Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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venerdì 28 giugno 2013

Monza, morire di prigione a ventidue anni

39 giorni di carcere sono costati a Francesco prima sedici chili poi la morte. La madre chiama Acad e dice: «Così non può essere naturale» [Checchino Antonini] 

giovedì 27 giugno 2013 13:40

di Checchino Antonini

Francesco Smeragliuolo, 22 anni, arrestato il 1° maggio scorso per una rapina. 39 giorni di carcere gli sono costati prima sedici chili e poi la vita stessa. E' morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno e sua madre, Giovanna D'Aiello, vorrebbe vederci chiaro. Per questo s'è rivolta ad alcune associazioni come Antigone, A buon diritto e Acad, l'associazione contro gli abusi in divisa, appena costituita con l'obiettivo di fornire un numero verde per le denunce di malapolizia.

Alcuni attivisti di Acad avranno oggi stesso un colloquio con la donna.

«Sono sicura che non è morto di morte naturale, i suoi organi erano sani. Dopo averlo visto a colloquio in carcere, il lunedì prima della sua morte (3 giugno, ndr) avevo fatto presente che mio figlio stava male. Ha perso sedici chili in un mese. Avevo chiesto lo mettessero in una struttura adeguata, che lo aiutassero. Lui non aveva problemi di salute. Se aveva sbagliato, doveva rispondere per quello che aveva fatto, ma non è giusto che sia morto così. Voglio sapere cosa è successo, voglio la verità».

«Io mi rivolgerò a tutti, non mi fermo qui - ha proseguito - perché la morte di Francesco deve servire da monito per tanti ragazzi. Avrei voluto che morisse tenendo la sua mano nella mia. E invece è andata in questo modo atroce».

Esclusa l'ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava "ai tanti progetti insieme". L'autopsia, disposta dal magistrato, avrebbe escluso che la morte sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato il solito: "decesso causato da arresto cardiocircolatorio".

Dalla Casa circondariale nessuna spiegazione sul decesso, avvenuto nel pomeriggio di sabato 8 giugno. Il giovane si sarebbe sentito male ed è stato attivato il 118 in codice rosso. La direttrice si è limitata a dire: «C'è un'indagine in corso, bisogna attendere l'esito». Il 22enne di Cesano era stato tratto in arresto il primo maggio per una rapina avvenuta in una farmacia di Binzago, e dopo un inseguimento dei carabinieri fino a Cormano, dove si era schiantato contro un muro.

Le domande si rincorrono: fu pestato al momento dell'arresto? E che tipo di attenzioni ha potuto ricevere mentre si trovava in cella? Francesco ne avrebbe parlato con sua madre.

Sovraffollamento, scarsa applicazione della legge Smuraglia sul lavoro per i detenuti, scarso personale di polizia penitenziaria: la casa circondariale di Monza è una delle "carceri d'oro" degli anni '80, costruita con materiali scadenti a prezzi gonfiati. E ci piove dentro. Il teatro e la cappella sono inagibili. In molti laboratori e spazi ci sono infiltrazioni. Ha riferito un esponente grillino che l'ha visitato in aprile che: «Dentro l'istituto sono vietati cellulari, tablet, computer, chiavette USB, radio, qualunque mezzo per comunicare con l'esterno non solo per gli ospiti, ma anche per agenti, operatori, medici, insegnanti, educatori e visitatori. Anche la struttura del carcere è isolata dal resto della città».

In nessun caso potrà dirsi naturale la morte di un ventiduenne che perde sedici chili in 39 giorni di prigione. 




Fonte:


lunedì 5 novembre 2012

Alcune domande scabrose per un appuntamento inquietante

Di Salvatore Ricciardi:

A Firenze il prossimo fine settimana, dall’8 all’11 novembre, alla Fortezza da Basso si terrà:

 

 

«“Firenze 10+10/Unire le forze per un’altra Europa” non vuole essere una commemorazione, ma un appuntamento che ha 2 obiettivi: rispondere con un fronte comune di forze sociali a livello europeo alla crisi e alle politiche imposte dalle istituzioni dell’Ue e della Bce; creare alleanze per una strategia a lungo termine capace di costruire un’Europa sociale e dei cittadini. La presenza di tante realtà quali reti, movimenti, sindacati, associazioni, ONG, di varia provenienza e composizione va intesa come una ricerca di convergenze e di lavoro comune verso una forte e diffusa mobilitazione antiliberista che si ponga in alternativa all’Europa dei banchieri, alla supremazia del mercato, alle speculazioni finanziarie, al fiscal compact».                                                         


 Non una parola, sui massacri del luglio 2001 a Genova che precedettero la kermesse di Firenze nel 2002. Non una parola sui manifestanti buttati in carcere e sui poliziotti massacratori promossi.

«Dieci anni fa Firenze ospitò il primo European Social Forum. L’appuntamento costituì un momento straordinario nella costruzione di un demos di ampiezza continentale, che presentò analisi, proposte e soluzioni che avrebbero evitato all’Europa lo scontro con la terribile crisi economica, sociale e democratica in cui è ora impantanata». (dal sito http://www.euroalter.com/IT/network/eventi/552/)
A questo punto è obbligatorio porci qualche sgradevole domanda:

 

- a Firenze nel 2002, in quella kermesse definita “demos di ampiezza continentale”, con centinaia di migliaia di partecipanti, coccolati dal comune, dalla provincia, dalla regione, dalla stampa e tollerati dalle forze dell’ordine, cosa avvenne realmente? 
- ci domandiamo: non avvenne per caso che un’area del movimento volle candidarsi a “nuovo ceto politico”, presunto rappresentante delle diffuse figure della precarietà? E per questa candidatura, quel “ceto politico”, forse patteggiò (si o no?) il silenzio e l’acquiescenza sullo scempio perpetrato dalle forze dell’ordine l’anno prima alla Diaz, a Bolzaneto e nelle piazze del 
 
G8, e l’oblio per quei dieci che oggi vengono sbattuti in galera con 100 anni complessivi di condanna?
Se poi quelle e quei candidati a “ceto politico” non sono riusciti a occupare posti granché  importanti, può darsi sia dipeso dal fatto che posti liberi ne erano rimasti pochi o forse per effetto della meritocrazia.

 

Quando solidarizziamo con i compagni e le compagne incarcerate per le proteste contro il G8 a Genova 2001, e dobbiamo continuare a farlo con sempre maggior energia, non dimentichiamo il passaggio di Firenze-fortezza-da-Basso-2002, non dimentichiamo le responsabilità di una parte del movimento!
Questa è solo una faccia della medaglia. L’altra riguarda gli obiettivi di “Firenze 10+10”
«1) Costruire il consenso su un insieme di richieste per la radicale democratizzazione dello spazio europeo. Queste richieste e proposte saranno il soggetto di uno strutturato dibattito online prima dell’Assemblea.
2) Contribuire all’innovazione delle pratiche politiche dei movimenti, partiti e sindacati in Europa, con la convinzione che la democrazia non dipende solo dalle istituzioni, ma anche dalla capacità della cittadinanza attiva di sviluppare nuove pratiche politiche transnazionali. Il processo partecipativo che vogliamo stabilire per la costruzione dell’assemblea mira anche a mostrare che un differente modello di pratiche democratiche transnazionali è concepibile e implementabile».  (http://www.euroalter.com/IT/network/eventi/552/%29/)

Che vuol dire: “radicale democratizzazione dello spazio europeo…”?
Che vuol dire: “innovazione delle pratiche politiche dei movimenti, partiti e sindacati”?
Non una parola sulla disoccupazione e sull’intensificazione dello sfruttamento e della precarietà, sull’aumento della diseguaglianza sociale e della povertà, sulle politiche dei sacrifici dei governi, sui patti scellerati tra sindacati e governi contro chi lavora e chi cerca lavoro. Non una parola sulle politiche razziste europee contro l’immigrazione, sulla “fortezza europea”, sull’enorme aumento della popolazione incarcerata e di quella sottoposta a controllo psichiatrico, sulle politiche imperialiste dei governi italiani, e tanto, tanto altro ancora”.

Fonte:

http://contromaelstrom.com/2012/11/05/alcune-domande-scabrose-per-un-appuntamento-inquietante/

lunedì 8 ottobre 2012

Amnistia… la parola e… il senso

 

L’amnistia per i detenuti e le detenute delle carceri di questo paese probabilmente non si farà. Nonostante il sovraffollamento: circa 69.000 detenuti e detenute in celle che ne potrebbero contenere al massimo 43.000 e le sofferenze che questo ingorgo di corpi impone a ciascuno e ciascuna, il governo risponde:  “non ci sono i numeri in Parlamento”. Vuol dire che non c’è la volontà politica da parte dei gruppi parlamentari, ossia dei partiti. A loro va bene che i poveri, gli ultimi della terra muoiano di galera. Si indignano soltanto quando uno  di loro, raramente, attraversa quei cancelli.  
Dunque, niente amnistia, ma il solo pronunciarla ha fatto rizzare i capelli in testa alla congrua pattuglia, delle avanguardie forcaiole d’Italia.
Provo dunque a ricordare ai saputelli della carta stampata qualcosa sul significato della parola “amnistia” .
“Amnistia”, dal greco amnēstia,  A/MNĒME, nega/memoria: oblio, remissione.
Concetto per certi versi simile al greco biblico  iobelaios, l’anno che cade ogni 50. Annum iubilaeum: in cui al suono del corno del capro “yobèl” venivano rimessi, nel mondo ebraico, i debiti di tutti gli uomini.
La storia ricorda l’ateniese Trasibulo (vincitore nella battaglia di Atene contro i trenta arconti (tiranni) che decretò l’amnistia generale. La prima amnistia che di cui abbiamo memoria, nel Settembre 403 prima dell’età volgare  (p.E.V.)
L’amnistia è un oblio parziale, un’amnesia, ma è un oblio consapevole

Bisogna saper ricordare, saper comprendere le ragioni e i motivi dei fatti e dei comportamenti che si vogliono obliare.
Significa ricordare senza restar schiavi delle pulsioni vendicative.
Ci vogliono istituzioni salde e che godano di un certo consenso, ci vuole dignità e onestà di gran parte della società, per fare i conti con una realtà di dure contese e di comportamenti travolgenti le regole sociali, causati da malessere e sofferenza che si vogliono, o almeno si spera, superare. Ci vuole capacità di non farsi inghiottire dai ritmi affannosi della cecità quotidiana. Ci vuole consapevolezza e coscienza profonda.
L’amnistia concerne la memoria, il ricordare. È una categoria che sta dentro il rapporto tra presente e passato. Il ricordare è un’opera che contempla la selezione dei ricordi.
Gli aggregati umani hanno sempre costruito la propria identità intorno alla battaglia del ricordare. La formazione dell’identità individuale di una donna o un uomo e di quella collettiva di una società si costruisce dentro la battaglia della “memoria”.
 

La memoria è dunque un campo di battaglia dove si lotta per la conquista del passato, per la sua riscrittura o il suo stravolgimento; dove si esaltano degli eventi e se ne sviliscono altri; a volte di sana pianta si “inventa la tradizione”.
Ricordo e dimenticanza: due poli contraddittori della memoria, che esistono strettamente avvinghiati in una lotta senza fine. Sul terreno rimangono i ricordi: annientati, stravolti, ingigantiti, travisati, inventati. Esemplare il caso delle società costruite dalla colonizzazione di gruppi umani provenienti da altre terre: il nome delle prime città che i coloni fondano ricevono il nome delle città lasciate per emigrare (New Amsterdam, poi New York, ecc.), ma anche costruendo imponenti commemorazioni per scolpire nelle coscienze dei nuovi arrivati la loro “storia condivisa”.
Il ricordare è in realtà un dimenticare selettivo: i ricordi si selezionano, ciascuna e ciascuno di noi decide quello che va ricordato, quello che va esaltato e quello che va dimenticato. Lo decide la nostra collocazione nel presente, se abbiamo lo sguardo rivolto in avanti teso a costruire qualcosa di importante; immobile e ottuso se rimane imprigionato in un cieco passato che si attorciglia in spire di rivincite, ritorsioni, rappresaglie, vendette, castighi.
L’accanimento del passato non permette di vivere il presente per andare avanti. 

La dittatura del passato non aiuta nel presente, tiene legati gli umani in una faida senza fine tra potere statuale e persone.
Il rifiuto dell’amnistia svela la fottuta paura di ricordare, di ripercorrere gli aspri contesti sociali e politici che necessitano di amnistia.
L’alternativa non è tra ricordare molto e dimenticare poco, o viceversa; il nostro compito è capire che direzione deve prendere il passato: dove dirigersi, che spazio occupare tra gli individui, tra i soggetti sociali, tra le classi, in quale interstizio inserirsi. Purché non continui a restare monopolio esclusivo del potere.
Cerchiamo di non restare irretiti nel labirinto del passato e poi trovarci a domandare, come Alice, (quella nel Paese delle Meraviglie): “per dove si esce”? potrebbe non esserci uscita!

Fonte:

http://contromaelstrom.com/2012/10/05/amnistia-la-parola-e-il-senso/

domenica 29 luglio 2012

CONTRO IL CARCERE PER L'AMNISTIA

 
Lettera di Fagiolino da Rebibbia. In decine e decine di carceri i detenuti e le detenute protestano per riconquistare la libertà. Urlano AMNISTIA! Indulto, Misure alternative, qualunque cosa li faccia uscire dal carcere. A questo problema di base si aggiungono i problemi locali: l'acqua che manca, le docce che non funzionano, il vitto immangiabile, i generi del "sopravvitto" dai prezzi troppo alti, e tanto altro. Le proteste si articolano con battiture delle sbarre più volte al giorno, con scioperi del vitto (sciopero del carrelllo), fino a veri scioperi della fame. E' necessario che il movimento sia al loro fianco per comunicare alla società questa lotta che i media silenziano, per imporre al governo provvedimenti urgenti necessari a far uscire dal carcere molti detenuti e attenuare il sovraffollamento.

Fonte:

lunedì 9 gennaio 2012

DAL CARCERE ALLE CAMERE DI SICUREZZA

Una "camera di sicurezza" delle questure e caserme italiane

Di Valentina Perniciaro 

Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.
Proprio gli stessi luoghi che più volte denunciamo per la violenza con cui vengono trattati i reclusi,
che senza aver la possibilità di entrare nel sistema carcerario (pieno di doveri ma anche di diritti minimi,ogni tanto), rimangono in mani che spesso hanno solo infinita esperienza con il manganello e gli anfibi …
le camere di sicurezza non hanno nulla: non hanno finestre, non hanno bagno, non hanno acqua corrente , non hanno strutture dove poter far respirare una boccata d’aria, non hanno mense dove poter fare i pasti… ma di che parla la Guardasigilli?
Ma come le viene in mente di proporre una cosa del genere?
Sa come è fatta una cella di sicurezza? Sa che quello che appare in questa foto è il top che si può trovare perché altre sembrano segrete, tanto che per entrare devi abbassare la testa?
La signora Severino sa qual è l’odore delle camere di sicurezza?
Sa che la maggiorparte della vita di un detenuto è fatta di ginnastica, di un po’ di socializzazione e magari anche di studi, di un po’ di cibo cucinato col fornelletto al butano (l’è dura senza nemmeno finestra… poi li fate passare per suicidi quando muoiono intossicati?); in una camera di sicurezza niente di tutto ciò sarebbe possibile.
Quanta gente vuole mandare a morire, signora Ministro?
Chi passa in quelle stanze, chi subisce la violenza psicologica e spesso fisica di quei luoghi fuori dal mondo e dalla legge, respira una boccata aria pulita e fresca quando mette piede in carcere… in confronto il sovraffollato putrido balordo carcere è una vacanza…


Fonte:

domenica 1 gennaio 2012

CARCERI: IL NUOVO ANNO INIZIA CON DUE SUICIDI

01 gennaio 2012


Due detenuti sono morti in carcere, uno a Trani, per cause da accertare, un altro a Torino, impiccandosi in cella. Ed un altro ha tentato il suicidio a Vigevano.
Il carcerato che si e' tolto la vita nell'istituto penitenziario delle Vallette si e' impiccato in cella con un lenzuolo. E' successo ieri sera un paio d'ore prima della mezzanotte. Il suicida, secondo quanto si apprende, e' C.A., un romeno 37 anni in attesa di giudizio. Era recluso nella sezione ''Rugby'' del blocco E. ''La polizia penitenziaria - commenta Leo Beneduci, segretario generale del sindacato Osapp - e' sempre piu' sola nel fronteggiare questo tipo di emergenze e, purtroppo, sempre meno in grado di risolverle. Avremmo voluto che nel 2012 il governo avesse varato misure veramente risolutive, e non i palliativi che lasciano le cose come stanno. Comprese le morti nelle carceri''.
Un detenuto di 34 anni, di Lecce, e' morto ieri nel carcere di Trani per cause in corso di accertamento. La notizia e' stata resa nota dal vicesegretario generale nazionale dell'Osapp, Domenico Mastrulli. La scoperta e' stata fatta dagli agenti della polizia penitenziaria nel corso di un giro di ispezione. I genitori dell'uomo, secondo i quali il loro congiunto non era in condizioni fisiche tali da poter sopportare il regime carcerario, chiedono che si faccia chiarezza sulle circostanze della morte. Il 34/enne era detenuto per reati contro la persona e il patrimonio. ''Nel carcere di Trani - sottolinea Mastrulli - ci sono circa 400 detenuti uomini e 39 donne contro una capienza regolamentare di 233 posti letto''.
Un detenuto nel carcere di Vigevano ha tentato di suicidarsi nella propria cella intorno alla mezzanotte di ieri. Lo comunica la Uil Penitenziari. "Si tratta di un detenuto 37enne di nazionalità italiana - afferma Eugenio Sarno, Segretario generale Uil penitenziari - che ha tentato di impiccarsi con una striscia di stoffa ricavata dalle lenzuola. Fortunatamente l'agente di sorveglianza si è accorto di quanto stava capitando ed è intervenuto per liberarlo", salvandogli la vita.
Il sindacato di Polizia Penitenziaria rinnova l'appello ai politici per una soluzione al sovraffolamento carcerario. La politica trovi con urgenza soluzioni "politiche e amministrative" al problema, sempre più grave, e che lo stesso presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha segnalato nel suo discorso di fine anno tra le nuove emergenze della vita civile. E' l'auspicio di inizio 2012 espresso dal Sappe, sindacato di polizia, che ha espresso in una nota "vivo apprezzamento" per le parole del capo dello Stato. "Come Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, il primo e più rappresentativo della Categoria, auspichiamo - afferma Donato Capece, segretario generale del SAPPE - che Governo e Parlamento trovino con urgenza soluzioni politiche e amministrative per evitare il tracollo del sistema penitenziario italiano". "Alla vigilia dell"indulto del 2006 - aggiunge - dicemmo che quell"iniziativa sarebbe stata un autentico suicidio politico se alla stessa non si fosse aggiunta una profonda rivisitazione delle politiche della Giustizia e dell"assetto dell"Amministrazione penitenziaria. E questo vale anche per una ipotetica amnistia". Misure strutturali, dunque, che il Sappe torna a sollecitare.

fonte: Ansa

Ripreso da

A proposito di questa notizia segnalo anche un articolo che si trova  sul blog di Baruda: