Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 20 luglio 2013

Stefano Frapporti


Fonte: https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiDNIWvZmBvVJ1482Fn5FF6tul-7u4qySc24A8WDOSWj4JYZRw3iQiwW4psM7xJZY3nWBQ4cZKC6SlCw1kyI4QHEXZEUiyfCNCYNI3odteSUIE3Elj7AS1V8gTlvOPdr57uS1Id5EggDt5e/s400/frapp01.






Dal blog http://frapportistefano.blogspot.it/

 


sabato 12 dicembre 2009


I FAMILIARI DI STEFANO CONTESTANO LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DA PARTE DEL PROCURATORE DOTT. DE ANGELIS 

 


Sin dall’inizio di questa tragica vicenda noi abbiamo espresso pubblicamente la nostra dubbiosità sull’operato della giustizia, ma in fondo un filo di speranza rimaneva comunque.

Ora anche quel filo è svanito.

Leggendo le motivazioni con le quali è stata richiesta l’archiviazione al caso da parte del dott. De Angelis ci sentiamo veramente delusi, sfiduciati, ma soprattutto offesi per quello che ci è stato accreditato. Così scrive il procuratore: “le considerazioni elencate nella memoria depositata nell’interesse dei fratelli di Frapporti Stefano in cui per un verso si sostiene in punto di diritto l’illegittimità dell’arresto e per altro verso, addirittura, si insinua, in punto di fatto la commissione di gravi delitti ad opera dei carabinieri, con allusioni che rasentano i limiti della calunnia”.

Riguardo a queste considerazioni, ci teniamo a precisare che il nostro comportamento è stato dall’inizio fin troppo corretto, ma rimane evidente che colpiti da un simile dolore nessuno potrà mai vietarci di pensare, dubitare, porci delle domande e di esprimere le nostre perplessità sui tanti lati oscuri che avvolgono questa tragedia.

Per noi la vita ha un valore inestimabile e la morte lascia un grande vuoto incolmabile.

Per questo motivo riteniamo incomprensibile che il dott. De Angelis chieda l’archiviazione, senza aver svolto alcuna indagine sulla parte iniziale di questa vicenda, ossia la più importante: l’arresto di Stefano, sentendo almeno la versione dei testimoni oculari che peraltro danno una versione, sull’operato dei carabinieri, completamente diversa da quella che gli stessi hanno stilato nei verbali.

E’ invece documentato che le uniche indagini sono state effettuate sull’operato delle guardie carcerarie. Ed anche qui apprendiamo versioni che si contraddicono con quelle dichiarateci verbalmente dalle stesse il giorno seguente l’accaduto.

Sarebbero ancora tante le domande senza risposta e non certo di meno importanza ma per il momento ci sembra che bastino…



I fratelli: Ida, Marco e Claudio




Fonte:




 


