Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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venerdì 16 agosto 2013

INIZIA IL CAMPO DI SOLIDARIETA' NEL CAMPO PROFUGHI DI AIDA (BETLEMME): NESSUNA PACE CON GLI OPPRESSORI

Riceviamo e pubblichiamo il report della prima giornata del campo di solidarietà organizzato dal centro Amal Al Mustakbal, nel campo profughi di Aida (Betlemme).
Quest’esperienza di lotta inizia proprio mentre Israele rilascia 26 tra i 104 prigionieri palestinesi che dovrebbe liberare nell’arco di un anno.
Mentre gli Stati Uniti garantiscono lo strapotere del colonialismo sionista, celebrando l’inizio dell’ennesima “fine” chiamata “accordi di pace” e bacchettando pateticamente Israele per i nuovi piani espansionistici, la repressione dell’occupazione continua perpetua con arresti nei confronti di chi difende la propria terra, come nel caso di tre ragazzi arrestati ieri a Kufr Qaddum.
Il rilascio dei 26 prigionieri palestinesi vorrebbe umanizzare l’ennesimo piano internazionale in appoggio al colonialismo israeliano. Tutto il mondo rivolge la propria attenzione ad un’ingiustizia chiamata “pace”, accordi che solo il potere crede appetibili.
Content*, in ogni caso, che 26 persone internate nelle carceri sono tornate nelle proprie comunità in festa, riabbracciando le persone care, vi proponiamo la prima di alcune interviste che 4 nostre compagne hanno documentato durante i loro incontri in Palestina.
Voci di donne palestinesi, testimonianze di tenacia, dignità e resistenza, alle quali daremo il massimo della visibilità.
Per accompagnare il report che leggerete, abbiamo quindi scelto la voce di Renan, prigioniera per 7 anni nelle carceri israeliane, recentemente rilasciata nello scambio per la liberazione del soldato israeliano Shalit. Renan fa parte di una famiglia di Nablus i cui membri sono stati tutti in carcere.

Voci di donne dalla Palestina: Renan prigioniera nelle carceri israeliane




14.08.2013

aida 

Oggi, primo giorno ufficiale del campo, è stata una giornata molto interessante.
Abbiamo iniziato questa mattina con le attività ludiche e di animazione presso il centro con i/le bambin* di Aida, una prima occasione per conoscerl* e stabilire un primo contatto.
Basandoci sulla favola araba “Il ritorno di Giubeina e la perla blu”, i/le bambin* faranno una serie di attività di riflessione sulla tematica del “ritorno” strutturate in quattro laboratori (teatro, fotografia, disegno, sport) che culmineranno con una rappresentazione teatrale durante la festa finale del campo di solidarietà.
Nel pomeriggio abbiamo avuto l’opportunità di incontrare un giovane ex prigioniero del campo profughi, detenuto per 5 mesi nella prigione di Ofer, nei pressi di Ramallah.
Rilasciato meno di un mese fa, Rashid (nome di fantasia) è un giovane compagno il cui unico capo di imputazione è quello di appartenere al Fronte Popolare, aver avuto fratelli già detenuti nelle infami carceri, e che ogni giorno lotta per resistere all’occupazione e per rivendicare il proprio diritto al ritorno.

aida2 

Il suo arresto, come quello di molti altri, si inserisce in un’ondata repressiva che ha colpito i giovani del campo di Aida 6 mesi fa, a seguito di proteste per l’uccisione di Mohammad Zaid Awwad Salayam di Hebron. Il racconto di Rashid è la testimonianza diretta delle condizioni dei detenuti palestinesi all’interno delle carceri israeliane e del vissuto delle loro famiglie.
Solitamente, i giovani vengono prelevati nel cuore della notte nelle loro abitazioni con incursioni mirate e portati via sotto gli occhi impotenti delle famiglie a cui non è concesso neanche un saluto.
La prigione israeliana di Ofer detiene circa 6000 palestinesi rinchiusi in celle  sovraffollate con una piccola finestra che non permette di guardare fuori; i detenuti sono privati della possibilità di incontrarsi, di potersi lavare e sono soggetti a continue pressioni psicologiche e violenze fisiche.
Esiste all’interno del carcere un’unica cucina gestita dai prigionieri i cui costi dei pasti ricadono direttamente sulle famiglie dei detenuti, poichè la direzione carceraria non fornisce alcun alimento.
Alcuni detenuti che hanno la cittadinanza anche indiretta gazawi, al momento della scarcerazione non vengono fatti tornare nei loro villaggi di origine, ma deportati in quella prigione a cielo aperto, che è la Striscia di Gaza.

Il prossimo incontro sarà con la popolazione del villaggio di Al Masaara…
Yallah
Shebab del summer camp


 Fonte:

lunedì 12 novembre 2012

7 PALESTINESI UCCISI E 52 FERITI DA RAID ISRAELIANI


domenica 11 novembre 2012 09:02


I feriti sono stati 52 tra i quali donne e bambini. I raid sono andati avanti per tutto il giorno. I palestinesi hanno risposto sparando razzi. 



Gaza, 11 novembre 2012, Nena News - E' salito a 7 il bilancio di palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane nelle ultime ore. I feriti sono almeno 52, tra i quali donne e bambini. Alle cannonate di ieri sparate da carri armati israeliani che hanno fatto quattro morti, si sono aggiunti raid aerei a nord e a est di Gaza city hanno ucciso altri tre palestinesi.
Si tratta del bagno di sangue più alto in un solo giorno registrato da diversi mesi a questa parte.

Gli attacchi sono avvenuti in particolare a Shujaia (a est di Gaza city) e nella zona orientale del distretto di Khan Yunis. I morti sono Ahmed al Derdsawi, Mohammed Abu Hrara, Osama Abu Hrara (fratello di Mohammed), Ahmed Khaled Abu Kas, Mohammed Abed e Mohammed Shwikani.

«Le forze di occupazione non la passeranno liscia per aver preso di mira obiettivi civili», ha avvertito Taher Nuni, portavoce del movimento islamico Hamas che governa Gaza. I palestinesi accusano Israele di aver aperto il fuoco intenzionalmente su diverse abitazioni e sottolineano che quattro dei morti di ieri erano civili.

I combattenti palestinesi hanno risposto al fuoco israeliano sparando 36 razzi verso il sud dello Stato ebraico dove le autorità locali hanno proclamato lo stato d'emergenza e invitato la popolazione civile a tenere aperti i rifugi. Secondo fonti di stampa, due civili israeliani sarebbero rimasti leggermente feriti nelle ultime ore.

Da parte israeliana si riferisce che il pesante cannoneggiamento è scattato dopo che un veicolo militare era stato colpito da un razzo anticarro sparato dai palestinesi lungo le linee di confine (quattro soldati feriti). L'attacco alla pattuglia è stato successivamente rivendicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp).

Il cannoneggiamento di ieri e della scorsa notte segue il mitragliamento israeliano che tre giorni fa aveva ucciso un ragazzino di 13 anni nei pressi di Khan Yunis. Nena News


Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=40645&typeb=0&Salito-a-7-bilancio-palestinesi-uccisi-da-attacchi-Israele

mercoledì 9 maggio 2012

9 maggio 1976: morte di Ulrike Meinhof

9 maggio 1976, il corpo di Ulrike Meinhof viene trovato senza vita, appeso alla finestra della sua cella nel braccio speciale del 9 maggiocarcere di Stoccarda Stammheimer. Le perizie legali, sempre molto lacunose  ed incomplete, si orientano tutte verso l’ipotesi del suicidio della militante rivoluzionaria. Ma ci sono elementi che non convincono; gli altri detenuti non credono alla versione ufficiale in cui poliziotti e medici legali si contraddicono senza pudore. E non sono solo i suoi compagni di prigionia ad avere dei dubbi: anche nell’opinione pubblica comincia a farsi spazio quest’idea che la Meinhof sia “stata suicidata” da terzi. Così nasce la Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, che comincia a portare alla luce tutte quelle discordanze prodotte dalle autopsie legali. Non ultimo il problema di un cappio troppo largo per sostenere il corpo. Citiamo dalla traduzione italiana: “Si può appendere un cadavere in un cappio troppo largo, solo se si approfitta della rigidità cadaverica per mettere la testa in una posizione fissa, che non permetta più al cappio di scivolare.”.
Ulrike Meinhof è in prigione in attesa del processo che probabilmente la condannerà al carcere a vita. È membro fondatore della Rote Armee Fraktion (Fazione dell’Armata Rossa), un’organizzazione rivoluzionaria della Germania ovest, attiva dal 1970 al 1998. Incarcerati insieme a lei ci sono altri membri della prima generazione del gruppo: Andreas Baader, Gudrun Ensslin, Jan-Carl Raspe e Irmgard Möller. Anche loro, il 13 ottobre dell’anno successivo “decideranno” di suicidarsi. Baader e Esslin moriranno nelle loro celle, Raspe in ospedale, mentre la Möller non “riuscirà” a togliersi la vita con una serie di coltellate in petto, e avrà quindi la possibilità di raccontare in un libro, di come i suoi tre compagni abbiano subito la stessa sorte di Ulrike.
Il movimento nella Germania ovest è alquanto eterogeno. Molto forti sono le correnti libertarie e situazioniste; rara la militanza in forma organizzata. Tutte le proteste hanno come epicentro la sensazione che la denazificazione nella repubblica federale non sia stata neanche abbozzata. Le strutture e i volti del potere sono gli stessi che operavano sotto il regime hitleriano. È in questo clima che nel gruppo di Baader e Meinhof sorge spontanea la necessità di organizzarsi in una risposta armata al regime di cose presente. Si sceglie come nome Rote Armee Fraktion, per chiarire quel sentimento di appartenenza ad un movimento rivoluzionario più ampio e mondiale. Fin dall’inizio la RAF prende contatti con organizzazioni rivoluzionarie straniere: dalle BR, ai Tupamaros, all’FPLP, cui i militanti tedeschi devono l’addestramento militare in Cisgiordania. L’influenza che queste esperienze internazionali hanno sulla RAF è impressionante. L’organizzazione tedesca comincia a sperimentare sul suo campo di battaglia metodi e strutture saggiati dai movimenti uruguayano e palestinese. Un’organizzazione articolata in cellule di combattimento, simile anche se meno radicale della struttura di Settembre Nero; una teoria della guerriglia urbana mutuata dai teorici del Sud America fanno delle RAF una delle organizzazioni rivoluzionarie europee più longeve del secondo dopo guerra.

Fonte: