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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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martedì 3 dicembre 2013

ROBOT KILLER IN FABBRICAZIONE

Una coalizione internazionale chiede il divieto preventivo delle armi totalmente autonome. Ma USA, Israele, Russia e Cina le stanno già sviluppando. Pronte per il 2030.

martedì 3 dicembre 2013 08:43

 
 

 di Eleonora Pochi

Londra, 3 dicembre 2013, Nena News - Lo scorso aprile a Londra, una coalizione internazionale ha lanciato la campagna "Stop killer robots", con l'obiettivo di porre un divieto preventivo all'uso di armi totalmente autonome. I robot killer sono macchine in grado di selezionare l'obiettivo ed attaccare senza alcun intervento umano. Stati Uniti, Israele, Cina, Russia, Corea del Sud e Regno Unito stanno già sviluppando queste armi autonome. Nel recente incontro di Ginevra, tenutosi lo scorso 15 novembre e a cui hanno partecipato gli Stati parte della Convenzione sulle armi convenzionali, si è deciso per la prossima primavera un incontro che potrebbe portare alla formulazione di un nuovo protocollo che sancisca il divieto all'uso di armi totalmente autonome, vincolante per gli Stati che rientrano nella Convenzione.

Anche Human Rights Watch, con la pubblicazione del rapporto Losing Humanity, ha spiegato cosa implicherebbe l'uso di queste armi, che definisce "strong artificial intelligence, progettate per sostituire ed imitare il pensiero umano. Mancano però le qualità umane necessarie per soddisfare le norme del diritto internazionale umanitario". Anche l'Onu, durante una recente sessione del Consiglio dei Diritti Umani, ha affermato che "l'uso di macchine totalmente autonome, non potrà mai incontrare gli standard del diritto umanitario". L'Onu, nella persona di Christof Heyns, chiede, in sinergia con la coalizione internazionale, di bandire preventivamente questo genere di armi.

Secondo la nota dell'organizzazione internazionale "eliminando il coinvolgimento umano nella decisione di usare forza letale nei conflitti armati, i robot killer non garantirebbero un'adeguata protezione dei civili". L'organizzazione per i diritti umani spiega che i robot non sono controllati dalle emozioni umane e dalla capacità di compassione, che può essere un elemento importante, nel momento in cui ci si trovi ad uccidere persone. Il rapporto spiega in quale modo queste armi possano essere usate come strumenti repressivi da dittatori che cercano di soffocare la voce del proprio popolo, senza neanche scomodare truppe di esseri umani, che potrebbero ad un certo punto voler cambiare schieramento.

E se è vero che un robot "non può stuprare", di certo non può neanche "provare empatia verso un essere umano, capacità che talvolta rende riluttante il pensiero di danneggiare un individuo". Inoltre fabbricare armi totalmente autonome aumenta considerevolmente le spese, già esorbitanti, in armamenti a discapito degli stanziamenti per la protezione dei civili e il mantenimento della pace.

Per promuovere l'iniziativa contro i robot killer ha fatto tappa in Italia Jody Williams, Premio Nobel per la pace nel 1997 e portavoce della Campagna: "Secondo l'articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite - ha dichiarato in merito - c'è la possibilità di destinare parte del budget per le spese militari alla costruzione della Sicurezza attraverso azioni pacifiche, per soddisfare i bisogni che sono alla base dei conflitti armati. Il Consiglio di Sicurezza, ma non solo, ignora questo articolo".

Jody Williams ha avuto numerosi incontri con le istituzioni del nostro Paese, appuntamenti che sono serviti a rendere chiara l'urgenza d'azione in merito all'uso di queste nuove armi che cambierebbero totalmente l'aspetto della guerra. "Per me è inconcepibile - ha dichiarato la storica attivista - che un essere umano abbia dato ad una macchina il pieno potere di uccidere".
La campagna chiede anche l'adozione, da parte degli esperti di robotica, di un codice etico che preveda la possibilità di non fabbricare armi totalmente autonome. Anche l'ONU, attraverso l'appello del relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, si è espressa contraria all'uso di robot killer, chiedendo una moratoria nazionale sulle armi totalmente autonome. L'uso delle macchine assassine è previsto, secondo l'aeronautica militare americana, per il 2030. Nena News




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martedì 3 settembre 2013

LE 334 VITTIME DI BESLAN: IL GIORNO DEL RICORDO

Oggi è il nono anniversario della strage di Beslan. Per tre interminabili giorni 1200 vite in tutto, vengono tenuti in ostaggio dai terroristi ceceni.
 
 
 
martedì 3 settembre 2013 19:11
 
 
 
 


di Maria Magarik

Che non accada mai più e mai si dimentichi... Si dice sempre così subito dopo una strage di innocenti. Per un po' si fanno dichiarazioni di fuoco, il mondo si indigna, si promette di fare luce , punire i responsabili. Poi il ricordo, piano piano, sbiadisce. Rimangono il dolore e la disperazione delle famiglie, dei parenti, degli amici. Il dolore individuale.

In questi giorni la comunità internazionale si divide sull'intervento in Siria. L'immagine dei corpi dei bambini addormentati col sarin, avvolti in bianchi lenzuoli, ha smosso il mondo, indifferente per ben due anni e mezzo di fronte alla feroce guerra civile che dilania il Paese mediorientale.

Sull'orlo di una guerra, l'eco di una guerra, della guerra civile in Caucaso si sente. Oggi è il nono anniversario della strage di Beslan. Il 3 settembre del 2004 tutto il mondo si ferma con il fiato sospeso e guarda in diretta tv le immagini dei ragazzini insanguinati e ustionati in fuga dopo l'esplosione nella palestra, minata, dell'istituto.

Per loro è la liberazione. Per tre interminabili giorni gli allievi, i loro genitori, gli insegnanti, 1200 vite in tutto, vengono tenuti in ostaggio dai terroristi ceceni. È vietato bere o mangiare, vietato andare in bagno, vietato farsi medicare le ferite nonostante a scuola ci sia l'infermiera con una valigetta di medicinali.

I terroristi chiedono il completo ritiro delle truppe russe dalla Cecenia, vogliono parlare con i vertici dell'Ossezia del Nord. Ma nessuno risponde. Nel video della liberazione, durante il maldestro blitz delle forze speciali di Mosca, i ragazzini chiedono disperatamente acqua.  I medici ordinano di darne  loro solo poche gocce. Molti di loro sono ustionati. I bambini non lo capiscono e guardano i soccorritori, con terrore,come se fossero i terroristi. Non hanno la forza per parlare, mormorano solo: "Vody, Vody....( acqua, acqua - ndr).

Il bilancio di Beslan è atroce: 334 vittime, più della metà bambini. Vivo la tragedia in diretta, in redazione. Mano a mano che arrivano le prime, frammentarie testimonianze traduco al volo le loro parole per preparare i servizi televisivi. I sopravvissuti raccontano di aver bevuto, per sete, l'urina. Foto di una tragedia atroce, impossibile che sbiadiscano.

Da quel giorno, ogni anno le coraggiose mamme di Beslan, col lutto ancora vivo nel cuore e begli occhi, lasciano sulle tombe dei figli delle bottigliette di acqua minerale. Coraggiose perché non mollano e vogliono conoscere la verità. Il presidente Putin non le ha mai voluto incontrarle. Parlò solo con i governanti dell'Ossezia del Nord e fece costruire nella cittadina due nuove scuole. Il giorno della strage è stato ritratto teso, le labbra serrate. Così nel giorno della strage di Beslan.

Il leader dei separatisti ceceni, Shamil Basaev, rivendicò l'assedio della scuola n.1. Per anni la vicenda degli "Angeli" è stata vissuta con semplice e sincero orrore, con pietà, ma anche - è da dire - con tanta trionfante retorica, la stessa che ha accompagnato la travagliata vicenda del Caucaso.

Cui prodest quella morte atroce di 186 ragazzini? Probabilmente Anna Politkovskaja scavando, scavando avrebbe scovato i mandanti. Così, sono rimaste lunghe, pesanti ombre sugli atti delle inchieste delle commissioni parlamentari sul massacro di Beskan. Gli interrogatori dell'unico terrorista sopravvissuto, Nurpasha Kubaev non sono mai stati resi noti.

Alcuni assalitori (erano una trentina) quel giorno invece di trovarsi nella cittadina dell'Ossezia, avrebbero dovuto essere dietro le sbarre perché  condannati per una serie di reati. I documenti della loro scarcerazione distrutti, strappate e fatte sparire pagine compromettenti dei registri.

Le mamme di Beslan non hanno smesso di chiedere giustizia: nel loro ricorso alla Corte europea dei diritti scrivono anche di essere state trattate senza alcun rispetto da chi doveva trovare i responsabili della strage dei loro figli innocenti. Lo hanno promesso quello stesso giorno 9 anni fa a Beslan, col corpo dei loro piccoli tra le braccia.
 
 
 
 
Fonte:
 

giovedì 29 agosto 2013

"E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole": una riflessione sull'imminente attacco sulla Siria




E alla fine il momento arrivò. Dopo due anni e mezzo di sangue e oltre 120mila morti, l’opinione pubblica scoprì che in Siria era in atto un massacro. E via di inni pacifisti, di post contro Obama, di “vi-siete-dimenticati-dell’Iraq?” vari. Per carità, ben venga alimentare un sentimento condiviso contro la guerra, al cui sviluppo il nostro giornale non si è sicuramente tirato indietro. E mi ritrovo pienamente in accordo con la linea di Emergency, che dice: “Ai morti già causati dalla guerra in Siria se ne aggiungeranno altri, perché scegliere le armi oggi significa decidere sempre, consapevolmente, di colpire la popolazione civile: nei conflitti contemporanei il 90% delle vittime sono sempre bambini, donne e uomini inermi”. Ma dove siamo stati, noi tutti, negli scorsi due anni e mezzo?
L’intervento paventato di Obama fa rabbrividire e abbiamo ancora tutti negli occhi, come una terribile sequenza di scene agghiaccianti tratte da un film dell’orrore, la distruzione “salvifica” in Serbia, Afghanistan, Iraq e Libia. Solo per rimanere nella contemporaneità e non citare altri ben noti esempi ancora vivi nell’immaginario collettivo. Da spettatori impotenti non possiamo che ridurre la Siria, i suoi morti e il suo futuro a un mero esercizio intellettuale da bistrot, di quelli che si fanno quando si è già detto tutto su calcio, meteo e Berlusconi. Nel nostro chiacchiericcio si formano fondamentalmente due schiere: quelli che “la guerra è brutta ma dobbiamo fermare un dittatore che sta sterminando il suo popolo” e quelli che “è tutto un bluff imperialista, c’è di mezzo anche il Mossad e Assad è amato dal suo popolo”. E via, in questo secondo caso, all’esaltazione dei Paesi non allineati, come se l’essere anti-americani esenti automaticamente da ogni analisi sul rispetto dei diritti umani e sul livello di democraticità.
Bene, vorrei che nel nostro bistrot ipotetico ci sia una terza tipologia di partecipante al dibattito. Quella delle persone che si informano, che da due anni e mezzo hanno un peso sullo stomaco per ciò che sta succedendo dall’altra parte del Mediterraneo. Quelli che sanno che in Siria operano gli shabiha, civili sciacalli al soldo del regime per reprimere nel sangue ogni dissenso. Quelli che allo stesso modo sanno che le ingerenze dei Paesi stranieri (Russia e Iran da un lato, Qatar, Arabia Saudita e Usa dall’altro), hanno letteralmente straziato la Nazione. E non è più tempo di fare il tifo. Non voglio più sentire interpretazioni geopolitiche basate sul sentito dire. Piuttosto si faccia un passo indietro e si cerchi di capire. Magari passeggiando per la città fermiamo qualche persona siriana, offriamo un caffè e facciamoci raccontare le loro storie.
Due mesi fa a Domiz, un campo rifugiati al confine tra Siria e Iraq, conobbi un ragazzo siriano che, per motivi di sicurezza della sua famiglia, mi chiese di non essere ripreso dalla telecamera. Era un soldato di Assad, a 25 anni aveva già molti uomini sotto di lui e tanta responsabilità sulle spalle. Poi un giorno il suo superiore gli chiese di mitragliare, insieme alla sua squadra, una schiera di civili disarmati. Sospettava che tra loro ci fossero informatori dell’Esercito libero. Così fu costretto ad aprire il fuoco verso vicini di casa e parenti. Decise di disertare. Da allora vive come un fantasma in un campo profughi nel deserto, senza aria condizionata (e credetemi, lì si raggiungono i 55 gradi) e con una tenda da condividere con altre sei persone. “Racconta la mia storia, fratello”, mi chiese supplicandomi. Ecco, devo a lui e alle decine di siriani che ho conosciuto negli ultimi due anni questo post.
Non possiamo cambiare le cose, non basta una petizione o una bandiera della pace sul proprio profilo Facebook per fermare la follia collettiva. Quello che però possiamo fare, e a questo punto diventa un obbligo morale al quale chi è sensibile al Medio Oriente non può fuggire, è cercare di capire e di essere pronti ad ascoltare, prima di sputare le nostre sentenze. Perché la follia omicida di al-Nusra e delle altre compagini qaediste infiltrate in Siria (in Rojava questi robot antropomorfi pseudo-religiosi hanno rapito 350 curdi yazidi, torturando alcuni di essi e tagliando la gola ad un uomo davanti agli altri rapiti) non ha nessuna giustificazione morale e la loro presenza i siriani la pagheranno a caro prezzo per anni e anni. Ma dare dei “tagliagola” a tutti i giovani ragazzi ancora sbarbati che cercano di difendere dal regime le proprie famiglie è intellettualmente disonesto oltre che privo di ogni rispetto.
Frontiere News continuerà a urlare NO alla guerra americana e a ogni soluzione che preveda attacchi stranieri. Ma tra l’essere contro la guerra e l’imperialismo occidentale e l’osannare un dittatore macellaio, persino più spietato del padre tiranno (amici anti-sionisti, avete dimenticato il massacro di Tel al-Zaatar perpetuato da Assad senior contro rifugiati palestinesi inermi?) ce ne passa. Quindi fatevi un esame di coscienza prima di dividere il mondo in buoni e cattivi e mettere nella prima lista chiunque vada “contro”. E ora chiamatemi imperialista amico dei tagliagole.



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lunedì 26 novembre 2012

SIRIA, BOMBE A GRAPPOLO CONTRO STRUTTURE CIVILI: E' STRAGE DI BAMBINI


Cadaveri di bambini e madri disperate. Quello che prima era un brulicante spiazzo adibito a parco giochi è diventato uno scenario raccapricciante. Sono almeno dieci le persone morte a seguito del bombardamento (con le cluster bombs) di strutture civili in un sobborgo di Damasco, Dayr al-Asafir. Tra loro ci sono nove bambini.Nei media ufficiali siriani non c’è traccia dell’accaduto. Degli attivisti hanno diffuso un filmato in cui si mostrano alcune cluster bomb inesplose nei campi agricoli vicino alle case; su qualche bomba sono perfettamente visibili scritte in cirillico. Accusando l’alleato di Assad, un anziano signore afferma: “Ecco quello che la Russia ci manda”.

giovedì 15 novembre 2012

CONTINUANO I BOMBARDAMENTI ISRAELIANI CONTRO LA STRISCIA DI GAZA: ALMENO 19 I MORTI PALESTINESI, MOLTI BAMBINI

 Almeno 19 i morti palestinesi, molti bambini. Tre vittime israeliane. Sarebbe partita l'operazione via terra. Manifestazioni di protesta in Israele e nel mondo.



dalla redazione

Gaza, 15 novembre 2012, Nena News - Continuano i bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza: da pochi minuti sarebbe cominciata l'operazione via terra contro la Striscia. L'Operazione Pillar of Clouds annunciata da Israele sta provocando un'escalation di violenza contro la Striscia. Almeno 19 le vittime palestinesi, tra cui numerosi bambini. Tre quelle israeliane.


ORE 23.02 : Secondo quanto riportato dal giornalista Harry Fear a Gaza, è cominciata l'invasione via terra della Striscia. Le truppe israeliane sarebbero entrate in tre aree di Gaza. Si attendono conferme.

ORE 22.45 : Altri tre morti nel villaggio di Beit Hanoun, a Nord della Striscia, dopo una serie di bombardamenti aerei; sei i feriti. Sale a 19 il numero dei morti palestinesi causati dall'offensiva Israeliana. Le vittime: Tareq Jamal Naser, 16 anni, suo fratello 'Adii Jamal Naser, 14, e Fares El Bisuni, 9.

ORE 22.42 : Gli Stati Uniti hanno chiesto ai Paesi che hanno contatti con Hamas di fare pressioni sul partito islamico perché fermi il lancio di razzi. "Abbiamo chiesto alla Turchia, all'Egitto e ad alcuni partner europei di usare la loro influenza - ha detto Ben Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale - Se le forze di terra israeliane entreranno a Gaza? Dipende dal governo israeliano".

ORE 22.10 : Il leader di Hezbollah, Nasrallah, chiede agli Stati arabi di tagliare le forniture di petrolio a Israele come forma di pressione politica per porre fine all'attacco verso Gaza.

ORE 21.54 : L'aviazione israeliana ha centrato un generatore di elettricità collegato alla casa del leader di Hamas, Haniyeh. Non è dato sapere se Haniyeh fosse a casa durante l'attacco.
L'aviazione ha anche bombardato una stazione di polizia nel centro di Gaza.

ORE 21.50 : L'inviato speciale del Quartetto per il Medio Oriente, Tony Blair, in un'intervista alla BBC avverte: "Se la battaglia dei razzi esce da Gaza verso le città israeliane, la tensione aumenterà. Se la violenza continuerà, ci sarà poco da fare. Capisco la pressione sui leader di Hamas, ma la risposta non più essere il lancio di razzi". Blair ha infine ricordato l'importante ruolo dell'Egitto per riportare la situazione alla calma.

ORE 21.30 : Prevista per mercoledì la visita del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon a Ramallah.
Intanto i leader di Hamas in Cisgiordania fanno appello alla popolazione perché domani manifesti e marci fuori dalle moschee dopo la preghiera per un "venerdì di fedeltà a Gaza".

ORE 21.25 : In una serie di attacchi denominati "OpIsrael", il gruppo Anonymous sta colpendo molti siti governativi e non, impedendone la visualizzazione. Tra i siti colpiti quello dell'Israel Security Academy e quello di un blog di gruppo descritto come appartenente alle Forze di Difesa israeliane. "Noi Anonymous non staremo seduti a guardare il vile Stato sionista demolire la vita di persone innocenti", si legge in un messaggio inviato ad uno dei siti attaccati.
Attraverso la sua pagina twitter Anonymos ha fornito anche un link che spiega come restare connessi ad Internet nel caso in cui Israele dovesse tagliare la connessione nella Striscia di Gaza durante la sua azione militare.

ORE 21.04 : Israele ha chiuso Gerusalemme ai palestinesi residenti Cisgiordania che domani vorranno andare alla Moschea Al Aqsa per la preghiera del venerdì: nessun palestinese potrà attraversare i checkpoint, neppure se in possesso di regolare permesso.

ORE 20.55 : L'aeronautica israeliana ha bombardato la zona di Rafah, a Sud della Striscia al confine con l'Egitto, dove sono numerosi i tunnel sotterranei per permettere l'ingresso di beni di prima necessità a Gaza.

ORE 20.40 : Al Jazeera riporta che navi da guerra israeliane stanno attaccando la casa del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, a Gaza. Sarebbe stata colpita anche la jeep di Haniyeh.

ORE 20.14 : Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha detto che il lancio di razzi da Gaza sono un'escalation che i militanti palestinesi pagheranno cara. Ha inoltre ordinato la chiamata nell'esercito dei soldati riservisti, "per essere pronti in qualsiasi momento". Il capo dell'IDF ha riferito di aver ricevuto il via libera per richiamare 30mila militari, pronti per il prosieguo dell'operazione contro la Striscia.
Secondo Al Jazeera, infatti, il premier Netanyahu ha approvato l'allargamento dell'operazione militare a partire da stanotte.

ORE 20.10 : Secondo l'emittente tv israeliana Channel 10, dopo il lancio di razzi verso Tel Aviv il primo ministro Benjamin Netanyahu si è rifugiato in un bunker sotterraneo nel quartier generale dell'IDF.

ORE 20.03 : Nel tardo pomeriggio scontri tra manifestanti palestinesi e forze di sicurezza israeliane nel villaggio di Al Khader e nel campo profughi di Aida, a Betlemme.

ORE 19.58 : Le Brigate Al Qassam riferiscono di aver abbattuto con un missile un aereo da ricognizione israeliano ad Est di Gaza. La notizia è stata riportata da Ma'an News e non è stata ancora confermata da altre fonti.

ORE 19.54 : Esplosioni violente a Nord di Gaza. I lampi si vedono nitidamente anche a Gaza city. Qualcuno sostiene che sia un fuoco di sbarramento per aprire la strada all'offensiva di terra israeliana.

ORE 18.07 : Secondo quanto riportato da un inviato di France Press, un missile partito dalla Striscia di Gaza è caduto in mare a Sud di Jaffa a pochi chilometri da Tel Aviv. Risuonano le sirene nella capitale israeliana: non succedeva dalla prima guerra del Golfo.

ORE 17.38 : "Il leader di Hamas Jaabari ucciso mentre negoziava la tregua con Israele". A renderlo noto è Gershon Baskin, attivista israeliano e fondatore dell'Israel Palestine Center for Research and Information, impegnato in prima linea nel negoziato tra Israele e Hamas per la liberazione del soldatodell'IDF Gilat Shalit.
Secondo Baskin, l'errore commesso da Israele sarà pagato con il sangue di innocenti da entrambe le parti. Poco prima che Jaabari fosse ucciso, aveva ricevuto una bozza di accordo per una tregua permanente con Israele.

ORE 17.28 : L'aviazione israeliana bombarda abitazioni civili a Tel al-Zaatar, Nord della Striscia.

ORE 17.22 : (Fonte Al-Quds) Beirut: Hezbollah ha definito l'offensiva israeliana un atto criminale. Il gruppo ha dichiarato che "la Lega Araba, gli Stati arabi e le organizzazioni di carità islamiche devono assumersi le proprie responsabilità per fermare il genocidio a Gaza". Il presidente libanese Michel Suleiman descrive la guerra su Gaza una "barbara aggressione".

ORE 17.05 : Il gruppo per i diritti umani "Indipendent Jewish Voices" condanna l'attacco israeliano contro Gaza definendolo "Pillar of war crimes": "Abbiamo l'obbligo morale di opporci" dice Dylan Penner, membro dell'associazione ebraica canadese, che chiede ai suoi sostenitori di unirsi alle proteste di queste ore contro l'operazione militare israeliana.

ORE 16.59 : Il portavoce dell'esercito israeliano, il brigadiere generale Yoav Mordechai, ha detto alla stampa che l'IDF si sta spostando a Sud della Striscia di Gaza, dopo una decisione dei vertici politici israeliani.

ORE 16.55 : Secondo quanto riportato da Ma'an News, il primo ministro egiziano ha annunciato la sua visita ufficiale a Gaza domani.

ORE 16.42 : Otto donne palestinesi sono state arrestate dalle forze israeliane vicino Ramallah per aver tentato di entrare nella colonia di Beit El. A Gaza ucciso nei bombardamenti israeliani un insegnante dell'UNRWA, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi. "Poco dopo le 13 - riporta in un comunicato l'UNRWA - un nostro insegnante è stato ucciso da un bombardamento israeliano a Nord di Gaza: Marwan Abu El Qumsan, 50enne insegnante di arano nella scuola per ragazzi del campo profughi di Jabaliya. Si trovava in macchina quando è stato colpito dall'esplosione. Il fratello, in auto insieme a lui, è rimasto gravemente ferito".

ORE 16.37 : L'emittente tv israeliana Channel 2 riporta di missili lanciati da Gaza e caduti nel quartiere di Rishon Letzion, a 16 km a Sud di Tel Aviv. Nessun ferito.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato con il premier israeliano Netanyahu chiedendo ad entrambe le parti di evitare un'escalation delle violenze. Il presidente Usa Obama sta lavorando perché la situazione non degeneri: il governo degli Stati Uniti sta intensificando gli sforzi per evitare un deterioramento delle relazioni diplomatiche tra Israele e Egitto a seguito dell'operazione "Pillar of Defense" nella Striscia di Gaza. Il Presidente Barack Obama ha parlato ieri sera con il presidente egiziano Mohamed Morsi, e gli ha chiesto di non intraprendere azioni che potrebbero aggravare la tensione con Israele.

ORE 16.25 : RETTIFICA - L'attivista italiana Rosa Schiano fa sapere di non essere a conoscenza della decisione di Israele di imporre il coprifuoco dalle 19 in poi e dell'ingresso dei tank israeliani a Nord della Striscia.

ORE 16.17 : Abu Marzuk, vice capo dell'ufficio politico di Hamas, ha dichiarato che l'Autorità Palestinese e la sua leadership devono assumere delle posizioni politiche più forti nei confronti dell'aggressione israeliana alla Striscia di Gaza, di non ripetere il comportamento del 2008.
Marzuk ha chiesto all'ANP di non fermare il movimento delle masse ma d'incoraggiare i giovani a scendere nelle strade e scontrarsi contro l'occupante , sottolineando l'importanza di un'unita' nazionale e l'interruzione del coordinamento di sicurezza che umilia la popolazione palestinese.

ORE 15.45: L'attivista italiana Rosa Schiano, a Gaza, riporta che Israele ha annunciato il coprifuoco dalle 19 in poi e l'ingresso dei tank israeliani a Nord della Striscia.


ORE 15.40 : L'esercito israeliano ha annunciato che Israele colpirà e bloccherà l'elettricità e le reti telefoniche e internet a Gaza, per rendere impossibili le comunicazioni. Fonti palestinesi riportano già di un black out elettrico nella Striscia.
Hamas annuncia la morte di un'altra bambina di due anni.

ORE 15.32 : Da Khartoum (Sudan), Khaled Meshaal, capo dell'ufficio politico di Hamas, nel corso dell'ottava conferenza del Movimento Islamico, ha detto che la Palestina non si libererà se non con il martirio e che Israele era debole prima della primavera Araba e ora lo è più che mai. Secondo Meshaal è necessaria la presenza forte della nuova dirigenza egiziana.


Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=41118&typeb=0&DIRETTA-Gaza-sotto-attacco

domenica 7 ottobre 2012

Anna coraggio, la sua amica racconta chi era Politkovskaya

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5 ottobre 2012

Quando si è giornalista, scrittrice e traduttrice letteraria, la vita è fatta di incontri. Essendo di origini russe ed esperta di questioni politiche, storiche e letterarie russe, negli ultimi trent’anni ho incontrato molte personalità russe, ma soprattutto persone straordinarie. Tra autori e amici posso annoverare, e lo dico senza presunzione, Mikhail Gorbaciov e Vladimir Bukovsky, Andrei Tarkovsky e Viktor Pelevin, Dmitri Bykov e Sergei Kovalev, Ludmila Ulitskaya e Anna Politkovskaya, per fare alcuni nomi. Purtroppo alcuni dei miei amici non sono più qui con noi. Tra questi Anna Politkovskaya, uccisa a bruciapelo da sicari.

La morte di un amico è sempre una dura prova, ma quando si tratta di un omicidio è come una pugnalata che ti colpisce al cuore e resta fissa lì, per anni. Tutto quello che mi resta è parlare di Anna e continuare a pubblicarla. È ciò che faccio dalla sua scomparsa.

Ho conosciuto Anna alla fine del 1999. Un amico mi aveva fatto leggere dei reportage sulla seconda guerra in Cecenia che lei aveva pubblicato sul giornale dell’opposizione, la Novaya Gazeta.
Ho proposto subito all’editore francese Robert Laffont di farne un libro. Fu allora che, insieme all’editor della casa editrice, partimmo per Mosca per incontrare Anna. All’epoca lei viveva ancora con suo marito, un giornalista, e i loro due figli. Un anno dopo suo marito, che non sopportava più la sua lotta a favore del popolo ceceno, la lasciò.

Sono stata subito colpita dalla sua integrità morale e dal suo senso della tragedia. Era appena iniziata una nuova guerra in Cecenia, Putin era appena stato eletto, e nessuno immaginava ancora che il cinismo, l’odio per l’altro, il nazionalismo russo, il patriottismo sovietico, l’arbitrio giuridico e amministrativo, stessero assumendo rapidamente delle proporzioni esorbitanti. Anna fu la prima a parlare di una fascistizzazione della società russa, ormai malata, senza direzione, completamente nelle mani di un capo di stato venuto dal Kgb.

A Mosca, tra i suoi colleghi, Anna passava per un’isterica. Andava in Cecenia ogni mese, dove tutto era a ferro e fuoco, per tornare poi a Mosca, dove invece l’intellighenzia era più presa dall’acquisto di macchine e beni di consumo che da quella lontana Cecenia, i cui abitanti non ispiravano né compassione né simpatia. Le esplosioni di palazzi e abitazioni che ci furono a Mosca nell’autunno del 1999 hanno largamente contribuito all’avanzare di un sentimento anti-ceceno, anche se esistono diversi indizi che provano che questi atti terroristici (quasi 300 le vittime) furono organizzati dal Fsb (i servizi segreti russi) per giustificare l’intervento militare in Cecenia. Anna, da sola, si batteva per la popolazione cecena, che era stretta nella morsa tra gli indipendentisti e le truppe federali. Per molte famiglie lei incarnava l’ultima speranza di ritrovare un figlio o un padre rapito, di far curare un bambino ferito, di ottenere la condanna di un assassino o di un torturatore in uniforme. Ogni tanto ci riusciva, ma il più delle volte era una battaglia disperata: una donna contro la macchina di uno Stato.

Sono fiera di aver contribuito alla sua notorietà. Il suo primo libro che abbiamo pubblicato, Le Voyage en enfer ( Un piccolo angolo d’inferno, Rizzoli, 2008), non ha avuto un gran successo e l’editore francese non ha più voluto continuare questa avventura. Allora ho trovato un altro editore in Francia, meno grande ma più impegnato, Buchet Chastel. Il secondo libro, a cui abbiamo lavorato insieme, ha funzionato bene. Cecenia. Il disonore russo (Fandango, 2009) ha ricevuto diversi premi internazionali, e da quel momento è iniziata la carriera letteraria di Anna. I suoi libri sono stati tradotti in Europa e negli Stati Uniti e nel giro di qualche anno è diventata una testimone fondamentale della tragedia cecena. Spesso la accompagnavo e ogni volta la vedevo stanca e delusa dopo i suoi interventi pubblici. «Non capiscono niente - mi diceva con amarezza - mi sembra di parlare a vuoto». Era in parte vero e in parte no. Le sue testimonianze davanti al Congresso americano o davanti al Consiglio europeo non hanno certo cambiato la politica russa, ma comunque è grazie ad Anna, ai suoi libri e ai suoi interventi, che l’Occidente ha preso coscienza della natura del regime russo. 

Questa donna, grande e fragile allo stesso tempo, è diventata in pochi anni uno dei critici più acerbi e spietati del sistema Putin. Nel 2004 ha pubblicato una requisitoria personale contro il presidente russo, La Roussie selon Poutine, in cui scriveva: «Lo detesto (Putin) perché non ama il popolo. Ci disprezza, ci vede solo come un mezzo per raggiungere i suoi scopi, per estendere e conservare il suo potere. Si crede in diritto di fare di noi quello che vuole, di giocare con coi, di manipolarci, di distruggerci se lo ritiene necessario… la Russia ha già avuto dei dirigenti di queste fattezze. E ogni volta ci hanno portato a tragedie, bagni di sangue, guerre civili. Voglio buttarmi alle spalle tutto questo. Ecco perché provo tanta avversione per questo cekista che cammina sul tappeto rosso del Cremlino arrampicandosi fino al trono».


IL RISVEGLIO DELL’INTELLIGHENZIA
Scrivendo questo libro Anna sapeva il rischio che correva. Non è stata la prima giornalista ad essere uccisa in Russia. Né sarà l’ultima. Ma quando le raccomandavo di essere prudente, mi diceva: «Galia, non ho scelta. È il mio mestiere, e se non faccio tutto quello che è in mio potere per aiutare le persone che soffrono e per smascherare i loro carnefici, come potrei guardare i miei figli negli occhi?» Grande ammiratrice di Tolstoj e di Cechov, aveva conservato un’anima pura e il senso di responsabilità e dell’onore che hanno da sempre caratterizzato l’intellighenzia russa. Ci sono voluti alcuni anni per far risvegliare quest’intellighenzia. A partire dal 2009, la data del secondo processo, del tutto costruito, di Mikhail Khodorkovsky, scrittori e artisti hanno cominciato a rendersi conto di quello che Anna diceva nella prima metà degli anni Duemila, prima del suo assassinio, il 7 ottobre 2006. Solo da un anno a questa parte assistiamo a manifestazioni di piazza dell’opposizione, che reclama apertamente le dimissioni di Putin e la democratizzazione del paese. Ma nel frattempo il regime si è rafforzato, il Fsb ha allargato il suo potere, il campo politico è stato non solo spianato, ma cementato, affinché niente possa distruggerlo.

La lezione di coraggio e di lucidità che ci ha dato Anna, ai russi come agli occidentali, non è stata vana. Se nessuno nelle file dell’opposizione non possiede la sua stessa umanità, il suo talento e passione per la verità di giustizia, migliaia di giornalisti, scrittori, artisti, attivisti politici, ecologisti, uomini d’affari sono decisi oggi a portare avanti una lotta che era anche la sua. La lotta per una Russia libera.


lunedì 5 marzo 2012

ARRESTI A SANPIETROBURGO DURANTE MANIFESTAZIONE ANTIPUTIN