare: gli avvocati di Mohammad hanno fatto appello contro il prolungamento della detenzione e chiedono ancora di poter incontrare il proprio assistito, che intanto sarebbe stato trasferito nel carcere di Ashkelon. 
Le ragioni dell’arresto restano oscure. Ad avere infastidito le autorità israeliane, probabilmente, le sue vignette.
Profetica quella che ha scelto di intitolare 'Sognando la libertà', tra le ultime realizzate, in cui è rappresentato un ragazzo che - dietro le sbarre di una prigione e con una palla al piede - proietta l’ombra di una colomba con le ali spiegate intrecciando le mani verso un cono di luce. 
Le autorità, per il momento, hanno giustificato l’arresto con la necessità di condurre indagini su presunti servizi forniti da Mohammad a “organizzazioni ostili”. Ma non esistono accuse formali. 
Un copione che si ripete. Una nuova detenzione amministrativa, un’altra persona finita in carcere senza accuse e senza speranza di tornare presto in libertà.
Perché quando si viene arrestati dalle autorità israeliane, il più delle volte, non è dato sapere il motivo: ‘ragioni di sicurezza’ impongono generalmente la segretezza sui capi d’accusa.
È così che i più elementari diritti umani vengono calpestati: è successo anche ad Arafat Jaradat, arrestato per aver preso parte ad alcune manifestazioni e sottoposto ad interrogatorio da parte dei servizi segreti per una settimana nel carcere di Megiddo.
Solo che lui, in prigione, ha trovato la morte.
Sopraggiunta proprio nelle stesse ore in cui Mohammad vedeva la sua pena prolungata, in un intreccio che rende i destini dei due giovani terribilmente simili.  
All’indomani del decesso di Arafat, per ragioni ancora da chiarire, la famiglia di Mohammad ha riversato tutta la sua angoscia in un comunicato rivolto alla comunità internazionale, per chiedere di non essere lasciata sola davanti al muro di gomma delle autorità israeliane. 
Chiede pressioni internazionali, perché solo così può sperare di rivedere Mohammad vivo e in tempi ragionevoli. Solo in questo modo, forse, sarà possibile evitare l’ennesima vittima di una pratica – quella della ‘detenzione amministrativa’ - che da Israele non accenna ad essere abbandonata. 
Intanto, mentre si consumava il destino di Mohammad, i prigionieri palestinesi iniziavano un nuovo sciopero della fame per denunciare la morte di Jaradat: perché non passasse inosservata, e la loro condizione di condannati senza accusa a una pena indefinita non venisse ignorata. 
Lo scorso anno le proteste contro il regime di detenzione amministrativa erano state imponenti, e lo sciopero della fame avviato da alcuni prigionieri politici palestinesi aveva finito per coinvolgere oltre 2000 detenuti. 
Allora la mobilitazione aveva portato ad un accordo, secondo il quale Israele avrebbe accettato di non rinnovare gli ordini di arresto preventivo a meno che l’intelligence non avesse presentato nuove prove significative. Queste promesse, però, sono rimaste lettera morta.
Le detenzioni amministrative sono state riconfermate e continuano ad essere emesse.
Così come sono ancora in corso gli scioperi della fame: pochi giorni fa Human Rights Watch riportava le tragiche condizioni in cui versano Samer Issawi e Ayman Sharawna, in carcere dall’inizio del 2012 e ormai a rischio di sopravvivenza. 

 
 
Le basi (il)legali della detenzione amministrativa

Il regime di detenzione amministrativa è un retaggio del mandato britannico, le cui basi giuridiche oggi sono rintracciabili in tre porzioni della legislazione israeliana, applicabili nelle diverse zone dei Territori occupati.
Per quanto riguarda la Striscia di Gaza viene applicato un provvedimento che riguarda l’arresto dei “combattenti illegittimi”, secondo il quale sono considerati tali tutti coloro “che hanno preso parte ad attività ostili contro lo Stato di Israele”.
La legge è in vigore dal 2005, data del ritiro degli insediamenti israeliani da Gaza, per colmare il ‘vuoto’ creato dal decadimento della legislazione militare valida fino a quel momento. 
Per quanto riguarda il territorio israeliano viene invece applicata la “normativa di emergenza” del 1979, e in particolare il capitolo relativo agli arresti, da applicarsi solo quando viene dichiarato lo “stato di emergenza”. Che, però, in Israele è in vigore sin dalla sua fondazione. 
Ad oggi, la maggior parte delle detenzioni amministrative avviene in Cisgiordania, con l’applicazione degli articoli 284-294 dell’Ordine militare n.1651 riguardante le disposizioni di sicurezza, parte della legislazione militare a cui sono sottoposti i Territori occupati. 
Lo schema di tutti questi provvedimenti è simile: gli arresti possono essere effettuati a discrezione delle autorità se ritengono che sussistano “imperativi motivi di sicurezza”. Tutta la procedura è fondata su “ragionevoli basi” valutate di volta in volta dal comando militare, ma tra le condizioni per l’arresto non si parla mai della necessità di produrre “prove”.
Anzi, la sezione dell’ordine che le prende in esame sottolinea solo che il giudice può decidere di derogare al sistema che ne prevede la presentazione se ritiene che questo possa giovare al procedimento.
A sua discrezione anche la decisione, laddove presenti, di renderle note all’imputato o ai suoi legali. L’appello riguardo le decisioni del giudice, inoltre, deve essere presentato davanti a una Corte militare.
La detenzione amministrativa, sulla carta, non potrebbe eccedere i 6 mesi di durata. Ma non esistono limiti reali al rinnovo di questo periodo, che può essere esteso in modo indefinito. Una pratica che viola la legislazione internazionale, sia in termini di diritti umani che umanitari, e da più parti denunciata. 
Perché se a livello internazionale ne è prevista l’esistenza, si tratta comunque di una ‘misura eccezionale’ che dovrebbe essere applicata seguendo canoni di legalità molto stringenti. E non è questo il caso di Israele.
Secondo l’analisi dell’organizzazione israeliana B’Tselem, infatti, l’uso che ne viene fatto è estremamente estensivo: una routine, insomma, capace di produrre centinaia di casi ogni anno.
Dovrebbe inoltre trattarsi di una pratica sussidiaria, da utilizzare in ultima istanza, e non un’alternativa più veloce e ‘pratica’ al processo penale, soprattutto nei casi in cui le prove a carico dell’imputato siano poche o inesistenti. La loro assenza, riscontrata nella maggioranza dei casi, implica l’impossibilità per i detenuti di difendersi: non essendoci accuse pubbliche non è possibile costruire una difesa efficace. 
È infine la vaghezza della formula utilizzata di “attentato alla sicurezza della nazione” a rendere estremamente ampio il campo della sua applicazione: le manifestazioni settimanali nonviolente che si svolgono in tutti i Territori il venerdì, ad esempio, vengono fatte rientrare in questa fattispecie di reato. 
 
La mobilitazione per Mohammad Saba'aneh: matite all’attacco

Le proteste e gli appelli che da mesi le associazioni internazionali per i diritti umani stanno portando avanti contro la detenzione amministrativa sono rimasti inascoltati. Ma ad ogni nuovo arresto la mobilitazione serra le fila.
In queste settimane, a muoversi è la comunità dei fumettisti arabi.
I primi a dare notizia dell’arresto di Saba'aneh sono stati i vignettisti del blog Cartoonmovement con il quale Mohammad collabora, che stanno seguendo l’evolvere della situazione, pubblicando quotidianamente vignette che denunciano la vicenda.
Ma anche a livello internazionale l’appoggio arriva da più parti.
Da qualche giorno si è mobilitato il collettivo di disegnatori tunisini Yakayaka, che sta postando disegni dedicati alla storia di Mohammad, e che ha aderito alla campagna del Consiglio internazionale per i Diritti umani, che invita a inviare un appello direttamente alle autorità israeliane e ai responsabili delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo affinché prendano immediati provvedimenti per la liberazione del giovane. 
E poi ci sono le ong che si occupano di libertà di stampa: Reporters Sans Frontières e il CPJ stanno seguendo la vicenda fin dall’inizio, perchè il ruolo dei fumettisti come attori dell’informazione si è imposto con decisione nel corso di questi mesi. 
La potenza delle immagini che realizzano e la loro ironia dissacratoria hanno  raccontato e informato sui mesi caldi delle rivolte arabe.
Ed è probabilmente la forza di queste denunce ad aver portato Mohammad in carcere.


