Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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martedì 7 gennaio 2014

MORTI DI STATO







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Aggiornamento con un interessante link di Radio Onda D'urto:
 

 07/01/14 alle: 12:18

http://www.radiondadurto.org/2014/01/07/morti-di-stato-dalla-trasmissione-presa-diretta-i-vertici-di-polizia-negano-il-numero-identificativo-per-i-poliziotti/


 

Aggiornamento con il video:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-762c5cad-4b14-4fbc-903d-1518895075dd.html#p=



*

Ieri sera è stato trasmesso su Rai 3 per la trasmissione Presadiretta uno speciale su alcune morti di Stato. Si è parlato anche di casi di sopravvissuti e della possibilità di introdurre un codice identificativo per la polizia (al quale i poliziotti intervistati, come possiamo immaginare, hanno dichiarato di non essere d'accordo e purtroppo qualcuno di loro crede di risolvere il problema con la sperimentazione degli spray al peperoncino). Tutto sommato per essere un servizio della Rai non è stato male. Di seguito la scheda tratta dal sito della trasmissione. Seguirà aggiornamento con il video della stessa appena sarà reso disponibile dalla Rai.


“Morti di Stato

In onda Lunedì 6 gennaio 2014 alle 21:05

PRESADIRETTA torna in onda con “MORTI DI STATO”, un racconto durissimo, per chi ci ha lavorato e sicuramente, anche per i telespettatori.

La puntata  è tutta dedicata agli abusi che lo Stato nelle sue varie articolazioni  infligge a cittadini inermi: Gabriele Sandri,  Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva. 

Non solo, PRESADIRETTA racconterà anche le storie dei meno conosciuti: Michele Ferrulli, morto a Milano durante un fermo di polizia mentre ballava per strada con gli amici, Riccardo Rasman, rimasto ucciso durante un’irruzione della polizia nel suo appartamento dopo essere stato legato e incaprettato col fil di ferro, Stefano Brunetti, morto il giorno dopo essere stato arrestato col corpo devastato dai lividi.

Infine a PRESADIRETTA vi faremo ascoltare i racconti scioccanti dei “sopravvissuti” come Paolo Scaroni, in coma per due mesi dopo le percosse subite durante le cariche della polizia contro gli ultras del Brescia, Luigi Morneghini, sfigurato dai calci in faccia di due agenti fuori servizio e delle altre vittime che ad oggi aspettano ancora giustizia. Ma quante sono invece le storie di chi non ha avuto il coraggio di denunciare e si è tenuto le botte, le umiliazioni pur di non mettersi contro le forze dell’ordine e dello Stato?

Noi pensiamo di vivere in un Paese democratico dove i diritti della persona sono inviolabili, è veramente così?


“Morti di Stato” è un racconto di Riccardo Iacona e Giulia Bosetti”



Fonte:

 

Morti di Stato

In onda Lunedì 6 gennaio 2014 alle 21:05

PRESADIRETTA torna in onda con “MORTI DI STATO”, un racconto durissimo, per chi ci ha lavorato e sicuramente, anche per i telespettatori.
La puntata  è tutta dedicata agli abusi che lo Stato nelle sue varie articolazioni  infligge a cittadini inermi: Gabriele Sandri,  Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva.
Non solo, PRESADIRETTA racconterà anche le storie dei meno conosciuti: Michele Ferrulli, morto a Milano durante un fermo di polizia mentre ballava per strada con gli amici, Riccardo Rasman, rimasto ucciso durante un’irruzione della polizia nel suo appartamento dopo essere stato legato e incaprettato col fil di ferro, Stefano Brunetti, morto il giorno dopo essere stato arrestato col corpo devastato dai lividi.
Infine a PRESADIRETTA vi faremo ascoltare i racconti scioccanti dei “sopravvissuti” come Paolo Scaroni, in coma per due mesi dopo le percosse subite durante le cariche della polizia contro gli ultras del Brescia, Luigi Morneghini, sfigurato dai calci in faccia di due agenti fuori servizio e delle altre vittime che ad oggi aspettano ancora giustizia. Ma quante sono invece le storie di chi non ha avuto il coraggio di denunciare e si è tenuto le botte, le umiliazioni pur di non mettersi contro le forze dell’ordine e dello Stato?
Noi pensiamo di vivere in un Paese democratico dove i diritti della persona sono inviolabili, è veramente così?

“Morti di Stato” è un racconto di Riccardo Iacona e Giulia Bosetti
- See more at: http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-26338936-b1c7-4b2c-8bb4-4dfc39da155b.html?refresh_ce#sthash.eFdZ3rPL.dpuf

Morti di Stato

In onda Lunedì 6 gennaio 2014 alle 21:05

- See more at: http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-26338936-b1c7-4b2c-8bb4-4dfc39da155b.html?refresh_ce#sthash.fALY4r7J.dpuf

Morti di Stato

In onda Lunedì 6 gennaio 2014 alle 21:05

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PRESADIRETTA torna in onda con “MORTI DI STATO”, un racconto durissimo, per chi ci ha lavorato e sicuramente, anche per i telespettatori.
La puntata  è tutta dedicata agli abusi che lo Stato nelle sue varie articolazioni  infligge a cittadini inermi: Gabriele Sandri,  Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva.
Non solo, PRESADIRETTA racconterà anche le storie dei meno conosciuti: Michele Ferrulli, morto a Milano durante un fermo di polizia mentre ballava per strada con gli amici, Riccardo Rasman, rimasto ucciso durante un’irruzione della polizia nel suo appartamento dopo essere stato legato e incaprettato col fil di ferro, Stefano Brunetti, morto il giorno dopo essere stato arrestato col corpo devastato dai lividi.
Infine a PRESADIRETTA vi faremo ascoltare i racconti scioccanti dei “sopravvissuti” come Paolo Scaroni, in coma per due mesi dopo le percosse subite durante le cariche della polizia contro gli ultras del Brescia, Luigi Morneghini, sfigurato dai calci in faccia di due agenti fuori servizio e delle altre vittime che ad oggi aspettano ancora giustizia. Ma quante sono invece le storie di chi non ha avuto il coraggio di denunciare e si è tenuto le botte, le umiliazioni pur di non mettersi contro le forze dell’ordine e dello Stato?
Noi pensiamo di vivere in un Paese democratico dove i diritti della persona sono inviolabili, è veramente così?

“Morti di Stato” è un racconto di Riccardo Iacona e Giulia Bosetti - See more at: http://www.presadiretta.rai.it/dl/portali/site/puntata/ContentItem-26338936-b1c7-4b2c-8bb4-4dfc39da155b.html?refresh_ce#sthash.fALY4r7J.dpuf

lunedì 16 settembre 2013

Concerto per Aldrovandi, ecco il programma

Anche Marina Rei e Massimo Bubola suoneranno a Ferrara per ricordare Federico Aldrovandi a otto anni dall'omicidio. Continua la raccolta fondi.

lunedì 9 settembre 2013 17:07


 








Sabato 21 settembre 2013, dalle 16 in poi si terrà all'Ippodromo di Ferrara il concerto per commemorare Federico Aldrovandi, ucciso durante un violentissimo "controllo" di polizia, il 25 settembre di otto anni prima. Quattro agenti sono stati condannati in via definitiva per l'omicidio colposo e altri poliziotti sono sotto processo per i depistaggi innescati nei momenti successivi all'uccisione.

Suoneranno: I Nuovi Ranti, Dubby Dub, Hate the Nation, Massimo Bubola, Alessandro Fiori, Appino, Marina Rei, Majacovich, Strike. Continua la campagna di raccolta fondi.



Fonte:

mercoledì 10 ottobre 2012

In morte del Sig. Giuseppe Casu

 

Fonte: Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu
9 ottobre 2006
"Coloro la cui vita rappresenta l'inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all'inizio dell'età moderna. Per gli altri, meno sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione soddisfacendo i bisogni che rendono la servitù ben accetta e fors'anche inosservata ..."
Hebert Marcuse, da "L'uomo ad una dimensione"

Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu

Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu il signor Giuseppe Casu, accanto alla sua ape parcheggiata, come ogni giorno vendeva un poco della frutta e verdura contenuta nel cassone.
Nulla di notevole sino a quel momento in una giornata che sembra tranquilla. Poi, in tarda mattinata, il dramma. Tutto avviene molto rapidamente, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta fuori anche un'ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato, alla barella e portato via. È in atto un ricovero coatto in psichiatria.
"Sgombero Forzato: se ne va anche l'ultimo ambulante" titola trionfalmente l'Unione Sarda il giorno dopo, in un pezzo chiaramente ispirato dalla giunta comunale. È falso, Giuseppe Casu non è l'ultimo ambulante, ma è forse il più vulnerabile e viene colpito in maniera esemplare per ottenere il risultato di sgomberare finalmente la piazza dagli abusivi. Perché altrimenti tanta forza e tanta violenza è stata impiegata contro un individuo intento in una attività così pacifica?
Per completare il quadro di questa vicenda occorre fare qualche passo indietro.
Il fatto è che da qualche tempo la giunta comunale di Quartu ha intrapreso un'energica azione contro i venditori ambulanti privi di licenza, per il ripristino della "legalità", dunque anche i venditori di piazza IV Novembre erano da tempo nel mirino della giunta.
Nell'ambito di questa "guerra agli ambulanti" però le guardie municipali di Quartu, per ragioni che andrebbero chiarite, si sono accanite, in maniera assurda e ingiustificabile, quasi esclusivamente contro il signor Giuseppe Casu. Questo accanimento selettivo viene ammesso anche dal vicesindaco di Quartu, Tonio Lai, che nel dibattito in giunta del 6 Settembre 2006 dice: "Siamo a conoscenza di un fatto certo, che la polizia municipale ha emesso numerosi verbali a carico del cittadino, signor Giuseppe Casu. Ne ha emesso soprattutto a partire da Maggio 2005, tantissimi ...". A questa persecuzione il signor Giuseppe Casu, benché preoccupato, ha reagito pagando le multe e continuando ad andare in piazza IV Novembre per vendere.
Ma torniamo al giorno prima dell'agguato, il 14 Giugno 2006. I vigili si presentano dal signor Casu. Come sempre gli elevano una contravvenzione, ma questa volta il verbale raggiunge la cifra stratosferica di 5000 euro per la vendita senza licenza di frutta e verdura in strada. Una cifra che, questa volta, il signor Giuseppe Casu non farà a tempo a pagare.
Evidentemente nelle stanze dell'amministrazione comunale qualcuno proprio non sopportava l'ostinazione del signor Casu. Pensando ai drammatici fatti dei giorni successivi l'imposizione di questa multa sproporzionata assume l'aspetto sinistro di un avvertimento e di una provocazione.
I medici psichiatri, che si son presi l'incarico di risolvere il problema dell'ultimo ambulante resistente di Quartu, sono stati dunque anche responsabili del destino del signor Giuseppe Casu, dalla mattina 15 Giugno sino alla sua morte. A pensarci è una ben strana cosa, visto che formalmente sono dei medici e, in teoria, il loro compito sarebbe quello di curare la gente e non quello di togliere le castagne dal fuoco al comune in lite con gli ambulanti.
Il ricovero coatto (Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO) viene giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu dava in escandescenze. Ma il semplice buonsenso ci dice che questo poteva essere casomai inteso come un segno di salute mentale. Vorrei sapere infatti chi di noi non darebbe in escandescenze dopo che, coloro che il giorno prima ti hanno messo 5000 euro di multa, si presentano, ti intimano di andartene, e, al tuo rifiuto, ti mettono altri 5000 euro di multa, poi ti saltano addosso e ti immobilizzano...
Cerchiamo di capire cosa hanno fatto davvero questi "medici" per la salute del signor Giuseppe Casu, all'interno del reparto di psichiatria dell'ospedale di Is Mirrionis a Cagliari, nella settimana in cui il paziente è riuscito a sopravvivere ai loro trattamenti.
Qualcuno si è preoccupato delle ferite che il signor Giuseppe Casu aveva subito durante le aggressioni di cui era stato vittima? Qualcuno si è preoccupato di quella mano gonfia? Della presenza di sangue nelle urine? O piuttosto la loro unica preoccupazione è stata quella di iniettargli un potente sedativo che spegnesse il suo cervello per qualche giorno, di legarlo al letto, di metterlo in condizioni di non rompere le scatole?
I familiari del signor Giuseppe Casu, quando vanno a visitarlo, lo trovano sempre legato al letto, sedato, col panno e privo di coscienza. Nei momenti in cui riprende coscienza chiede di essere slegato. Gli stessi familiari segnalano l'evidente gonfiore ed il colore violaceo della mano destra, ma nessuno si preoccupa del suo stato di salute.
Dopo una settimana il signor Giuseppe Casu muore, all'improvviso, sempre legato a quel letto da cui nessuno lo ha ancora liberato. Aveva 60 anni e non soffriva di nessuna malattia che lo potesse portare ad una fine così rapida ed improvvisa.
Anche dalla relazione della commissione d'inchiesta della ASL, istituita in seguito ad una denuncia dell'ASARP, risulta che il signor Casu è stato vittima di un 'trattamento inaccettabile': nel reparto di psichiatria lo hanno sedato e immobilizzato, legandolo al letto mani e piedi per sette giorni, dal suo arrivo al momento della sua morte e non gli hanno fatto nessun esame per verificare il suo stato di salute. Nonostante le gravi responsabilità accertate la ASL si rifiuta però di prendere qualsiasi provvedimento.
Per noi la morte del signor Casu è la diretta conseguenza di una politica precisa, della prassi violenta delle "forze dell'ordine" e del trattamento pseudo-medico che gli è stato riservato. Lo hanno ammazzato loro.
Morti come queste, di solito, sono presto dimenticate. Per la magistratura e gli investigatori non sono certo casi degni di interesse. Familiari ed amici, quando vogliono insistere per accertare la verità e le responsabilità, incontrano difficoltà di ogni tipo. Il più delle volte la gente finisce per rassegnarsi e lasciar perdere. Questo le guardie e gli psichiatri lo sanno bene, anche su questo contano per garantirsi l'impunità. Le loro vittime sono destinate a essere sepolte in fretta e dimenticate.
Questo sarebbe stato anche il destino del signor Giuseppe Casu, se non fosse stato per l'insistenza della sua famiglia che non si è rassegnata all'esito della frettolosa autopsia effettuata dai medici dello stesso ospedale il giorno dopo il decesso, e sta cercando di far riaprire il caso.
Diverse procedure amministrative e giudiziarie sono attualmente in corso, ma, come spesso accade, queste rischiano semplicemente di fare da anticamera all'oblio.
Per questo è assolutamente necessario che l'attenzione su questo terribile caso non venga meno nei prossimi tempi, non deve essere liquidato come normalità della vita di ogni giorno.
L'orrore della vicenda, suo malgrado esemplare, del signor Giuseppe Casu non può scivolare via dalla memoria. Verità e giustizia sono dovute a lui e a noi. Non dimentichiamolo, né dimentichiamo che verità e giustizia reali non coincidono con la versione ufficiale dei fatti.
Le ragioni del comitato.
Il comitato si propone di compiere ogni sforzo perché la terribile vicenda che ha portato alla morte del signor Giuseppe Casu non sia dimenticata ed insabbiata, ma, al contrario, perché possa emergere la verità e sia fatta giustizia. In questo vogliamo collaborare ed appoggiare sia la famiglia della vittima, sia tutti coloro che condividono con noi questo scopo.
Ci spinge a questo un naturale senso della solidarietà umana e della giustizia e un altrettanto spontaneo disgusto per lo spettacolo della violenza inflitta dai forti contro i deboli, dalle "istituzioni" contro i singoli, dai "pubblici ufficiali" contro i semplici cittadini. Ma le nostre motivazioni non si esauriscono qui.
Siamo infatti convinti che quanto accaduto al signor Giuseppe Casu non sia affatto un episodio isolato ed assolutamente eccezionale. Al contrario, pensiamo che si tratti di un caso in qualche modo esemplare.
Vi sono fasce della popolazione definite "marginali" che vengono costantemente sottoposte a forme di violenza brutale e frequentemente ne restano vittime. Parliamo di coloro che il potere definisce di volta in volta "pazzi", "drogati", "clandestini", "vagabondi", etc. . Di questi ferimenti, di queste morti, raramente si viene a sapere, difficilmente si sente parlare e mai viene fatta giustizia. Sono morti che vengono dimenticate in fretta.
Anche la morte del signor Giuseppe Casu viene già fatta passare per un errore, per un caso di "mala-sanità", si parla di tragica fatalità, di un caso sfortunato, eccezionale, imprevedibile. Non è vero. La morte del signor Giuseppe Casu è invece la logica conseguenza, l'esito naturale, di una politica ben precisa. Oramai le politiche "securtarie" e "legalitarie" sono tanto di moda tra le amministrazioni pubbliche di destra e di "sinistra" (il comune di Bologna primo tra tutti), che anche Quartu Sant'Elena, un comune del meridione più povero e afflitto da problemi sociali, ha deciso di adottarle. Politiche che hanno un punto fermo, una costante: quella di mettere un astratto concetto di "legalità" avanti a tutto, e soprattutto avanti alle più elementari esigenze di giustizia sociale e di solidarietà umana. Così nascono tutte le varie "guerre" che le amministrazioni dichiarano contro settori di popolazione poveri e marginali. Il comune di Quartu, ad esempio, aveva già intrapreso la sua contro gli ambulanti, ed è di questi giorni la massiccia operazione di militarizzazione del territorio a Cagliari, con intere piazze assediate da polizia e carabinieri, centinaia di persone identificate,una cinquantina di schedature, denunce, fogli di via voluti dal prefetto Orrù e dal sindaco Floris, con la stampa ad agitare lo spettro di un improbabile quanto ridicolo "terrore" suscitato da punkabbestia ed ambulanti abusivi nel centro storico cittadino. Si dichiara guerra ai drogati, ai clandestini, agli imbrattatori, etc. . E che si tratti di guerre reali e non metaforiche, condotte con lo spirito ed i metodi della guerra, ce lo dicono le vittime che queste piccole guerre interne seminano nelle nostre strade.
Ne ricordiamo alcune:
- Federico Aldrovandi, viene pestato e soffocato in strada dalla polizia la notte del 25 Settembre 2005. Lo avevano preso per un "drogato" che stava in strada a far casino. Aveva 18 anni. Molti mesi dopo, grazie all'insistenza della madre si apre un'inchiesta della magistratura, è in corso un processo.
- Stefano Cabiddu, muratore di Samassi emigrato a Crema, assassinato da un carabiniere con un colpo di pistola il 20 Luglio 2003 nel parco di un centro commerciale a Roccadelle dove era andato per incontrarsi coi suoi fratelli, anche loro emigrati. Aveva 23 anni. Il carabiniere, a caccia di "spacciatori", si giustifica prima dicendo che i tre sardi avevano un fare "sospetto", poi ricorre alla classica risorsa del caramba dal grilletto facile: dirà di aver inciampato e che gli è partito un colpo. Un anno dopo il PM lo assolve e archivia l'inchiesta senza nemmeno un processo.
- Raigama Achrige Rumesh Ku, 19 anni, residente a Como, famiglia originaria dello Sri Lanka. Il 29 Marzo 2006 un vigile della squadra speciale "anti-graffittari" organizzata dal comune gli ha sparato in testa a freddo, trapassandogli il cranio dalla nuca alla fronte. Miracolosamente è sopravissuto, il vigile ha "chiesto scusa", l'inchiesta è in corso.
- Mario Castellano, napoletano, 17 anni. Il 20 Luglio del 2000 era in motorino senza casco, una pattuglia della polizia gli ordina di fermarsi, lui non lo fa, un agente gli spara alla schiena e lo uccide. Grazie alla testimonianza di un driver del vicino ippodromo l'agente viene condannato in primo grado a 10 anni per omicidio volontario. L'agente è stato poi assolto in appello perché "il fatto non sussiste" (anche a lui "è partito un colpo").
E si potrebbe continuare a lungo, ma comunque l'elenco sarebbe comunque troppo breve. Sappiamo che sono pochissimi i casi di cui veniamo a conoscenza e che vengono documentati, rispetto a quelli che realmente avvengono. Anche quei pochi poi rimangono per lo più relegati tra le notizie marginali della stampa locale.
Scorrendo l'elenco delle vittime di queste assurde guerre interne c'é una costante che impressiona, é lo stato di assoluta impunità nel quale agiscono le cosiddette "forze dell'ordine". Qualunque abuso compiano non si trova giudice che alla fine non li copra, sino all'omicidio.
Questo è evidentemente uno dei motivi principali per cui, in casi come questi, è così difficile stabilire un minimo di verità e di giustizia.
La realtà è che queste "guerre", dichiarate nel nome della "legalità" contro i soggetti marginali della società, condotte con metodi estremamente arroganti brutali e violenti, rappresentano di fatto un grave pericolo per i cittadini.
Il paradosso di questo mondo alla rovescia è che questa barbarie viene spacciata per una politica ispirata alle esigenze della "sicurezza". Sicurezza per chi? viene da chiedersi.
A questo interrogativo ha dato una esemplare risposta l'assessore alle politiche sociali del comune di Quartu, che, chiamato a rispondere della sua politica di guerra all'abusivismo, costata la vita al signor Giuseppe Casu, spiega candidamente - La gente si lamenta, non si trovano parcheggi, i bottegai che vendono la verdura in negozio si lamentano della concorrenza... -
Ah legalità bottegaia, quanti delitti si commettono in tuo nome !
Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che pretende ancora di essere considerata una scienza medica ma che si presta ad essere utilizzata come uno strumento della repressione più brutale?
La pretesa della psichiatria è quella di curare la "mente" e non il corpo, ma si sa, la mente è un'entità evanescente e difficile da individuare, e questo consente alla psichiatria di prendersi una serie di libertà e commettere i più gravi abusi sui corpi dei suoi "pazienti".
La storia della psichiatria è una storia tragica e criminale, nel passato ha ammesso come metodi di "cura" pratiche quali le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione fisica e psichica dei "pazienti" mediante segregazione a vita nei manicomi, etc. . Tutte queste pratiche sono state attuate contro la volontà dei pazienti e, a loro tempo, sono state definite "innocue" ed "efficaci contro la malattia mentale".
Oggi viviamo in tempi apparentemente più civili. I manicomi sono stati chiusi e la lobotomia non si pratica più, l'elettroshock è invece ancora una pratica diffusa, benché attivamente contestata a causa dei gravi rischi (anche di morte) che comporta.
Tuttavia la psichiatria, unica tra le discipline mediche, non ha affatto rinunciato alla pretesa di "curare" i suoi "pazienti" contro la loro volontà mediante pratiche estremamente pericolose per la salute del loro corpo, quali la somministrazione massiccia di psicofarmaci e la "contenzione" a letto. Ancora oggi chi ha l'avventura di visitare un reparto psichiatrico, quello di Is Mirrionis a Cagliari ad esempio, lo troverà popolato di uomini e donne legati ai letti e/o ridotti dai farmaci in uno stato tale da non riuscire né a parlare né a stare in piedi. Buona parte di loro è stata trascinata là dentro contro la propria volontà.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è infatti ancora consentita dalla legge, ma, data la delicatezza della cosa, vi sono una serie di garanzie formali per il cittadino: ci deve essere la richiesta di un medico, la convalida di un altro medico e del sindaco, la vigilanza di un giudice e il provvedimento deve essere formalmente comunicato all'interessato. Si può procedere al ricovero coatto solo se ricorrono tutte queste circostanze e se l'interessato rifiuta in assoluto di curarsi (se accetta di "curarsi" può invece scegliere dove e come) e solo se non vi sono altre possibilità. Il ricorso alla violenza non è ammesso se non in caso di assoluta necessità. Queste sono le garanzie formali. La pratica è ben altra cosa ... .
I Sindaci, che dovrebbero garantire i cittadini dagli abusi degli psichiatri, nel migliore dei casi si limitano a firmare le carte senza nemmeno guardarle, nel peggiore dei casi chiedono essi stessi il ricovero di persone che creano fastidi.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è estremamente violenta, viene effettuata da molti uomini (infermieri, poliziotti, carabinieri, guardie varie) che immobilizzano la loro vittima, spesso dopo una lotta accanita, e la legano alla barella. Succede naturalmente che in questa fase il ricoverato subisca percosse e lesioni. È successo anche che la polizia, sollecitata da vicini e colleghi, abbia fatto irruzione nella casa del "paziente" sfondando la porta.
I tentativi di chi ha subito un TSO di far valere le sue ragioni, chiedendone l'annullamento, non vengono quasi mai presi in considerazione (a Cagliari, ad esempio, non ci risulta sia mai accaduto).
Una delle cose che rimane più oscura è come una pratica estremamente violenta, pericolosa, lesiva ed umiliante come il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) possa essere ancora ritenuta valida e "curativa". Una simile violenza non può evidentemente essere di aiuto a nessuno.
Evidentemente, al di là della questione della "malattia mentale" e della sua "cura" la realtà è ben diversa, infatti, guardandoci intorno, ci accorgiamo di come la psichiatria venga usata dai responsabili "dell'ordine pubblico" come un'arma flessibile ed efficace. Tante volte chi, per una ragione o per un'altra, da fastidio, ma non incorre in comportamenti criminali dei quali la giustizia ordinaria possa farsi carico, viene sbrigativamente tolto di mezzo facendo ricorso proprio alla psichiatria.
Le categorie di questa pseudo-scienza sono infatti talmente vaghe ed arbitrarie che ci si può far rientrare praticamente chiunque. Basta un po' di "agitazione psicomotoria" (che tra l'altro è molto facile provocare), come nel caso del signor Giuseppe Casu.
Purtroppo, anche sotto questo aspetto la vicenda del signor Giuseppe Casu è stata esemplare. La sua storia non può essere liquidata come il solito caso di "mala sanità", non è vero! Col signor Casu gli psichiatri si sono comportati come si comportano sempre, come esige la funzione sociale che svolgono. Certo ogni tanto qualcuno, a causa dei loro "trattamenti", muore, ma è ben difficile che queste morti possano essere documentate e conosciute, di solito passano sotto silenzio.
Tutto ciò è pienamente conforme alla pratica della psichiatria, che ha per lo più una natura disciplinare e di controllo che poco ha a che fare con il concetto medico di "cura". La funzione che la psichiatria svolge realmente è in buona parte quella di controllare le persone e non quello di "curarle", e forse è proprio per questo che questa disciplina pseudo-scientifica è sopravvissuta ai suoi tragici insuccessi, ed è ancora attiva oggi.
In conclusione, come comitato sorto a partire dall'esigenza di fare chiarezza e giustizia su questa terribile vicenda, ci proponiamo anche di approfondire alcune delle tematiche politiche e sociali che hanno portato alla fine del signor Giuseppe Casu, quali:
- le politiche "legalitarie" e "securtarie" dei comuni che, in pratica, si traducono in vere e proprie guerre interne condotte per lo più contro fasce marginali della popolazione.
- L'impunità assoluta di cui godono sempre e comunque le "forze dell'ordine", qualunque siano le brutalità di cui si rendono responsabili.
- Il ruolo della psichiatria come pratica di controllo e non di cura. La barbarie dei ricoveri coatti (TSO) e il loro uso come strumento repressivo interno.
Ci si propone inoltre di creare contatti e collegamenti con altri comitati sorti in tutta Italia in seguito ad altri episodi in qualche modo analoghi, e con organizzazioni antipsichiatriche, allo scopo di solidarizzare con le vittime, scambiare esperienze ed informazioni e possibilmente creare assieme occasioni di controinformazione, di dibattito e di lotta.


martedì 26 giugno 2012

Aldrovandi. I poliziotti insultano la madre di Federico


















  





Lunedì 25 Giugno 2012 10:52

di  Adriano Chiarelli 

La rabbia per la condanna in Cassazione porta Paolo Forlani a insultare pesantemente Patrizia Moretti. A fargli compagnia Simona Cenni, presidente di Prima Difesa, l'associazione per la tutela dei diritti dei poliziotti, e Sergio Bandoli, l'alpino che definisce Federico "cucciolo di maiale".
Pensavamo ingenuamente che dopo la sentenza della Cassazione, il caso Aldrovandi potesse essere consegnato per sempre alla storia, a servire da bussola giuridica per tutti i processi simili ancora in corso. Invece no, c’è chi non riesce a digerire la sconfitta; c’è chi dopo aver scelto un basso profilo per sette anni di processo - semplicemente per motivi d’appartenenza alla polizia di Stato, e non per coscienza - ora si sente in diritto di aggiungere veleno ai veleni, dall’alto della propria posizione di pregiudicato.
Quest’uomo è Paolo Forlani, il più anziano del quartetto di ex poliziotti; il più esperto e con maggiore anzianità di servizio, a quanto si legge dalle carte processuali. Quello che nel momento del pestaggio, in virtù della propria esperienza avrebbe dovuto placare i bollenti spiriti delle “schegge impazzite”, ma che invece ha spezzato sul corpo di Federico uno dei due manganelli. Quello che, si legge sempre dagli atti, piangeva lacrime di coccodrillo per lo scempio che lui e i suoi quattro colleghi avevano appena compiuto. E per un ipocrita che piangeva c’era mezza questura di Ferrara che rideva e fumava sigarette, davanti al cadavere di Federico steso a terra come un cumulo di stracci: il tutto è immortalato nel video della scientifica.
Dalla pagina facebook del gruppo PRIMA DIFESA, l’associazione che dovrebbe difendere i diritti umani degli appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate, un manipolo di commentatori capeggiato da Forlani si è lanciato in una serie di pesanti insulti contro la madre di Federico, Patrizia Aldrovandi. Paolo Forlani è lo stesso che già aveva querelato la donna per aver pronunciato la parola “assassini” a processo ancora in corso. Non si poteva pronunciare la parola “assassini”, non si poteva dire niente finché non l’avessero stabilito i giudici. Ora si può dire, tutti lo possono dire: assassini, pregiudicati, ex-poliziotti seppur non ancora destituiti.
La sconfitta processuale è dura da digerire così come deve essere stato duro digerire l’aver buttato al vento la cospicua parcella dell’avvocato Niccolò Ghedini, visto il fiume di veleno e violenza che straripa dalla pagina di Prima Difesa.
A scorrere gli interventi e i post si evince chiaramente l’orientamento politico e morale di buona parte degli iscritti. Chi non è d’accordo con le loro tesi, chi non si appassiona alle decine di post su pistole, armi da fuoco, e caricatori di proiettili da svuotare addosso agli immigrati è un "comunista di merda". Chi condivide i contenuti delle sentenze Aldrovandi è disinformato e dovrebbe andare a leggersi gli atti. Chi afferma che Federico sia morto per un pestaggio è in malafede. I giudici di cassazione hanno emesso una sentenza politica ad uso e consumo dei media. È questo il contesto in cui si sviluppano i deliranti scambi di vedute sulla famiglia Aldrovandi.
Secondo il pregiudicato Forlani, Patrizia è “una faccia da culo” che non dovrebbe godersi il risarcimento ottenuto dallo Stato. Per Simona Cenni, la mente, l’ideatrice, la guida spirituale di questo bizzarro gruppo denominato Prima Difesa chiedere a gran voce la condanna degli ex-poliziotti è una follia, un’ingiustizia nell’ingiustizia. Si infuria Simona Cenni, nel momento in cui realizza che la sua strampalata battaglia per i diritti umani dei poliziotti fa acqua da tutte le parti.
Ancora secondo Paolo Forlani invece, sentirsi appellare assassino dopo 30 anni di onorato servizio è qualcosa di inostenibile, e chiunque affermi che Federico sia stato selvaggiamente pestato mente sapendo di mentire; si difende: “non l’abbiamo pestato, è morto perché drogato”, come diceva all’epoca il questore Elio Graziano; “mi additano come assassino perché qualcuno è riuscito a distorcere la verità” e invita tutti a leggere gli atti, non solo i giornali.
Noi li abbiamo sempre letti gli atti e parlano chiaro. Se il cuore di Federico si è fermato non è stato per le droghe ma per le manovre di contenimento e schiacciamento sul selciato. Quelle ginocchia sul torace hanno fermato il cuore, le manganellate, le botte, le torture gli hanno spezzato il respiro. Anche i tossicologi hanno stabiliti già in tempi non sospetti che le droghe che Federico aveva assunto non avrebbero potuto cagionare la morte.
Il climax di questa salva d’insulti e illazioni arriva da un alpino chiamato Sergio Bandoli che si spinge oltre affermando: ‘La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!’.
Il tam tam in rete comincia immediatamente e l’indignazione cresce in modo inarrestabile. È chiaro a tutti che il caso Aldrovandi non è ancoraq finito, e non potrà finire fino a quando non verranno arginati i bollenti spiriti delle “schegge” impazzite, che a quanto pare sono ben più di quattro poliziotti e va ben oltre il novero consolatorio delle “poche mele marce”.
Alla resa dei conti emerge la vera indole di questi personaggi. A leggerli, a osservarli, non si fa fatica a immaginarli curvi a infierire su Federico come belve, a spezzare manganelli, a “bastonarlo di brutto”.
Si apre un nuovo capitolo di questa storia infinita: Patrizia e Lino Aldrovandi hanno sporto denuncia contro Paolo Forlani, Simona Cenni e Sergio Bandoli. 

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martedì 20 dicembre 2011

Stefano Cucchi, le foto shock


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novembre 1, 2009


La denuncia dei familiari del detenuto morto nel centro clinico penitenziario del Pertini:
«Chi ha ridotto così nostro figlio Stefano?»


Checchino Antonini

Liberazione 30 ottobre 2009

«Ciao papà». L’ultimo abbraccio di Stefano suo padre se lo ricorderà per sempre. In tribunale, a piazzale Clodio. Il ragazzo in manette e quattro carabinieri intorno. Impossibile dirsi altro che un ciao. Però Stefano aveva già la faccia gonfia ma ancora si reggeva in piedi. Tanto che quando è stata pronunciata l’ultima parola sulla sua permanenza in carcere ha dato un calcio stizzito alla seggiola. Succedeva due settimane fa, sarebbe morto dopo cinque giorni al repartino del Pertini, il padiglione penitenziario. In galera per una ventina di grammi d’erba. Ma se perfino i carabinieri, la notte prima, avevano rassicurato sua madre che era poca roba e che magari tornava subito per i domiciliari! Anche quella notte camminava sulle sue gambe e il viso era pulito, senza i segni delle botte. Il proibizionismo è il primo ingrediente della pozione mortale che ha ammazzato Stefano Cucchi, magrissimo trentunenne che faceva il geometra nello studio di famiglia, che soffriva d’epilessia e a cui hanno sequestrato, assieme alle sostanze, le pasticche salvavita di Rivotril. Ieri i familiari e l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso del caso Aldrovandi, hanno preso parte a una conferenza stampa, promossa da Luigi Manconi, e affollata di parlamentari e cronisti a Palazzo Madama. Nel dossier consegnato ai giornalisti le foto choc scattate dopo l’autopsia perché alla famiglia è stato negato dal pm di riprendere il corpo durante il primo esame. L’ennesima porta in faccia dopo giorni passati in attesa di un permesso per visitare quel figlio sparito nell’ospedale-bunker. E senza mai poter parlare coi medici. Il direttore sanitario del Pertini trasecola. Spiega che non è mai accaduto che i familiari di un detenuto restassero così tanto tempo senza notizie. «Non c’è bisogno di alcuna autorizzazione». Da mezzogiorno alle 14 i parenti possono parlare con i dottori. A meno che gli agenti di custodia non abbiano fatto muro. I familiari confermano di aver chiesto ripetutamente di parlare con i medici. La polizia penitenziaria si lamenta dell’immagine negativa che gli deriverebbe da questo caso ma non fa nulla per scalfirla. Il dirigente di un sindacato, il sindacato Sappe, si limita a dire che la collega che ebbe a che fare con i Cucchi avrebbe detto loro che il repartino funzionava come un carcere. Ma perché negare un colloquio con i medici? Il dossier è preciso: la domenica, alla richiesta di sapere come stesse Cucchi, il piantone rinvia i genitori al giorno dopo. A mezzogiorno del lunedì stessa scena. Dopo una vana attesa viene negato l’incontro con i medici perché senza permesso del pm. Così pure ventiquattr’ore dopo. Il permesso per la visita a Stefano arriverà solo il mercoledì, sarà valido per il giorno successivo. Ma Stefano muore all’alba. Da parte loro, i sanitari si dicono stupiti dal sopraggiungere della morte ma insistono sull’immagine di un detenuto che rifiutava le cure e che dicono di «non avere avuto modo di vederlo in viso in quanto si teneva costantemente il lenzuolo sulla faccia». Perché Stefano era invisibile? L’opacità di certe istituzioni totali è un altro ingrediente del veleno che ha ucciso Stefano. Ma il più potente degli elementi del mix potrebbero essere state le botte, che gli hanno devastato la faccia, fatto uscire un occhio dall’orbita, fratturato una mascella, spezzato la schiena in due punti, ferito le gambe. Aveva sangue nella vescica e in un polmone. I genitori e la sorella Ilaria fanno una catena di telefonate ai parenti: «Non guardate i tg, ci sono le foto di Stefano morto». Anche la sorella Ilaria si rifiuta di prendere il dossier ma crede che quelle immagini servano a contrastare l’invisibilità a cui è stato condannato un ragazzo che pesava 43 chili prima di entrare in una caserma dei carabinieri della periferia est di Roma e 37 quando è morto cinque giorni dopo. «Non è un’inchiesta difficile – spiega Patrizio Gonnella di Antigone – ma la velocità sarà decisiva. Troppe volte le lungaggini hanno bruciato la giustizia. Facciamola subito quest’inchiesta e facciamola trasparente. E le forze dell’ordine non siano ostaggio dello spirito di corpo, per una volta». Da quel quadrante di Roma, intanto, giungono segnalazioni sui metodi “spregiudicati” delle squadre antidroga negli interrogatori e nelle perquisizioni. Si tratta di racconti piuttosto circostanziati che segnalano, in particolare, la pratica sistematica di far firmare verbali aggiustati. Uno stuolo di parlamentari bipartisan fà passerella per annunciare missioni ispettive ma finora non l’ha fatte nessuno. Lucidamente Bonino e Perina dichiarano che è in gioco la credibilità delle istituzioni. Qualcuno tira in ballo il ministro della difesa La Russa. E’ lui che potrebbe riferire sull’operato dei carabinieri, due in divisa e tre in borghese, che arrestarono Stefano e fermarono un suo amico in un parco di Cinecittà. Perché da Regina Coeli sono piuttosto netti: quel ragazzo era già malconcio quando è arrivato e fu spedito immediatamente al pronto soccorso. Ma al Fatebenefratelli, ed è un altro mistero, Stefano firmò verso mezzanotte del venerdì per tornare in cella anziché farsi i 25 giorni di ricovro che gli erano stati prescritti. L’avvocato Anselmo chiede di acquisire al più presto le foto ufficiali dell’autopsia e prevede tempi lunghi per gli esami che dovranno stabilire le cause della morte. Il pm non entra nei particolari ma gli preme far sapere che accertamenti sono scattati fin dal primo momento. E che avrebbe iniziato a indagare sulle modalità del fermo.

Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2009/11/01/stefano-cucchi-le-foto-shock/