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Donatella Quattrone


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sabato 14 dicembre 2013

IL PIANO PRAWER NON E' PASSATO

Il piano di trasferimento dei beduini del Naqab è al momento sospeso. Analisi dei possibili scenari futuri e la lezione della mobilitazione palestinese. 

venerdì 13 dicembre 2013 15:06



di Roberto Prinzi

 
Roma, 13 dicembre 2013, Nena News - Il Piano Prawer almeno per ora non è passato. Ad annunciarlo è stato uno dei suoi architetti, l'ex ministro israeliano Benny Begin, in una conferenza stampa convocata ieri nel Quartiere Generale della Difesa a Tel Aviv. Begin ha detto che il premier Netanyahu ha accettato la sua proposta di bloccare il disegno di legge ma non ha precisato se il piano sarà del tutto accantonato o se è solo temporaneamente sospeso.

Begin, figlio del famoso leader di destra Menachem, non ha nascosto l'insoddisfazione ed il fastidio per la dura opposizione al suo piano: "Destra e sinistra, ebrei ed arabi insieme, hanno sfruttato la sofferenza dei beduini riscaldando l'ambiente per un tornaconto politico". Begin si è poi difeso da quanti lo avevano criticato perché, a loro dire, non aveva ascoltato la popolazione beduina nell'elaborare il Piano. Durante la scrittura del progetto di legge, infatti, "abbiamo ascoltato più di 1000 beduini e in seguito alle loro osservazioni abbiamo introdotto dei cambiamenti".

"Io personalmente" - ha aggiunto - "ne ho incontrati 600, e non li abbiamo sentiti, ma ascoltati attentamente". Il parlamentare del Likud (destra) ha rivendicato con orgoglio di aver "fatto il massimo" affinché il piano diventasse legge, ma pragmaticamente ha aggiunto: "a volte bisognare guardare in faccia la realtà".

Le parole di Begin di ieri non sorprendono. Tre giorni fa, infatti, il parlamentare aveva negato le dichiarazioni del governo dopo le partecipate proteste della comunità palestinese d'Israele il 30 novembre scorso. Allora il primo ministro Netanyahu disse che il piano sarebbe stato eseguito perché era stato "accettato dalla comunità beduina". Intervenendo alla Commissione della Knesset degli Interni e dell'Ambiente, Begin era stato risoluto: "Io voglio che sia chiaro che, contrariamente a quanto è stato riportato nelle scorse settimane, io non ho mai detto che i beduini sono favorevoli al mio piano. Non lo potrei mai dire perché non gliel'ho mai presentato. Gli emendamenti apportati alla legge non sono stati presentati agli abitanti. Pertanto non è possibile sapere se le modifiche abbiano incontrato il loro favore. Non sono capace di stabilire quanto [i beduini, ndr] sostengano la legge".

Parole che non lasciano spazio ad elaborate congetture e che mettono per l'ennesima volta in imbarazzo il governo israeliano che per settimane aveva ripetuto che il Piano Prawer/Begin aveva già incassato il sostegno della popolazione beduina. Alle dichiarazioni di Begin avevano fatto seguito quelle di Yariv Levin (anche lui del Likud) secondo cui il piano attuale non avrebbe avuto la maggioranza all'interno del governo. Non avendo così i numeri necessari per l'approvazione della legge alla seconda e terza lettura, il governo avrebbe preferito ieri sospendere il piano evitando una clamorosa debacle parlamentare.
 
Il Piano Prawer
 

Il Piano Begin-Prawer, introdotto per la prima volta nel 2011, è un progetto del governo israeliano di estrema destra che prevede la distruzione di 35 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv (e di conseguenza privati delle infrastrutture basilari e sotto costante minaccia di demolizione), l'espulsione e il trasferimento forzato di 70.000 beduini palestinesi in nuove township e la confisca di oltre 800.000 dunam di terra [un dunam corrisponde all'incirca a mille metri quadrati].

Il piano ha suscitato sin dall'inizio le dure critiche della popolazione locale, delle associazioni della società civile e dell'intera comunità palestinese. Sono state organizzate tre partecipate giornate di protesta (l'ultima delle quali il 30 novembre) duramente represse dalla polizia. Molti attivisti israeliani e palestinesi hanno sottolineato come sia stata proprio la violenza del 30 novembre ad avere attirato l'attenzione ("tardiva") dei media israeliani.