(Tutte le vignette pubblicate sono di Mohammad Saba'aneh. Si ringrazia il collettivo Cartoonmovement per averle messe a disposizione di Osservatorio Iraq). 

4 marzo 2013


Fonte:



domenica 3 marzo 2013

ARAFAT JARADAT E' STATO ASSASSINATO DAGLI AGUZZINI SIONISTI DOPO OTTO GIORNI DI TORTURA


Arafat Jaradat è stato assassinato dagli aguzzini sionisti dopo otto giorni di tortura! 

di ForumPalestina

Continua la mobilitazione dei palestinesi dopo la notizia della morte nel lager israeliano di Megiddo del militante palestinese Arafat Jaradat. Il giovane palestinese era stato arrestato 8 giorni fa dalle unità speciali dell’esercito israeliano durante un rastrellamento. La sua detenzione nel centro dedicato agli interrogatori, che avvengono in regime di totale isolamento e che prevedono l’uso di pressioni “fisiche e psicologiche”, lascia pochi dubbi sulle cause della sua morte; Arafat Jaradat è stato assassinato dopo otto giorni di tortura.
La tensione sta salendo nelle strade della Palestina occupata che risponde così a questo ennesimo assassinio e si stringe intorno allo sciopero della fame ingaggiato da tremila detenuti politici palestinesi, che si sono aggiunti alla lotta dei quattro detenuti politici Samer Issawi, Ayman Sharawneh, Ja’far Ezzedine, Tariq Qa’dan, in digiuno contro l’infame regime giudiziario e carcerario sionista.
La dirigenza politica e militare sionista, di fronte a questa prova di forza del popolo palestinese, sta rispondendo con le forme consuete di un’entità occupante e coloniale, repressione e terrore. L’esercito e la polizia sionisti hanno risposto alle manifestazioni popolari palestinesi sparando lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d’uomo, effettuando rastrellamenti nel tentativo di fermare le proteste. Il Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, con l’arroganza che contraddistingue la peggior genia di dittatori, pretende che sia l'Anp a riportare la calma nella Cisgiordania, dopo che i soldati israeliani hanno ucciso Jaradat.
L’escalation della repressione israeliana ha spinto il segretario generale della Lega Araba Nabil el Araby ad elevare una formale protesta. Una reazione priva di qualsiasi reale impatto per gli israeliani, visto che i maggiori rappresentanti della Lega Araba sono tra i garanti della resa ad Israele. I governi che compongono la Lega Araba, tra cui Giordania, Oman, Arabia Saudita e, nonostante l’avvento dei Fratelli Musulmani, Egitto e Tunisia, hanno ribadito la loro alleanza con gli USA e l’UE e non si sognano affatto di mettere in discussione i trattati di pace con Israele.
E’ necessario continuare a denunciare la complicità internazionale a sostegno di Israele; questo significa attaccare politicamente gli interessi della borghesia europea ed italiana con l’occupante sionista. E’ altrettanto importante far sentire in maniera concreta e diretta la nostra solidarietà al movimento di liberazione palestinese e ai prigionieri politici, che in questo momento rappresentano il punto più alto della lotta contro l’occupante sionista.
Ci stringiamo a fianco del popolo palestinese per la morte di Arafat Jaradat.
Libertà per i prigionieri politici palestinesi!
Basta con la detenzione amministrativa!
Basta con le torture nei lager israeliani!