sabato 5 settembre 2009


 Giustizia: morte in carcere di un incensurato, nessuno ne parla 


Stefano Frapporti era un muratore di 48 anni di Rovereto. È morto circa un mese fa, nel carcere di quella città, suicidatosi tramite impiccagione con il cordino elastico del pantalone di una tuta. Era stato fermato, al ritorno dal lavoro, da due agenti in borghese con il pretesto di una sua infrazione in bicicletta; pare che i due, invero, stessero indagando sul presunto spaccio di hashish in un bar lì vicino.Frapporti, perquisito senza esito, avrebbe confessato spontaneamente di detenere nella sua abitazione una certa quantità della stessa sostanza; e dunque sarebbe stato lì condotto, senza testimoni e, con tutta probabilità, senza un mandato di perquisizione. La casa, poi, non sarebbe stata "perquisita" dal momento che al mattino seguente non vi era segno alcuno della ricerca che gli agenti vi avrebbero svolto, come se Frapporti avesse indicato loro dove fossero i 99 grammi di hashish ritrovati.Egli avrebbe firmato un modulo con cui rinunciava ad avvertire i suoi famigliari dell’arresto; in seguito la sua richiesta di un contatto con sua sorella sarebbe stata rifiutata a causa di quel brogliaccio. Alcuni poliziotti penitenziari lo descrivono ancora tranquillo e pronto alla battuta alle 23.30, l’ora in cui avrebbe fatto ingresso in cella. Poco dopo veniva rinvenuto cadavere. I familiari, avvertiti il giorno seguente, hanno potuto vedere il suo corpo solo 48 ore dopo.Di questa storia si sono occupate le "solite" testate giornalistiche e i "soliti" ambienti: ovvero è stata raccontata nel mondo antiproibizionista e tra chi si occupa di carcere. Questa storia, che pure ha suscitato molta emozione tra i concittadini del Frapporti, è rimbalzata in questo microcosmo e non più oltre: ovvero non la conosce quasi nessuno.Non è la prima volta che ci occupiamo di morti in carcere avvenute in circostanze poco chiare. Ma questa vicenda chiama in causa, ancor prima, una legge (la Fini-Giovanardi) irrazionale e criminogena, ottusa e crudele, che finisce col penalizzare indiscriminatamente comportamenti diversi, assimilando consumo e spaccio.E chiama in causa, poi, una amministrazione penitenziaria sempre più incapace di custodire in sicurezza i detenuti, specie chi varca la soglia del carcere per la prima volta (è qui che è maggiore la percentuale dei suicidi). Infine. Se la ricostruzione dei fatti fosse davvero quella indicata all’inizio di questo articolo, chiediamo: qualcuno è in grado di motivarne la totale assurdità? Perché in assenza di una spiegazione diversa, il dubbio di un carcere incapace di garantire l’incolumità di quanti vi sono reclusi, senza tutela e senza diritti, si fa sempre più incalzante. E temibile.



di Luigi Manconi e Andrea Boraschi



L’Unità, 4 settembre 2009




Fonte:


mercoledì 17 luglio 2013

Dario Bertagna

Mercoledì 17 Luglio 2013 04:55 


Il 17 Luglio del 1988 Dario Bertagna, militante dei Reparti Comunisti d’Attacco (gruppo attivo in Lombardia), muore suicida all’età di 317 luglio8 anni nel carcere di Busto Arsizio.
Nato a Comerio (Bergamo) nel 1950, Dario Bertagna si trasferisce in provincia di Milano per lavorare come impiegato in una ditta di produzione di vernici; è proprio in fabbrica che inizia il suo percorso politico.
Avvicinatosi inizialmente al sindacato, ben presto comincia a percepire con insofferenza quella che lui chiamava “arrendevolezza del vertice del sindacato” e le logiche della mediazione, arrivando in breve alla rottura e alla scelta di intraprendere altri percorsi di lotta.
Così scrive di lui Giulio Petrilli, suo compagno di cella a San Vittore: “Lui non se ne faceva capace che chi imponeva la produttività, il sacrificio, la logica di lottare, ma portando sempre il profitto all’azienda, erano quelle le persone che a parole si dicevano comuniste. Questa cosa per lui era totalmente inammissibile, da lì maturò la scelta della lotta armata”.
E sono sempre le sue parole a descriverlo come una persona riservata e molto sensibile, a tratti reticente ma che amava intraprendere discussioni interminabili durante l’ora d’aria del carcere.
Dalla fine degli anni ’70 iniziano le indagini e gli arresti nei confronti dei Reparti Comunisti d’Attacco, attivi soprattutto nella lotta al sistema carcerario italiano; fra le 24 persone inquisite c’è anche Dario Bertagna, che viene arrestato a Milano il 23 giugno del 1980 (nello stesso anno il gruppo cessa di esistere).
Malgrado la marginalità delle prove a suo carico, viene condannato a 15 anni di detenzione per partecipazione a banda armata nell’ambito del processo Rossi-Tobagi; inizialmente portato per qualche mese nel carcere penale di Fossano, è poi trasferito a San Vittore alla fine del 1980.
Qui Dario constata da subito la differenza tra i due complessi carcerari: nel secondo raggio di San Vittore si trovano soprattutto detenuti politici, cosicché l’ambiente favorisce da subito la continuazione del suo impegno all’interno del carcere.
Il 2 giugno del 1988 viene trasferito nuovamente, questa volta a Busto Arsizio; è qui che qualche settimana dopo si toglie la vita impiccandosi con un lenzuolo.