Ma se opposizione c'è stata da parte della sinistra dentro e fuori la Knesset, non bisogna sottovalutare la contrarietà al piano espressa anche da settori dell'estrema destra di governo. Secondo i falchi, infatti, "l'offerta [ai beduini, ndr] è troppo generosa". Soprattutto se viene "ceduta" ad una popolazione che è considerata dagli estremisti di destra "voce di minoranza" (nel migliore dei casi) e "popolazione occupante che cospira con i palestinesi della Cisgiordania per prendere possesso della terra degli ebrei" (nel peggiore).
 
Le reazioni politiche

 
Alla notizia della sospensione del Piano Prawer, la sinistra parlamentare e non, le ONG e l'intera comunità palestinese hanno esultato. Adalah, il centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele, ha definito il ritiro del progetto come "il maggior risultato nella storia della comunità palestinese d'Israele". Tuttavia, nonostante la gioia, Adalah mantiene la concentrazione alta: "La cancellazione della proposta di legge è solo un inizio. La lotta al Piano Prawer continua. I piani del governo per il Naghev porteranno alla demolizione, evacuazione e confisca delle case e delle terre dei beduini, tra cui il villaggio di Atir Umm al-Hieran, che saranno distrutti per essere sostituiti da una colonia ebraica e da una foresta".
Non trattengono la soddisfazione la sinistra parlamentare e i politici arabi. Dov Khanin (Hadash) si è augurato che "questo successo possa rappresentare la fine di un lungo capitolo nello scontro tra lo Stato ed i cittadini beduini e segni l'inizio di un dialogo tra le due parti". Anche Meretz (sinistra sionista) con Rozin ha esultato: "Tiro un sospiro di sollievo insieme agli abitanti del Neghev, i beduini e gli ebrei, per il congelamento del Piano Prawer. E' tempo d'investire i soldi che lo stato voleva sprecare per il trasferimento dei beduini per collegare i villaggi all'acqua, all'elettricità e alle altre infrastrutture". Un raggiante Tibi (Lista Araba Unita) ha lodato il coraggio delle migliaia di palestinesi scese in strada per "difendere la loro terra".
Tra i falchi del governo se la battaglia è persa non lo è la guerra. Miri Regev (Likud) è come suo solito chiarissima: "E' importante arrivare a regolamentare la situazione nel Neghev. Ho detto che bisogna porre fine alla conquista della terra dello Stato da parte dei beduini". "La legge che è arrivata alla Knesset" - ha aggiunto - "subirà delle modifiche in base al documento di intesa che è stato rivelato in commissione due settimane fa". Sarebbe interessante sapere se quella intesa con i beduini di cui parla è la stessa che Begin, suo collega di partito, ha negato categoricamente ieri.
 
I possibili scenari

 
Per ora, dunque, il progetto di "reinsediamento/trasferimento" (a seconda di chi parla) dei beduini è fermo. Tre sono gli scenari ipotizzabili al momento. Un primo più favorevole ai beduini: Netanyahu rinuncia all'idea di "pulizia etnica" del Neghev e si accontenta di proseguire l'attuale politica (magari incaricando un'altra commissione che però potrebbe impiegare molto tempo, se non anni, per arrivare a qualche decisione). Questa opzione sarebbe leggermente migliore dell'applicazione del Progetto Prawer per i beduini ma continuerebbe a condannarli ad una vita di stenti, precarietà, paura, ad appelli ai tribunali intervallati dalla distruzione delle loro case - come i casi al-Araqib e Umm al-Hiran dimostrano.

Questo primo scenario è il più facile da realizzare e creerebbe al governo pochi problemi con la Corte Suprema Israeliana. Tuttavia, le dichiarazioni di Regev e di Levin, l'estremismo di Casa Ebraica e del Ministro degli Esteri Lieberman di Yisrael Beitenu sembrano lasciare poco spazio a questa prima opzione. Una seconda ipotesi potrebbe vedere i falchi del governo prendere il sopravvento sulle voci "moderate" della coalizione di Netanyahu. In un contesto del genere maggiori sarebbero le pressioni sul premier per un nuovo e più radicale piano di sradicamento con poca o nessuna compensazione per i beduini.

Gli ostacoli alla realizzazione di questo piano potrebbero essere rappresentati dagli elementi più "moderati" (si legga pragmatici) del governo e dalle reazioni della Corte Suprema. Bisogna però ricordarsi che, come è accaduto con gli "infiltrati" pochi giorni fa, il governo Netanyahu ha saputo facilmente aggirare la sentenza della Corte Suprema con alcuni emendamenti che hanno cambiato di poco i principi della prima bozza contro gli immigrati.

L'eventuale coinvolgimento dei media mainstream non dovrebbe rappresentare un problema per i sostenitori di questo secondo scenario a meno che la repressione operata da Tel Aviv non dovesse rivelarsi estremamente brutale. Escludendo poche voci di dissenso, la stampa e la televisione locale, infatti, non si lamentano più di tanto quando non sono coinvolti ebrei (il fatto che siano rimasti in silenzio, o, nel migliore delle ipotesi, abbiano coperto gli eventi relativi al Piano Prawer con riluttanza ne è una dimostrazione).
Il terzo scenario, il più difficile da realizzare visto l'attuale governo di estrema destra, è che Netanyahu apra un immediato dialogo con i beduini, riveda i piani fatti dai leader locali e dalle ONG e inizi a riconoscere i villaggi del Neghev ed i diritti basilari dei loro abitanti. Difficile che si realizzi in pratica soprattutto se si tiene conto che il conciliatorio e "moderato" Begin di questi giorni è l'ideatore del piano ed esponente dello stesso partito di estrema destra dove militano falchi come Regev.
 
Il lascito della lotta anti-Prawer

 
Qualunque sia lo scenario che si verrà a creare la sospensione del Piano Prawer è un grande successo raggiunto innanzitutto da chi lotta dal basso. Pertanto è comprensibile che la comunità palestinese la rivendichi come una sua "vittoria": i palestinesi della Palestina storica hanno ostacolato la proposta di legge marciando e lottando uniti subendo la brutale repressione della polizia israeliana (15 manifestanti sono ancora in prigione) e, in alcuni casi, della stessa Autorità Palestinese.
Le tre giornate anti-Prawer hanno inoltre ribadito quanto sia profondo il divario tra palestinesi e i loro governanti. I primi lottano per mantenere la propria presenza sulla loro terra, i secondi svendono i pochi dunam rimasti per assicurarsi una piacevole e tranquilla vecchiaia. Non è solo Prawer contro cui i palestinesi stanno lottando. Non lo stanno facendo solo per i beduini e per il Neghev o per la "nuova Nakba" in corso.

La generazione Oslo sta rivendicando una nuova gestione del potere, sta gridando di essere unità al di là delle appartenenze di partito, di non svendere la terra per la quale generazioni di palestinesi sono morti e poeti ed intellettuali ne hanno declamato e cantato la bellezza. Indicano ai loro governanti quale è la strada da seguire soprattutto nelle ore in cui a Ramallah il delegittimato Abbas continua a "dialogare per la pace".

Insomma non bisogna chiedersi soltanto se Prawer passerà ma quanto ancora l'Autorità Palestinese e gli sceriffi di Hamas a Gaza resteranno asserragliati nei loro fortini. La bomba sociale è un fiume in piena. La solidarietà ai prigionieri, la lotta di Bab al-Shams e l'orgoglio dei palestinesi d'Israele - gli "stranieri nella loro terra" - sono un grido di libertà al di là dei risultati ottenuti, al di là dei cupi scenari che sono all'orizzonte. Lo slogan "Prawer non passerà" cantato dalle migliaia di manifestanti in Galilea, nel Naqab, a Ramallah e Gaza è un messaggio di rivendicazione politica, di esistenza e di appartenenza e non è esagerato definirlo di rivolta.

Il giovane poeta e giornalista Alì Mawasi ha sintetizzato perfettamente il senso di queste giornate: "Con la rabbia, sì con la rabbia, con la nostra unità nazionale: da Gerusalemme, dalla Galilea, dal Triangolo, dalla Cisgiordania, da Gaza ed il Neghev. Il piano è caduto ma non ancora il progetto sionista. Ci sarà una quarta giornata di rabbia, perché ogni nuovo piano dovrà cadere. Ora cambiamo lo slogan: Prawer non è passato!". Nena News





Fonte:


 

sabato 23 novembre 2013

A TORINO CONTRO IL VERTICE ITALIA-ISRAELE PER DIRE NO AL PIANO PRAWER


Comunicato dell'Assemblea Nazionale

Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese


Siamo in dirittura d'arrivo in una fase che segnerà una nuova partenza: la solidarietà con la Palestina a livello nazionale ha intrapreso un percorso nel tentativo di sostenere la lotta di liberazione dall'occupazione israeliana perpetrata impunemente, rintracciando le strategie per appoggiare la Resistenza palestinese.