Forum Palestina


Fonte:

lunedì 11 febbraio 2013

ISRAELE: 202 GIORNI DI SCIOPERO DELLA FAME, SAMER STA PER MORIRE IN CARCERE





Nel carcere di Gerusalemme è in fin di vita Samer al-Issawi, un ragazzo palestinese arrestato senza un’accusa formale nei suoi confronti né tantomeno una condanna.
Samer è nato il 16 dicembre 1979 a Issawiya (da lì il suo cognome), un villaggio palestinese vicino Gerusalemme est. Partecipare alla prima Intifada gli costò una condanna, da parte di un tribunale militare, a 30 anni di prigionia. Rilasciato nel 2011 nello scambio di prigionieri in cui il carrista israeliano Gilad Shalit è stato liberato, Samer ha ottenuto l’amnistia.


UN NUOVO ARRESTO. Nel luglio del 2012 un nuovo arresto. Perché ha oltrepassato il confine del territorio da lui “calpestabile”, abusando della libertà di movimento limitata dalle autorità israeliane. Confine che, secondo quanto dichiarato dal padre di Samer, veniva spostato quasi ogni settimana. Il suo arresto è avvenuto senza un’accusa formale né tantomeno una condanna a suo carico; è stato semplicemente l’ennesimo caso di detenzione amministrativa.

LO SCIOPERO DELLA FAME. Nel 2011 Khader Adnan e Hana Shalabi rifiutarono il cibo dei carcerieri; sul loro esempio circa 2mila altri prigionieri palestinesi digiunarono per 66 giorni, al termine dei quali riuscirono a raggiungere un accordo (poi disatteso più volte dal servizio carcerario) per ottenere migliori condizioni. Con lo stesso spirito che ha guidato queste azioni di protesta pacifica, anche Samer, in seguito al suo arresto, ha iniziato uno sciopero della fame.

LA SALUTE COMPROMESSA. Dopo oltre 180 giorni senza cibo (a parte una lieve somministrazione di vitamine e liquidi per via endovenosa avvenuta, come ricorda NenaNews, dietro minaccia israeliana di iniettargli a forza del glucosio che, visto il suo stato di salute, probabilmente l’avrebbe ucciso) e dopo numerosi ricoveri in ospedale, lui fu ridotto alla sedie a rotelle, i suoi reni smisero di lavorare come avrebbero dovuto e il suo peso raggiunse i 48 chili. Come riportato dal blogger Abed Enen, la sera dell’11 febbraio la Croce Rossa ha comunicato quello che molti temevano: nel 202esimo giorno di sciopero della fame Samer “sta per morire”. Ai famigliari ha dichiarato: “O vinco la battaglia per la libertà e per la dignità, oppure muoio combattendo. Vi voglio bene”.

“NON STRINGERE QUELLA MANO”. Senza aver mai ricevuto un’accusa formale, Samer ha più volte chiesto udienze ai giudici. Alcune volte questi rifiutarono all’ultimo momento di concederla, rinviandola – dopo un’attesa di almeno 20 giorni – a corti militari. Altre volte veniva accettata, come quella volta in cui, di fronte al giudice e alla famiglia, venne picchiato dai soldati perché voleva stringere la mano alla madre. A proposito di quell’udienza, la sorella Shereen ha raccontato: “Ogni qual volta Samer ha cercato di stringere la mano a mia madre o anche solo di toccarla, i soldati israeliani glielo hanno impedito. E dato che Samer ci ha provato più volte, i soldati hanno assalito lui e la mia famiglia. È stato veramente brutale e disumano”.

UNA FAMIGLIA MARTORIATA, IN UNA TERRA MARTORIATA. La famiglia al-Issawi non è nuova ad arresti e uccisioni. La nonna di Samer è stata uccisa durante la prima Intifada, i suoi genitori sono stati arrestati nei primi anni ’70, suo fratello maggiore è stato ucciso negli scontri che hanno seguito l’eccidio nella Moschea di Abramo e anche i suoi sei fratelli e sorelle hanno affrontato arresti.

In questo momento anche i detenuti Ayman Sharawna, Jafar Azzidine, Tarek Qa’adan, e Yousef Yassin sono in sciopero della fame.


Valerio Evangelista



Fonte:

Oman, 21 prigionieri politici in sciopero della fame

Condannati a 18 mesi per partecipazione a manifestazioni di protesta e critiche al regime. Parlamento approva aumento del salario minimo per evitare nuove proteste.


lunedì 11 febbraio 2013 11:23






dalla redazione

  Roma, 11 febbraio 2013, Nena News - Ventuno attivisti detenuti in Oman hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro i continui rinvii dei processi in cui sono imputati. Il crimine che avrebbero commesso è quello di espressione: i ventuno attivisti sono accusati di aver utilizzato internet per criticare il governo o di aver preso parte a manifestazioni di protesta contro il regime.

Lo sciopero della fame è partito sabato nel carcere di Samayl, ha annunciato uno degli avvocati, Yaqoob al-Harthy. Uno dei prigionieri, Said al-Hashemi, è stato già punito con l'isolamento, accusato dalle autorità carcerarie di aver dato il via allo sciopero. "Said è stato messo in isolamento perché pensano che abbia istigato lo sciopero della fame - ha spiegato Harthy - Ma è solo uno dei prigionieri in protesta".

I ventuno attivisti sono stati condannati a 18 mesi di carcere per aver violato la cosiddetta "legge cyber" o per aver partecipato a manifestazioni non autorizzate. Una sentenza contro la quale hanno presentato appello alla Corte Suprema. Ma l'udienza è stata continuamente posposta.

In una lettera scritta sabato, i prigionieri scrivono:
"Come affermazione della nostra liberà volontà e in protesta contro le pratiche giudiziarie e il ritardo della decisione finale del tribunale, i prigionieri di opinione ed espressione annunciano l'avvio di uno sciopero della fame a tempo indeterminato a partire dal 9 febbraio 2013 , fino a quando la nostra oppressione non finirà, fino a quando la giustizia e l'imparzialità dell'Alta Corte non ci sarà riconosciuta e fino a quando la palese interferenza nel potere giudiziario in Oman non sarà fermata".

L'Oman è da tempo target dei gruppi di difesa dei diritti umani per le continue violazioni e la dura repressione di ogni forma di critica interna. Nel rapporto del 2012 di Amnesty International, l'associazione accusa il governo di eccessivo utilizzo della forza contro i manifestanti e della promulgazione di legge che autorizzano i vertici dello Stato a punire chiunque critichi il regime quarantennale del sultano Qaboos.

Da gennaio ad aprile 2011, a seguito delle rivoluzioni esplose in Tunisia ed Egitto, anche l'Oman era sceso in piazza - nel silenzio dei media internazionali - per chiedere riforme che migliorassero le condizioni di vita della popolazione: aumento dei salari, abbassamento del costo della vita, riforme politiche democratiche, rispetto della libertà di espressione e di critica.

Richieste mai soddisfatte dal regime dell'Oman che aveva risposto con la repressione delle proteste di piazza e con un rimpasto di governo che ben pochi cambiamenti ha realizzato nei successivi due anni.
Sabato scorso, il parlamento dell'Oman ha approvato un aumento del salario minimo per evitare nuove sollevazioni da parte della popolazione. L'obiettivo è spostare i lavoratori verso il settore privato e diminuire così il tasso di disoccupazione: dal primo luglio il salario minimo nel settore privato salirà a 325 rial al mese (844 dollari), un aumento di oltre il 60% rispetto al passato e che interesserà circa 122mila lavoratori. Nena News



Fonte:


DUE ATTIVISTI DELL'ISM, TRA CUI MARCO, 54ENNE DI ROMA, SONO STATI ARRESTATI E RISCHIANO L'ESPULSIONE DOPO UNA NUOVA PROTESTA NEL VILLAGGIO CANAAN

Posted on by claudiot


Marco ha deciso di resistere alla deportazione ed urgono DONAZIONI per far fronte alle spese legali.

fonte: palsolidarity.org

Aggiornamento del 10 febbraio: attivista ISM in sciopero della fame!


Dave e Marco sono detenuti nel carcere di Givone rischiano la deportazione.
Uno di loro, Marco Di Renzo (54 anni), ha deciso di iniziare uno sciopero della fame da stasera (ieri sera per chi legge) in solidarietà con i prigionieri politici palestinesi e per protestare contro la sua espulsione illegittima. Ha deciso anche di smettere di prendere i suoi farmaci per la pressione sanguigna, esponendo la sua vita a seri rischi date le sue condizioni di salute dovute ad una precedente tiroidectomia.
Le accuse contro di lui sono la presenza in una zona militare chiusa e l’aver aggredito un soldato con la sua macchina fotografica, accusa questa completamente falsa.

 canaan2 




Fonte:

martedì 29 gennaio 2013

AL-ASRA E BAB AL-SHAMS: LA SFIDA DELLA NUOVA RESISTENZA

Nasce un nuovo villaggio, subito distrutto dall'esercito di Tel Aviv. Con la nuova creativa forma di protesta giunge la rinnovata partecipazione del popolo palestinese. 

martedì 29 gennaio 2013 10:05


  di Emma Mancini

Betlemme, 29 gennaio 2013, Nena News - Un terzo villaggio palestinese è nato, stavolta a Jenin, Nord della Cisgiordania. E anche questo è diventato immediato target delle forze militari israeliane. Dopo Bab al-Shams, in area E1, e Al-Karamah, a Gerusalemme, la resistenza popolare palestinese prosegue con convinzione e senza timori di sorta nel cammino intrapreso poche settimane fa e che sta trasformando il volto del movimento di base.

Sabato la polizia di frontiera israeliane ha compiuto un violento raid nel neonato villaggio di Al-Asra ("prigionieri", in arabo), sorto per protestare contro la confisca di terre palestinesi e la detenzione illegale dei prigionieri politici palestinesi. Negli scontri, i soldati hanno lanciato proiettili di gomma e gas lacrimogeni contro gli attivisti palestinesi, per lo più residenti nel vicino villaggio di Anin. Numerosi i feriti, dieci gli arrestati: tra loro il fratello di Yousef Yassin, uno dei detenuti attualmente in sciopero della fame contro la misura cautelare preventiva della detenzione amministrativa.

Secondo un portavoce dell'esercito israeliano, "circa 200 palestinesi hanno lanciato pietre ai soldati che hanno disperso la folla. Nessun ferito, nessun arresto".

"Anin è stato il primo villaggio seriamente danneggiato dalla costruzione del Muro. La maggior parte delle terre di Anin sono rimaste isolate, irraggiungibili, al di là della barriera. Una situazione che va avanti da dieci anni", spiega Jamal Juma, coordinatore della campagna palestinese Stop the Wall.

Ad annunciare la nascita del villaggio di Al-Asra era stato sabato il ministro per i Prigionieri, Issa Qaraqe. Immediato il sostegno dell'Autorità Palestinese e del governatore di Jenin, che ha tentato di entrare nel neonato villaggio ma è stato bloccato dalle forze militari israeliane.

Al-Asra è l'ultimo esempio del nuovo corso della resistenza popolare nonviolenta palestinese. Non più solo manifestazioni, ma creazione di atti concreti: villaggi, tende e la rinnovata partecipazione della popolazione palestinese, negli ultimi anni sostituita da attivisti israeliani ed internazionali nelle tradizionali proteste del venerdì.

La nuova creativa forma di protesta contro le politiche di annessione perpetrate dalle autorità israeliane sta riscuotendo il successo meritato, sia tra i media internazionali che all'interno della stessa società palestinese. E se da una parte i vertici israeliani ordinano ai propri soldati di aprire il fuoco contro giovani disarmati (sei le vittime negli ultimi dieci giorni, tra Cisgiordania e Gaza), forse nel tentativo di scatenare una reazione violenta, il movimento di base palestinese si riorganizza e mostra al mondo intero un volto diverso: azioni nuove, originali, brillanti, in grado di togliere la maschera alla colonizzazione israeliana e mostrarla in tutta la sua violenza.

E a chi plaude alla nuova forma di protesta, congratulandosi con la popolazione palestinese perché finalmente utilizza gli stessi mezzi dell'occupante (facts on the ground e insediamenti illegali), ricordiamo la differenza che corre tra i villaggi di Bab al-Shams, Al-Karamah e Al-Asra e gli outpost illegali israeliani, come Migron. I primi sono villaggi palestinesi costruite su terra palestinese, i secondi sono insediamenti israeliani nati dalla confisca di terre di proprietà del popolo palestinese. Nena News



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=49352&typeb=0&Al-Asra-e-Bab-al-Shams-la-sfida-della-nuova-resistenza 

ISRAELE E LA PALESTINA DIETRO LE SBARRE

Quattro prigionieri proseguono lo sciopero della fame. Ashraf Abu Dhra muore dopo una detenzione di sei anni. E Ramallah denuncia Israele alle Nazioni Unite. 


martedì 29 gennaio 2013 09:15



dalla redazione

Betlemme, 29 gennaio 2013, Nena News - La battaglia degli stomaci vuoti non si è mai fermata. Prosegue lo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. E mentre Samer Issawi digiuna da oltre 180 giorni, e Jazzer Ezzidine, Yousef Yassin e Tarek Qa'adan da quasi 60 giorni, c'è chi muore per le condizioni di vita dietro le sbarre.

Pochi giorni fa, Ashraf Abu Dhra è morto dopo cinque mesi dal rilascio. Aveva 29 anni, di cui gli ultimi sei e mezzo passati nel carcere israeliano di Ramle, in isolamento. Ad ucciderlo potrebbe essere stata la mancanza di cure mediche: malato di distrofia muscolare, Ashraf non è stato mai autorizzato dall'amministrazione carceraria ad accedere ad adeguati trattamenti. Una mancanza che lo ha costretto su una sedia a rotelle e, poco tempo dopo la sua liberazione, lo ha portato alla morte.

Nel 2008, l'associazione israeliana Physicians for Human Rights aveva presentato una petizione ad un tribunale israeliano nella quale si chiedeva di imporre alla prigione di Ramle il ricovero di Ashrag: la corte ha approvato la richiesta, ma la clinica del carcere ha sempre ignorato la sentenza giudicando le cure "non necessarie".

Secondo i dati forniti dalle associazioni per la tutela dei prigionieri, dal 1967 - anno di inizio dell'occupazione militare dei Territori Palestinesi - oltre 200 detenuti sono morti nelle carceri israeliane. Oltre 800mila palestinesi sono stati arrestati negli ultimi 46 anni, il 40% della popolazione maschile palestinese e il 20% di quella totale. Non c'è famiglia che non abbia avuto o abbia tuttora un suo membro dietro le sbarre di una prigione israeliana.

Ad oggi, gennaio 2013, Israele tiene dietro le sbarre 4.656 prigionieri politici palestinesi: 310 di loro sono incarcerati in detenzione amministrativa - senza processo né accuse ufficiali - e 193 sono minorenni (di cui 23 hanno meno di 16 anni). Tredici detenuti sono membri del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dell'Autorità Palestinese.

Le condizioni di detenzione sono pessime. Come riportato da Addameer, la più importante associazione palestinese per la difesa dei prigionieri politici, i detenuti sono soggetti a diverse forme di tortura, tra cui l'isolamento prolungato, interrogatori di 12 ore, deprivazione del sonno e minacce di morte contro familiari.

A tutela dei prigionieri politici palestinesi è intervenuta anche l'ANP: ieri il ministro per i Prigionieri, Missa Qaraqe, ha annunciato l'invio di una lettera al Consiglio di Sicurezza dell'Onu contenente una denuncia ufficiale contro le autorità israeliane per le disumane condizioni di vita nelle carceri e le misure detentive illegali a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi.

"La lettera sottolinea la situazione critica dei prigionieri in sciopero della fame che potrebbero morire in qualsiasi momento - ha spiegato il ministro - Se si permetterà che questo accada, si tratterà di un nuovo crimine per mano israeliana. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe discutere di tutte le questioni: le condizioni di salute, l'assenza di processi equi e in alcuni casi la totale mancanza di processi, il divieto di ricevere le visite dei familiari; le aggressioni all'interno delle carceri, l'isolamento, la detenzione amministrativa e la detenzione di minori". Nena News
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