Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 18 gennaio 2014

Thomas Sankara, la coscienza ribelle dell'Africa



 Dal blog di Bob Fabiani http://bob-fabiani.blogspot.it/

 

giovedì 16 gennaio 2014




Thomas Sankara il 15 ottobre 1987 viene assassinato da un commando golpista - organizzato e diretto da Blaide Compaoré - a soli 37 anni. Era nato il 21 dicembre 1949 a Yako, nell'ex Alto Volta, una colonia francese piuttosto turbolenta e,  che soli molti anni dopo durante la rivoluzione del 1983 prenderà il nome di Burkina Faso.
La data ufficiale in cui l'Alto Volta diventa "Burkina Faso" è il 4 agosto 1984; nell'incrocio di due lingue locali (dioula e mooré) significa "La patria degli integri".
A Thomas Sankara sono state date molte definizioni: "Il presidente dei contadini", per la decisione di metterli al centro e dar potere ai produttori di sopravvivenza, quel 90% di contadini condannati alla miseria più marcata e disperante; dimenticati e da sempre rovinati da tradizioni feudali e, in euguale misura dalla distruzione della natura complice l'avanzamento del deserto.
"Il ribelle" a causa delle proposte in favore del disarmo e dell'indipendenza economica terzomondista, contro l'imperialismo e il capitalismo divoratore di risorse.
"Il presidente più povero del mondo" per la sua visione personale della figura del presidente: ossia la messa in pratica di un principio di non-privilegio. A tal proposito spiegava:"Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero".
"L'incorruttibile" per la lotta senza quartiere che lanciò durante gli anni della Rivoluzione Burkinabé contro gli abusi.
"Il Femminista". Sankara si guadagnò questa definizione per l'attenzione speciale che riservò alle donne vittime del patriarcato capitalista.
Se dovessimo sintetizzare cosa ha rappresentato Sankara per l'Africa (e non solo) potremmo prendere in prestito la nota scritta dal sociologo svizzero, Jean Zigler:" L'esperienza di Sankara è stata unica in Africa e in tutto il Terzo Mondo. La morte di questo uomo eccezionale è una tragedia per l'intera Africa".
Vent'anni prima della dipartita del presidente del Burkina Faso, autentica coscienza ribelle per l'Africa intera, alla stessa età, Che Guevara trovò la morte e, prima di morire fece in tempo a scrivere una delle sue proverbiali frasi:"Quando lo straordinario diventa quotidiano, ecco la Rivoluzione". Parole perfette per la storia e per l'esperienza di Sankara alla guida della Rivoluzione Burkinabé.
-IL BURKINA FASO
Il Burkina Faso è situato nell'Africa sub-sahariana è un paese chiuso (senza sbocchi sul mare); un paese agricolo. Ha una superficie di 274.000 Km2, la popolazione è di circa 12.000.000 abitanti, con il 75% dei cittadini tra i 15 e i 40 anni.
Il Burkina Faso è limitato a nord-ovest dal mali, ad est dal Niger, a sud-ovest dalla Costa D'Avorio, a sud dal Ghana e dal Togo, a sud-est dal Benin. La capitale è Ouagadougou è situata proprio al centro del paese e, Bobo Dioulasso, il centro delle attività si trova ad ovest.
-IL PRESIDENTE RIBELLE"
Thomas Sankara è stato il paladino assoluto del rifiuto di apporre la sua firma - a nome del Burkina Faso - al programma di aggiustamento strutturale con il Fondo Monetario Internazionale. Questa sua posizione rivoluzionaria lo rende assolutamente moderno e attuale oggi che, in quell'Europa che per oltre 100 anni produsse ( e ancora produce, sotto altre mentite spoglie un moderno colonialismo fatto di schiavismo, guerre civili, dittature e coflitti che stanno riesplodendo in modo drammatico e proccupante, con la Francia in prima fila...) un colonialismo che condannò l'Africa alla miseria più diffusa e drammatica, l'esempio di Sankara sarebbe la migliore risposta alla "dittatura della Troika" che sta imponendo sistemi autoritari anche nei cosiddetti paesi del "Primo Mondo".
In un memorabile discorso ad Addis Abeba, in Etiopia, nel 1986 Sankara spiegò perché l'Africa non doveva pagare il debito estero: "Abbiamo detto all'Fmi: quel che chiedete noi l'abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l'economia, non avete niente da insegnarci. ci è sembrato di capire che quel che il Fondo cerca sia un controllo politico".
-LA FORMA ISTITUZIONALE DELLA RIVOLUZIONE BURKINABE'
La Rivoluzione che Sankara portò a compimento aveva come forma istituzionale rivluzionaria, la democrazia diretta. nacque da un'alleanza fra la rivolta popolare contro governi corrotti e un gruppo di militari giovani capitanati da Sankara, Compaoré ( che poi partecipò al commando golpista che lo rovesciò...e ancora oggi siede sulla poltrona presidenziale...), Lingani e Zongo (il giornalista assassinato nel 1988).
Il potere a partire dal 1983 fu amministrato dal governo formato da militari e civili e dal Consiglio Nazionale della "rivoluzione" (Cnr, che aveva all'interno membri del governo e membri dei partiti di sinistra); tuttavia il nerbo della "democrazia diretta", la cassa di risonanza del popolo, dovevano essere i comitati di difesa  della Rivoluzione (Cdr), presenti in tutti i villaggi, quartieri, luoghi di lavoro.
Sensibilizzare le masse, impegnarsi nel lavoro collettivo di sviluppo socioeconomico e difendere la Rivoluzione anche con le armi erano questi i compiti che il "Comandante Sankara" assegnò a tutti coloro che, nel popolo si impegnarono a favore dello sviluppo del Burkina Faso. Sankara attribuiva una grande importanza alle organizzazioni di massa: credeva che, l'Unione dei contadini, delle donne, dei giovani, degli anziani, sarebbero state la vera espressione  della democrazia diretta mentre, invece, non aveva alcuna fiducia  nei partitini che si richiamavano a modelli rivoluzionari di stampo urbano ed elitario.
-THOMAS SANKARA I DISCORSI E LE IDEE
Sankara è stato una figura fondamentale e importantissima per milioni di giovani africani ieri come oggi, il suo grande insegnamento in tema di diritti umani, sociali e su quelli economici e contro il disarmo dell'Africa rendo no la sua figura assolutamente centrale per la rivendicazione della "coscienza indipendente dell'Africa". Qui di seguito abbiamo selezionato alcuni brani di celebri discorsi e alcune idee che possono meglio inquadrare la figura rivoluzionaria del presidente del Burkina Faso, sopratutto per quanti, tra coloro nche non ne conoscono nè la storia nè l'operato.
                                      (Bob Fabiani)


Il filmato eccezionale di questo discorso tenuto dal "Comandante Sankara" fu definito importantissimo tra quanti quel giorno si trovavano a Harlem, il "cuore del ghetto nero" di Nyc. Un discorso a favore dei paesi non-allineati e a sostegno di Cuba e dell'indipendenza dell'Africa e contro il colonialismo soffocante dei capitalisti oppressori.
 -SANKARA PARLA DEL PROBLEMA DELLA DONNA E DELLA PIAGA DELLA PROSTITUZIONE IN BURKINA FASO.
"La prostituzione non è che la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è divenuto regola ed è il simbolo del disprezzo che l'uomo prova per la donna. Di questa donna che non è altro che il viso doloroso della madre, della sorella o della sposa di altri uomini, dunque di ciascuno di noi. E' in definitiva, il disprezzo incoscente che proviamo per noi stessi. Là dove ci sono prostitute ci sono "prostitutori".
 (8 marzo 1987, in occasione della giornata internazionale della donna a Ouagadougou)*
*Sankara nel suo programma poneva un'enorme attenzione alla donna: il nuovo governo comprendeva 5 donne; alla radio molte erano le trasmissioni di educazione sessuale, sulla contraccezione e sulla pericolosità dell'infibulazione; era stata concessa alle donne non sposate o conviventi il diritto  di ottenere unità catastali per costruire; il 22 settembre 1985 fu indetta la giornata dei "mariti al mercato".Sankara tentò invano di dare alle donne automaticamente una parte del salario dei propri mariti perché riteneva che fossero più abili nello gestire il denaro di molti uomini. La scorta in motocicletta di Sankara era costituita da donne. Nel 1987 vietò la prostituzione ma per questo ottenne forti critiche, venendo accusato di non aver preso in debita  considerazione la situazione economica del paese!


-L'AFRICA NON PAGHI IL DEBITO ESTERO E NON COMPRI PIU' ARMI*
ADDIS ABEBA,1986, VERTICE DELL'ORGANIZZAZIONE PER L'UNITA'
AFRICANA (OUA)
 Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle sue origini. Quel che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l'Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non possiamo pagarlo.**
Il debito, inoltre, è anche legato a meccanismi neocoloniali; i colonizzatori si sono trasformati in assistenti tecnici...o dovremmo dire assassini tecnici, e ci hanno proposto dei meccanismi  di finananziamento con i finanziatori, i bailleurs de fonds, un termine continuamente usato: come se ci fossero "uomini il cui sbadiglio (baillement in francese...) bastasse a creare lo sviluppo nei nostri paesi! (Risate)
I finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei vantaggi finanziari. Così ci siamo indebitati per decenni e per decenni abbiamo rinunciato a soddisfare i bisogni delle nostre popolazioni. Il debito nella sua forma attuale, controllato e dominato dall'imperialismo, è una riconquista coloniale organizzata con perizia, affinché l'Africa, la sua crescita, il suo sviluppo, obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, e che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, o peggio, schiavo tout court di quelli che hanno avuto l'opportunità, l'astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi con l'obbligo di rimborsarli. Ci si dice di rimborsare il debito. Ma non si tratta di una questione morale: qui non è in gioco il cosiddetto "onore".
Signor presidente, abbiamo ascoltato e applaudito il primo ministro di Norvegia che ha parlato qui ieri, anche lei, che è europea, ha detto che il debito non può essere interamente rimborsato.
Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi.
Quelli che ci hanno portato all'indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo(...)
Quando si parla oggi di crisi economica, si dimentica di dire che la crisi non è venuta dal nulla, esiste da sempre, e andrà avanti sempre più man mano che le masse popolari diventeranno più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori.
C'è crisi oggi perché le masse rifiutano la concertazione delle richezze nelle mani di qualche individuo. c'è crisi perché qualche individuo deposita in banche all'estero somme che basterebbero a sviluppare l'Africa. C'è crisi perché di fronte  a quelleenormi richezze individuali le masse popolari non ci stanno più a vivere in ghetti e aeree fatiscienti. C'è crisi perché i popoli dappertutto rifiutano di essere dentro Soweto a guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte, che inducono all'inquietudine i detentori del potere finanziario. Ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di meccanismi di equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario, equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No, non possiamo essere complici!
No, non possiamo accompagnare il passo assassino di chi succhia il sangue dei nostri popoli (...)
Si sente parlare di gruppo dei 5, gruppo dei 7, magari gruppo dei 100 e chissà altro ancora - è davvero tempo di creare il nostrro club, il nostro gruppo: facciamo sì che da oggi da Addisa Abeba diventi la sede di un nuovo club, il Fronte unito di Addis Abeba contro il debito - è nostro dovere proclamare di fronte a tutti che nel nostro rifiuto di pagare il debito non ci sono intenti bellicosi; al contrario, c'è un intento amichevole e fraterno, quello di dire come stanno le cose. Le masse popolari europee non sono opposte a quelle africane, anzi quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa.
I nemici sono comuni. Il nostro club di Addis Abeba dovrà dire a tutti: "Il debito non sarà pagato" (...)
(...) Impegnamoci molto saggiamente a ricercare delle soluzioni; facciamo sì che altre conferenze spieghino con chiarezza che non possiamo pagare il debito. Dobbiamo dirlo tutti insieme, perché individualmente andremmo a farci assassinare. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il suo debito, io non sarò qui alla prossima conferenza (Risate); ma con il sostegno di tutti - e ne ho bisogno (Applausi) - potremo evitare di pagare. Evitare di pagare è una condizione sine qua non perché possiamo provvedere al nostro sviluppo.
Ma non posso terminare senza sottilineare che ogni volta che un paese africano acquista armi, è contro gli africani. Quando nel lanciare la risoluzione di non pagare il debito dobbiamo contestualmente trovare una soluzione al problema degli armamenti (...)
Cari fratelli, con la collaborazione di tutti possiamo arrivare alla pace fra noi. E potremo utilizzare le nostre immense possibilità di sviluppare l'Africa. Il nostro suolo, il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia, abbiamo un mercato, abbiamo sufficenti capacità intellettuali per creare e utilizzare la tecnologia, e la scienza che non mancano (...)
(...) Facciamo sì che a partire dal Fronte unito di Addis Abeba contro il debito si decida di frenare la corsa agli armamenti fra paesi deboli e poveri (...)
(...) Facciamo sì inoltre che il mercato degli africani sia davvero il mercato degli africani: produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo ciò di cui abbiamo bisogno, e consumiamo quel che produciamo, invece di importare! (...)
La patrie ou la mort, nous vaincrons! (Applausi)
*In un discorso con punte di umorismo accompagnato da applausi e risate degli incravattati capi di stato africani, Thomas Sankara vestito con il Faso dan Fani, cotone del suo paese, espone e motiva la proposta del Burkina Faso di creare un Fronte unito di Addis Abeba contro il pagamento del debito estero. Non risparmia tuttavia stoccate ai governanti che accumulano ricchezze all'estero e condanna lo scandaloso acquisto di armi da parte di paesi africani. infine invita l'Africa a produrre quello di cui ha bisogno e a consumare quello che ha prodotto invece di importare, accettando di vivere degnamente all'africana.
** Il Burkina Faso in realtà era uno dei paesi meno indebitati d'Africa, anche grazie alle politiche di contenimento delle importazioni e all'austerità di bilancio autoimposta. Il servizio del debito costituiva solo il 2,5% del Pil.


 -L'ASSASSINIO    
 Nel pomeriggio del 15 ottobre 1987 un commando militare assassina Thomas Sankara e, con lui, 15 persone, guardie e consiglieri.
Vennero tutti sepolti la notte stessa nel cimitero di Dagnonen, un quartiere situato nella zona est di Ouagadougou.
Era la fine di tutto. Era finita la Rivoluzione Burkinabé.
La rivoluzione fu spezzata e stroncata nel momento "opportuno": Sankara aveva chiesto e preteso troppo al cuore dello stato, ai funzionari, ai militari, ai sindacati, ai partitini urbani, ai commercianti, ai capi tradizionali, per non parlare dei suoi colleghi di governo: del resto è dagli ambienti governativi che partì l'ordine per rovesciarlo, sotto la regia golpista  di Compaoré; è l'ordine concordato con il consenso delle potenze straniere - sopratutto la Francia che lo considerava una minaccia per i suoi interessi colonialisti in Africa... - disturbate dalla possibilità dell'estensione del modello "burkinabé" in altre colonie e nell'Africa intera.
Sankara si accorse troppo tardi che ai vertici del Burkina Faso era isolato e solo: mentre la base rurale non era ancora  "socializzata alla politica", l'Esercito, intanto, rivoleva prendere tutto il potere.
-LIBRI SU THOMAS SANKARA
I titoli che qui troverete sono solo una piccola guida per orientarsi nello studio di Sankara non ha alcuna pretesa di essere "assoluta" e tanto meno definitiva.
                                                             (Bob Fabiani)
-Bruno Jaffré  - Biographie de Thomas Sankara;
-Bruno  Jaffré -  Burkina Faso Les années Sankara;
-Sawadogo       -  Le président Sankara;
-Carlo   Batà    -  L'Africa di Thomas Sankara - Le
idee non si possono uccidere  - Achab Editrice, 2003;
-Thomas Sankara - I discorsi e le idee - Esizioni Sankara, 2003;
-Alessandro Aruffo - Sankara. Un rivoluzionario africano. - Edizioni Massari, 2007;
-Thomas Sankara - Il presidente ribelle - a cura di Marinella Correggia
-Discorsi tradotti da Marinella Correggia - Edizioni Manifesto Libri;
-Valentina Biletta   - Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara
-Edizioni Ediarco, 2003;
-Vittorio   Martinelli  (con Sofia Massai) - La voce nel
deserto  (prefazione Jean-Léonard Touadi) Edizioni Zona, 2009.
 
(Fonte.:jeuneafriquearchivie;sankara20ans)
 
Bob Fabiani
 
Link
-www.thomassankara.net;
-www.sankara20ans.net;
-www.jeuneafrique.com   




venerdì 26 luglio 2013

26 luglio 1953: assalto alla caserma Moncada

Venerdì 26 Luglio 2013 04:00 


altIl 26 luglio 1953: Cuba, Santiago, l'esercito rivoluzionario cubano compie il suo primo attacco al regime di Batista. L'attacco alla caserma Moncada di Santiago è l'evento che a causa di molti fattori, fa scoppiare la rivoluzione cubana. Questa data è considerata talmente importante e simbolica che dà il nome al movimento rivoluzionario cubano che porta il popolo cubano alla presa del potere nel giro di pochi anni. Il movimento “26 julio” nasce proprio da questa azione miltare.
La caserma Moncada è una delle roccaforti dell'esercito cubano, e viene scelta seguendo una logica politica che dovrebbe portare ad un'intensificazione della mobilitazione anti-regime e insurrezionale. L'attacco viene preparato per mesi e clandestinamente, dal movimento rivoluzionario che ha ormai addestrato molte centinaia di militanti all'uso delle armi. L'addestramento viene svolto all'interno di fattorie, abitazioni e università. A Cuba, dal golpe del 10 marzo del '52, fioriscono sempre di più organizzazioni rivoluzionarie armate per il rovesciamento del regime.
L'attacco alla Moncada viene guidato da: Fidel Castro, Abel Santamaría, José Luis Tasende, Renato Guitart Rosell, Antonio López Fernández (Ñico), Pedro Miret e Jesús Montané Oropesa, i quali sono anche ai vertici dell'organizzazione rivoluzionaria. L'attacco viene sferrato il giorno seguente alla festa patronale di Santiago per poter contare sulla stanchezza dei soldati. Simultaneamente vengono attaccati il Palazzo di giustizia da una decina di uomini guidati da Raul Castro, e  l'ospedale militare da una ventina sotto le direttive di Abel Santamaria.
È Fidel Castro a guidare l'attacco alla caserma. Mentre le altre due azioni riescono pienamente, la prima, la principale e con più uomini impegnati, circa un centinaio: è un fallimento totale sul piano tattico e militare. Molti rivoluzionari vengono uccisi,  altri fatti prigionieri, e in quasi una sessantina riescono a fuggire. Fidel Castro viene incarcerato e durante il suo processo farà il suo storico discorso: “la storia mi assolverà”.
L'azione del 26 luglio e il processo giudiziario, politico e di mobilitazione in solidarietà agli arrestati, è un detonatore della rivoluzione cubana che da quel giorno non fa che aumentare ed intensificarsi fino al 59 quando travolge il regime militare. Il programma scritto per l'occasione dell'attacco è un modello politico programmatico per la rivoluzione, e le sue rivendicazioni portano moltissime persone ad arruolarsi nel movimento 26 julio e a partecipare attivamente al processo rivoluzionario.



Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2174-26-luglio-1953-assalto-alla-caserma-moncada 

venerdì 5 luglio 2013

EGITTO: GOLPE DEI MILITARI, DESTITUITO MORSI

Dal blog http://bob-fabiani.blogspot.it/ di Bob Fabiani:

mercoledì 3 luglio 2013

La drammatica giornata in Egitto si è conclusa nel modo previsto: alla fine l'esercito egiziano - che era già schierato nelle piazze e nelle strade del Paese da giorni - è intervenuto e, così, l'ennesimo golpe aveva inizio.
Alle 16,30 locali, scadeva il drammatico ultimatum dei militari nei confronti del presidente Morsi. Dal canto suo, il presidente della Fratellanza Musulmana, ha rifiutato con fermezza e sdegno, di dimettersi. Non ha ceduto nè alle richieste del movimento Tamarrod - i ribelli - nè alle richieste esplecite dei militari. I vertici militari egiziani appresa la volontà del presidente, a quel punto si muovevano di conseguenza, informando, seccamenta Morsi: "Da questo momento, Morsi, non è più il presidente".

-LA ROAD MAP DEI MILITARI.

Nel drammatico "messaggio televisivo alla nazione", il ministro della Difesa annunciava queste parole: "Da questo momento è sospesa la Costituzione si provvederà alla formazione di un Governo Tecnico e, subito dopo si provvederà a indire elezioni presidenziali". 
Così terminava lo stillicidio di supposizioni e di possibili scenari alla crisi egiziana e, la linearità della road map dei militari non lascia dubbi anche se, non tutto è chiaro al Cairo in questo momento. Le incognite ci sono perchè, in realtà in questa difficile situazione, non è possibile fare previsioni; bisognerà vedere intanto, cosa accadrà nella notte egiziana, si dovrà verificare se, l'appello dei militari sarà accolto da tutti gli egiziani. I militari, nel loro intervento alla televisione di Stato hanno fatto sapere chiaro e tondo che, non saranno tollerati atti di violenza anche se, hanno tenuto a precisare il diritto degli egiziani di protestare: soltanto che i militari pretendono che le proteste si svolgano in modo civile e senza violenze. Se così non sarà, l'esercito reprimerà con la massima durezza tutti coloro che non si atterranno a questo "ordine". Tuttavia, l'incognita maggiore, è costituita dai Fratelli Musulmani: cosa faranno questa notte? Come si muoveranno nelle prossime ore e nei prossimi giorni? A tal proposito, destano molte preoccupazioni le parole da loro usate, non appena Morsi è stato destituito dall'esercito: "Reagiremo" hanno fatto sapere a caldo e, questa non è una notizia positiva.
Se da un lato, il golpe che si è consumato oggi, 3 luglio 2013, in Egitto non può essere del tutto una buona notizia, bisogna però registrare la reazione, del tutto imprevedibile, di Piazza Tahrir. Appena terminato l'intervento dei militari in televisione, la piazza, ha inscenato i fuochi d'artificio. Si tratta di una notizia di portata storica: nessuna presa di potere da parte dei militari, in Egitto, era mai stata salutata con questo entusiasmo popolare. Non deve sorprendere più di tanto questa reazione: i vertici militari sono stati abili nel tenere in considerazione le richieste della piazza e della persone e, il fatto che, tutte le richieste del movimento Tamorrod siano state accolte è un segno che lascia ben sperare.

-L'ORA DEL GOLPE.

Erano le 19 al Cairo quando l'esercito annunciava: "Il Golpe militare è cominciato". La situazione in Egitto è molto confusa e certezze non ce ne sono: i militari sapranno tenere fede alla road map da loro annunciata nel discorso televisivo alla nazione? A questa domanda, in questo momento mentre scrivo, non è possibile rispondere; solo le prossime ore potranno chiarire in quale direzione andrà l'Egitto.
Dalle 19 ora locale, di questa drammatica giornata, l'esercito ha provveduto a circondare con barriere e filo spinato, il palazzo dove lavora Morsi, il presidente destituito: questa parte del Cairo è isolata dal resto della città.
Tuttavia, il momento più drammatico di tutta la giornata, è stato quando, l'esercito annunciava la road map e, nel passaggio, in cui i militari, hanno accusato Morsi condannandolo a un anno di carcere. Nello stesso passaggio, il ministro della Difesa faceva sapere che sarà direttamente la Corte Costituzionale a guidare la transizione verso le prossime elezioni.
Terminava così l'anno di governo di Morsi e, per l'Egitto ora inizia una nuova fase, nell'incertezza e sotto l'occhio attento e vigile dei militari: spetterà ancora una volta al movimento, riunito in modo compatto sotto il cartello Tamarrod, il compito di vigilare per continuare la rivoluzione iniziata nel 2011.

(Fonte.:ahnam;aljazeera,alarabiya/english)
Bob Fabiani
Link
-tamarod.com;
-www.aljazeera.com;
-http://english.alarabiya.net;
-www.ahnam.com


giovedì 14 febbraio 2013

DUE ANNI DI RIVOLUZIONE. IL BAHRAIN CONTINUA A UCCIDERE I SUOI RAGAZZI


 

http://frontierenews.it/wp-content/uploads/2013/02/bahrain-flags_1828191i.jpg

 

 

Un ragazzo. Un manifestante. Una voce alzata. Lui era Hussein al-Jaziri, un sedicenne ucciso questa mattina durante gli scontri con le forze governative a Dia, un villaggio sciita vicino a Manama. Nella manifestazione per il secondo anniversario dell’inizio della rivolta nel Bahrein, pallini di piombo lo hanno colpito, ammazzandolo.

Due anni di rivoluzione. Era il 14 febbraio 2011 quando il malcontento del popolo (a maggioranza sciita, circa il 70% dei 600mila abitanti) si unì in Piazza delle Perle per chiedere giustizia sociale al governo (dinastia sunnita al Khalifa). Allora la protesta – dichiarata dal governo come una strategia orchestrata dall’Iran per distruggere il Paese dall’interno – fu “gestita” grazie all’aiuto delle forze saudite ed emirate.

Arresti di blogger, gas tossici e sonic bombs sulla popolazione, carcere alle maestre che indicono uno sciopero. La strada per la libertà è costellata di dolore. “Ho documentato le violenze, gli omicidi, le torture“, ci ha raccontato Maryam al-Khawaja (leggi qui tutta l’intervista).

 

V.E.

 

Fonte:

 

http://frontierenews.it/2013/02/due-anni-di-rivoluzione-il-bahrein-continua-a-uccidere-i-suoi-ragazzi/

  

 

domenica 27 gennaio 2013

EGITTO: ASSALTO AL CARCERE PORT SAID, 27 MORTI

L'attacco lanciato dopo la sentenza che oggi ha condannato 21 giovani a morte per il massacro dello scorso febbraio nel quale rimasero uccisi 73 tifosi della squadra dell'Ahly.

sabato 26 gennaio 2013 11:44






della redazione
Roma, 26 gennaio 2012, Nena News - Continua a salire il bilancio degli scontri violentissimi scoppiati stamani a Port Said, in Egitto, dopo l'annuncio della condanna a morte per 21 degli imputati nell'uccisione di 73 tifosi della squadra di calcio dell'Ahly, avvenuta circa un anno fa.

Tra le vittime figurano anche due calciatori della città. Si tratta di Tamer al-Fahla, ex portiere dell'al-Masry e Mohammad al-Dadhwi, che ha giocato con l'al-Mareekh.

Stamani, dopo la lettura della sentenza, gruppi di manifestanti, tra cui anche familiari dei condannati, hanno tentato di fare irruzione nel carcere per liberare i condannati. Oltre ai morti negli scontri, altre decine di persone sono rimaste ferite nell'attacco della folla inferocita al penitenziario.
Al Cairo nello stesso momento migliaia di tifosi dell'Ahly festeggiavano il verdetto con balli, canti e fuochi d'artificio.

E' stata una nuova fiammata di violenza che segue la giornata di ieri quando il secondo anniversario della rivoluzione contro l'ex presidente Hosni Mubarak si è trasformato in un bagno di sangue. Negli scontri scoppiati tra manifestanti e forze di polizia al Cairo, Alessandria, Ismaila, Port Said e Suez sono rimaste uccise 10 persone, 8 dimostranti e due poliziotti, e ferite altre 400 persone.

In piazza Tahrir al Cairo ieri riecheggiava "Il popolo vuole la caduta del regime", lo slogan della sollevazione anti-Mubarak, ora rivolto al presidente Mohammed Morsi e al suo movimento politico, i Fratelli musulmani. Anche questo è un regime da abbattere, dice l'opposizione progressista, perchè non ha risposto alle domande di riforme democratiche e giustizia sociale per cui due anni fa il popolo egiziano versò il proprio sangue. Nena News




Fonte:


venerdì 25 gennaio 2013

EGITTO: DUE ANNI DOPO, LA RIVOLUZIONE CONTINUA

 


gennaio 25, 2013 - 8:13


A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 che ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, l’Egitto scende in piazza per celebrare il cambiamento, in un clima caratterizzato dalle divisioni politiche e dalla crisi economica incombente. A distanza di 24 mesi dai cortei e dalle manifestazioni seguite dalle televisioni di tutto il mondo, che hanno fatto di Piazza Tahrir un’icona della cosiddetta ‘Primavera araba’, il più popoloso dei paesi arabi lotta ancora per ritrovare la sua stabilità. Le lacerazioni tra un’autorità politica legittimata dalla vittoria alle urne, e i movimenti di opposizione che accusano gli islamici al potere di aver ‘tradito’ gli ideali della rivoluzione, ha raggiunto il suo apice.
Gli scontri di piazza e l’assedio del presidente Mohammed Morsi al palazzo presidenziale, agli inizi di dicembre, subito dopo l’approvazione di una nuova Costituzione e un’estensione dei poteri del presidente, hanno fatto temere per una svolta autoritaria delle istituzioni, con esiti imprevedibili sulla pace e la stabilità sociale del paese.
È in questo clima che per oggi l’opposizione ha indetto manifestazioni di piazza e cortei nelle principali città del paese, allo scopo di celebrare una rivoluzione “che continua” (Al thawra mustamirra è appunto uno degli slogan, ndr) e i cui obiettivi, è opinione di molti, non sono stati ancora raggiunti.
“Per le strade risuona il motto ‘pane, libertà e giustizia sociale’ che era uno degli slogan della rivoluzione contro Mubarak” dice alla MISNA Namira Negm, professore di Scienze politiche all’Università Americana del Cairo, “a dimostrare il fatto che poco è cambiato dal 2011”.
“Dal punto di vista politico la situazione è confusa. È vero gli egiziani sono andati alle urne cinque volte in due anni, più di quanto non avessero fatto negli ultimi 30, ma si ritrovano con una Costituzione che non li rappresenta e senza un parlamento. Inoltre il presidente, allo stato attuale, ha più poteri di quanti non ne avesse mai avuti Mubarak” osserva la docente, secondo cui però a pesare di più sulla vita degli egiziani medi “non è la crisi politica, ma quella economica”.
Nei due anni di caos e sconvolgimenti politici, gli investimenti esteri nel paese sono crollati, il turismo è in crisi e il valore della sterlina ha raggiunto minimi storici. In questo scenario, le misure di austerity che il governo ha promesso di adottare, in cambio di un prestito dal Fondo monetario internazionale (Fmi) di 4,8 miliardi di dollari sono state sospese per timore di una rivolta popolare.
“I diritti politici, delle donne e delle fasce più deboli sono a rischio – prosegue l’esperta – e come se non bastasse, c’è il sentimento diffuso di promesse non mantenute”. Per rispondere alle accuse di immobilismo, il governo ha appena lanciato la campagna “Costruiamo insieme l’Egitto”, prevedendo pianificazioni nazionali e locali in vista del voto che si terrà a marzo o aprile.
Il clima, infine, è reso ancor più incandescente dall’atteso verdetto, in programma per sabato, nel processo a carico di imputati coinvolti nella strage del febbraio scorso a Port Said. Lo stadio della città, che affaccia sul canale di Suez, fu teatro di gravi disordini durante una partita tra la squadra locale Al Masry e i sostenitori del club cairota dell’Ahly, conclusisi con oltre una settantina di morti. I tifosi dell’Ahli – che accusano le forze dell’ordine di mancato intervento e di aver provocato l’incidente – hanno partecipato attivamente alle manifestazioni e agli scontri con le forze di polizia nei primi mesi della rivoluzione. Oggi, hanno promesso che scenderanno in piazza anche loro.

[AdL]


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Fonte:

http://www.misna.org/economia-e-politica/due-anni-dopo-la-rivoluzione-continua-25-01-2013-813.html 

martedì 15 gennaio 2013

Rosa Luxemburg

 



ROSA DI RIVOLUZIONE di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Solo estirpando alla radice la consuetudine all’obbedienza e al servilismo, la classe lavoratrice acquisterà la comprensione di una nuova forma di disciplina, l’autodisciplina, originata dal libero consenso” (Rosa Luxemburg, 1918).

Buttata in un fosso, come un rifiuto.
Vera e propria spazzatura della società, andava uccisa, per evitare che ammorbasse l’aria pulita del nazionalismo e dell’economia capitalista sempre più spinta.
Il giorno 15 gennaio 1918 – dopo aver partecipato alla Rivoluzione Tedesca iniziata nel novembre dello stesso anno dopo la disfatta della Germania nella Prima Guerra Mondiale, dopo aver contribuito a fondare il Partito Comunista di Germania fra il dicembre 1918 e il gennaio 1919 – Rozalia Luksenburg, nata a Zamość (oggi in Polonia) il 5 marzo 1871, nota con il nome di battaglia di Rosa Luxemburg, fu rapita e in seguito assassinata dai soldati dei cosiddetti Freikorps agli ordini del governo del socialdemocratico Friedrich Ebert e di Gustav Noske, ministro degli Interni.
Fu gettata in un fosso, insieme al suo compagno di lotta, Karl Liebknecht.
Spazzatura rivoluzionaria, recuperata in seguito ma sui cui resti sorse un “mistero”, in quanto Rosa Luxemburg soffriva di una malformazione congenita al femore, afflizione che non appariva nello scheletro recuperato. Solo nel maggio 2009, il settimanale tedesco “Der Spiegel” ha pubblicato la notizia del ritrovamento da parte del governo dei veri resti di Rosa Luxemburg, conservati ora presso l’ospedale della Charitè a Berlino.
Per il suo impegno nella lotta di classe e i contributi teorici alla filosofia marxista, Rosa Luxemburg ebbe un monumento, come Karl Liebknecht, a opera dello scultore  Ludwig Mies van der Rohe, distrutto poi dal regime nazista.
Nata da una famiglia ebraica nel Voivodato di Lublino, all’epoca facente parte dell’ Impero Russo, fuggì in Svizzera e studiò poi all’Università di Zurigo, dove fece la conoscenza di figure di spicco del socialismo, come Anatolij Lunačarskij e Leo Jogiches.
Da sempre avversa al nazionalismo del Partito Operaio Unificato Polacco, fondò nel 1893, assieme a Leo Jogiches e Julian Marchlewski, la rivista “Sprawa Robotnicza” (La causa dei lavoratori).
Auspicava che l’indipendenza della Polonia sarebbe stata possibile solo con una rivoluzione globale in Austria, Germania e Russia, negando sostanzialmente il principio di autodeterminazione delle nazioni, in quanto origine solo di guerre e disaccordi, contrariamente a quanto sostenuto da Lenin, il quale, comunque le inviò una copia del suo libro, “Materialismo ed Empiriocriticismo”, recensito da lei nel 1909.
Nel 1897 ottenne la cittadinanza tedesca, iscrivendosi al Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD), il più forte partito socialista in Germania fino al 1914, il cui segretario Karl Kautsky era ritenuto il diretto prosecutore ed erede ortodosso di Marx ed Engels. Rosa Luxemburg iniziò a scrivere e a contribuire all’ortodossia marxista, rivoluzionandola alla base, come il buon Marx auspicava dai suoi compagni.
Al riformismo blando, Rosa Luxemburg contrapponeva sempre la parola di una concreta “rivoluzione”, ribadita e sottolineata nel libro  “Riforma sociale o rivoluzione?” (1899).
Fu una convinta aderente al fronte pacifista all’inizio della prima guerra mondiale.
Assieme a Karl Liebknecht, nel 1915, creò il Gruppo Internazionale, che sarebbe diventato in seguito la Lega Spartachista, parte in un primo tempo del Partito Socialdemocratico e poi del Partito Socialdemocratico Indipendente, prima di divenire il nucleo del Partito Comunista di Germania.
Numerosi i suoi scritti e fondamentali contribuiti a una diversa visione del marxismo, in modo molto più aderente alla realtà
L’accumulazione del capitale” (1913) rimane il caposaldo della sua visione, fortemente critica rispetto al riformismo.
Vedeva nel capitalismo un mostro che divorava se stesso, un leviatano che, per produrre, aveva sempre bisogno di qualcosa all’esterno di se stesso, di cui doveva nutrirsi, fino a scontrarsi con l’inesistenza di altro da sè, momento in cui, arrivati al tremendo stallo, la scelta dei popoli sarebbe stata fra socialismo o barbarie.
Era fortemente critica verso le dirigenze di Partito: la rivoluzione deve necessariamente venire dal basso, dalla libera determinazione delle masse operaie e proletarie, non da organismi burocratici e dirigenziali, i quali imbrigliano in assurde camicie di forza la forza rivoluzionaria.
Avversa al nazionalismo che priva delle più elementari libertà civili, vedeva nella libertà di stampa, di associazione e di riunione, la volontà del proletariato di istruirsi e crescere unito nella consapevolezza di se stesso, per seguire il difficile sentiero di un mondo nuovo, più giusto e egualitario.
Aveva visto più in là di tanti, Rosa Luxemburg.
Come tanti profeti, non poteva essere una veggente in casa propria. Tradita molto spesso dai suoi stessi compagni, dimenticata dai più. Era il tempo di Lenin e della rivoluzione di Ottobre, Rosa Luxemburg aveva compreso come, a causa dell’arretratezza economica della Russia, il governo sarebbe stato costretto a prendere provvedimenti che ben poco avrebbero avuto a che fare con il comunismo e la rivoluzione: da soli nulla si può fare, la sola speranza era che anche gli altri Paesi d’Europa insorgessero e rivoluzionassero l’assetto del mondo.
Il messaggio di Rosa Luxemburg risuona prepotente nelle nostre orecchie come un monito, soprattutto oggi, con una Destra populista e nazionalista litigiosa ma incattivita e una Sinistra blanda, spaccata dalle beghe interne e tutt’altro che attenta a una rivoluzione che provenga realmente dal basso, con una totale disattenzione alla militanza concreta.
Il libero consenso fondato sull’autodisciplina, purtroppo, non è una qualità che si possa riscontrare in un’Italia imbarbarita culturalmente e socialmente arretrata, in cui ognuno pensa per se stesso e tutti sono nemici l’uno con l’altro, dove il Dio Denaro regna sopra tutto e da tutti è lodato e glorificato, e parla per mezzo del profeta televisivo. Rosa Luxemburg continua ad avvisarci che il Dio Denaro è solo un mostro che divora se stesso, che le crisi periodiche cui va incontro sono le purghe necessarie per poter continuare a ingurgitare le masse spropositate di cibo e bevande prodotte dai suoi schiavi agonizzanti.
Fino a quando ci sarà comunque qualcuno che avrà in mano la libertà di dire un “NO” a questo mostro primordiale, a riunirsi liberamente e autodeterminare le scelte fra compagni davvero solidali gli uni verso gli altri, il seme della Rivoluzione potrà scorrere nelle menti di coloro i quali ancora non sono rassegnati a essere carne da pasto per le loro stesse budella.

“La libertà è sempre la libertà di dissentire”.

In lingua originale, “dissentire” è andersdenken, pensare diversamente.

E noi diversamente pensiamo.
E ricordiamo il 15 gennaio 1919, assassinio di Rosa Luxemburg.


 
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