Di seguito il volantino distribuito davanti al carcere a pochi giorni dalla sua morte:


I Compagni del movimento e i familiari dei detenuti, Volantino, 23 luglio 1988, Busto Arsizio
“Domenica scorsa, 17 luglio, il compagno Dario Bertagna si è tolto la vita nel carcere di Busto Arsizio, dopo aver scontato 8 anni di galera per reati politici. Malgrado la marginalità delle responsabilità penali, nel processo che ha deciso la messa in collaborazione dei pentiti come Barbone e di altri imputati che hanno scelto la strada della collaborazione e l’abiura, Dario subì una condanna a 15 anni di carcere. E’ questa l’ennesima dimostrazione di come le leggi e le prassi giuridiche nate dall’emergenza abbiano legato l’entità della condanna all’identità politica e al comportamento degli imputati, malgrado le autorità e gli intellettuali più o meno di regime, insieme ai partiti, abbiano ripetuto fino alla noia che “tutto si è sempre svolto nella legalità e nel rispetto delle regole della democrazia.”
Dario non era né pentito né dissociato ed ha sempre lottato, con tutte le sue forze, per salvaguardare la propria dignità umana e la propria identità politica. Per 8 anni ha lottato contro la macchina di distruzione che è il carcere, in condizioni psicofisiche sempre più instabili, come i medici del carcere hanno avuto modo di constatare più volte. La sua morte, come tutte le morti avvenute in carcere, peserà come un macigno anche sui responsabili della disastrosa gestione dell’assistenza sanitaria, su quanti permettono che passino giorni e settimane prima di un ricovero, su chi tra la salute del detenuto e la sicurezza dell’istituzione sceglie sempre quest’ultima.
Oltre a tutto ci preme ricordare che non più di un mese fa il Tribunale di sorveglianza di Torino aveva negato a Dario la semilibertà, nonostante gli 8 anni di galera scontati, le sue precarie condizioni di salute e l’ottenimento di un posto di lavoro in una fabbrica del suo territorio. In carcere non avevano pesato sul suo contro gravi rapporti disciplinari o denunce. (…)
Con il suo ultimo gesto Dario ha gridato ancora una volta il suo rifiuto a piegarsi al patto infame che impone la svendita della propria dignità in cambio della scarcerazione.
Noi siamo oggi davanti al carcere di Busto Arsizio e poi in piazza per ricordare alla gente che l’angolo di barbarie costruito negli anni dell’emergenza e nel quale sono già morti troppi detenuti non deve continuare la sua opera di distruzione.”




Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2126-17-luglio-1988-muore-dario-bertagna 

venerdì 19 aprile 2013

Ciro Principessa


  



Ciro Principessa

di Guido Panvini 

Il 1979 fu un anno particolare per la città di Roma. La campagna politico - militare delle Brigate rosse, infatti, culminata con l'uccisione di Aldo Moro, accelerò il processo di disgregazione e di riflusso dei movimenti collettivi protagonisti della stagione del '77.
Se da un lato intorno alla gestione del sequestro si registrò una spaccatura all'interno dei gruppi armati, con l'uscita, ad esempio, dalla colonna romana delle Br di due esponenti di spicco come Valerio Morucci e Adriana Faranda, dall'altro molti gruppi di militanti accentuarono la loro militarizzazione ingrossando le fila del movimento di lotta armata.
Ne scaturì, di conseguenza, un incremento di azioni, in molti casi mortali, ai danni di esponenti delle forze dell'ordine, di avversari politici o attivisti dei partiti politici della maggioranza governativa.
La reazione repressiva delle istituzioni, non di rado punitiva, coinvolgendo l'intero arco dei movimenti collettivi e sociali, privò la società civile di un'importante spazio politico, contribuendo, in questo modo, ad esasperare la dialettica delle armi.
Allo stesso tempo, costantemente sottovalutato, se non tollerato, il terrorismo neofascista, proprio nella città di Roma, riprendeva slancio e guadagnava consensi soprattutto tra la base giovanile del Msi.
Se l'egemonia militare rimaneva appannaggio dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) guidati da Valerio Fioravanti, sul piano politico emergevano e si consolidavano i movimenti di Terza Posizione e "Costruiamo l'azione". Nonostante le indicazioni teoriche e le elaborazioni culturali espresse da queste formazioni, che miravano ad un'alleanza strategica di tutti i gruppi rivoluzionari in funzione antisistema, le azioni e gli omicidi contro i militanti di sinistra si inasprirono.
La tensione a Roma esplose con forza nei giorni successivi il primo anniversario dell'eccidio di Acca Larentia. Il 9 gennaio, ad esempio, un commando dei Nar assalì la sede dell'emittente Radio Città Futura, in via dei Marsi, nel popolare quartiere di San Lorenzo, lanciando molotov all'interno dei locali e ferendo con un mitra cinque donne che in quel momento stavano affrontando un dibattito alla radio. Nel pomeriggio esplosero due bombe: una all'interno della sezione del Pci di via del Boschetto e l'altra contro l'entrata secondaria della sede del quotidiano «Il Messaggero» in via dei Serviti.
Nella stessa sera un'azione di protesta contro una sezione Dc nel quartiere di Centocelle, effettuata da un gruppetto di neofascisti, finì in tragedia con l'uccisione di un giovane da parte delle forze dell'ordine che avevano aperto il fuoco contro gli assalitori.
Poco più tardi, nel quartiere Talenti, da una macchina in corsa furono sparati colpi di pistola contro un gruppo di ragazzi che sostavano davanti un bar, ritenuto luogo di ritrovo per gli attivisti di destra, che provocarono diversi feriti ed una vittima.
Il 19 aprile 1979 Claudio Minetti, estremista di destra e frequentatore del Msi di via Acca Larentia, entrò nella sede del Partito Comunista di via di Torpignattara, dove all'interno da tempo era stata allestita una piccola biblioteca, per chiedere un libro in prestito. Alla richiesta di esibire un documento di identità Claudio Minetti oppose il suo rifiuto e prese un libro da un tavolo scappando poi per la strada. Inseguito da due iscritti della sezione, il neofascista si voltò di scatto ferendo con un coltello Ciro Principessa, 23 anni, militante del Pci.
Arrestato dalla polizia dentro un bar dove si era rifugiato, Claudio Minetti risultò poi essere afflitto da gravi disturbi mentali. Questi, infatti, era figlio di Leda Pagliuca, a suo tempo convivente di Stefano Delle Chiaie, fanatica neofascista che viveva nel culto di Mussolini obbligando i suoi figli a condividere la sua fede. Per questo motivo, in passato, le autorità giudiziarie le avevano tolto l'affidamento di quattro figlie. Il fratello maggiore di Claudio Minetti, inoltre, si era suicidato due anni prima nel carcere di Regina Coeli mentre era in attesa di testimoniare al processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana. Per questa serie di motivi, la Corte d'Assise del Tribunale di Roma dichiarò non punibile Claudio Minetti perché ritenuto incapace di intendere e di volere e ne dispose il ricovero in un manicomio giudiziario per un periodo non inferiore ai dieci anni.
Ciro Principessa, le cui condizioni non sembrarono all'inizio essere molto gravi, morì in ospedale il 20 aprile.
Lo stesso giorno un ordigno ad alto potenziale scoppiò nella piazza del Campidoglio provocando gravi danni. L'attentato non provocò una strage per una casualità. Un'ora prima che scoppiasse la bomba, infatti, si era appena conclusa la seduta del consiglio comunale, mentre la piazza, solitamente affollata di turisti, era vuota a causa di un temporale. La bomba, composta da quattro chili e mezzo di tritolo e collocata sotto il portale del Palazzo Senatorio, al momento dell'esplosione ne divelse il portale, l'arcata e le colonne di sinistra, danneggiando poi il basamento del monumento equestre a Marco Aurelio.
Tra le tante telefonate che il giorno dopo rivendicarono l'attentato, una fece riferimento all'arresto di Claudio Minetti, il responsabile dell'omicidio di Ciro Principessa.
L'attentato al Campidoglio fu in seguito attribuito alla formazione neofascista "Movimento rivoluzionario popolare" (Mrp), nato dallo scioglimento del gruppo "Costruiamo l'azione". Con la stessa sigla vennero rivendicati un attentato contro il carcere di Regina Coeli il successivo 14 maggio e la mancata strage, per un difetto del timer che doveva innescare la bomba, di piazza Indipendenza, il 20 maggio, in occasione del raduno nazionale degli alpini a Roma.
Sul «Mrp» indagò, inoltre, Mario Amato, il giudice assassinato dai Nar il 23 giugno 1980.
Il Partito comunista organizzò in occasione dei funerali di Ciro Principessa una grande manifestazione. Il 24 aprile, infatti, fu allestita nella sezione del Pci di via Torpignattara una camera ardente, riempita per l'occasione di bandiere e drappi rossi. Nel tardo pomeriggio visitò la salma del ragazzo ucciso il segretario del partito Enrico Berlinguer. Poco più tardi partì dalla sezione un lungo corteo che passò per via Casilina e per via Prenestina fino ad arrivare a Porta Maggiore. Giunta nel quartiere di San Lorenzo la bara fu salutata da centinaia di persone che sui lati della strada cantavano "bandiera rossa". La manifestazione si sciolse poi in piazza del Verano dove fu allestito un palco per un comizio tenuto poco dopo dagli esponenti della Federazione romana del Pci.
Una lapide in via di Torpignattara ricorda oggi l'assassinio di Ciro Principessa.

Bibliografia:

M. Galleni, Rapporto sul terrorismo, Le stragi, gli attentati, le sigle, 1969 - 1980, Rizzoli, Milano 1981.
Venti anni di violenza politica in Italia, 1969 - 1988, Ricerca Isodarco, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Roma 1992.
Federazione Romana del Pci, La violenza eversiva a Roma negli anni 1978 - 1982, Le proposte per l'ordine democratico, suppl. al n. 1 - 1983 di «Democrazia e diritto», Roma 1983.

Quotidiani utilizzati:
«Paese Sera», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Tempo», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Messaggero», del 20, 21 e 25/04/1979.
«l'Unità», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Corriere della Sera», del 20, 21 e 25/04/1979.


Fonte:

giovedì 11 aprile 2013

11 aprile 1979: tre compagni autonomi muoiono a Thiene


Giovedì 11 Aprile 2013 07:17 
Verso le 17 dell’11 aprile 1979, a Thiene, in provincia di Vicenza, esplode un ordigno in un appartamento in via Vittorio Veneto 48.
11 aprile
Muoiono dilaniati dall’esplosione tre militanti dei Collettivi Politici Veneti, Maria Antonietta Berna (22 anni), Angelo Del Santo (24 anni) e Alberto Graziani (25 anni). L’esplosione è provocata dallo scoppio accidentale della pentola a pressione piena di polvere di mina, con cui stanno preparando un ordigno. In quei giorni ci furono decine di azioni e incendi in risposta all'arresto di centinaia di compagni del movimento comunista veneto e non solo avvenuto il 7 aprile dello stesso anno.
L’intestatario dell’appartamento, Lorenzo Bortoli, anch’egli militante dei CPV, viene arrestato insieme ad altri tredici militanti nell’inchiesta apertasi in seguito all'esplosione.
Lorenzo Bortoli morirà suicida in carcere il 19 giugno 1979. 
Il 12 aprile 1979 i tre giovani vengono ricordati in un volantino intitolato “Ci sono morti che pesano come piume e vite che pesano come montagne”. I tre militanti , dice il comunicato, “sono morti esprimendo la rabbia, l’odio, l’antagonismo di classe contro questo Stato, contro questa società fondata ed organizzata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. 
Il  13 aprile è il giorno dei funerali di Maria Antonietta Berna, sepolta a Thiene, e di Angelo Del Santo che sarà seppellito in una frazione vicina, a Chiuppano; qui la polizia ha militarizzato l’intera area, impendendo l’accesso al cimitero. Parecchie centinaia di giovani riescono comunque ad avvicinarsi alla chiesa utilizzando piccole strade che passano attraverso i campi, per dare l’ultimo saluto al militante morto. 
Il 14 aprile 1979 vengono celebrati a Sarcedo i funerali di Alberto Graziani. Parecchie centinaia di persone, dopo aver superato i posti di blocco posti dalle forze dell’ordine intorno alla città, lo salutano in silenzio a pugno chiuso.


giovedì 24 gennaio 2013

Guido Rossa: una tragedia operaia


Dal blog http://primadellapioggia.blogspot.it/ di Marco Clementi:
Il 24 gennaio 1979 il sindacalista Guido Rossa veniva ucciso dalle Brigate Rosse a Genova.
Rossa lavorava all'Italsider di Genova e pochi mesi prima aveva notato che un operaio, Francesco Berardi, si trovava spesso vicino a luoghi in cui venivano lasciati volantini delle Br. Alla fine di ottobre del 1978 Rossa segnalò Berardi alla vigilanza e nel suo armadietto fu ritrovato materiale propagandistico della formazione armata.
Berardi venne arrestato e condannato a quattro anni e sei mesi per partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. La colonna genovese delle Br decise per una punizione esemplare e il 24 gennaio 1979 attese Rossa sotto casa, uccidendolo.
Era la prima volta che le Br sparavano contro un operaio, per di più iscritto al Pci.
Si trattò di un errore politico di estrema gravità. Non solo perché Rossa rimase ucciso. Anche il suo ferimento avrebbe provocato all'interno della classe operaia una reazione di indignazione.
Nonostante all'interno dell'esecutivo si comprese immediatamente la gravità del gesto, l'uccisione di Rossa venne rivendicata con queste parole:

Mercoledì 24 gennaio, alle ore 6,40 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato GUIDO ROSSA, spia e delatore all’interno dello stabilimento ITALSIDER di Cornigliano dove per svolgere meglio il suo miserabile compito, si era infiltrato tra gli operai camuffandosi da delegato. A tale scopo era passato da posizioni notorie di destra ai ranghi berlingueriani. Sebbene da sempre, per principio, il proletariato abbia giustiziato le spie annidate al suo interno, era intenzione del nucleo di limitarsi a invalidare la spia come prima ed unica mediazione nei confronti di questi miserabili: ma l’ottusa reazione opposta dalla spia ha reso inutile ogni mediazione e pertanto è stato giustiziato. Il suo tradimento di classe è ancora più squallido e ottuso in considerazione del fatto che, il potere ai servi prima li usa, ne incoraggia l’opera e poi li scarica.
Compagni, da quando la guerriglia ha cominciato a radicarsi dentro la fabbrica, la direzione italsider con la preziosa collaborazione dei berlingueriani, si è posta il problema di ricostruire una rete di spionaggio, utilizzando insieme delatori vecchi e nuovi; da un lato ha riqualificato fascisti e democristiani, dall’altro ha moltiplicato le assunzioni di ex PS ed ex CC, dall’altro ancora ha cominciato a utilizzare quei berlingueriani che sono disponibili a concretizzare la loro linea controrivoluzionaria fino alle estreme conseguenze:
FINO AL PUNTO CIOE’ DI TRADIRE LA PROPRIA CLASSE, MANDANDO IN GALERA A CUOR LEGGERO UN PROPRIO COMPAGNO DI LAVORO.
L’obiettivo che il potere vuol raggiungere attraverso questa rete di spionaggio, non è solo quello propagandato della “caccia al brigatista o ai cosiddetti fiancheggiatori” ma quello ben più ampio ed ambizioso di individuare ed annientare all’interno delle fabbriche qualsiasi strato operaio che esprima antagonismo di classe.
E’ l’intero movimento di resistenza proletario che oggi è nel mirino di questa campagna di terrore controrivoluzionario, scatenata dal potere e sostenuta a tamburo battente dai loro lacchè berlingueriani: questa caccia alle streghe non colpisce solo chi legge e fa circolare la propaganda delle organizzazioni comuniste combattenti, ma anche chi lotta contro la ristrutturazione, chiunque si ribelli alla linea neocorporativa dei sindacati, chiunque anche solo a parole si dialettizza con la lotta armata, senza unirsi al coro generale di “deprecazione o condanna”. Una riconferma di tutto ciò viene dall’Ansaldo dove, come già successo alla Fiat e alla Siemens, i berlingueriani hanno consegnato alla direzione una lista coi nomi di operai “presunti brigatisti”, compilata anche in base agli interventi fatti nelle assemblee precontrattuali.
QUESTA E’ L’ESSENZA DELLA POLITICA BERLINGUERIANA ALL’INTERNO DELLE FABBRICHE, IL TENTATIVO CIOE’ DI DIVIDERE LA CLASSE OPERAIA CREANDO UNO STRATO CORPORATIVO, FILOPADRONALE E PRIVILEGIATO DA CONTRAPPORRE AGLI ALTRI STRATI DI CLASSE E PROLETARI.
A chi si presta a questa lurida manovra ai vari Rossa e a tutti gli aspiranti spia, ricordiamo che, proletari si è non per diritto di nascita ma per gli interessi che si difendono e all’interno di questa discriminante sapremo distinguere, come sempre, chi è un proletario e chi è un nemico di classe.
All’interno di questo progetto, Rossa faceva parte della rete spionistica dell’Italsider, come membro dei gruppi di sorveglianza interna, istituiti dai vertici sindacali per affiancare i guardioni nei compiti di repressione antioperaia. ECCO QUAL’ERA IL SUO VERO LAVORO!! La sua grande occasione, nella quale ha raccolto i frutti di tanto costante e silenzioso lavoro è venuta il giorno in cui è riuscito a consegnare al potere un operaio che conosceva e assieme al quale lavorava da anni, il compagno Franco Berardi, “reo” di aver avuto per le mani propaganda della nostra organizzazione.
La conferma del rapporto diretto tra spioni e direzione si capisce dal fatto che Rossa, dopo aver pedinato per ore il compagno Berardi, insieme al suo degno compare Diego Contrino E’ ANDATO DIRETTAMENTE IN DIREZIONE a denunciarlo, mettendo di fronte al fatto compiuto lo stesso Consiglio di fabbrica che infatti si era spaccato quando i bonzi sindacali gli avevano imposto di coprire politicamente l’azione di spionaggio.


Era vero che il Pci, in collaborazione con i carabinieri di Dalla Chiesa, stesse organizzando un controllo nelle grandi fabbriche per individuare i brigatisti. Si trattava, però, di un conflitto all'interno della medesima classe sociale, che non poteva o doveva essere risolto con le armi.
Ai funerali di Rossa parteciparono decine di migliaia di persone mentre le Br persero consenso e credibilità.
La figlia Sabina, che all'epoca dell'uccisione del padre aveva solo 7 anni, avrebbe cercato i componenti del nucleo brigatista all'inizio degli anni duemila, riuscendo ad incontrarne alcuni.
Scritto un libro sulla vicenda, è divenuta senatrice dell'Ulivo nel 2006. Attualmente è deputata nel gruppo del PD.
Berardi si uccise nel carcere di Cuneo il 24 ottobre 1979. Da quel momento la colonna genovese assunse il suo nome, ma fu praticamente debellata nel marzo 1980 con la strage di via Fracchia, a pochi metri dalla casa di Rossa.



Fonte:

http://primadellapioggia.blogspot.it/2013/01/una-tragedia-operaia.html 

giovedì 6 dicembre 2012

Bruno Valli

Mercoledì 05 Dicembre 2012 01:37
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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d'Argile che un "furgone sospetto" staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all'interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.
Il commilitone di Lombradini sceso dall'auto comincia anch'egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.
Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.
Subito dopo l'arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent'anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all'ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall'ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d'un pezzo, per gettarsi infamie l'uno sull'altro.
Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.
Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: "Libertà o morte".

Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/3397-5-dicembre-1974-il-compagno-bruno-valli-la-rapina-di-argelato

giovedì 15 novembre 2012

Lo Stato massacra nelle carceri e nelle strade

15 novembre 2012

Di Salvatore Ricciardi:

  

Giuseppe P. 65 anni è morto domenica mattina 11 novembre nel carcere “Don Soria” di Alessandria dov’era entrato solo due giorni prima per non essersi sottoposto alla prova dell’alcol-test.

Aveva chiesto di scontare la condanna (4 mesi) presso la propria abitazione, come previsto dalla cosiddetta legge “svuota-carceri” (Decreto Legge 22.12.2011 n° 211 , G.U. 20.02.2012), ma il giudice non ha ritenuto “idoneo” il domicilio proposto, decidendo di mandarlo in galera.

Salgono così a 140 i decessi nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno (di cui 53 per suicidio).

Dal 2000 ad oggi 2.072 persone sono state uccise, in stato di detenzione, dal sistema carcere; di cui 744 per suicidio. Sono cifre da guerra. Una guerra che lo Stato ha dichiarato contro gli ultimi di questa terra, all’insegna della “sicurezza”!

Sempre all’insegna della “sicurezza”, nelle strade, ieri, di fronte alle massicce proteste delle nuove generazioni, massacrate dalle politiche dei governi a sostegno di banche, finanziarie e grandi corporations (multinazionali), che prospettano alle ragazze e ai ragazzi un presente disastroso e un futuro ancor più infame,la forza militare dello Stato scova e colpisce pericolosi Black Bloc nei cortei:

 

Fonte:

http://contromaelstrom.com/2012/11/15/lo-stato-massacra-nelle-carceri-e-nelle-strade/


Nota:

Da
Elton Ristretti  nel gruppo di Facebook  Ristretti-Carcere (http://www.facebook.com/groups/192270245604/):

Detenuto morto nel carcere di San Remo
San Remo: un altro detenuto morto. 27 anni algerino è deceduto oggi verso le 11.30 nel carcere di San Remo. Salgono così a 141 le persone detenute morte dall’inizio dell'anno, 53 dei quali suicidi.


martedì 26 giugno 2012

Giovane madre suicida nel carcere di Sollicciano

Di Valentina Perniciaro dal blog http://baruda.net/

25 giugno 2012

Se si apre il sito di Repubblica oggi, in prima pagina da questa mattina, troviamo la notizia del Carabiniere morto in Afghanistan.
Un esperto, un volontario alla sua quinta missione in quel martoriato paese.
Per trovare la notizia del suicidio avvenuto ieri sera nel carcere di Sollicciano, durante i quarti di finale dei campionati europei di calcio, bisogna aprire la pagina di Firenze,
e scorrere scorrere scorrere,
fino a trovare la notizia.
Si è suicidata una giovane donna, una giovane mamma, tossicodipendente.
Era entrata in carcere a gennaio, per una pena di 12 mesi..
e s’è impiccata alle sbarre della sua finestra.
Perché una mamma di due bambini con un solo anno di condanna era in carcere?
Perché una tossicodipendente arriva a suicidarsi in una cella?
Che schifo è questo?
Ora ci son due bimbi senza la loro mamma,
due bimbi che cresceranno consapevoli che la loro mamma è stata uccisa,
uccisa da uno stato che invece di aiutarla l’ha rinchiusa,
uccisa da uno stato che chiude una madre, 36enne, per una condanna ad un anno.
Non c’è parola alcuna, maledetti assassini.

Fonte: