Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 2 gennaio 2014

"SIAMO DENTRO GAZA". LA DELEGAZIONE ITALIANA E' RIUSCITA AD ENTRARE

Ci hanno creduto mentre ormai noi non ci speravamo più, hanno insistito e alla fine la solidarietà ha vinto! La delegazione italiana è arrivata a Gaza! Yalla! Free Gaza! Free Palestine!

Qui la notizia su Contropiano con alcune informazioni su Piombo fuso per non dimenticare:


Giovedì, 02 Gennaio 2014 15:50

Di 


"Siamo dentro Gaza". La delegazione italiana è riuscita ad entrare


Intorno alle 14.00 la delegazione di attivisti italiani è riuscita a varcare il "valico maledetto" di Rafah ed entrare nella Striscia di Gaza. Ad attenderli la popolazione palestinese e le autorità. Gli attivisti italiani celebreranno insieme ai palestinesi i cinque anni trascorsi dal massacro dell'operazione Piombo Fuso scatenata dagli israeliani. Seguiranno aggiornamenti.

 Foto: LA DELEGAZIONE E' ENTRATA E SEMBRANO PIUTTOSTO CONTENTI E SU DI GIRI. L'ASSEDIO PER UN PO' E' STATO ROTTO. PALESTINA LIBERA!!


La delegazione italiana intende visitare i campi profughi palestinesi dentro la Striscia di Gaza nel quadro della campagna per il Diritto al Ritorno dei profughi nelle loro case dalle quali sono stati cacciati nel 1948 e che ogni anno vede una delegazione recarsi nei campi profughi palestinesi in Libano (quasi 500mila) per ricordare il massacro di Sabra e Chatila nel 1982. Inoltre si recherà all'ospedale Al Awda con il quale da cinque anni è attiva una campagna di sostegno. Infine si incontrerà con tutte le componenti del movimento palestinese all'insegna dell'unità della resistenza contro l'occupazione israeliana.




Qui sotto alcune informazioni per non dimenticare il mattatoio dell'operazione Piombo Fuso di cinque anni fa contro la popolazione palestinese di Gaza.

L’Operazione Piombo Fuso scatenata dalle forze armate israeliane ufficialmente come risposta al lancio dei rudimentali razzi da Gaza verso il territorio israeliano, inizierà il 27 dicembre 2008 e durerà 22 giorni. I bombardamenti israeliani da terra e cielo portano alla distruzione di abitazioni di 325.000 persone. Vengono distrutte 18 scuole e 280 danneggiate. Tra queste anche 50 scuole dell’UNRWA (United Nations relief and works agency for Palestine refugees in the near East). Il bilancio finale è di più di 1400 palestinesi uccisi, di cui un quarto bambini. I morti israeliani risultano 13.
Israele nel corso dell’Operazione utilizza come arma anche il fosforo bianco colpendo, tra le altre,la sede dell’UNRWA e l’ospedale al-Quds a Gaza City. Quando il fosforo bianco entra in contatto con la pelle può continuare a bruciare anche in profondità, fino a raggiungere la massa muscolare e la spina dorsale. A Gaza verrà sperimentata anche la micidiale bomba "Dima" che esplode in orizzontale mutilando le gambe e la parte inferiore del corpo. Il suo scopo è fare più feriti che morti. I morti vengono seppelliti, i mutilati restano come costo sociale e affettivo sulle loro famiglie e la collettività.


Qui di seguito le parole con cui Vittorio "Vik" Arrigoni descrisse il primo giorno dei bombardamenti su Gaza:

"Avete presente Gaza? Ogni casa è arroccata sull’altra, ogni edificio è posato sull’altro, Gaza è il posto al mondo a più alta densità abitativa, per cui se bombardi a diecimila metri di altezza è inevitabile che compi una strage di civili. Ne sei cosciente, e colpevole, non si tratta di errore, di danni collaterali. Bombardando la centrale di polizia di Al Abbas, nel centro, è rimasta seriamente coinvolta nelle esplosioni la scuola elementare lì a fianco. Era la fine delle lezioni, i bambini erano già in strada, decine di grembiulini azzurri svolazzanti si sono macchiati di sangue.Bombardando la scuola di polizia Dair Al Balah, si sono registrati morti e feriti nel mercato lì vicino, il mercato centrale di Gaza. Abbiamo visto corpi di animali e di uomini mescolare il loro sangue in rivoli che scorrevano lungo l’asfalto. Una Guernica trasfigurata nella realtà".
 
Ultima modifica il Giovedì, 02 Gennaio 2014 16:56



venerdì 2 agosto 2013

PIANO PRAWER, PROTESTE E ARRESTI NEL GIORNO DELLA RABBIA

Migliaia di persone in piazza in tutta la Palestina storica contro il progetto di espulsione. A Gerusalemme arrestato un bambino, ad Aara almeno 20 manifestanti.

venerdì 2 agosto 2013 09:25

 La manifestazione ad Arara in Negev (Foto: Activestills/Oren Ziv)
La manifestazione ad Arara in Negev (Foto: Activestills/Oren Ziv)


dalla redazione

 

Betlemme, 2 agosto 2013, Nena News - Il Giorno della Rabbia del popolo palestinese contro la minaccia concreta di una nuova Nakba - il Piano Prawer - ieri ha visto scendere nelle piazze di tutta la Palestina storica migliaia di manifestanti. Numerose le città coinvolte e, alla fine della lunga giornata di protesta, anche gli arrestati dalle forze militari israeliane dispiegate ovunque. Gli organizzatori parlano di decine di arrestati, tra cui un bambino detenuto alla Porta di Damasco a Gerusalemme.

Le due manifestazioni principali si sono svolte in Negev, dove centinaia di poliziotti sono stati dispiegati per reprimere le proteste: hanno chiuso le strade principali e bloccato quelle laterali per impedire ai manifestanti di raggiungere il corteo. Ad Aara la polizia ha disperso la folla lanciando gas lacrimogeni e arrestando almeno 20 persone.

A Ramallah la marcia è partita dalla Muqata, la sede del presidente palestinese, ed è poi proseguita verso Nord: a bordo di cinque autobus circa 150 manifestanti hanno tentato di attraversare il checkpoint di Hizma per arrivare in Negev e prendere parte alla manifestazione principale, ma sono stati circondati dai soldati e fatti risalire con la violenza negli autobus. Un gruppetto è comunque riuscito a evitare i controlli e a bloccare la superstrada diretta verso il checkpoint.
Protesta anche a Tel Aviv, dove centinaia di manifestanti si sono ritrovati vicino alla città di Levahim, lungo la superstrada Tel Aviv-Be'er Sheva. Manifestazioni in sostegno delle comunità beduine palestinesi del Negev è giunta anche dal mondo arabo: proteste si sono tenute anche in Libano, Marocco e Giordania, contro un progetto che ricorda da vicino la Nakba del 1948. Il Piano Prawer prevede il trasferimento forzato e l'urbanizzazione di 40mila beduini, la confisca di oltre 80mila ettari di terre e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele. Nena News




Fonte:
















giovedì 1 agosto 2013

OGGI NUOVA MOBILITAZIONE CONTRO IL PIANO PRAWER

Sono previste manifestazioni nei Territori Occupati e in Israele contro il progetto di "trasferimento" di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata.

giovedì 1 agosto 2013 08:27






di Emma Mancini

  Roma, 1 agosto 2013, Nena News - La Palestina oggi torna in piazza contro il Piano Prawer. Dopo lo sciopero generale del 15 luglio e le manifestazioni a favore dei beduini del Negev, minacciati di trasferimento forzato dal governo israeliano, la rete palestinese ha chiamato di nuovo alla protesta.

Anche oggi sono previste manifestazioni sia nei Territori Occupati che in Israele contro il progetto di confisca di oltre 80mila ettari di terre, l'espulsione di 40mila beduini palestinesi e la loro urbanizzazione forzata, e la demolizione di 45 villaggi non riconosciuti dallo Stato di Israele.

Due settimane fa la protesta, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone a Ramallah, Gerusalemme, Haifa, Gaza e Negev, si era conclusa con la repressione da parte delle forze israeliane, con decine di arrestati e feriti. Secondo gli organizzatori, quello di oggi sarà un evento ancora più imponente: "Decine di palestinesi sono stati feriti o arrestati durante le manifestazioni pacifiche del 15 luglio - si legge nel comunicato redatto dagli attivisti - Ma lo sciopero della rabbia è lontano dal fermarsi. Siamo determinati a proseguire con proteste quotidiane e ad attirare l'attenzione internazionale verso i nostri fratelli e sorelle beduini. Il Piano Prawer è la più grande campagna di pulizia etnica contro il popolo palestinese dal 1948 e le nuove generazioni non permetteranno che accada di nuovo".

Nei giorni scorsi peraltro si sono tenute manifestazioni contro il piano a Kafr Kanna, a Nord di Nazareth, e nei villaggi di Rayna e Tarshina, vicino Akka. Manifestazioni che giungono a pochi giorni dalla dura condanna espressa dall'alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Navi Pillay: "In quanto cittadini israeliani, i beduini palestinesi hanno gli stessi diritti alla proprietà e ai servizi pubblici di tutti gli altri. Il governo deve riconoscere e rispettare i diritti delle comunità beduine, compreso il riconoscimento della proprietà delle terre. Israele è colpevole dell'implementazione di una politica discriminatoria di trasferimento forzato".

"Se il disegno di legge sarà approvato - ha proseguito la Pillay - porterà alla demolizione di intere comunità beduine, forzandole a lasciare le loro case e a distruggere il loro tradizionale stile di vita. Il rispetto dei diritti delle minoranze è un elemento fondamentale di una democrazia".

A luglio la Knesset, il Parlamento israeliano ha dato il primo via libera al Piano Prawer che ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruire ad hoc dal governo. Il progetto prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News




Fonte:



martedì 16 luglio 2013

PIANO PRAWER, PALESTINA IN SCIOPERO

Oggi manifestazioni in tutto il Paese, da Gerusalemme a Ramallah, da Gaza a Jaffa, contro il Piano Prawer, l'espulsione e l'urbanizzazione dei beduini in Negev.

lunedì 15 luglio 2013 09:17



AGGIORNAMENTO ore 19
SCONTRI CON L'IDF A SAKHNIN, FOLLA A RAMALLAH BLOCCATA DALLA POLIZIA PALESTINESE

Nel villaggio di Sakhnin l'esercito israeliano ha disperso i manifestanti che avevano bloccato la strada principale lanciando gas lacrimogeni e acqua chimica.
A Ramallah i manifestanti hanno tentato di marciare verso il vicino insediamento israeliano di Beit El, ma sono stati fermati dalla polizia palestinese.

AGGIORNAMENTO ore 14.45
MANIFESTAZIONE A GAZA
Sono centinaia i gazawi scesi in piazza oggi a Gaza City contro il Piano Prawer: manifestazione davanti alla sede della Croce Rossa.

AGGIORNAMENTO ore 11.45
14 PALESTINESI ARRESTATI A BEER SHEVA
La polizia israeliana è intervenuta durante la marcia di protesta contro il Piano Prawer a Beer Sheva, arrestando almeno quattordici persone.




 GUARDA IL VIDEO CON LE CARICHE DELLA POLIZIA A BEERSHEVA



di Emma Mancini

  Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Oggi il popolo palestinese è in sciopero generale. Target della protesta protesta che si allargherà per tutta la Palestina storica nel corso della giornata di oggi è il Piano Prawer, il progetto di trasferimento forzato e di urbanizzazione di circa 40mila beduini del deserto del Negev da parte delle autorità israeliane, di distruzione di 45 villaggi e della confisca di oltre 850mila dunam di terre.

Ad indirlo è stato lo "High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel", unione di organizzazione non governative e partititi politici che vede nell'implementazione del Piano Prawer l'ennesimo esempio di "ongoing Nakba", la catastrofe del popolo palestinese del 1948, quando le milizie sioniste uccisero ed espulsero 750mila persone: "Per i palestinesi, la Nakba non è stato un episodio successo 65 anni fa - spiega il Comitato organizzatore - È una tragedia che continua, una pulizia etnica e una colonizzazione che non si sono mai interrotte. L'implementazione il Piano Prawer, qualsiasi siano le giustificazioni date da Israele, andrebbe vista in questo contesto".

Da tempo le comunità beduine minacciate di espulsione protestano contro il progetto, con scioperi, manifestazioni e il coinvolgimento di associazioni israeliane per i diritti umani. Stavolta, però, la protesta dilaga in tutta la Palestina storica: dopo le prime manifestazioni ieri ad Haifa, oggi si parte alle 10 fuori dagli uffici governativi a Beer Sheva, per poi marciare verso la Ben Gurion University. Nel corso della giornata si terranno manifestazioni nei villaggi del Negev target del Piano, nelle città miste di Jaffa, Akka e Led, a Gerusalemme, nelle città della Cisgiordania (Nablus, Ramallah e Hebron), fino ad arrivare a Gaza.

"Non si tratta solo dei palestinesi del 1948 [come vengono chiamati coloro che vivono in quello che è oggi lo Stato di Israele, ndr], ma è una lotta di tutto il popolo contro lo stesso potere che ci divide, continua a colonizzare le nostre terre, che siano nei territori del 1967 o in quelli del 1948", continua il Comitato.

Il progetto disegnato dal Piano Prawer, che prende il nome dal funzionario del Ministero che lo ha ideato, ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruite ad hoc dal governo. La pratica del trasferimento forzato perpetrata in Negev rientra, infatti, nella più vasta politica di giudaizzazione dello Stato di Israele, nell'obiettivo di concentrare il massimo della popolazione palestinese nello spazio più ridotto. Una politica che ha effetti concreti a Gerusalemme Est e nelle città miste, come Jaffa o Led.

Dal canto suo il Piano Prawer prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, i 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News







Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81097&typeb=0&Piano-Prawer-la-Palestina-in-sciopero-VIDEO 

lunedì 24 giugno 2013

ISRAELE APPROVA UN PIANO PER DEPORTARE I PALESTINESI DAI DINTORNI DI GERUSALEMME

24/6/2013

palinfo 

Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. L’Amministrazione civile israeliana ha approvato un piano per la costruzione di nuove unità abitative, da destinare al reinsediamento dei profughi palestinesi della comunità beduina, che l’occupazione intende deportare dai dintorni di Gerusalemme. Lo ha rivelato, in un comunicato stampa diramato domenica 23 giugno, l’avvocato Bassam Bahr, presidente del Comitato della cittadina di Abu Dis per la difesa della terra e resistere agli insediamenti.
Bahr ha spiegato che “inizialmente, il progetto porterà alla deportazione di migliaia di beduini, sfollati dalle loro terre nel 1948, con l’obiettivo finale di deportare tutte le comunità beduine residenti nei dintorni della città di Gerusalemme, raggruppando loro in un nuovo campo, che sorgerà nell’area di Gerusalemme”.
L’avvocato ha aggiunto che il piano di costruzione “è la continuazione della politica di espansione coloniale e confisca delle terre palestinesi”. Ha sottolineato che l’occupazione considera la presenza dei beduini in quelle aree “un fattore che ostacola la sua politica in materia di insediamenti”.
Infine, Bahr ha assicurato che quest’ultima mossa israeliana cambierà radicalmente la vita dei beduini, aggiungendo che essi saranno rinchiusi in piccoli cantoni in condizioni invivibili. Ha continuato: “Il progetto sarà realizzato in prossimità della discarica di Abu Dis, un’area inadatta all’uso abitativo, secondo molte istituzioni internazionali”.
Circa un mese fa, uno studio condotto congiuntamente dall’Unrwa e dalla Ngo israeliana, Bimkom, ha rivelato che le politiche di deportazione dei beduini, avviate da Israele, hanno avuto un esito devastante sulla comunità in questione.

 © Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

mercoledì 15 maggio 2013

"C'ERA UNA VOLTA LA PALESTINA": ANCHE IN ITALIA SI CELEBRA LA NAKBA

 


 

Il 15 maggio di ogni anno il popolo palestinese della diaspora commemora la 'catastrofe' del 1948: le violenze, le distruzioni e l’espulsione forzata di oltre 800 mila persone dalla propria terra, in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Anche a Roma un’iniziativa per non dimenticare. 




di Cecilia Dalla Negra 

Al-Nakbah in arabo, significa "catastrofe", e si potrebbe utilizzare per descrivere le calamità naturali. Come i terremoti o gli uragani, che arrivano all’improvviso, spazzando via tutto quanto è caro e conosciuto. Fenomeni inaspettati, capaci di distruggere una casa, sradicare un albero, spazzare via un intero villaggio.
In Palestina, Al-Nakbah è una giornata, e insieme un ricordo lungo 65 anni. 
Sul calendario la data è quella del 15 maggio 1948, il giorno seguente alla proclamazione dello Stato di Israele: quando ebbe inizio quello che da più parti viene erroneamente definito "l’esodo" della popolazione palestinese, ma che fu in realtà un’espulsione forzata, scandita al ritmo di massacri, abitazioni date alle fiamme, villaggi rasi al suolo e oggi scomparsi dalle carte geografiche di chi, con la forza, si impadronì di una terra che non era "senza un popolo". 
C’era una volta la Palestina, abitata da 1 milione e 400 mila persone distribuite in 1300 fra piccole città e villaggi rurali.
E c’erano le milizie sioniste, che dai primi insediamenti coloniali costruiti già nel corso del lungo mandato Britannico, si mossero per espellere quante più persone era possibile, in vista della spartizione territoriale che di lì a poco sarebbe avvenuta.
Quella che avrebbe dovuto vedere la nascita di due Stati, uno dei quali ancora oggi attende di essere riconosciuto dalla comunità internazionale. 
A partire dal 15 maggio del ‘48 oltre 800 mila palestinesi furono cacciati dalle proprie terre: 9 le città completamente cancellate, oltre 500 i villaggi distrutti.
Gli episodi di violenza si moltiplicarono rapidamente: dal massacro di Deir Yassin contare il numero delle vittime non è stato più possibile. Si stima che possano essere state circa 15mila, cui vanno ad aggiungersi le migliaia di profughi costretti a cercare rifugio nei vicini paesi arabi, in cui sono sorti campi di fortuna divenuti negli anni la loro casa. 
A distanza di 65 anni da quel giorno i rifugiati palestinesi vivono ancora in quei campi, mentre Israele si è impadronito del 78% del territorio della Palestina storica, a discapito di quel 55% che le Nazioni Unite gli avevano assegnato.
Nel restante 22%, nel quale sarebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese, è ancora oggi in vigore un assedio (sulla Striscia di Gaza) e un regime di occupazione militare, che ha assunto il controllo di gran parte della Cisgiordania, attraverso un sistema di apartheid articolato in insediamenti coloniali, strade riservate ai soli cittadini ebrei, e un Muro che ha annesso ulteriore territorio. 
Sui terreni espropriati ai palestinesi attraverso ordini militari sono stati costruiti in questi anni 140 insediamenti - illegali secondo il diritto internazionale - nei quali vivono e lavorano 650 mila coloni.
Il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, sancito dalla risoluzione Onu 194, non è mai stato rispettato. 
Anche per questo la Palestina e la sua 'catastrofe' restano un ricordo vivo nel cuore di chi oggi vive in diaspora, che commemorerà la giornata del 15 maggio come ogni anno.
Tanti gli eventi previsti nelle città italiane: il principale a Roma, organizzato dalla Comunità Palestinese locale (e promosso da Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Rete italiana ISM, Assopace Italia e Ingegneria senza Frontiere).
Una serata che si svolgerà nel quartiere di san Lorenzo, nella quale si alterneranno musiche, letture e spettacoli teatrali, oltre agli interventi degli attivisti e dei giovani palestinesi del Children and Youth Center del campo profughi di Shatila (Beirut), in questi giorni a Roma per un progetto di scambio culturale organizzato dall’Associazione per la Pace.
Testimonianze, danze tradizionali e cibo palestinese, per commemorare insieme la Nakba e ricordare una Palestina che c’era, e c’è ancora. 

(In foto/ La locandina dell’evento romano, realizzata da Ilaria Vescovo che ringraziamo per la gentile concessione) 

14 maggio 2013 


Fonte:

http://www.osservatorioiraq.it/cera-una-volta-la-palestina-anche-in-italia-si-celebra-la-nakba



lunedì 7 gennaio 2013

Gaza, 7 gennaio 2009

Di Vittorio Arrigoni

07/01/2009




Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite.
Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabilia, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza, ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati contro gli ospedali e il personale medico. Ieri dopo aver lasciato l’ospedale di Al Auda di Jabilia ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell’ISM, una bomba è caduta sull’ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con Abu Mohammed, comunista, davanti ad un caffè ascoltavo le eroiche gesta dei leaders del Fronte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa,  Ahmad Al Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi nel sapere che le prime nozioni di cosa fosse la Palestina e della sua immensa tragedia mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Da mia madre “raissa”, sindaco di un paese nel nord Italia. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani veramente rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci. È quelli odierni? Avevo preso tempo,  gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed giace ora in coma, nello stesso ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta. 
Verso mezzanotte ho ricevuto un’altra chiamata, questa volta da Eva, l’edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi, è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporters, tutti palestinesi, dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obiettivi “strategici” attorno a quel palazzo, nè resistenza che combatte l’avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagine dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefing dei colonnelli israliani, con rinfresco offerto per i giornalisti prezzolati. Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie.
A Zetun, una decina di chilometri da Jabalia, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuavano a spararci contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa, da una nota emittente radiofonica milanese, una “pacifista” israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva metta fine all’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all’inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati.
Riguardando oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Nakba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di Stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Nakba,  una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese. Fino a qualche istante fa si contava 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3.000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l’esercito israeliano ha iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai  villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi, l’ultima, quella di Al Fakhura, a Jabalia, è stata centrata in pieno. Più di 50 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell’ONU. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano.
Non c’è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il Consiglio di Sicurezza dell’Onu riuscirà questa volta a pronunciare un’unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l’alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci. Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo.
Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato italiano, dicono che domani evacueranno l’ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da vent’anni anni abita nei pressi della chiesa cattolica di Gaza, ormai adottata dai palestinesi della Striscia. Il console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest’ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L’ho ringraziato per la sua offerta, da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora di italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato.

Restiamo umani.

Vik

domenica 28 ottobre 2012

IL MASSACRO DI DAWAYMECH



<<Il 28 ottobre, mezz’ora dopo la preghiera del mezzogiorno, ricorda il muhktar, venti autoblindo entrarono nel villaggio da Qubayba mentre i soldati  attaccavano simultaneamente dal fianco opposto. I venti uomini che difendevano il villaggio restarono paralizzati dal terrore. I soldati sulle autoblindo aprirono il fuoco con mitragliatori e mortai, facendosi strada nel villaggio su tra fianchi lasciando aperto il lato est per far uscire da lì 6000 persone in un’ora. Poiché non ci riuscirono, le truppe saltarono già dai veicoli e cominciarono a sparare alla cieca. Molti abitanti corsero a rifugiarsi nella moschea o fuggirono lì vicino in una caverna sacra chiamata Iraq al-Zagh. Arrischiatosi a tornare al villaggio il giorno successivo, il mukhtar scorse con orrore le pile di morti nella moschea – e molti di più sparsi per le strade -, uomini, donne e bambini, tra cui riconobbe il proprio padre. Quando andò alla caverna trovò l’entrata bloccata da dozzine di cadaveri. Il mukhtar contò che mancavano all’appello 455 persone, di cui circa 170 tra donne e bambini.
Anche i soldati ebrei che presero parte al massacro riferirono scene raccapriccianti: neonati col cranio spaccato, donne violentate o bruciate vive dentro casa, uomini uccisi a coltellate.>>

I. Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, pp. 237-238.

Nota: questo massacro è avvenuto il 28 ottobre 1948. Quanto qui narrato da Pappe si basa sulla testimonianza, ampiamente confermata, del mukhtar Hassan Mahmoud Ihdeib.

martedì 22 maggio 2012

IL MASSACRO DI TANTURA



<<[…] il 22 maggio 1948, il villaggio fu attaccato di notte. […]
L’offensiva partì da quattro lati , seguendo una tattica insolita; si solito infatti la brigata circondava il villaggio su tre lati, lasciando libero il quarto in modo da consentire alla gente di fuggire. La mancata coordinazione fece sì che le truppe ebraiche accerchiarono completamente il villaggio e si trovarono quindi con un numero molto elevato di abitanti nelle loro mani.
Gli abitanti di Tantura furono condotti in massa alla spiaggia sotto minaccia delle armi. Lì le truppe ebraiche separarono gli uomini dalla donne e dai bambini, che furono trasferiti nella vicina Furaydis, dove alcuni degli uomini le raggiunsero dopo un anno e mezzo. nel frattempo centinaia di uomini erano stati radunati sulla spiaggia e fu ordinato loro di sedersi e aspettare l’arrivo di un ufficiale dei servizi segreti israeliani, Shimshon Mashvitz, che abitava nell’insediamento di Givat Ada, poco distante, e nel cui “distretto" si trovava il villaggio di Tantura.
Mashvitz arrivò insieme a un collaboratore locale, incappucciato come ad Ayn al_Zaytun, e selezionò alcuni uomini tra quelli radunati – per l’esercito isreaeliano, “uomini” significava maschi dai dieci ai cinquant’anni -, che vennero poi condotti a gruppi in un luogo poco distante e giustiziati. La selezione avvenne secondo un elenco preparato in precedenza e tratto dall’archivio di Tantura, ed erano coloro che avevano partecipato all’insurrezione del 1936 e ad attacchi contro le attività commerciali degli ebrei, coloro che avevano contatti contro le attività con il Mufti e chiunque avesse “commesso” uno dei crimini che comportassero automaticamente una condanna.
Questi però non furono gli unici uomini a essere giustiziati. Prima di procedere alla selezione a alle esecuzioni sulla costa, l’unità occupante si era lasciata andare alle uccisioni sfrenate nelle case e nelle strade. Joel Skolnik , geniere nel battaglione, era stato ferito in quest’attacco, ma durante il ricovero  in ospedale sentì dire da altri soldati che questa era stata <una delle più vergognose battaglie dell’esercito israeliano>. Secondo la sua testimonianza, spari provenienti dai cecchini del villaggio contro i soldati avevano provocato un fuggi fuggi tra le truppe ebraiche subito dopo l’occupazione e prima di quanto era accaduto sulla spiaggia. L’attacco ebbe luogo dopo che gli abitanti avevano dato un segno di resa sventolando bandiera bianca.
Skolnik sentì dire che due soldati in particolare si erano scatenati e che avrebbero continuato a uccidere se non fossero arrivati a fermarli alcuni ebrei dal vicino insediamento di Zikhron Yaacov. Fu il capo dell’insediamento, Yaacov Epstein, che riuscì a porre fine all’orgia di uccisioni a Tantura, ma arrivò <troppo tardi>, come ebbe a commentare amaramente un sopravvissuto.
La maggior parte delle uccisioni furono eseguite a sangue freddo sulla spiaggia. Alcune vittime furono dapprima interrogate sulla presunta esistenza di un <enorme deposito> di armi, nascosto da qualche parte nel villaggio. Poiché non sapevano niente – tale deposito non esisteva – furono giustiziati all’istante. Oggi molti dei sopravissuti a questi episodi orrendi vivono nel campo profughi di Yarmik, in Siria, e cercano di superare con grande difficoltà il trauma subito per aver assistito a quelle esecuzioni.
Ecco come un ufficiale ebreo descrisse le esecuzioni a Tantura:

I prigionieri venivano condotti in gruppi 200 metri più in là e poi fucilati. I soldati andavano dal comandante supremo e gli dicevano: <Mio cugino è stato ucciso in uno degli scontri>. Il comandante ordinava alla truppa di prendere un gruppo di cinque, sette persone, condurle da parte e ucciderle. Poi arrivava un altro soldato e diceva che suo fratello era morto in una battaglia. Per un fratello, la punizione era maggiore. Il comandante ordinava alle truppe di prendere un gruppo più numeroso e fucilarlo, e così via.>>


I. Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, pp. 167-169.

martedì 15 maggio 2012

NAKBA DAY: SCONTRI IN CISGIORDANIA

Manifestazioni e proteste in tutta la Cisgiordania per il 64° anniversario della Nakba. Almeno cento feriti e dieci manifestanti arrestati. A Betlemme l'Autorità Palestinese si scontra con i dimostranti.

MARTA FORTUNATO

 

Beit Sahour (Cisgiordania), 15 maggio 2012, Nena News – Migliaia di palestinesi hanno partecipato oggi alle manifestazioni organizzate in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per commemorare il 64° anniversario della Nakba, la “catastrofe” nazionale del 1948, anno della nascita dello Stato di Israele, quando almeno 750 mila palestinesi sono stati scacciati dalle loro case e dalle loro terre verso i paesi limitrofi. Oggi i profughi del 1948 sono diventati 5 milioni e ogni anno il popolo palestinese organizza marce e manifestazioni per riaffermare il diritto di ogni rifugiato a fare ritorno nella propria terra. Diritto che è stato messo in un angolo dai negoziati e dagli “accordi di pace” firmati da Israele e Olp nel 1993.
Oggi si sono registrati incidenti meno gravi rispetto a quelli avvenuti l’anno scorso. Il 15 maggio 2011 migliaia di rifugiati palestinesi avevano cercato di varcare le linee armistiziali di Siria e Libano e le autorità israeliane avevano risposto sparando proiettili reali contro i manifestanti, uccidendo 8 persone e provocando centinaia di feriti.
La giornata è iniziata con degli scontri davanti alla prigione di Ofer (Ramallah) dove l’esercito israeliano ha lanciato gas lacrimogeni, bombe sonore e proiettili di gomma contro i manifestanti. Secondo fonti mediche 63 persone, tra cui un bambino di 16 anni, sono state ferite e soccorse dall’ambulanza. Anche presso il check-point di Qalandiya ci sono state proteste violente: un centinaio di manifestanti circa ha lanciato pietre contro l’esercito israeliano che ha risposto con il lancio di gas lacrimogeni: 21 persone sono state ferite. A Nil’in (Ramallah) alcuni dimostranti hanno cercato di attraversare il check-point all’estremità del villaggio e le autorità israeliane hanno arrestato tre persone, tra cui l’attivista palestinese Naji Tamimi.
A Betlemme la manifestazione è iniziata nella Piazza della Natività dove c’è stata una grande partecipazione da parte degli studenti delle scuole. Da lì circa 200 dimostranti si sono spostati verso il check-point di Betlemme, dove sono stati bloccati dalla polizia palestinese. Anche ieri sera, 14 maggio, una manifestazione organizzata vicino all’entrata del campo profughi di Aida, in solidarietà con i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, aveva trovato l’opposizione dei poliziotti dell’Autorità Palestinese che avevano attaccati e ferito alcuni partecipanti.
Nel quartiere di Issawiya a Gerusalemme Est quattro persone sono state arrestate.
A Gaza c’è stata una partecipata manifestazione davanti al quartier generale dell’ONU durante la quale si è celebrata anche la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi dopo l’accordo raggiunto questa notte.
Proteste si sono svolte anche nelle città di Hebron, di Ramallah e di Qqlaqiliya e in decine di piccoli villaggi in tutta la Cisgiordania. Nena News

Fonte:

lunedì 14 maggio 2012

64° ANNIVERSARIO DELLA NAKBA (LA CATASTROFE PALESTINESE)

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Foto tratte da:

http://www.infopal.it/1948-2012-il-popolo-palestinese-e-aumentato-di-8-volte/

 
Da 64 anni, dal 1948, il 15 Maggio di ogni anno il popolo palestinese tutto commemora, ovunque si trovi, dalla Palestina ai luoghi della Diaspora, l’anniversario della Nakba palestinese.
Tragedia e pulizia etnica sistematiche iniziano nel 1948 per mano delle milizie terroriste sioniste, da quella data confluite ufficialmente nell’esercito dello Stato di Israele, fondato sulla terra di Palestina. La Nakba è la pulizia etnica con l’espulsione e la cacciata di 900mila palestinesi, da allora entrati nello status di rifugiati fuori dalla loro terra, massacrati ovunque in Palestina, dove 532 villaggi e 9 città palestinesi furono cancellati.
La continuazione delle pratiche coloniali sioniste: Apartheid, prigionia e tortura, bombardamenti indiscriminati, demolizioni di case, furto della terra, sono tutti crimini contro l’umanità compiuti da Israele ai danni del popolo palestinese, che poi non si sono mai arrestati, grazie anche alla complicità e al silenzio della comunità internazionale sulla conduzione della pulizia etnica e sulla costruzione delle colonie sulle terre della Palestina.

LA TERRA E’ AL CENTRO DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE DELLA TERRA DI PALESTINA

Questo è lo sfondo nel quale collocare l’incerta sorte degli oltre 10milioni di palestinesi che abitano nei Territori palestinesi occupati nel ’48 (oggi Israele), nella Palestina occupata nel 1967 da Israele (Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme) e a coloro che vivono in Diaspora, nell’esilio, lontani dalla patria d’origine.
Al 64° anniversario della Nakba e di fronte all’attualità palestinese, affermiamo quanto segue:
1. E’ necessaria la condanna dell’occupazione sionista e del regime d’Apartheid che Israele ha instaurato in Palestina. Tale politica deve avere un termine. Chiediamo che si realizzi giustizia sociale, dignità e pace genuina per il popolo palestinese, per mezzo di provvedimenti e sanzioni di legge, boicottaggio nei confronti dei responsabili israeliani di tali crimini praticati contro il popolo palestinese..
2. Il Diritto al Ritorno degli oltre 7milioni di rifugiati palestinesi che dal 1948 attendono di tornare nelle loro case d’origine in Palestina e il risarcimento per i danni causati loro.
3. Diritto di autodeterminazione del popolo palestinese sulla sua terra, la Palestina Storica.
un diritto legittimo e umano e principio di autodeterminazione dei popoli previsto dal diritto internazionale.
4. La libertà di migliaia di prigionieri politici palestinesi nelle disumane prigioni dell’occupazione israeliana, in questi giorni impegnati nel più generale degli scioperi della fame, alcuni anche della sete, ad oltranza. La lora è una forma di protesta contro le violazioni dei propri diritti fondamentali. Essi protestano contro le detenzioni in isolamento, la detenzione amministrativa (senz’accusa e prorogabile a oltranza, ndr), per il ripristino del diritto allo studio, quello a ricevere le visite, contro le irruzioni nelle celle.
5.Porre fine al vergognoso silenzio della comunità internazionale durato 64 anni fino ai giorni nostri. Silenzio complice e responsabile della negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese

TU NON FARTI COMPLICE DELLA NEGAZIONE DELL’ESISTENZA DI UN INTERO POPOLO!

6.Fermare la cooperazione politica, economica e militare tra la Repubblica Italiana e il regime d’Apartheid di Israele, fermare le forme di copertura internazionale ai crimini che Israele continua a commettere, violando per mezzo di tale collaborazione la Costituzione della Repubblica, nella quale si vieta allo Stato italiano di sostenere o cooperare pratiche di persecuzione e pulizia etnica nei confronti di persone inermi.

 Giovani palestinesi in Italia


Fonte:


mercoledì 2 maggio 2012

AYN AL-ZAYTUN

<<L’operazione Ramazza fornì l’occasione, il 2 maggio 1948, all’unità d’élite dell’Haganà, il Palmach, non solo di epurare il villaggio in conformità con il Piano Dalet, ma anche di sistemare “vecchi conti”, cioè l’ostilità con cui gli abitanti palestinesi del villaggio avevano guardato e accolto i coloni.
L’operazione fu affidata a Moshe Kalman che nello stesso distretto aveva già diretto gli attacchi selvaggi a Khisas, Sa’sa e Husayniyya. Le sue truppe incontrarono ben poca resistenza perché i volontari siriani di stanza avevano abbandonato in fretta e furia il villaggio quando all’alba era iniziato il bombardamento: al fuoco pesante dei mortai seguì il lancio sistematico di granate . Le forze di Kalman entrarono nel villaggio verso mezzogiorno. Le donne, i vecchi e i bambini e alcuni dei ragazzi più giovani che non se ne erano andato con i volontari siriani uscirono dai loro nascondigli sventolando bandiera bianca. Furono immediatamente ammassati al centro del villaggio. […]
Cominciavano col portare un informatore incappucciato che esaminava gli uomini allineati sulla piazza del villaggio; venivano identificati quelli il cui nome era segnato sulla lista già pronta degli ufficiali dei servizi segreti. Poi gli uomini così selezionati venivano portati in un altro posto e fucilati. Se altri si ribellavano o protestavano venivano uccisi anche loro. […]
Secondo i documenti militari furono fucilate in tutto, incluse le esecuzioni, settanta persone; altre fonti forniscono una cifra molto più alta.>>

Fonte:

I. Pappe. La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, pp. 141-143.

mercoledì 4 aprile 2012

DEIR YASSIN

Il 9 aprile 1948 forze ebraiche occuparono il villaggio di Deir Yassin situato su una collina a ovest di Gerusalemme, ottocento metri sul livello del mare e vicino all’insediamento ebraico di Givat Shaul. […]
Come irruppero nel villaggio, i soldati ebrei crivellarono le case con le mitragliatrici, uccidendo molti abitanti. Le persone ancora in vita furono radunate in un posto e ammazzate a sangue freddo, i loro corpi seviziati, mentre molte donne vennero violentate e poi uccise. […]
Una recente ricerca ha ridotto il numero delle persone massacrate a Deir Yassin da 170 a 93. Naturalmente, a parte le vittime del massacro, decine di altri individui furono uccisi in combattimento e perciò non vennero inseriti nelle lista ufficiale delle vittime. Comunque, poiché le truppe ebraiche consideravano ogni villaggio palestinese una base militare nemica, la distinzione tra massacrare gli abitanti e ucciderli “in battaglia” era di scarsa importanza. Bisogna solo dire che tra le persone massacrate a Deir Yassen vi erano trenta neonati; si capisce così che il calcolo “quantitativo” – che gli israeliani hanno ripetuto recentemente, nell’aprile del 2002, nel massacro di Jenin – è privo di senso. Allora, la leadership ebraica annunciò orgogliosamente un alto numero di vittime, in modo da fare di Deir Yassin l’epicentro della catastrofe – un avvertimento per tutti i palestinesi: un destino simile attendeva coloro che si fossero rifiutati di abbandonare le loro case e fuggire.>>


I. Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, pp. 116-118.

mercoledì 21 dicembre 2011

STORIA DI SAID E’ STORIA DELLA PALESTINA


Dopo un viaggio in Europa per raccontare il suo Paese, il giovane 20enne di Ni’lin si ritrova di fronte la quotidianità dell’occupazione: raid nella sua casa, minaccia di arresto per il fratello. Un destino comune a quello di oltre 4 milioni di palestinesi.


EMMA MANCINI


Beit Sahour (Cisgiordania), 14 dicembre 2011, Nena News (nella foto, un giovane palestinese pianta un ulivo nel villaggio di Husan davanti ai soldati israeliani, foto Emma Mancini) – Un viaggio in Europa per parlare al mondo del piccolo villaggio palestinese di Ni’ilin, tre mesi trascorsi tra la Svezia e la Germania a respirare una libertà che nei Territori Occupati è negata da 63 anni. E al ritorno, il brusco risveglio: sei e resti un giovane palestinese sotto occupazione, non dimenticartelo.
Il chiaro messaggio è stato recapitato a Said dall’esercito israeliano solo due giorni dopo il suo ritorno in Palestina: raid notturno in casa e mandato di comparizione in carcere per il fratello minore. Una storia simile a tante altre, qua in Cisgiordania, ormai la routine. L’anormalità diventa normale, l’assurdo si trasforma in realtà.
La storia è quella di Said Amireh, un ragazzo di 20 anni del villaggio di Ni’ilin. A riportarla l’organizzazione Freedom Flotilla Italia, che pubblica la lettera scritta due giorni fa dal giovane dopo il raid dell’esercito. “Ho passato gli ultimi tre mesi in Europa – racconta Saeed – per parlare in vari eventi di Palestina, della nostra sofferenza, dei nostri sogni e delle nostre speranze. Ho imparato moltissimo e ho visto cose bellissime. Ma la cosa più importante che ho sperimentato è come sia dormire al sicuro e senza paura e stress per tre mesi. È stata l’esperienza più straordinaria della mia vita”.
Il nuovo mondo scoperto da Said al di là del Mediterraneo si è presto volatilizzato. Prima la morte di Mustafa Tamimi, 28enne residente a Bi’lin, ucciso durante la tradizionale manifestazione del venerdì da un gas lacrimogeno lanciato a breve distanza da un soldato israeliano: centrato alla testa, Mustafa è morto il giorno dopo in ospedale. Poi, l’attacco delle forze di occupazione israeliane alla sua casa.
“Due giorni dopo il mio ritorno, domenica 11 dicembre 2011 – continua Said – all’una di notte, mentre dormivo nella casa della mia famiglia, i soldati delle Forze Israeliane di Occupazione hanno invaso la casa di mio zio, che è vicina a quella della mia famiglia. Un altro gruppo delle Forze Israeliane di Occupazione ha invaso la casa dell’altro mio zio e l’hanno costretto a seguirli nella casa della mia famiglia – non ho idea del motivo. Hanno iniziato a colpire la porta di casa e a gridarci di aprire. Stavo dormendo e mio fratello maggiore mi ha svegliato”.
“Non c’è voluto molto perché 25 soldati, arrivati dal Muro dell’Apartheid (che è molto vicino alla casa della mia famiglia) aprissero la porta con la forza e facessero irruzione. Io ero molto nervoso, ero sicuro che fossero venuti per arrestarmi. Ci hanno messi tutti in una stanza, come fanno ogni volta che invadono una casa durante un’incursione notturna. Dopo cinque minuti sono venuti per il più giovane dei miei fratelli, Muhammed Amireh, di 18 anni. L’hanno portato in un’altra stanza, dove l’hanno fotografato. Gli hanno consegnato un mandato di comparizione, un documento per un interrogatorio: convocato giovedì 15 dicembre 2011 alle 10.30 alla prigione militare di Ofer”.
La famiglia Amireh è preoccupata. Nessuno sa cosa accadrà a Muhammed giovedì. Capita molto spesso che un palestinese convocato per un “semplice” interrogatorio non faccia ritorno a casa, ma venga rinchiuso dietro le sbarre di una prigione israeliana: “Nel dicembre del 2009, Ibrahim Srour, un diciottenne del mio villaggio, era stato convocato per un interrogatorio. Quando si è presentato, l’hanno arrestato: 22 mesi di prigione e una multa di 3.500 dollari. Ibrahim è stato rilasciato solo un mese fa”.
La tensione che asfissia villaggi come Ni’ilin e Bi’lin, l’intera Palestina, è continua, senza tregua. Esempi della resistenza popolare nonviolenta in Palestina, sono spesso target dell’esercito d’occupazione israeliano. Soprattutto durante le tradizionali manifestazioni del venerdì che nei due villaggi (come in altre comunità della Cisgiordania, da Al Masara ad Al Walaje) sono iniziate dopo la Seconda Intifada, principalmente come forma di protesta pacifica contro la costruzione del Muro di Separazione.
A Ni’ilin, comunità del distretto di Ramallah, la popolazione del villaggio scende in strada ormai da tre anni: insieme a internazionali e attivisti israeliani gridano slogan e sventolano bandiere contro la confisca di terre, gli attacchi dei coloni, i soprusi del regime di apartheid. Solo a Ni’ilin le autorità israeliane hanno confiscato oltre l’80% delle terre appartenenti al villaggio, distruggendo la sua economia, basata essenzialmente sull’agricoltura.
Una resistenza nonviolenta a cui fa da contraltare la sproporzione della reazione militare israeliana. Candelotti di gas lacrimogeno, bombe sonore, proiettili di gomma che tra le mani dei soldati si trasformano in vere e proprie armi. Arresti indiscriminati e detenzioni amministrative diventano lo strumento per piegare la resistenza popolare, tagliando la testa alla leadership e rassegnando animi e motivazioni.
Eppure, a quanto pare, la resistenza nonviolenta è la sola attuale opzione in mano al popolo palestinese. Una lotta che non è fatta semplicemente di manifestazioni settimanali, bandiere e slogan. La resistenza, quella vera, è quella dei contadini che continuano a lavorare la loro terra al di là del Muro, costretti ad attraversare ogni mattina un checkpoint militare.
È quella di chi continua a piantare alberi di ulivo nonostante vengano costantemente sradicati da soldati e coloni. È quella dei bambini che camminano per chilometri per raggiungere la loro scuola perché non autorizzati ad attraversare le strade riservate ai coloni. È quella delle cooperative di donne in città come Hebron e delle comunità che ricostruiscono con acqua e fango le case demolite nella Jordan Valley.

“Ridere, danzare, piantare alberi di ulivo, accompagnare i bambini a scuola, fare l’amore, proteggere le nostre pietre. Questa è resistenza. Dipingere, costruire una casa. Questa è resistenza. Stare per quattro ore al checkpoint e alla fine attraversarlo. Questa è resistenza. Noi siamo ancora qui” (Nassar Ibrahim). Nena News

Fonte:

http://nena-news.globalist.it/?p=15487