In tal senso sono stati organizzati tre convegni nazionali nei quali si è costruita una piattaforma di lotta che ribadisse con chiarezza alcuni punti fondamentali in appoggio ai diritti del popolo palestinese. Già nel primo incontro sono state approvate due mozioni, una relativa al sostegno alle lotte dei prigionieri, l'altra per indire una manifestazione nazionale che potesse finalmente esplicitare un nuovo linguaggio, che parli di sostegno alla Resistenza e che condanni gli accordi malevoli che invece mirano alla resa.
Inizialmente si era ipotizzato di organizzarla a Roma, successivamente si è convenuto per spostarla a Torino, in vista del post-annunciato vertice tra Italia-Israele che si sarebbe dovuto tenere nel capoluogo piemontese: un'occasione rilevante sia per costruire una forte contestazione contro un governo che stringe accordi di morte con il sionismo, sia per ribadire il nostro sostegno alla Resistenza palestinese, tra l'altro a ridosso della giornata internazionale di solidarietà con la Palestina che si celebra il 29 novembre.
Tutto questo non solo si è realizzato, grazie alla campagna per la mobilitazione generale che si è creata attorno alla piattaforma proposta, ma sta anche avendo prospettive di più ampia portata. Il 30 novembre saremo a Torino anche per dire no al Piano Prawer insieme alle compagne ed ai compagni palestinesi che nello stesso giorno organizzeranno manifestazioni di protesta a Gaza e a Ramallah.

Saremo inoltrea Torino per condannare lo stesso governo italiano che si piega alle logiche imperialiste dimostrando la sua sudditanza al governo fascista turco sequestrando il compagno Bahar Kimyongur, militante del movimento della Tayad, impegnato contro le guerre neocolinialiste del regime turco e nel sostegno delle classi oppresse, perché crediamo che l'internazionalismo sia far sentire la nostra vicinanza a chi lotta per l'autodeterminazione dei popoli.
Le iniziative promosse per costruire la mobilitazione hanno rilanciato in Italia un nuovo fermento di solidarietà con la Palestina caratterizzato da chiare parole d'ordine, come un nuovo fermento è oggi presente tra i palestinesi, sempre più determinati ed ostinati a resistere, e che troveranno in noi un sostegno nella loro lotta di liberazione.
Il 30 novembre dunque saremo a Torino, anche dopo aver appreso la notizia di un probabile tour italiano itinerante di Netanyahu che lo vedrebbe spostarsi nella capitale; nulla è cambiato rispetto al lavoro fatto e agli obiettivi prefissati, che non sono né inseguire il boia sionista in giro per l'Italia né tantomeno rincorrere gli eventi: le discriminazioni, gli assassini e gli arresti in Palestina sono all'ordine del giorno, gli accordi tra sionismo ed istituzioni ed i loro frutti sono sempre più capillari ed evidenti... E' necessario agire contro queste dinamiche portando avanti una campagna che dia progettualità ed obiettivi chiari all'impegno dei movimenti internazionalisti che si schierano contro la colonizzazione sionista della regione araba.
Riteniamo che a pochi giorni dall'appuntamento Roma non possa essere in grado di sostenere e riprendere in mano quello che invece è stato già costruito a e per Torino; allo stesso tempo siamo convinti di voler dare rilevanza a quanto abbiamo costruito insieme, per dar respiro ad una piattaforma di lotta e resistenza contro il sionismo chiara e netta, sicuri anche che la disponibilità data per la logistica e la gestione di tutti gli impegni presi resterà salda sia a Torino sia nel resto delle città in cui si sta continuando a lavorare.
Forse lo spirito della manifestazione non era o non è chiaro a tutti, ma spostarla con il solo scopo di essere presumibilmente nella stessa città in cui sarà Netanyahu significa mostrare una posizione politica fragile e precaria, volta solo a tentare di risolvere le problematiche presenti a livello territoriale e che non rientra nelle nostre logiche di internazionalismo.
Sappiamo che quella del 30 novembre sarà solo una tappa, la strada è certo lunga, ma è stata intrapresa e proseguiremo convinti che possa maturare dando dei frutti concreti. Come diceva il compagno George Habash «La lotta contro l’impresa sionista potrebbe durare un altro centinaio di anni; chi non ha la forza necessaria dovrebbe farsi da parte».
Perciò chiediamo a tutte le realtà che si sono adoperate nel costruire insieme questa “tappa” di continuare a sostenere il percorso che ci vedrà presenti in una mobilitazione nazionale che prevederà la Manifestazione Nazionale il 30 novembre ed il seminario sul sionismo il 1° dicembre a Torino, una o più giornate di contestazione attraverso presidi vicino ai luoghi della città in cui si terranno gli incontri bilaterali con la presenza di Netanyahu.
Per noi esiste un solo baricentro e non è a Torino, né a Milano, o Firenze, Salerno... e nemmeno a Roma, ma nella Palestina occupata.
 
CON LA RESISTENZA PALESTINESE
CON I POPOLI CHE LOTTANO CONTRO L'IMPERIALISMO ED IL COLONIALISMO
TUTTE A TUTTI A TORINO IL 30 NOVEMBRE 2013 PER UNA GRANDE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE
 
Rete di solidarietà con la Palestina - Milano
per l'Assemblea Nazionale
“Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese”
 

Inviato da admin il Ven, 22/11/2013 - 14:58





Fonte:

venerdì 2 agosto 2013

PIANO PRAWER, PROTESTE E ARRESTI NEL GIORNO DELLA RABBIA

Migliaia di persone in piazza in tutta la Palestina storica contro il progetto di espulsione. A Gerusalemme arrestato un bambino, ad Aara almeno 20 manifestanti.

venerdì 2 agosto 2013 09:25

 La manifestazione ad Arara in Negev (Foto: Activestills/Oren Ziv)
La manifestazione ad Arara in Negev (Foto: Activestills/Oren Ziv)


dalla redazione

 

Betlemme, 2 agosto 2013, Nena News - Il Giorno della Rabbia del popolo palestinese contro la minaccia concreta di una nuova Nakba - il Piano Prawer - ieri ha visto scendere nelle piazze di tutta la Palestina storica migliaia di manifestanti. Numerose le città coinvolte e, alla fine della lunga giornata di protesta, anche gli arrestati dalle forze militari israeliane dispiegate ovunque. Gli organizzatori parlano di decine di arrestati, tra cui un bambino detenuto alla Porta di Damasco a Gerusalemme.

Le due manifestazioni principali si sono svolte in Negev, dove centinaia di poliziotti sono stati dispiegati per reprimere le proteste: hanno chiuso le strade principali e bloccato quelle laterali per impedire ai manifestanti di raggiungere il corteo. Ad Aara la polizia ha disperso la folla lanciando gas lacrimogeni e arrestando almeno 20 persone.

A Ramallah la marcia è partita dalla Muqata, la sede del presidente palestinese, ed è poi proseguita verso Nord: a bordo di cinque autobus circa 150 manifestanti hanno tentato di attraversare il checkpoint di Hizma per arrivare in Negev e prendere parte alla manifestazione principale, ma sono stati circondati dai soldati e fatti risalire con la violenza negli autobus. Un gruppetto è comunque riuscito a evitare i controlli e a bloccare la superstrada diretta verso il checkpoint.
Protesta anche a Tel Aviv, dove centinaia di manifestanti si sono ritrovati vicino alla città di Levahim, lungo la superstrada Tel Aviv-Be'er Sheva. Manifestazioni in sostegno delle comunità beduine palestinesi del Negev è giunta anche dal mondo arabo: proteste si sono tenute anche in Libano, Marocco e Giordania, contro un progetto che ricorda da vicino la Nakba del 1948. Il Piano Prawer prevede il trasferimento forzato e l'urbanizzazione di 40mila beduini, la confisca di oltre 80mila ettari di terre e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele. Nena News




Fonte:
















giovedì 1 agosto 2013

OGGI NUOVA MOBILITAZIONE CONTRO IL PIANO PRAWER

Sono previste manifestazioni nei Territori Occupati e in Israele contro il progetto di "trasferimento" di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata.

giovedì 1 agosto 2013 08:27






di Emma Mancini

  Roma, 1 agosto 2013, Nena News - La Palestina oggi torna in piazza contro il Piano Prawer. Dopo lo sciopero generale del 15 luglio e le manifestazioni a favore dei beduini del Negev, minacciati di trasferimento forzato dal governo israeliano, la rete palestinese ha chiamato di nuovo alla protesta.

Anche oggi sono previste manifestazioni sia nei Territori Occupati che in Israele contro il progetto di confisca di oltre 80mila ettari di terre, l'espulsione di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata, e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele.

Due settimane fa la protesta, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Gaza e Negev, si era conclusa con la repressione da parte delle forze israeliane, con decine di arrestati e feriti. Secondo gli organizzatori, quello di oggi sarà un evento ancora più imponente: "Decine di palestinesi sono stati feriti o arrestati durante le manifestazioni pacifiche del 15 luglio - si legge nel comunicato redatto dagli attivisti - Ma lo sciopero della rabbia è lontano dal fermarsi. Siamo determinati a proseguire con proteste quotidiane e ad attirare l'attenzione internazionale verso i nostri fratelli e sorelle beduini. Il Piano Prawer è la più grande campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese dal 1948 e le nuove generazioni non permetteranno che accada di nuovo".

Nei giorni scorsi peraltro si sono tenute manifestazioni contro il piano a Kafr Kanna, a Nord di Nazareth, e nei villaggi di Rayna e Tarshina, vicino Akka. Manifestazioni che giungono a pochi giorni dalla dura condanna espressa dall'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay: "In quanto cittadini israeliani, i beduini palestinesi hanno gli stessi diritti alla proprietà e ai servizi pubblici di tutti gli altri. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti delle comunità beduine, compreso il riconoscimento della proprietà delle terre. Israele è colpevole dell'implementazione di una politica discriminatoria di trasferimento forzato".

"Se il disegno di legge sarà approvato - ha proseguito la Pillay - porterà alla demolizione di intere comunità beduine, forzandole a lasciare le loro case e a distruggere il loro tradizionale stile di vita. Il rispetto dei diritti delle minoranze è un elemento fondamentale di una democrazia".

A luglio la Knesset, il Parlamento israeliano ha dato il primo via libera al Piano Prawer che ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruire ad hoc dal governo. Il progetto prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News




Fonte:



martedì 16 luglio 2013

PIANO PRAWER, PALESTINA IN SCIOPERO

Oggi manifestazioni in tutto il Paese, da Gerusalemme a Ramallah, da Gaza a Jaffa, contro il Piano Prawer, l'espulsione e l'urbanizzazione dei beduini in Negev.

lunedì 15 luglio 2013 09:17



AGGIORNAMENTO ore 19
SCONTRI CON L'IDF A SAKHNIN, FOLLA A RAMALLAH BLOCCATA DALLA POLIZIA PALESTINESE

Nel villaggio di Sakhnin l'esercito israeliano ha disperso i manifestanti che avevano bloccato la strada principale lanciando gas lacrimogeni e acqua chimica.
A Ramallah i manifestanti hanno tentato di marciare verso il vicino insediamento israeliano di Beit El, ma sono stati fermati dalla polizia palestinese.

AGGIORNAMENTO ore 14.45
MANIFESTAZIONE A GAZA
Sono centinaia i gazawi scesi in piazza oggi a Gaza City contro il Piano Prawer: manifestazione davanti alla sede della Croce Rossa.

AGGIORNAMENTO ore 11.45
14 PALESTINESI ARRESTATI A BEER SHEVA
La polizia israeliana è intervenuta durante la marcia di protesta contro il Piano Prawer a Beer Sheva, arrestando almeno quattordici persone.




 GUARDA IL VIDEO CON LE CARICHE DELLA POLIZIA A BEERSHEVA



di Emma Mancini

  Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Oggi il popolo palestinese è in sciopero generale. Target della protesta protesta che si allargherà per tutta la Palestina storica nel corso della giornata di oggi è il Piano Prawer, il progetto di trasferimento forzato e di urbanizzazione di circa 40mila beduini del deserto del Negev da parte delle autorità israeliane, di distruzione di 45 villaggi e della confisca di oltre 850mila dunam di terre.

Ad indirlo è stato lo "High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel", unione di organizzazione non governative e partititi politici che vede nell'implementazione del Piano Prawer l'ennesimo esempio di "ongoing Nakba", la catastrofe del popolo palestinese del 1948, quando le milizie sioniste uccisero ed espulsero 750mila persone: "Per i palestinesi, la Nakba non è stato un episodio successo 65 anni fa - spiega il Comitato organizzatore - È una tragedia che continua, una pulizia etnica e una colonizzazione che non si sono mai interrotte. L'implementazione il Piano Prawer, qualsiasi siano le giustificazioni date da Israele, andrebbe vista in questo contesto".

Da tempo le comunità beduine minacciate di espulsione protestano contro il progetto, con scioperi, manifestazioni e il coinvolgimento di associazioni israeliane per i diritti umani. Stavolta, però, la protesta dilaga in tutta la Palestina storica: dopo le prime manifestazioni ieri ad Haifa, oggi si parte alle 10 fuori dagli uffici governativi a Beer Sheva, per poi marciare verso la Ben Gurion University. Nel corso della giornata si terranno manifestazioni nei villaggi del Negev target del Piano, nelle città miste di Jaffa, Akka e Led, a Gerusalemme, nelle città della Cisgiordania (Nablus, Ramallah e Hebron), fino ad arrivare a Gaza.

"Non si tratta solo dei palestinesi del 1948 [come vengono chiamati coloro che vivono in quello che è oggi lo Stato di Israele, ndr], ma è una lotta di tutto il popolo contro lo stesso potere che ci divide, continua a colonizzare le nostre terre, che siano nei territori del 1967 o in quelli del 1948", continua il Comitato.

Il progetto disegnato dal Piano Prawer, che prende il nome dal funzionario del Ministero che lo ha ideato, ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruite ad hoc dal governo. La pratica del trasferimento forzato perpetrata in Negev rientra, infatti, nella più vasta politica di giudaizzazione dello Stato di Israele, nell'obiettivo di concentrare il massimo della popolazione palestinese nello spazio più ridotto. Una politica che ha effetti concreti a Gerusalemme Est e nelle città miste, come Jaffa o Led.

Dal canto suo il Piano Prawer prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, i 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News







Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81097&typeb=0&Piano-Prawer-la-Palestina-in-sciopero-VIDEO 

lunedì 24 giugno 2013

ISRAELE APPROVA UN PIANO PER DEPORTARE I PALESTINESI DAI DINTORNI DI GERUSALEMME

24/6/2013

palinfo 

Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. L’Amministrazione civile israeliana ha approvato un piano per la costruzione di nuove unità abitative, da destinare al reinsediamento dei profughi palestinesi della comunità beduina, che l’occupazione intende deportare dai dintorni di Gerusalemme. Lo ha rivelato, in un comunicato stampa diramato domenica 23 giugno, l’avvocato Bassam Bahr, presidente del Comitato della cittadina di Abu Dis per la difesa della terra e resistere agli insediamenti.
Bahr ha spiegato che “inizialmente, il progetto porterà alla deportazione di migliaia di beduini, sfollati dalle loro terre nel 1948, con l’obiettivo finale di deportare tutte le comunità beduine residenti nei dintorni della città di Gerusalemme, raggruppando loro in un nuovo campo, che sorgerà nell’area di Gerusalemme”.
L’avvocato ha aggiunto che il piano di costruzione “è la continuazione della politica di espansione coloniale e confisca delle terre palestinesi”. Ha sottolineato che l’occupazione considera la presenza dei beduini in quelle aree “un fattore che ostacola la sua politica in materia di insediamenti”.
Infine, Bahr ha assicurato che quest’ultima mossa israeliana cambierà radicalmente la vita dei beduini, aggiungendo che essi saranno rinchiusi in piccoli cantoni in condizioni invivibili. Ha continuato: “Il progetto sarà realizzato in prossimità della discarica di Abu Dis, un’area inadatta all’uso abitativo, secondo molte istituzioni internazionali”.
Circa un mese fa, uno studio condotto congiuntamente dall’Unrwa e dalla Ngo israeliana, Bimkom, ha rivelato che le politiche di deportazione dei beduini, avviate da Israele, hanno avuto un esito devastante sulla comunità in questione.

 © Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it