Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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lunedì 21 gennaio 2013

21 gennaio 1977

Il movimento? Cominciò a Palermo

di Luca Cumbo

E’ praticamente impossibile in poche righe riassumere il contesto storico-sociale che diede vita al Movimento del 1977, pertanto bisognerà accontentarsi di citare alcuni episodi chiave che stimolino una visione del periodo almeno in Italia. Comincerei dunque dal 34,37 % di voti preso dal Pci di Enrico Berlinguer alle elezioni del giugno 1976, il risultato più alto della sua storia. Berlinguer scelse però di appoggiare (o di non contrastare a dovere) alcune riforme economiche e sociali in senso liberista dell’Andreotti III, governo di minoranza che si reggeva sull’astensione del Pci, tradendo così le attese almeno dell’elettorato più giovane. Molti ritengono Berlinguer l’artefice del massimo radicamento del Pci in Italia, eppure fu proprio con lui che il partito, dopo l’apice del ’76, non fece altro che perdere costantemente voti. Sempre con Enrico Berlinguer si ha la prima visita di un dirigente comunista italiano negli Usa (1978, il «migliorista» Giorgio Napolitano), ma questa è – forse – un’altra storia.
Fatto sta che il 3 dicembre del 1976 il ministro della Pubblica Istruzione Franco Malfatti (Democrazia Cristiana) emana una famigerata circolare in cui viene rimesso in discussione il metodo dei piani di studio universitari liberalizzati, frutto del ’68, introduce il principio del numero chiuso per le iscrizioni, aumenta le tasse e abolisce gli appelli mensili per gli esami. Contemporaneamente le riforme della Pubblica Istruzione in cantiere non lasciano grandi speranze ai precari della scuola e dell’università. Il Senato accademico di Palermo è il primo in Italia a far propria la circolare. In risposta due grandi manifestazioni, il 20 e il 21 dicembre 1976 con almeno 10.000 studenti esigono il ritiro della Circolare Malfatti.
Passate le feste natalizie e rientrati i moltissimi fuori sede (vero motore della protesta a Palermo) riprendono assemblee e mobilitazioni finchè il 21 gennaio 1977 viene occupata la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, la prima in Italia: aveva così inizio il cosiddetto Movimento del 1977.
La situazione di tutto l’ateneo palermitano rispecchiava quello della Sicilia di allora (e di oggi…). Dopo la Regione siciliana, con i suoi assessorati e “partecipate”, l’ateneo è la più grande azienda pubblica dell’isola, ambitissimo «centro di sottogoverno clientelare gestito da fameliche cricche accademiche legate a filo doppio con gruppi di potere mafiosi, conta 5.000 dipendenti in massima parte precari» così come riportato da un volantino del gennaio 1977 scritto dagli studenti. Curiosamente, anche il movimento della Pantera cominciò a Palermo, nella facoltà di Lettere e Filosofia1, forse perchè la Sicilia è il luogo dove dall’Unità d’Italia a oggi sono sperimentate le politiche repressive, quindi è anche il primo luogo dove si «testa» la risposta.
Tornando nel 1977, pur partecipando alle occupazioni e alle mobilitazioni, i collettivi studenteschi legati ai partiti sono più in disparte sia per indicazione degli stessi partiti d’appartenenza, sia per la volontà degli occupanti di contestare radicalmente tutti i partiti e sindacati indicati come parte integrante del «sistema». Una votazione del 25 gennaio 1977 del Collettivo di Lettere e Filosofia decide che i sindacati non possono entrare a parlare in facoltà. Non è raro trovare in facoltà scritte sui muri inneggianti a Marx e Gramsci, ma anche manifesti del tipo «PCI=Nuova Polizia». Innumerevoli sigle spesso in lotta fra loro e che oggi fanno quasi tenerezza, si spartiscono il pantheon rivoluzionario indicando il Pci, con argomentazioni e intensità diverse, quale principale nemico da affrontare: Ao (Avanguardia operaia), Aut. Op. (Autonomia operaia), LC (Lotta continua), Pdup (Partito di unità proletaria), Mls (Movimento lavoratori per il socialismo), Praxis (collettivo dell’omonima rivista), Dp (Democrazia proletaria), Pcmli (Partito comunista marxista leninista d’Italia), Gcr (Gruppi comunisti rivoluzionari) e tante altre sigle un po’ come – se posso scherzare – come in quella canzone di Rino Gaetano fino ad arrivare agli Im, gli Indiani Metropolitani che fanno il loro ingresso nelle assemblee ululando: «Siamo usciti dalle riserve, abbiamo dissotterrato l’ascia di guerra e faremo fuori i visi pallidi2 e i meticci3 che si oppongono alle nostre danze intorno al Totem della Lucida Follia»4.
