Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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mercoledì 8 gennaio 2014

ECCO CHI ERA IL COMMISSARIO CALABRESI

Da http://ilsanguepolitico.blogspot.it/, blog di Nicoletta Orlandi Posti:


Pasquale Valitutti è l'unico testimone vivente della tragica notte tra il 15 ed il 16 dicembre quando, dopo ore estenuanti di attesa, seduto dietro la porta dell'ufficio del commissario Calabresi, aspettava che Pinelli uscisse dalla stanza per essere interrogato.  "Saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate", racconta commosso ancora oggi. Il racconto che fa Pasquale Valitutti di quella sera è sempre lo stesso da 40 anni, non è mai cambiato di una virgola: Calabresi era in quella stanza quando Pinelli si gettò dalla finestra. "Il compagno Giuseppe Pinelli è stato materialmente assassinato dai signori: Calabresi, Lograno, Panessa, Muccilli, Mainardi e Caracuta su mandato degli alti vertici di polizia e governo", ripete Lello. Se qualcuno si sente calunniato sporga denuncia e ci si dia la possibilità di un nuovo processo. Io continuo a chiedere giustizia e verità per il nostro compagno Giuseppe Pinelli. Si aprano gli armadi, si rimuova il segreto di Stato sulle stragi e si dica la verità su tutto quel periodo". Quanto alla figura di Calabresi, santificata dalla fiction di RaiUno, Lello ricorda, nella sua intervista rilasciata a Umanità Nova "che Calabresi ce l’aveva con gli anarchici da molto prima di Piazza Fontana, dalle bombe della fiera campionaria di Milano dell’aprile precedente, a quelle sui treni in estate. Lui era lo sbirro che lavorava sugli anarchici, ed era convinto che fossero dei bombaroli. A causa sua molti compagni sono stati in prigione parecchio tempo anche se poi assolti; a causa sua Pietro Valpreda se n’era andato da Milano, perché non ne poteva più di aver rotte le scatole da lui, e a causa sua Pino Pinelli veniva continuamente perseguitato". Quanto alle doti investigative del commissario Lello sostiene che "era un emerito incapace, perché di fronte a bombe di chiara matrice fascista, ha continuato a prendersela con gli anarchici solo perché noi costituivamo il suo “ambito di lavoro”. In secondo luogo, lui ha trattenuto Pinelli in questura oltre i limiti consentiti per legge senza avvisare il giudice, ed era il responsabile oggettivo della sua custodia. In terzo luogo, ha calunniato pubblicamente Pinelli durante la prima conferenza stampa, dicendo che era in qualche modo colpevole. In quarto luogo, durante il processo Calabresi-Lotta Continua, quando il giudice volendo vederci più chiaro chiese di riesumare il corpo di Pino, lui fece ricusare lo stesso dal suo avvocato. Si offendeva perché lo chiamavano assassino o “commissario finestra”, ma è lui che ha impedito che si andasse avanti verso la verità. Tutto questo è oggettivo. Questo era Calabresi".
Infine Lello racconta cosa pensava Pinelli di Calabresi: "Pino diceva che era un poliziotto falso e pericoloso, perché contrariamente ai suoi colleghi, che erano 'animaleschi', lui era capace di alternare momenti di finta confidenza e fiducia a momenti di durezza. Come tale tutti lo abbiamo conosciuto".



Fonte:




Qui il video di  una testimonianza sul caso Pinelli da parte di Pasquale Valitutti al corteo anarchico per Serantini del 12 maggio 2012 a Pisa:





lunedì 16 settembre 2013

Rostagno, il ricordo a 25 anni dall’omicidio tra un processo infinito e disinformazione



Di Leandro Perrotta | 1 settembre 2013

Sono passati venticinque anni dalla morte del sociologo, politico e giornalista, ucciso il 26 settembre 1988 a poca distanza dalla comunità Saman da lui fondata. E che per anni, in una delle ipotesi seguite per le indagini, è stata considerata come implicata nel delitto. Prima di arrivare al processo attuale e alla pista mafiosa. «Sono già 55 le udienze nel processo, che è complicatissimo e di cui nessuno parla», spiega il giornalista Lillo Venezia, che ieri, in un convegno alla Camera del lavoro di Catania, ha proposto la realizzazione di un centro di documentazione su Mauro Rostagno e il processo in corso a Trapani.


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 Sociologo, politico, giornalista: definire le tante anime di Mauro Rostagno, di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario dell’omicidio, non è mai stato semplice. Il convegno organizzato ieri alla Camera del lavoro di Catania, dal titolo Ciao Mauro, non fa molta eccezione alla regola. «Forse, la definizione migliore è questa: “Un comunista che lottava contro il padrone della Sicilia, la mafia”», spiega Lillo Venezia, giornalista, citando il collega Riccardo Orioles. Una lotta per la quale ha perso la vita, anche se non c’è ancora una verità processuale che dica perché Rostagno quel 26 settembre del 1988 fu ucciso a Lenzi di Valderice, a poca distanza dalla Saman, la comunità che aveva fondato a pochi chilometri da Trapani. «Il processo ha già avuto 55 udienze, è molto complesso e nessuno ne scrive. O spesso lo fa usando provocazioni giornalistiche», ricorda Venezia. Che propone la costituzione di un centro di documentazione, che raccolga innanzitutto gli atti del difficile processo in corso. Per fare «memoria» di quello che fu il personaggio Rostagno, che da Torino arrivò in Sicilia, scegliendo «una dimensione locale, dopo essere stato al centro degli avvenimenti del ’68 in Italia», ricorda il professore di Storia contemporanea Luciano Granozzi.


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Per l’omicidio di Rostagno, tra i fondatori del movimento Lotta Continua, sono state negli anni fatte varie ipotesi: ucciso dalla mafia, o per gli intrecci tra questa e la massoneria e la politica di una Trapani che, afferma Graziella Porto, direttrice del mensile Casablanca, «era una città dove la mafia non esisteva». Negli anni la procura di Trapani ha seguito due piste, che hanno avuto grande spazio sui giornali, a differenza del processo attuale che segue la pista mafiosa. La prima rimanderebbe all’omicidio Calabresi, seguendo un filo logico che parte dalla sua storia nella sinistra extraparlamentare. La seconda rimanderebbe addirittura a una pista interna alla sua comunità Saman. «L’esperienza di Rostagno diede grande valore alla controinformazione e al giornalismo di inchiesta. Oggi purtroppo non possiamo dimenticare che un giornalista come Marco Travaglio, considerato dai giovani un maestro del genere, è tra i maggiori sostenitori della pista interna», conclude Granozzi.
«Molte leggende metropolitane vengono portate avanti ancora sulla morte di Rostagno», conferma Paolo Brogi, giornalista anche lui in gioventù a Lotta Continua. Ma quelle che sono notizie e fatti realmente emersi dal processo, non hanno avuto altrettanto successo sui media. «Il cadavere di Don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo che ordinò di uccidere Rostagno, fu trovato nei terreni dei D’Alì – racconta Brogi – Qualche mese fa il ministro della Giustizia Annamaria Cancelleri andò a Trapani a firmare un protocollo antimafia proprio a braccetto con il senatore Antonio D’Alì. Se avesse letto qualcosa del processo in corso non lo avrebbe fatto», ricorda Brogi. Che spende anche parole di stima nei confronti di Rino Giacalone, «l’unico giornalista che segue con costanza il processo, che è stato costretto a lasciare il suo posto nel quotidiano catanese e ora fa il collaboratore per il Fatto quotidiano», conclude Brogi, senza dire esplicitamente il nome del quotidiano La Sicilia.
Per Nadia Furnari, dell’associazione antimafie Rita Atria, «se i giornalisti facessero il loro lavoro, se i giornali facessero informazione, le parole di Rostagno citate avrebbero un senso, per fare memoria». E ricorda le posizioni antimilitariste di Rostagno, in particolare sulla base Nato di Sigonella, e come oggi non ci sia nulla di diverso con la lotta contro il Muos. Per lo scrittore Ottavio Cappellani, invece, il fatto che non si parli del processo Rostagno sui giornali è dovuto alle emergenze della cronaca su altri fatti di mafia, «come la trattativa Stato-mafia». Ma il motivo principale sarebbe che «il processo Rostagno è un fallimento della magistratura che non si può mostrare».
Daniele Lo Porto, segretario provinciale di Assostampa, annuncia che «l’associazione di categoria cercherà di dare supporto al centro di documentazione, ma non materiale, solo morale». Sara Fagone, della Cgil, nel portare i saluti del sindacato ai presenti conclude il suo intervento con una considerazione di carattere generale. «Non esistono eroi, solo persone che fanno bene e fino in fondo il proprio dovere». E così fu per il sociologo politico Mauro Rostagno, giornalista con uno stile unico nella sua radio tele Cine. «Tutta Trapani, arrivati alle due del pomeriggio, si fermava per guardare il suo telegiornale», ricorda Brogi.



Fonte:



venerdì 6 settembre 2013

5-8 settembre 1974: le occupazioni di S.Basilio. La polizia uccide Fabrizio Ceruso

Domenica 06 Settembre 2009 16:05 

san_basilio.jpgRoma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
L'incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.
Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.
Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di "tregue", accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l'occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l'unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.
Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L'assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.
Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell'Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli. 

Alfredo Simone
 


 Fonte:
 




lunedì 19 agosto 2013

Mario Lupo, gli antifascisti cancellano scritta fascista


Oggi pomeriggio un gruppo di antifascisti ha cancellato la grossa scritta che era apparsa nei giorni scorsi 'Onore al camerata Bonazzi. Quì assalito' che ricordava Edgardo Bonazzi, condannato per l'omicidio del giovane il 25 agosto 1972



Redazione ParmaToday 19 agosto 2013


Scritta fascista dietro alla lapide in ricordo di Mariano Lupo. Oggi pomeriggio un gruppo di antifascisti ha cancellato la grossa scritta che era apparsa nei giorni scorsi 'Onore al camerata Bonazzi. Quì assalito' che ParmaToday - cronaca e notizie da Parma
ricordava Edgardo Bonazzi, militante di estrema destra, condannato a 11 anni e 8 mesi per l'omicidio del militante di Lotta Continua. Pennello e colore per cancellare la scritta che oltraggiava la memoria del giovane assassinato davanti all'ex cinema Roma. 


Centro Studi Movimenti: 'Aggressione alla memoria della città'

 

Mario Lupo, gli antifascisti cancellano la scritta fascista:

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Fonte:

lunedì 8 luglio 2013

Annamaria Mantini

Dal blog http://baruda.net/ di Valentina Perniciaro:

8 luglio 2009

ANNAMARIA MANTINI

-Nacque a Fiesole, l’11 aprile 1953
-Frequenta le scuole a Firenze e nel 1973 si iscrive a Lettere e Filosofia
- Nel 1975 si trasferisce a Roma
- Milita nei Nuclei Armati Proletari
- Viene uccisa dai carabinieri a Roma l’8 luglio 1975

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persona o per l’evento in cui ha incontrato la morte:
Nuclei Armati Proletari, Comunicato 9-7-75 in: Soccorso Rosso napoletano (a cura di), I nap, Milano 1976, Collettivo Editoriale Libri Rossi.
“9 luglio 1975: Ieri in un agguato teso dalla polizia, è stata uccisa a freddo la compagna Annamaria. La volontà del potere di chiudere la partita con i compagni che si organizzano clandestinamente, ha armato la mano del killer di turno, che con la precisa coscienza di uccidere, ci ha privato di una compagna eccezionale.

Il volto di Annamaria
Il volto di Annamaria

Annamaria era uno dei compagni che hanno dato vita al nucleo “29 ottobre”. Ha fatto parte del gruppo che ha sequestrato sotto casa il magistrato Di Gennaro, e il contributo che ha dato alla costruzione ed esecuzione di questa azione, dimostrando il livello politico militare che aveva raggiunto. E’ enorme l’abisso che separa una compagna rivoluzionaria da uno sbirro. Non basterebbero la vita di cento Tuzzolino per pagare la vita di Annamaria.
Questo non significa che dimenticheremo i Tuzzolino, i Barberis, così come non abbiamo dimenticato i Conti e i Romaniello.
La mano che uccide un proletario ci è nemica come i porci che la armano. Ma lo ripetiamo, non è uccidendo uno o più sbirri che i proletari si possono ripagare del prezzo che stanno pagando per liberarsi. E per questo prezzo altissimo, in noi come in tutti i rivoluzionari, non c’è solo la rabbia ma anche la coscienza che il movimento si sta arricchendo in maniera definitiva del patrimonio di importantissime esperienze che questi compagni ci lasciano.
Le giornate di aprile, le innumerevoli azioni armate, gli espropri per autofinanziamento, le azioni nelle carceri, dimostrano la crescita di una nuova generazione di combattenti, e non bastano gli omicidi e gli arresti per distruggerla.
La nostra esigenza di comunismo è indistruttibile.
Luca Mantini, Sergio Romeo, Bruno Valli, Vito Principe, Gianpiero Taras, Margherita Cagol, Annamaria Mantini.
Non siete i soli e non sarete gli ultimi, ma rappresentate per tutti i rivoluzionari una scelta irrinunciabile.
Lotta armata per il comunismo
 Nucleo Armato 29 ottobre.

Documenti prodotti da gruppi sociali
- Anna Maria Mantini, in: Nuclei Armati Proletari, Quaderno n.1 di Controinformazione, Milano 1976
“Comunista da sempre, ma solo a 17 anni inizia ad interessarsi attivamente di politica sull’onda della contestazione studentesca del ’68. Quando il fratello viene arrestato (’72) entra a far parte dell’allora Soccorso Rosso fiorentino. L’esperienza diretta, la grande sensibilità nei confronti delle esigenze del proletariato detenuto la portano alla spontanea scelta verso questo settore di intervento.
Vive dall’interno le contraddizioni dei “nuclei carceri” di Lotta Continua.

mostra milano 

Di sua iniziativa prende contatti con altri detenuti ed ex-detenuti, con i quali mantiene rapporti sempre più intensi: sono loro lo stimolo principale alla sua maturazione politica, il suo punto di riferimento ed è con loro che critica le posizioni attendeste di LC.
Dopo una breve militanza in Potere Operaio ne esce per dar vita insieme ad altri compagni al Collettivo G. Jackson.
Il radicalizzarsi delle posizioni all’interno e all’esterno del carcere la rendono cosciente della necessità di operare sui livelli più avanzati dello scontro, ciò la spinge ad approfondire i rapporti con i compagni dei NAP.
Con l’assassinio di due di loro durante un’azione di autofinanziamento viene a rompersi un legame politico e umano fortissimo. “E’ inutile che io nasconda dietro la mia fede politica la mutilazione grossissima che ho avuto” scrive ad un mese dalla morte del fratello.
Ma non per questo affretta o decelera una scelta che già da tempo aveva fatto. La maturità politica, la carica umana, l’odio profondo per l’istituzione carceraria la vedono fondatrice del nucleo 29 Ottobre. Verrà assassinata a 22 anni, ma come spesso ripeteva lei stessa: “E se la morte ci sorprende all’improvviso, che sia la benvenuta, purchè il nostro grido di guerra giunga ad un orecchio che lo raccolga, un’altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino ad intonare canti funebri con il crepito delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria.”


Fonte:

martedì 11 giugno 2013

Alceste Campanile

 





Di

Sergio Sinigaglia 

Alceste Campanile viene ucciso la notte del 12 giugno del 1975. Il corpo senza vita viene ritrovato in un tratto di campagna vicino la strada provinciale Montecchio- Sant'Ilario, in prossimità di Reggio Emilia. Ad ucciderlo è stata una calibro 7,65. Alceste aveva 21 anni e militava in Lotta Continua. Era da tutti ben voluto e stimato per il suo carattere solare. Amava la chitarra e la musica rock, e madre natura gli aveva regalato una bellissima voce. Nonostante che il suo omicidio avvenga in un contesto nazionale caratterizzato da un continuo susseguirsi di violenze e agguati neofascisti, l'inchiesta prende una strana piega. Infatti gli inquirenti iniziano a interrogare i compagni di Alceste e numerose abitazioni di militanti di Lotta Continua subiscono accurate e pesanti perquisizioni. Il pretesto lo dà un biglietto con un numero telefonico di Napoli. Chi indaga fa filtrare che si tratta di un recapito di un noto esponente dei Nap, Nuclei Armati Proletari, una formazione clandestina fondata da fuoriusciti di LC. Ci vuole poco tempo per far cadere la montatura e verificare che il telefono è di Goffredo Fofi, compagno di Lotta Continua, noto intellettuale e animatore della "mensa dei bambini proletari", esperienza verso la quale Alceste era fortemente interessato. Ma la "pista rossa" non cade. Anzi è alimentata da Vittorio Campanile, padre di Alceste, che, coerentemente con le sue idee di destra, avvia una forsennata campagna contro gli amici e le amiche del figlio, nonostante gli altri famigliari siano di opinioni molto diverse. Inizia così una lunga vicenda che si concluderà solo trent'anni dopo con la confessione di Paolo Bellini squadrista di allora che ammetterà le proprie colpe. In mezzo un zig zag giudiziario che arriva anche ad ipotizzare, sempre in nome della "pista rossa", un collegamento con lo sciagurato sequestro dell'ingegnere Carlo Saronio, conclusosi tragicamente, attuato da un ex militante di Potere Operaio, Carlo Fioroni, in combutta con un gruppo della mala milanese. Si ipotizza che Alceste, tramite un'amicizia di adolescenza con un esponente reggiano dell'Autonomia possibile basista per il riciclo del denaro frutto del sequestro, non volendo, avrebbe visto ciò che non doveva. Invece la verità era quella che sin dall'inizio avevano denunciato chiaramente i compagni di Alceste. Gli assassini erano fascisti. Bellini confessa e chiama in causa altri due camerati Roberto Leoni, l'altro esecutore dell'assassinio, e Piero Firomani che avrebbe fato sparire l'arma. Entrambi, naturalmente, respingono ogni addebito, ma per la giustizia Paolo Bellini, reoconfesso, è sicuramente colpevole. Solo che la sua collaborazione per far emergere la verità, viene premiata e l'accusa da "omicidio premeditato" diventa "semplice", in modo che così possa andare in prescrizione. Ancora una volta ingiustizia è fatta!


Fonte: