Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 1 agosto 2013

OGGI NUOVA MOBILITAZIONE CONTRO IL PIANO PRAWER

Sono previste manifestazioni nei Territori Occupati e in Israele contro il progetto di "trasferimento" di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata.

giovedì 1 agosto 2013 08:27






di Emma Mancini

  Roma, 1 agosto 2013, Nena News - La Palestina oggi torna in piazza contro il Piano Prawer. Dopo lo sciopero generale del 15 luglio e le manifestazioni a favore dei beduini del Negev, minacciati di trasferimento forzato dal governo israeliano, la rete palestinese ha chiamato di nuovo alla protesta.

Anche oggi sono previste manifestazioni sia nei Territori Occupati che in Israele contro il progetto di confisca di oltre 80mila ettari di terre, l'espulsione di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata, e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele.

Due settimane fa la protesta, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Gaza e Negev, si era conclusa con la repressione da parte delle forze israeliane, con decine di arrestati e feriti. Secondo gli organizzatori, quello di oggi sarà un evento ancora più imponente: "Decine di palestinesi sono stati feriti o arrestati durante le manifestazioni pacifiche del 15 luglio - si legge nel comunicato redatto dagli attivisti - Ma lo sciopero della rabbia è lontano dal fermarsi. Siamo determinati a proseguire con proteste quotidiane e ad attirare l'attenzione internazionale verso i nostri fratelli e sorelle beduini. Il Piano Prawer è la più grande campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese dal 1948 e le nuove generazioni non permetteranno che accada di nuovo".

Nei giorni scorsi peraltro si sono tenute manifestazioni contro il piano a Kafr Kanna, a Nord di Nazareth, e nei villaggi di Rayna e Tarshina, vicino Akka. Manifestazioni che giungono a pochi giorni dalla dura condanna espressa dall'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay: "In quanto cittadini israeliani, i beduini palestinesi hanno gli stessi diritti alla proprietà e ai servizi pubblici di tutti gli altri. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti delle comunità beduine, compreso il riconoscimento della proprietà delle terre. Israele è colpevole dell'implementazione di una politica discriminatoria di trasferimento forzato".

"Se il disegno di legge sarà approvato - ha proseguito la Pillay - porterà alla demolizione di intere comunità beduine, forzandole a lasciare le loro case e a distruggere il loro tradizionale stile di vita. Il rispetto dei diritti delle minoranze è un elemento fondamentale di una democrazia".

A luglio la Knesset, il Parlamento israeliano ha dato il primo via libera al Piano Prawer che ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruire ad hoc dal governo. Il progetto prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News




Fonte:



martedì 16 luglio 2013

PIANO PRAWER, PALESTINA IN SCIOPERO

Oggi manifestazioni in tutto il Paese, da Gerusalemme a Ramallah, da Gaza a Jaffa, contro il Piano Prawer, l'espulsione e l'urbanizzazione dei beduini in Negev.

lunedì 15 luglio 2013 09:17



AGGIORNAMENTO ore 19
SCONTRI CON L'IDF A SAKHNIN, FOLLA A RAMALLAH BLOCCATA DALLA POLIZIA PALESTINESE

Nel villaggio di Sakhnin l'esercito israeliano ha disperso i manifestanti che avevano bloccato la strada principale lanciando gas lacrimogeni e acqua chimica.
A Ramallah i manifestanti hanno tentato di marciare verso il vicino insediamento israeliano di Beit El, ma sono stati fermati dalla polizia palestinese.

AGGIORNAMENTO ore 14.45
MANIFESTAZIONE A GAZA
Sono centinaia i gazawi scesi in piazza oggi a Gaza City contro il Piano Prawer: manifestazione davanti alla sede della Croce Rossa.

AGGIORNAMENTO ore 11.45
14 PALESTINESI ARRESTATI A BEER SHEVA
La polizia israeliana è intervenuta durante la marcia di protesta contro il Piano Prawer a Beer Sheva, arrestando almeno quattordici persone.




 GUARDA IL VIDEO CON LE CARICHE DELLA POLIZIA A BEERSHEVA



di Emma Mancini

  Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Oggi il popolo palestinese è in sciopero generale. Target della protesta protesta che si allargherà per tutta la Palestina storica nel corso della giornata di oggi è il Piano Prawer, il progetto di trasferimento forzato e di urbanizzazione di circa 40mila beduini del deserto del Negev da parte delle autorità israeliane, di distruzione di 45 villaggi e della confisca di oltre 850mila dunam di terre.

Ad indirlo è stato lo "High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel", unione di organizzazione non governative e partititi politici che vede nell'implementazione del Piano Prawer l'ennesimo esempio di "ongoing Nakba", la catastrofe del popolo palestinese del 1948, quando le milizie sioniste uccisero ed espulsero 750mila persone: "Per i palestinesi, la Nakba non è stato un episodio successo 65 anni fa - spiega il Comitato organizzatore - È una tragedia che continua, una pulizia etnica e una colonizzazione che non si sono mai interrotte. L'implementazione il Piano Prawer, qualsiasi siano le giustificazioni date da Israele, andrebbe vista in questo contesto".

Da tempo le comunità beduine minacciate di espulsione protestano contro il progetto, con scioperi, manifestazioni e il coinvolgimento di associazioni israeliane per i diritti umani. Stavolta, però, la protesta dilaga in tutta la Palestina storica: dopo le prime manifestazioni ieri ad Haifa, oggi si parte alle 10 fuori dagli uffici governativi a Beer Sheva, per poi marciare verso la Ben Gurion University. Nel corso della giornata si terranno manifestazioni nei villaggi del Negev target del Piano, nelle città miste di Jaffa, Akka e Led, a Gerusalemme, nelle città della Cisgiordania (Nablus, Ramallah e Hebron), fino ad arrivare a Gaza.

"Non si tratta solo dei palestinesi del 1948 [come vengono chiamati coloro che vivono in quello che è oggi lo Stato di Israele, ndr], ma è una lotta di tutto il popolo contro lo stesso potere che ci divide, continua a colonizzare le nostre terre, che siano nei territori del 1967 o in quelli del 1948", continua il Comitato.

Il progetto disegnato dal Piano Prawer, che prende il nome dal funzionario del Ministero che lo ha ideato, ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruite ad hoc dal governo. La pratica del trasferimento forzato perpetrata in Negev rientra, infatti, nella più vasta politica di giudaizzazione dello Stato di Israele, nell'obiettivo di concentrare il massimo della popolazione palestinese nello spazio più ridotto. Una politica che ha effetti concreti a Gerusalemme Est e nelle città miste, come Jaffa o Led.

Dal canto suo il Piano Prawer prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, i 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News







Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81097&typeb=0&Piano-Prawer-la-Palestina-in-sciopero-VIDEO 

martedì 2 luglio 2013

ABUSI SULLE DONNE IN PIAZZA TAHRIR

martedì 2 luglio 2013 09:07


 


Almeno 46 casi di violenza sessuale registrati al Cairo durante la manifestazione di domenica. Secondo l'ONU, il 99% delle egiziane ha subito molestie.

di Emma Mancini 
 

Roma, 02 luglio 2013, Nena News - Tornano le violenze sessuali, abusi contro le donne egiziane scese in piazza Tahrir domenica e di nuovo ieri contro il presidente Morsi.

Almeno 46 casi di violenza sessuale: a riportare i dati, relativi solo alle denunce sporte dalle donne abusate domenica 30 giugno è OpAntiSh, Operation Anti-Sexual Harassment, gruppo di volontari impegnato nelle piazze e nelle strade per prevenire le violenze e fornire sostegno nel caso di denuncia. "Uomini con dei bastoni, all'ingresso della stazione della metropolitana a Tahrir hanno attaccato delle donne".

Ieri erano centinaia di migliaia i manifestanti nella principale piazza della capitale: secondo il gruppo, ci sono stati almeno 17 casi di tentata violenza, in otto di questi sono intervenuti i volontari. Con le proteste, quindi, sono tornate le violenze, una vera e propria piaga negli ultimi mesi: dal secondo anniversario della rivoluzione egiziana, lo scorso 25 gennaio, ad oggi si sono moltiplicati i casi di violenza sessuale e abusi sulle donne che hanno preso parte alle manifestazioni. Violenze perpetrate da poliziotti, sostenitori di Morsi o semplici criminali.

Per questo in breve tempo sono nate delle vere e proprie ronde, squadre di difesa composte sia da uomini che da donne, per impedire gli stupri. E se ieri, ben 46 casi si sono registrati solo a Tahrir, nessuna denuncia è stata sporta nelle altre città dove si sono svolte manifestazioni. "Molti sono casi gravi che richiedono un trattamento fisico o psicologico", ha commentato Engy Ghozlan, una dei membri di OpAntiSh.

Che riceve il plauso del governo: il portavoce dei Fratelli Musulmani, Gehad al-Haddad, ha chiesto che vengano prese iniziative simile a OpAntiSh "per evitare che qualcosa accada ai cittadini durante le manifestazioni". Ma i volontari del gruppo rispediscono al mittente il consiglio: "Non crediamo nella presidenza e nelle preoccupazioni improvvise della Fratellanza sull'integrità delle donne e il loro diritto alla protezione, perché sappiamo quali sono le loro posizioni sull'uguaglianza di genere".

Secondo un rapporto pubblicato ad aprile dalle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane ha subito nella sua vita almeno una forma di vessazione e abuso sessuale da parte di un uomo, dallo stupro alla molestia verbale. Una percentuale spaventosa a cui si tenta di porre un freno: oltre all ronde per la strada, sono nati gruppi - spesso online - per denunciare gli aggressioni e permettere alle donne di compiere un primo passo verso la denuncia ufficiale. Nena News




Fonte:


mercoledì 5 giugno 2013

CISGIORDANIA, ORA ISRAELE DEMOLISCE ANCHE IN AREA A

Ridotte in macerie quattro case palestinesi, seppur ricadessero sotto il controllo di Ramallah. Dal 1967 la Valle del Giordano è uno dei principali target dell'occupazione.


mercoledì 5 giugno 2013 09:06

Demolizioni in Cisgiordania (immagine di repertorio)
Demolizioni in Cisgiordania (immagine di repertorio)

di Emma Mancini
 
Betlemme, 5 giugno 2013, Nena News - Non solo Area C. Ora i bulldozer israeliani demoliscono case palestinesi anche in Area A, che secondo gli Accordi di Oslo firmati nel 1993 da Israele e dall'OLP cade sotto il completo controllo militare e civile dell'Autorità Palestinese.

Ieri le forze israeliane hanno distrutto quattro abitazioni a Nuweima, nella Valle del Giordano, a Nord della città di Gerico. A renderlo noto il governatore della città palestinese che ha denunciato aspramente l'accaduto definendolo un'aperta violazione da parte israeliana.
Se per costruire in Area C è necessario il permesso dell'Amministrazione Civile israeliana - un permesso che nella stragrande maggioranza dei casi non viene mai concesso - in Area A non spetta ad Israele rilasciare documenti per la costruzione di strutture permanenti. Il Ministero della Difesa israeliano ha confermato le demolizioni di ieri perché le strutture sarebbe stato costruite illegalmente, senza però specificare che l'area in cui sono state implementate era zona sotto controllo dell'ANP. La COGAT, l'unità del Ministero responsabile per il rilascio dei permessi di costruzione in Cisgiordania ha fatto sapere che sulle quattro abitazioni pendevano ordini di demolizioni confermati da una sentenza della Corte Suprema del 14 novembre 2012.

Mohammed al-Zaid, 66 anni, padre dei quattro fratelli proprietari delle case demolite, ha detto all'agenzia stampa AFP che, nonostante le abitazioni si trovassero in Area A, l'Amministrazione Civile israeliana era stata avvertita della loro costruzione e aveva dato il consenso. Oltre 40 persone sono così rimaste senza un tetto sulla testa, senza ragione apparente.
"Questa è classificata come Area A e siamo preoccupati per le misure prese dalle autorita' di occupazione, che condanniamo con forza", ha commentato il governatore di Gerico, Majid al-Feytani.

La Valle del Giordano, una delle regioni più fertili dell'intera Palestina, è da sempre uno dei principali target dell'occupazione militare israeliana: la comunità palestinese ha subito nel corso dei decenni una serie di politiche di trasferimento forzato che hanno ridotto il numero dei residenti dalle 250mila unità del 1967 alle 60mila di oggi, quasi tutte concentrate nella città di Gerico (in Area C risiedono ormai solo 15mila palestinesi). L'87% della Valle del Giordano è Area C, il 7% Area B: ciò significa che l'Area A è ridotta al 6% del territorio, una porzione minima entro la quale le comunità palestinesi possono costruire e lavorare la terra senza restrizioni.

Dell'intera area, il 47% è stata unilateralmente dichiarata da Israele zona militare chiusa e il 20% riserva naturale. La Valle del Giordano ha così finito per diventare simile ad una prigione, chiusa da quattro checkpoint a Nord e a Sud.
A prosperare sono invece le colonie israeliane, 37 insediamenti per lo più agricoli dove vivono circa 9mila coloni e dove si producono gran parte dei prodotti poi venduti a prezzi stracciati all'interno dei Territori Occupati, una politica che ha provocato il crollo della produzione agricola palestinese. A ciò si aggiunge il totale controllo da parte di Israele delle risorse idriche di cui la Valle del Giordano è ricca, con un terzo delle falde acquifere dell'intera Cisgiordania. Nena News



Fonte:

martedì 29 gennaio 2013

AL-ASRA E BAB AL-SHAMS: LA SFIDA DELLA NUOVA RESISTENZA

Nasce un nuovo villaggio, subito distrutto dall'esercito di Tel Aviv. Con la nuova creativa forma di protesta giunge la rinnovata partecipazione del popolo palestinese. 

martedì 29 gennaio 2013 10:05


  di Emma Mancini

Betlemme, 29 gennaio 2013, Nena News - Un terzo villaggio palestinese è nato, stavolta a Jenin, Nord della Cisgiordania. E anche questo è diventato immediato target delle forze militari israeliane. Dopo Bab al-Shams, in area E1, e Al-Karamah, a Gerusalemme, la resistenza popolare palestinese prosegue con convinzione e senza timori di sorta nel cammino intrapreso poche settimane fa e che sta trasformando il volto del movimento di base.

Sabato la polizia di frontiera israeliane ha compiuto un violento raid nel neonato villaggio di Al-Asra ("prigionieri", in arabo), sorto per protestare contro la confisca di terre palestinesi e la detenzione illegale dei prigionieri politici palestinesi. Negli scontri, i soldati hanno lanciato proiettili di gomma e gas lacrimogeni contro gli attivisti palestinesi, per lo più residenti nel vicino villaggio di Anin. Numerosi i feriti, dieci gli arrestati: tra loro il fratello di Yousef Yassin, uno dei detenuti attualmente in sciopero della fame contro la misura cautelare preventiva della detenzione amministrativa.

Secondo un portavoce dell'esercito israeliano, "circa 200 palestinesi hanno lanciato pietre ai soldati che hanno disperso la folla. Nessun ferito, nessun arresto".

"Anin è stato il primo villaggio seriamente danneggiato dalla costruzione del Muro. La maggior parte delle terre di Anin sono rimaste isolate, irraggiungibili, al di là della barriera. Una situazione che va avanti da dieci anni", spiega Jamal Juma, coordinatore della campagna palestinese Stop the Wall.

Ad annunciare la nascita del villaggio di Al-Asra era stato sabato il ministro per i Prigionieri, Issa Qaraqe. Immediato il sostegno dell'Autorità Palestinese e del governatore di Jenin, che ha tentato di entrare nel neonato villaggio ma è stato bloccato dalle forze militari israeliane.

Al-Asra è l'ultimo esempio del nuovo corso della resistenza popolare nonviolenta palestinese. Non più solo manifestazioni, ma creazione di atti concreti: villaggi, tende e la rinnovata partecipazione della popolazione palestinese, negli ultimi anni sostituita da attivisti israeliani ed internazionali nelle tradizionali proteste del venerdì.

La nuova creativa forma di protesta contro le politiche di annessione perpetrate dalle autorità israeliane sta riscuotendo il successo meritato, sia tra i media internazionali che all'interno della stessa società palestinese. E se da una parte i vertici israeliani ordinano ai propri soldati di aprire il fuoco contro giovani disarmati (sei le vittime negli ultimi dieci giorni, tra Cisgiordania e Gaza), forse nel tentativo di scatenare una reazione violenta, il movimento di base palestinese si riorganizza e mostra al mondo intero un volto diverso: azioni nuove, originali, brillanti, in grado di togliere la maschera alla colonizzazione israeliana e mostrarla in tutta la sua violenza.

E a chi plaude alla nuova forma di protesta, congratulandosi con la popolazione palestinese perché finalmente utilizza gli stessi mezzi dell'occupante (facts on the ground e insediamenti illegali), ricordiamo la differenza che corre tra i villaggi di Bab al-Shams, Al-Karamah e Al-Asra e gli outpost illegali israeliani, come Migron. I primi sono villaggi palestinesi costruite su terra palestinese, i secondi sono insediamenti israeliani nati dalla confisca di terre di proprietà del popolo palestinese. Nena News



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=49352&typeb=0&Al-Asra-e-Bab-al-Shams-la-sfida-della-nuova-resistenza 

sabato 24 novembre 2012

EGITTO: DATI ALLE FIAMME GLI UFFICI DEI FRATELLI MUSULMANI

Il presidente egiziano ha emesso un decreto che intacca gravemente il potere giudiziario. Le opposizioni si sollevano: manifestazioni anti-Morsi in tutto il Paese.

Piazza Tahrir al Cairo, il cuore della rivoluzione egiziana
Piazza Tahrir al Cairo, il cuore della rivoluzione egiziana

AGGIORNAMENTO ORE 18.15
Il presidente egiziano Morsi ha parlato alla folla pro-islamista riunitasi sotto il palazzo presidenziale al Cairo, dicendo che l'Egitto è nel sentiero della democrazia e della libertà: "La stabilità politica, sociale ed economica è quello che voglio e quello a cui sto lavorando. Sono qui e starò qui per volere del popolo, con chiara legittimazione".

AGGIORNAMENTO ore 14.00:

Durante le manifestazioni in Egitto contro il presidente Morsi, i manifestanti hanno dato fuoco agli uffici dei Fratelli Musulmani in tre diverse città: a Suez, a Ismailiya e a Port Said. Raid nella sede del partito ad Alessandria, dove sono esplosi scontri tra gli oppositori e i sostenitori di Morsi. Duri scontri anche al Cairo, dove sono scesi in piazza centinaia di manifestanti guidati dalle opposizioni. Sarebbero 15 i feriti.

di Emma Mancini


Roma, 23 novembre 2012, Nena News
- Dopo aver ricevuto plausi da tutto il mondo per il raggiungimento della tregua tra Hamas e Israele, il presidente egiziano Morsi è costretto a tornare ai problemi di casa. Previste per oggi manifestazioni a Tahrir Square e nel resto del Paese contro Morsi e la sua decisione di modificare la costituzione a favore della poltrona che occupa.

Ieri il presidente egiziano ha emesso un decreto costituzionale con cui si auto-attribuisce i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo. Alla magistratura viene tolto il potere di sciogliere l'Assemblea Costituente e il Consiglio della Shura, il diritto di veto e quello di annullamento di leggi e decreti presidenziali. Fino all'entrata in vigore della nuova Costituzione, nessun potere dello Stato può revocare le decisioni del presidente.

Il decreto di Morsi - che lui stesso ha definito una forma di protezione della rivoluzione egiziana e lo strumento per "distruggere le infrastrutture istituzionali del vecchio regime" - ha messo fine ad una settimana di protagonismo delle opposizioni in Assemblea Costituente: numerose le bozze proposte in questi giorni dalle fazioni laiche.

Le forze di opposizione si sono immediatamente sollevate
, facendo appello alla popolazione egiziana perché scenda in piazza oggi contro quello che considerano "un colpo di Stato senza legittimazione". La chiamata alla piazza è giunta ieri notte durante un meeting nel quartier generale del Partito Wafd, a cui hanno preso parte numerose figure di spicco dell'opposizione al governo dei Fratelli Musulmani: Mohamed El Baradei, Ayman Nour, Amr Moussa, George Ishaq e Hamdeen Sabbahy.

Durante la conferenza, le opposizioni hanno chiesto l'immediata revoca del decreto, pena il crollo sia della legittimità del presidente sia del consenso popolare: Morsi è accusato di "monopolizzare i tre poteri dello Stato e di annullare l'indipendenza della magistratura". Ma non solo: secondo gli oppositori, è necessario lo scioglimento dell'Assemblea Costituente e la creazione di un nuovo corpo a cui affidare il compito di redigere la legge fondamentale dello Stato egiziano.

El Baradei, Nobel per la Pace e leader nei primi giorni della rivoluzione contro il regime di Hosni Mubarak nel 2011, ha scritto nel suo account Twitter: "Il presidente si è autoproclamato nuovo faraone. Un grave attacco alla rivoluzione che potrebbe avere pericolose conseguenze".

Dure critiche anche da parte della magistratura egiziana, che vede nell'intervento a gamba tesa di Morsi "un assalto allo Stato di diritto e all'indipendenza giudiziaria, un atto che respinge l'Egitto indietro all'era preistorica". A puntare il dito contro il presidente è il capo del Judges Club, Ahmed Al-Zend, secondo il quale la dichiarazione di Morsi è volta a permettere al presidente, al ministro della Difesa e a quello degli Interni di tenere in scacco la magistratura.

Non solo: nel decreto, Morsi ha previsto il ritorno di fronte ai tribunali di coloro che repressero le rivolte di piazza. Una decisione che potrebbe riaprire anche il processo all'ex presidente Mubarak, condannato all'ergastolo. Nena News

martedì 28 agosto 2012

SENTENZA VERGOGNOSA SULLA MORTE DI RACHEL CORRIE: PER ISRAELE FU UNO "SPIACEVOLE INCIDENTE"

Rigettata l'accusa di omicidio: Rachel Corrie morì per uno "spiacevole incidente". Per i genitori e' stata una sentenza-farsa.

martedì 28 agosto 2012 10:44

di Emma Mancini

Roma, 28 agosto 2012, Nena News - Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve.

A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto".

Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana: l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza.

Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

E così, dopo la lettura della sentenza, questa mattina il primo commento di Cindy Corrie non lascia spazio a commenti: "Sono ferita", ha detto la madre di Rachel alla stampa. Immediato l'intervento dell'avvocato Abu Hussein, secondo il quale la corte ha ancora una volta garantito l'impunità dell'esercito: "Sapevamo dall'inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, ma siamo convinti che questo verdetto distorca le prove presentate alla corte".

Pochi giorni fa, anche l'ambasciatore statunitense in Israele, Daniel Shapiro, aveva espresso le sue preoccupazioni per il modo in cui Israele ha condotto le indagini sul caso Corrie, definendole "una farsa". Di diverso avviso l'opinione pubblica israeliana che non ha mai mostrato alcun interesse per la morte di Rachel, avvenuta in piena Seconda Intifada, la sollevazione popolare palestinese considerata dallo Stato ebraico un atto di guerra. Nena News 

mercoledì 21 dicembre 2011

STORIA DI SAID E’ STORIA DELLA PALESTINA


Dopo un viaggio in Europa per raccontare il suo Paese, il giovane 20enne di Ni’lin si ritrova di fronte la quotidianità dell’occupazione: raid nella sua casa, minaccia di arresto per il fratello. Un destino comune a quello di oltre 4 milioni di palestinesi.


EMMA MANCINI


Beit Sahour (Cisgiordania), 14 dicembre 2011, Nena News (nella foto, un giovane palestinese pianta un ulivo nel villaggio di Husan davanti ai soldati israeliani, foto Emma Mancini) – Un viaggio in Europa per parlare al mondo del piccolo villaggio palestinese di Ni’ilin, tre mesi trascorsi tra la Svezia e la Germania a respirare una libertà che nei Territori Occupati è negata da 63 anni. E al ritorno, il brusco risveglio: sei e resti un giovane palestinese sotto occupazione, non dimenticartelo.
Il chiaro messaggio è stato recapitato a Said dall’esercito israeliano solo due giorni dopo il suo ritorno in Palestina: raid notturno in casa e mandato di comparizione in carcere per il fratello minore. Una storia simile a tante altre, qua in Cisgiordania, ormai la routine. L’anormalità diventa normale, l’assurdo si trasforma in realtà.
La storia è quella di Said Amireh, un ragazzo di 20 anni del villaggio di Ni’ilin. A riportarla l’organizzazione Freedom Flotilla Italia, che pubblica la lettera scritta due giorni fa dal giovane dopo il raid dell’esercito. “Ho passato gli ultimi tre mesi in Europa – racconta Saeed – per parlare in vari eventi di Palestina, della nostra sofferenza, dei nostri sogni e delle nostre speranze. Ho imparato moltissimo e ho visto cose bellissime. Ma la cosa più importante che ho sperimentato è come sia dormire al sicuro e senza paura e stress per tre mesi. È stata l’esperienza più straordinaria della mia vita”.
Il nuovo mondo scoperto da Said al di là del Mediterraneo si è presto volatilizzato. Prima la morte di Mustafa Tamimi, 28enne residente a Bi’lin, ucciso durante la tradizionale manifestazione del venerdì da un gas lacrimogeno lanciato a breve distanza da un soldato israeliano: centrato alla testa, Mustafa è morto il giorno dopo in ospedale. Poi, l’attacco delle forze di occupazione israeliane alla sua casa.
“Due giorni dopo il mio ritorno, domenica 11 dicembre 2011 – continua Said – all’una di notte, mentre dormivo nella casa della mia famiglia, i soldati delle Forze Israeliane di Occupazione hanno invaso la casa di mio zio, che è vicina a quella della mia famiglia. Un altro gruppo delle Forze Israeliane di Occupazione ha invaso la casa dell’altro mio zio e l’hanno costretto a seguirli nella casa della mia famiglia – non ho idea del motivo. Hanno iniziato a colpire la porta di casa e a gridarci di aprire. Stavo dormendo e mio fratello maggiore mi ha svegliato”.
“Non c’è voluto molto perché 25 soldati, arrivati dal Muro dell’Apartheid (che è molto vicino alla casa della mia famiglia) aprissero la porta con la forza e facessero irruzione. Io ero molto nervoso, ero sicuro che fossero venuti per arrestarmi. Ci hanno messi tutti in una stanza, come fanno ogni volta che invadono una casa durante un’incursione notturna. Dopo cinque minuti sono venuti per il più giovane dei miei fratelli, Muhammed Amireh, di 18 anni. L’hanno portato in un’altra stanza, dove l’hanno fotografato. Gli hanno consegnato un mandato di comparizione, un documento per un interrogatorio: convocato giovedì 15 dicembre 2011 alle 10.30 alla prigione militare di Ofer”.
La famiglia Amireh è preoccupata. Nessuno sa cosa accadrà a Muhammed giovedì. Capita molto spesso che un palestinese convocato per un “semplice” interrogatorio non faccia ritorno a casa, ma venga rinchiuso dietro le sbarre di una prigione israeliana: “Nel dicembre del 2009, Ibrahim Srour, un diciottenne del mio villaggio, era stato convocato per un interrogatorio. Quando si è presentato, l’hanno arrestato: 22 mesi di prigione e una multa di 3.500 dollari. Ibrahim è stato rilasciato solo un mese fa”.
La tensione che asfissia villaggi come Ni’ilin e Bi’lin, l’intera Palestina, è continua, senza tregua. Esempi della resistenza popolare nonviolenta in Palestina, sono spesso target dell’esercito d’occupazione israeliano. Soprattutto durante le tradizionali manifestazioni del venerdì che nei due villaggi (come in altre comunità della Cisgiordania, da Al Masara ad Al Walaje) sono iniziate dopo la Seconda Intifada, principalmente come forma di protesta pacifica contro la costruzione del Muro di Separazione.
A Ni’ilin, comunità del distretto di Ramallah, la popolazione del villaggio scende in strada ormai da tre anni: insieme a internazionali e attivisti israeliani gridano slogan e sventolano bandiere contro la confisca di terre, gli attacchi dei coloni, i soprusi del regime di apartheid. Solo a Ni’ilin le autorità israeliane hanno confiscato oltre l’80% delle terre appartenenti al villaggio, distruggendo la sua economia, basata essenzialmente sull’agricoltura.
Una resistenza nonviolenta a cui fa da contraltare la sproporzione della reazione militare israeliana. Candelotti di gas lacrimogeno, bombe sonore, proiettili di gomma che tra le mani dei soldati si trasformano in vere e proprie armi. Arresti indiscriminati e detenzioni amministrative diventano lo strumento per piegare la resistenza popolare, tagliando la testa alla leadership e rassegnando animi e motivazioni.
Eppure, a quanto pare, la resistenza nonviolenta è la sola attuale opzione in mano al popolo palestinese. Una lotta che non è fatta semplicemente di manifestazioni settimanali, bandiere e slogan. La resistenza, quella vera, è quella dei contadini che continuano a lavorare la loro terra al di là del Muro, costretti ad attraversare ogni mattina un checkpoint militare.
È quella di chi continua a piantare alberi di ulivo nonostante vengano costantemente sradicati da soldati e coloni. È quella dei bambini che camminano per chilometri per raggiungere la loro scuola perché non autorizzati ad attraversare le strade riservate ai coloni. È quella delle cooperative di donne in città come Hebron e delle comunità che ricostruiscono con acqua e fango le case demolite nella Jordan Valley.

“Ridere, danzare, piantare alberi di ulivo, accompagnare i bambini a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Stare per quattro ore al checkpoint e alla fine attraversarlo. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui” (Nassar Ibrahim). Nena News

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