La lotta studentesca si saldò con la lotta dei lavoratori e docenti precari dell’università di Palermo.
Nei giorni successivi occuparono come un’onda impetuosa le altre facoltà a Palermo e nel resto d’Italia: il 17 febbraio Luciano Lama, segretario Cgil, fautore della scala mobile per i salari5 e già partigiano nei Gap, veniva cacciato da La Sapienza di Roma.
Tutto questo accadeva 36 anni fa.
Mentre era allo studio l’insieme dei materiali per questa «scor-data» chi – come me – non ha l’età per avere vissuto direttamente le lotte del 1977, ma le ha scoperte sui libri o dai racconti di militanti “più navigati”, si rende conto che mutando semplicemente nomi e date, questo scritto avrebbe potuto essere tranquillamente il resoconto di una delle tante battaglie d’oggi per l’università pubblica, la democrazia e il lavoro.
Ci si rende conto che molti dei movimenti degli ultimi vent’anni hanno preso molto del lessico, dei contenuti e delle modalità del 1977, sono identiche o simili anche le fughe in massa da assurde assemblee gestite con altrettanto assurde modalità in cui, nel nome dell’orizzontalità assoluta, tutti contestano tutti, è tabù darsi regole (figuriamoci mettere ai voti…), ognuno è più rivoluzionario dell’altro, ognuno ne sa più dell’altro, ognuno è parte di un micro-collettivo che regolarmente poco dopo si spaccherà in altri collettivi sempre più micro, fino a quando verrà fuori l’esaltazione totale dell’ Individuo, come unico legittimo portare di istanze (presunte) rivoluzionarie.
A distanza di 36 anni da quella prima facoltà occupata, lungi dall’avere la presunzione di dare giudizi sommari sul Movimento del ’77, è legittimo farsi domande senza timori reverenziali e probabilmente questo esercizio è più facile, meno doloroso, per chi non ha vissuto direttamente quegli anni. Partendo dal presupposto che spesso il bersaglio preferito di queste mobilitazioni era il Pci, c’è da chiedersi a chi ha giovato quella modalità di lotta, che risultati ha portato questa continua delegittimazione che parte da quegli anni per arrivare ai giorni nostri in forma ormai compiuta.
A chi ha giovato la tendenza alla «distruzione dei mostri sacri», la tendenza all’impossibilità di costruire qualcosa che provi ad andare oltre il mero interesse/pensiero dell’ Individuo?
A distanza di 36 anni la storia ci dice che la morte (di nome o di fatto) del Pci e dei sindacati (come soggetto che rivendica diritti) non ha portato i frutti sperati. Il lavoro è stato sempre più mortificato, l’ambiente sempre più devastato, la politica estera sempre imperialista.
Vedere oggi personaggi come Toni Negri osannati e considerati guru negli Usa fa indubbiamente riflettere. Leggere l’interventismo imperialista di Adriano Sofri su «La Repubblica» fa riflettere. Le posizioni ultraliberiste e filoatlantiche dei Radicali degli ultimi anni fanno riflettere.
E’ intellettualmente onesto dunque domandarsi, da un punto di vista storico, se qualcuno dall’esterno e dall’interno poteva avere interesse a influenzare il Movimento verso determinate posizioni.
E’ lecito dunque domandarsi se certe forme di movimento degli ultimi anni, forme organizzative reticolari e parcellizzate che tanto devono al ’77, non facciano il gioco di qualcun altro propugnando forme di lotta che poi, nei risultati concreti, abbiano favorito e favoriscano più l’ultra-liberismo individualista di Monti che non il Sol dell’avvenire.

UNA PICCOLA NOTA DI DANIELE BARBIERI

Ottima la ricostruzione di Luca (quando le lotte partono dalle “periferie” quasi nessuno se ne accorge o ricorda) e molto interessanti le domande. Io, che invece c’ero, ho un punto di vista diverso ma ovviamente se ne parlerà un’altra volta. Solo tre veloci pignolerie: nel ’77 Sofri non c’era (di fatto Lc era sciolta anche se non tutti i suoi e le sue militanti avevano accettato quella decisione; Cgil e Pci molto (ma proprio molto) si delegittimatono da soli, giorno per giorno, tant’è che Lama – per dire – quel famoso giorno parlò all’università contro il parere (votato in assemblea) della Cgil università di Roma; i Radicali con il Movimento del ’77 c’entrano poco o nulla come presenza fisica nelle università mentre ovviamente sull’uso, in quegli anni, di certe loro proposte e/o metodologie il discorso è diverso e complesso.  (db)
 
NOTE
1 Il 6 dicembre del 1989.
2 Visi pallidi = borghesi
3 Meticci = PCI e altre sigle del Movimento
4 Tratto dal libro “Le compagne, i compagni, il movimento del ’77 a Palermo”, Ed. 100 Fiori, Palermo, 1978

mercoledì 23 maggio 2012

Alberto Brasili




Alberto Brasili e la sua fidanzata Lucia Corna furono aggrediti alle 22.30 di domenica 25 maggio 1975 in via Mascagni a Milano.
Cinque fascisti - Antonio Bega, Pietro Croce, Giorgio Nicolosi, Enrico Caruso e Giovanni Sciabicco - li avevano seguiti fin da piazza San Babila perchè erano vestiti da comunisti e avevano osato sfiorare un manifesto del Msi. L'agguato scattò di fronte alla sede provinciale dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia: "Li ho sentiti arrivare quando erano ormai alle nostre spalle - raccontò poi Lucia - e ho visto luccicare le lame dei coltelli. Uno dei cinque mi ha afferrata e ha cominciato a colpirmi mentre gli altri si accanivano su Alberto."
Raggiunto da cinque fendenti a organi vitali, Brasili spirò poco dopo il suo arrivo all'ospedale Fatebenefratelli con il cuore spaccato da una coltellata. E Corna, colpita due volte all'emitorace sinistro, sfuggì alla morte solo perché la lama aveva mancato il suo cuore di pochi centimetri.
"Il delitto - scrisse il Manifesto due giorni dopo - è tanto più impressionante in quanto ha chiaramente i connotati dell'azione terroristica. Alberto Brasili non era un compagno conosciuto, era un lavoratore studente che frequentava le scuole serali, l'ultimo anno dell'istituto tecnico industriale Settembrini, e il giorno lavorava per una ditta di antifurti elettrici, la Adt. Faceva questa vita dall'età di 14 anni perché in famiglia c'era bisogno di soldi.
Brasili, dichiararono preside, professori e studenti del Settembrini, era sicuramente di sinistra e impegnato nelle lotte per il diritto allo studio. Nel 1970 aveva partecipato all'occupazione della sua scuola per l' introduzione del biennio sperimentale ed era anche stato identificato dalla polizia quando il Settembrini fu sgomberato. Non per questo, però, era più conosciuto di altri, e poi di giovani come lui in quegli anni a Milano ce n'erano decine di migliaia. E allora, perché ucciderlo?
"Non è - rispose Stefano Bonilli su il Manifesto del 27 maggio 75 - come alcuni giornali hanno tentato di accreditare, un errore di persona, è un delitto fascista che si lega perfettamente al clima che la destra sta preparando in Milano in vista del comizio di giovedì, anniversario della strage di Brescia. Per quel giorno il Msi ha in programma di aprire la campagna elettorale con una manifestazione in piazza degli Affari, a pochi metri da piazza del Duomo. Milano però ha negato tutte le sue piazze ai fascisti per bocca del suo sindaco, il quale dopo l'assassinio di Claudio Varalli aveva preso solennemente questo impegno. Questa uccisione a freddo, apparentemente inspiegabile, - concluse il Manifesto - ha lo stesso impatto psicologico di un attentato dinamitardo".

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giovedì 1 marzo 2012

1 marzo 1968: la battaglia di Valle Giulia

 

Guardando al 1968, il 1 Marzo rappresenta una tappa fondamentale, una data destinata a lasciare una traccia forte nell'immaginario collettivo ma anche ad avere conseguenze sugli sviluppi successivi degli eventi.
Con la battaglia di Valle Giulia il movimento studentesco, che nei mesi precedenti era stato un mormorio relegato al piano locale, si trasforma in un boato ed irrompe con forza sulla scena nazionale.Le voci delle precedenti occupazioni di facoltà, iniziate già nel '67 a Pisa, Torino e Milano, erano infatti circolate perlopiù in ambito universitario, senza riuscire a portare all'attenzione dell'opinione pubblica le prime avvisaglie di agitazione. A Valle Giulia, zona di Roma alle pendici dei Parioli, si trova la facoltà di Architettura, che nei giorni precedenti al 1 Marzo è stata sede di svariate iniziative politiche, culminate nell'occupazione della facoltà. Il 29 Febbraio il rettore D'Avack richiede l'intervento della polizia per mettere fine all'occupazione: l'edificio viene brutalmente sgomberato e rimane presidiato dalle forze dell'ordine.  La mattina successiva più di 4000 studenti si radunano in Piazza di Spagna e si dirigono verso la facoltà di Architettura, determinati a liberare l'edificio dall'assedio poliziesco. Il corteo giunge sul posto e comincia a fronteggiare i cordoni delle forze dell'ordine in un clima incandescente; l'evento scatenante non tarda ad arrivare: quando un gruppo di agenti prende in disparte uno studente e comincia a picchiarlo la rabbia del corteo esplode in una fitta sassaiola in direzione della polizia.
In breve lo scontro si estende a tutta l'area circostante, un gruppo di studenti riesce anche a sfondare i cordoni della polizia e a rientrare nella facoltà ma è costretto ad uscirne poco dopo sotto i colpi dei manganelli.
Gli studenti reggono a lungo l'urto delle cariche degli agenti: a fine giornata si contano 500 feriti tra i manifestanti e 150 tra le forze dell'ordine, i fermati sono più di 200, l'area circostante la facoltà ha un aspetto tale da far parlare di una vera e propria battaglia: diverse camionette ed auto incendiate, il suolo disseminato di sassi e lacrimogeni.
L'evento farà scorrere fiumi d'inchiostro: il giorno successivo la notizia rimbalza da un quotidiano all'altro, l'opinione pubblica si divide, tante interpretazioni e visioni ne vengono date.
Quel che è certo è che la battaglia di Valle Giulia rappresenta una svolta per il movimento studentesco e per un'intera generazione che abbandona con decisione la fase dell'"innocenza" e mette in campo il primo episodio di uno scontro inevitabile.
Nelle ore successive la battaglia lo slogan che circola orgogliosamente fra gli studenti, non più disposti a subire a capo chino la violenza della polizia, è: "Non siam scappati più!".

Fonte:

lunedì 27 febbraio 2012

Domenico Congedo







di Guido Panvini 

Sabato 27 febbraio 1969 la città di Roma venne blindata in occasione della visita ufficiale del Presidente degli Stati Uniti Nixon. Le strade, vuote, furono presidiate dalle forze dell'ordine, mobilitate, per l'occasione, in gran numero.
Lo scenario che si delineò quel pomeriggio di febbraio fu ben diverso da quello descritto dai cronisti e dagli inviati che avevano seguito il viaggio di Nixon in Europa, con le manifestazioni di giubilo mostrate a Bruxelles, Londra e Berlino ovest.
L'annuncio della visita, infatti, aveva diviso profondamente gli schieramenti politici. Le polemiche erano infuriate e non erano mancate le provocazioni. Nei mesi precedenti, inoltre, era montata la protesta degli studenti contro l'attuazione della riforma Sullo, con l'occupazione di numerose facoltà a Roma e nel resto d'Italia. Alla mobilitazione studentesca seguì ben presto quella dei gruppi neofascisti che, ad eccezione di qualche formazione "eretica", cercavano di contrastare l'attivismo dei movimenti di protesta. Tra il gennaio ed il febbraio 1969, in particolar modo nella città di Roma, tali istanze si mescolarono con le mobilitazioni a favore o contro la visita di Nixon, contribuendo ad esasperare il clima politico.
Il 22 gennaio estremisti di destra provocarono incidenti davanti ai licei Dante, Lucrezio Caro, Mamiani e all'Istituto tecnico Leonardo Da Vinci, mentre, nella stessa giornata, nella facoltà di Scienze Politiche, un gruppo di attivisti neofascisti si scontrava con gli studenti che presidiavano l'ingresso.
Tra il 25 e il 26 gennaio la destra si mobilitò per la commemorazione di Jan Palach, lo studente cecoslovacco immolatosi per protestare contro l'invasione sovietica del 1968. Violenti scontri tra neofascisti e polizia scoppiarono a Roma davanti all'ambasciata dell'Urss, mentre a Napoli, militanti della "Gioventù europea", nel tentativo di interrompere un'assemblea del movimento studentesco, lanciarono numerose molotov all'interno dell'ateneo, provocando un grosso incendio.
Per tutto febbraio si susseguirono le azioni dei gruppi neofascisti. A Roma, in pochi giorni, vennero assalite la libreria Feltrinelli di via del Babuino, la sede Rai di via Teulada, mentre le sezioni dell'Anpi, le lapidi commemorative dei martiri antifascisti e le sedi dei partiti di sinistra furono oggetto di attentati incendiari o di atti vandalici. Non di rado, accanto alle scritte di rivendicazione «viva il Msi!», comparvero quelle di «viva l'arrivo di Nixon in Italia!».
Tra il 13 ed il 19 febbraio, le azioni violente dei neofascisti subirono un'escalation. Due studenti rimasero feriti in un tafferuglio davanti al liceo Mamiani, mentre una squadra di picchiatori fascisti tentò l'assalto del Magistero, occupato da giorni dal movimento studentesco. Nuovi attacchi alle facoltà vennero compiuti, infine, il 19 febbraio, mentre nella notte un ordigno scoppiava dinanzi all'ingresso dell'istituto di Genetica.
Il pomeriggio del 27 febbraio 1969, numerosi assembramenti e cortei di protesta si formarono in diversi punti della città. Gli studenti del movimento studentesco tentarono di uscire dall'ateneo, da giorni occupato, ma vennero bloccati da un'ingente schieramento di polizia e carabinieri che volevano impedire l'eccessivo ingrossamento del corteo che di li a poco sarebbe partito da piazza Esedra. La tensione sfociò subito in scontri nelle zone adiacenti la città universitaria.
Il corteo partito da piazza Esedra, con alla testa un cordone di parlamentari del Pci e del Psiup, imboccò via Nazionale, ma all'altezza di via Napoli fu bloccato dalla polizia. I manifestanti, tornati in piazza Esedra, discesero via Vittorio Emanuele Orlando, dove, all'incrocio di via Bissolati, nelle vicinanze dell'ambasciata statunitense, di nuovo vennero fermati. Deviato verso piazza Barberini, il flusso di manifestanti si incanalò, allora, verso largo Chigi, dove improvvisamente partirono le cariche della polizia e dei carabinieri. Da quel momento in poi, fino a sera inoltrata, le strade della centro della città furono teatro di scontri violenti e di cariche indiscriminate da parte della celere nei confronti di qualsiasi assembramento.
In questo contesto, comparvero gruppi di neofascisti che si scagliarono contro sedi e sezioni politiche. Il primo assalto venne compiuto contro una sede del partito radicale che esponeva uno striscione di protesta contro la visita di Nixon. Un indignato editoriale di «Paese Sera» del 28 febbraio 1969, denunciando la presunta connivenza tra forze di polizia e gruppi neofascisti, descrive lo scenario di quelle ore: [...] alla città universitaria è stato tutto un assalto durissimo, intimidatorio, puramente gratuito.... [...] Per una logica concatenazione degli eventi, a fianco della polizia, sono apparsi gruppetti di fascisti. Sono stati loro a cercare l'incidente in via 24 maggio contro la sede del partito radicale per via dello striscione anti-Nixon... Una pattuglia di poliziotti sulle loro «jeeps» sibilanti è venuta provocatoriamente, stupidamente, senza un motivo qualsiasi a sfilare davanti alla sede del nostro giornale...li abbiamo visti coi nostri occhi questi agenti salutare con il braccio levato alla fascista, rivolgerci gesti di minaccia con i loro bastoni.
Verso sera, un cospicuo gruppo di estremisti di destra percorse via Nazionale fino a piazza Esedra, li dove era partita la manifestazione indetta dalla sinistra, senza incontrare la resistenza delle forze dell'ordine ancora presenti nella piazza, e si diresse verso il Magistero occupato dagli studenti, con l'intenzione di scacciarne gli occupanti. Contro la facciata dell'edificio, vennero dapprima lanciati sassi e poi sparati dei razzi, simili a quelli utilizzati per i fuochi d'artificio. Non riuscendo a forzare l'ingresso dell'edificio occupato, gli assalitori appiccarono fuoco alla porta, nel tentativo di entrare.
Neanche di fronte a questo episodio la polizia intervenne.
All'interno del Magistero gli occupanti erano rimasti in pochi. La maggior parte degli studenti, infatti, avevano partecipato al corteo nel pomeriggio. Di fronte alla violenza dell'attacco, le persone rimaste a presidiare l'edificio si rifugiarono ai piani superiori, nella speranza di un soccorso. Uno di questi, Domenico Congedo, studente di Lingue, si arrampicò su un cornicione di una finestra del quarto piano, cercando una via d'uscita per i suoi compagni. Tuttavia la traversina di marmo che sorreggeva il ragazzo non resse, si sbriciolò e Domenico Congedo cadde nel pianterreno. Trasportato, con notevole ritardo, al Policlinico, trovò lì la morte.
Domenico Congedo aveva 24 anni ed era nato a Monteroni, in provincia di Lecce. Da poco si era trasferito a Roma, in una stanza in affitto nei pressi di piazza Zama, in via Bitinia. Studiava Lingue e Letterature straniere. Da poco accostatosi alla politica, di simpatie anarchiche, si era avvicinato al movimento studentesco.
Data l'entità degli incidenti e di fronte alla notizia della morte di Domenico Congedo, il presidente degli Stati Uniti annullò la conferenza stampa indetta per la sera.
Nixon partì, comunque, in una Roma spettrale, scioccata dagli scontri del giorno precedente. Mentre sui giornali ed in parlamento infuriava la polemica, sui cancelli della città universitaria ancora occupata, vennero affisse le bandiere rosse e nere degli anarchici, mentre uno striscione recitava : «E' morto un compagno di lotta, Domenico Congedo». Gli studenti, ancora una volta, formarono un grosso corteo che attraversò la città, protestando contro la violenza della polizia e le aggressioni fasciste.
Nonostante il clamore suscitato dai fatti del 27 febbraio e le interrogazioni parlamentari, nonostante il Partito comunista e il quotidiano «l'Unità» avessero fornito alla magistratura un lungo elenco di testimoni, la morte di Domenico Congedo fu attribuita esclusivamente al cedimento del cornicione.

Guido Panvini

Bibliografia:

M. Galleni, Rapporto sul terrorismo, Le stragi, gli attentati, le sigle, 1969 - 1980, Rizzoli, Milano 1981.
Venti anni di violenza politica in Italia, 1969 - 1988, Ricerca Isodarco, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Roma 1992.

Quotidiani utilizzati:

«Corriere della Sera», del 27 - 28/02/1969 e del 1 -2- 3 - 4/03/1969.
«l'Unità», del 27 - 28/02/1969 e del 1 -2- 3 - 4/03/1969.
«Paese Sera», del 27 - 28/02/1969 e del 1 -2- 3 - 4/03/1969.
«Il Messaggero», del 27 - 28/02/1969 e del 1 -2- 3 - 4/03/1969.

Fonte: