Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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martedì 11 giugno 2013

Alceste Campanile

 





Di

Sergio Sinigaglia 

Alceste Campanile viene ucciso la notte del 12 giugno del 1975. Il corpo senza vita viene ritrovato in un tratto di campagna vicino la strada provinciale Montecchio- Sant'Ilario, in prossimità di Reggio Emilia. Ad ucciderlo è stata una calibro 7,65. Alceste aveva 21 anni e militava in Lotta Continua. Era da tutti ben voluto e stimato per il suo carattere solare. Amava la chitarra e la musica rock, e madre natura gli aveva regalato una bellissima voce. Nonostante che il suo omicidio avvenga in un contesto nazionale caratterizzato da un continuo susseguirsi di violenze e agguati neofascisti, l'inchiesta prende una strana piega. Infatti gli inquirenti iniziano a interrogare i compagni di Alceste e numerose abitazioni di militanti di Lotta Continua subiscono accurate e pesanti perquisizioni. Il pretesto lo dà un biglietto con un numero telefonico di Napoli. Chi indaga fa filtrare che si tratta di un recapito di un noto esponente dei Nap, Nuclei Armati Proletari, una formazione clandestina fondata da fuoriusciti di LC. Ci vuole poco tempo per far cadere la montatura e verificare che il telefono è di Goffredo Fofi, compagno di Lotta Continua, noto intellettuale e animatore della "mensa dei bambini proletari", esperienza verso la quale Alceste era fortemente interessato. Ma la "pista rossa" non cade. Anzi è alimentata da Vittorio Campanile, padre di Alceste, che, coerentemente con le sue idee di destra, avvia una forsennata campagna contro gli amici e le amiche del figlio, nonostante gli altri famigliari siano di opinioni molto diverse. Inizia così una lunga vicenda che si concluderà solo trent'anni dopo con la confessione di Paolo Bellini squadrista di allora che ammetterà le proprie colpe. In mezzo un zig zag giudiziario che arriva anche ad ipotizzare, sempre in nome della "pista rossa", un collegamento con lo sciagurato sequestro dell'ingegnere Carlo Saronio, conclusosi tragicamente, attuato da un ex militante di Potere Operaio, Carlo Fioroni, in combutta con un gruppo della mala milanese. Si ipotizza che Alceste, tramite un'amicizia di adolescenza con un esponente reggiano dell'Autonomia possibile basista per il riciclo del denaro frutto del sequestro, non volendo, avrebbe visto ciò che non doveva. Invece la verità era quella che sin dall'inizio avevano denunciato chiaramente i compagni di Alceste. Gli assassini erano fascisti. Bellini confessa e chiama in causa altri due camerati Roberto Leoni, l'altro esecutore dell'assassinio, e Piero Firomani che avrebbe fato sparire l'arma. Entrambi, naturalmente, respingono ogni addebito, ma per la giustizia Paolo Bellini, reoconfesso, è sicuramente colpevole. Solo che la sua collaborazione per far emergere la verità, viene premiata e l'accusa da "omicidio premeditato" diventa "semplice", in modo che così possa andare in prescrizione. Ancora una volta ingiustizia è fatta!


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lunedì 16 aprile 2012

Tonino Miccichè



di Sergio Sinigaglia

Torino, insieme a Milano, fu la "capitale" delle lotte operaie. Più del capoluogo lombardo, perché nella città sabauda c'era (e c'è) la più grande fabbrica italiana. Qui arrivarono migliaia e migliaia di meridionali che con il loro sudore permisero il cosiddetto boom economico. Quella giovane classe operaia fu artefice di uno straordinario ciclo di lotte che, praticamente, si concluse con i famosi 35 giorni di occupazione del 1980 e l'altrettanto famosa "marcia dei 40.000" che mise la parola fine ad una vera e propria "epopea metalmeccanica".
Antonino Miccichè, detto Tonino, nato a Pietraperzia, in provincia di Enna, il 6 aprile del 1950, fu uno dei tanti giovani meridionali che giunse a Torino nel settembre del 1968 e che, dopo vari lavori, all'inizio degli anni settanta, fu assunto alla Fiat, divenendo, come si diceva allora, un'avanguardia interna, sempre alla testa delle lotte operaie, dei cortei che, come un fiume in piena, irrompevano dentro e fuori la fabbrica.
Ma l'impegno di Tonino, divenuto militante di Lotta Continua, non si fermava al posto di lavoro. E proprio qualche giorno dopo una manifestazione antifascista brutalmente attaccata dalla polizia con colpi di arma da fuoco (ci furono diversi feriti), nel gennaio del 1973, fu arrestato e incarcerato per alcuni mesi. Poi la montatura della questura (lui, come gli altri erano accusati di tentato omicidio!) fu smontata grazie ad un'ampia mobilitazione che coinvolse anche il "Comitato antifascista" di Torino. Però per Tonino le porte della fabbrica si chiusero definitivamente.
La sua generosa militanza lo portò ad essere in prima fila nelle lotte per il diritto alla casa e ben presto, per tutti, divenne "Il sindaco della Falchera", dal nome del quartiere dove Lotta Continua promosse una delle lotte più importanti, a livello nazionale, e soprattutto vincente.
E il 17 aprile del 1975 la vita di una persona straordinaria per il suo slancio, la sua generosità, fu troncata dalla mano omicida di un abitante del quartiere, una guardia giurata, che per un futile motivo sparò a freddo a Tonino Miccichè, uccidendolo all'istante. L'assassino si chiamava Paolo Fiocco. Con lui si era creato un problema perché teneva occupati due garage, uno dei quali spettava ad un occupante delle case che si era dichiarato disponibile a darlo al Comitato di lotta che lo voleva trasformare in propria sede. Quel maledetto 17 aprile Fiocco tornato dal turno di lavoro si cambiò, ma non lasciò la pistola a casa. La impugnò e scese nel cortile dove Tonino era con altri compagni. Quando vide la guardia giurata gli andò incontro sorridendo per appianare qualsiasi contrasto. La risposta fu un colpo in mezzo alla fronte. Tonino Miccichè morì così con il sorriso sulla bocca. Il suo assassino se la cavò con pochi anni di carcere.

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