Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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mercoledì 31 luglio 2013

ARGENTINA: LA CHIESA APRIRA' GLI ARCHIVI SUI DESAPARECIDOS?

Succederà davvero quanto promesso dal Papa e riportato nel seguente articolo? Mi auguro di sì. Me lo auguro, certo, sia pure a malincuore, perchè in un mondo che voglia essere giusto la verità dovrebbe venire a galla. Se lo meritano le "Nonne di Plaza de Mayo" che - con la calma che è la virtù dei forti - hanno accettato, dopo decenni di silenzi, un incontro col pontefice per chiedere ancora una volta la verità. Se lo meritano le "Madri di Plaza de Mayo" dopo decenni di dura lotta e repressione. E soprattutto se lo meritano i desaparecidos, i figli dell'Argentina che, chi più chi meno, portiamo sulla coscienza anche solo per il periodo in cui non abbiamo voluto neppure ascoltare questa storia.
Ma - tornando alla domanda che apre questa mia breve riflessione - succederà davvero questo? Verranno aperti quegli archivi? E se sì servirà a far venire a galla tutta la verità? O almeno parte di essa resterà nascosta chissà dove chissà da chi perchè una verità del genere è troppo grande per essere raccontata? Con quest'interrogativo vi lascio all'articolo di Contropiano.

Donatella Quattrone



Martedì 30 Luglio 2013 18:25

 Scritto da  Redazione Contropiano


 Argentina: Chiesa apre archivi su desaparecidos?
Dopo decenni di colpevole silenzio, la Chiesa argentina si è impegnata ad aprire i propri archivi per facilitare la ricerca dei "desaparecidos" e dei loro bambini sequestrati e affidati ad altre famiglie dalla dittatura militare di estrema destra che ha governato con il pugno di ferro dal 1976 al 1983. Dopo una riunione con le "Nonne della Plaza de Mayo", che da trent'anni chiedono un'iniziativa in tal senso, il presidente della Conferenza episcopale argentina José Maria Arancedo si è detto ora finalmente disposto ad accedere alle richieste assicurando che "la Chiesa sta già lavorando alla questione". La presidente dell'associazione, Estela de Carlotto, aveva chiesto il 24 aprile scorso un intervento di papa Francesco, durante un'udienza in Vaticano, ricevendo per la prima volta una risposta positiva. Fino ad oggi infatti la chiesa argentina - compreso il periodo in cui Jorge Mario Bergoglio ha ricoperto la carica di primate - aveva sempre risposto col silenzio alle richieste delle famiglie dei desaparecidos. Creata nel 1977, l'associazione è riuscita fino ad ora a identificare 108 bambini sequestrati e affidati a famiglie di militari o vicine al regime su un totale stimato di circa 500 casi. L'apertura degli archivi dovrebbe poter fornire l'accesso ai registri battesimali e ai documenti del Movimento Familiare Cristiano, associazione che sarebbe coinvolta nelle adozioni illegali.



Fonte:









giovedì 23 maggio 2013

Parole di Hebe de Bonafini, madre di Plaza de Mayo, sulla morte di Videla

Immagine in linea 6 


il manifesto 2013.05.22

È morto Videla. La notizia mi ha paralizzata. Ho pensato subito ai miei figli. Come facevo a pensare ad altro? La testa mi girava, volevo pensare a qualcosa ma niente. Pensavo a loro e alle torture che hanno subito. Vedevo i loro visi che gridavano, mentre mi chiedevano e chiamavano tutti, come hanno fatto tutti nei momenti terribili, quando erano soli, nei momenti di peggior tortura.
I media hanno iniziato a chiamarmi ma non avevo niente da dire. Ho sentito un'angoscia grande, un profondo dolore che mi prendeva tutto il corpo. Non potevo pensare ad altro. Non ero contenta che fosse morto. Non potevo esserne contenta se pensavo a tutto quello che ci aveva fatto. Ho pensato a tutte le «Madres», a tutto il dolore, a tutte le famiglie distrutte. Mi è crollato il mondo e ogni volta che qualcuno chiamava sentivo sempre più l'angoscia perché la maggior parte di quelli che hanno appoggiato la dittatura, i giornali, soprattutto il «Clarín», adesso lo chiamano dittatore, lo denominano genocida, che vergogna! Ma io pensavo ancora a loro, ai nostri figli. Hanno tanto amato questo paese, hanno dato tanto per esso, ed io dovevo ascoltare questi che hanno appoggiato la dittatura, che oggi parlano di genocida? Quanta ipocrisia! Il nostro popolo deve capire che tutta quella ipocrisia ha fatto sì che i nostri figli fossero segnalati come terroristi quando tutti questi, che oggi si levano gli abiti sporchi di dosso, hanno guardato da un'altra parte. Alcuni si sono arricchiti e altri si sono riempiti di obbrobri. Volevo parlare ma non riuscivo. Oggi ho deciso di scrivere qualcosa affinché tutti quelli che erano in attesa della mia voce potessero sapere quello che penso. Sono stata soffocata dal dolore, dall'angoscia, dalla rabbia e dalla tristezza ma di colpo mi è scoppiato il cuore e ho detto: che fortuna aver avuto figli così valorosi! Questa è l'unica felicità che ho provato alla fine: il coraggio dei nostri figli nel dare le loro vite per far vivere altri.

Hebe de Bonafini presidenta Asociación Madres de Plaza de Mayo


Fonte:


martedì 30 aprile 2013

Dal 30 aprile 1977 a oggi: Madres de plaza de Mayo

http://www.puertodebuenosaires.com/images/casarosada4.jpg 






di Sabatino Annecchiarico (*)

Hebe denunciò i responsabili. Denunciò i militari. Denunciò la Chiesa. Denunciò le aziende transnazionali. Denunciò i corrotti avvocati. Denunciò il silenzio di quelli che non erano innocenti. Reclamò in ogni istanza la «comparsa in vita» dei cari, non solo egoisticamente i suoi, quelli di tutti. Socializzò la battaglia per i diritti negati. Soprattutto per quelli che non avevano voce. Oggi è la presidente dell’Associazione delle Madres de Plaza de Mayo. In quella irreale realtà dell’autunno del ’77 solo persone pazze, o di eccezionale coraggio, erano in grado di alzare la testa, di alzare la voce. Fu un giovedì d’aprile di quell’anno che un gruppuscolo di donne con il capo coperto da un fazzoletto bianco si diedero appuntamento nella Plaza de Mayo, storica piazza antistante alla casa di governo, occupata dai militari.

L’autunno australe a Buenos Aires si fa sentire. Il forte vento gelido che soffia dall’Atlantico arriva in città dal sudest assieme alle fitte piogge che bagnano persino le ossa; sono le caratteristiche climatiche di quella passionale città già culla del tango. Uscire in piazza in quella stagione, fare una passeggiata all’aria aperta, sono ricordi attaccati nella memoria dell’estate appena trascorsa.
Ma quell’aprile del 1977 il freddo era diverso, era strano. Era un freddo nero. Un freddo che calava per fermarsi silenziosamente nell’anima della gente fino colpirla in profondità. Là, dove fa male. Dove si addormenta il cervello e si rallenta persino il tango. Un freddo, che per fortuna, sono in pochi a conoscerlo.
Poco più di un anno prima, ovvero appena iniziato l’autunno del ‘76, i militari colpirono duramente la dignità, e non solo, degli argentini. Con la brutale forza delle armi avevano preso il 24 marzo di quell’anno il controllo del governo del Paese con l’obiettivo d’imporre politiche socioeconomiche in sintonia con i piani del neoliberismo del Fondo Monetario Internazionale e delle aziende transnazionali. Da allora il freddo della morte, del terrore, dell’impotenza, aveva invaso ogni angolo della vita quotidiana per eliminare ogni possibile resistenza popolare a quelle politiche neoliberiste. Si scrissero, in questo modo, le più tragiche pagine della storia contemporanea argentina, oggi nota in tutto il mondo.
Un anno dopo quel tragico inizio dell’autunno più lungo argentino, Buenos Aires già era tenebrosamente sorda, cieca, incapace di reagire davanti a migliaia di suoi figli scomparsi nel nulla. Per le strade, nelle case, in ogni angolo della città non si parlava per paura. Non ci si guardava per paura. Non si ascoltava per paura. La morte e i militari erano gli unici due soggetti che padroneggiavano su tutto l’esistente in quella lugubre città. I cervelli delle persone sembrava come se fossero addormentati per ipotermia in un assurdo tran-tran quotidiano dove tutto sembrava normale. Macabramente normale. Si cominciava a parlare, con sorriso schizofrenico, dell’imminente mondiale di calcio del ’78. Si festeggiava quell’evento. Gli affari dei militari e delle grandi imprese fiorirono a dismisura. Le aziende transazionali godevano, in quel cupo freddo sociale, una delle migliori primavere di infiniti e sproporzionati arricchimenti; arricchivano senza alcun disturbo e in piena fratellanza con i militari, ogni disfacimento del Paese era consentito pur di arraffare ricchezze.
In quell’assurda alienazione mentale, collettiva quasi inconscia di cui soffriva la popolazione, lo strano freddo autunnale aveva addormentato ogni senso umano, inclusa la dignità. In quell’habitat i Ford Falcon di colore verde oliva, ovvero le macchine in dotazione agli
«squadroni della morte», sfrecciavano liberamente per le strade di Buenos Aires con ignota destinazione. Portando dentro il grosso bagagliaio un altro bottino di guerra appena preso. Un’altra persona pronta alla tortura e alla scomparsa. Un altro desaparecido. E nessuno vedeva, nessuno parlava. Tutti si rifiutavano di ascoltare il frastuono di quelle potenti macchine costruite nello stabilimento argentino della Ford, nella località di General Pacheco, a pochi chilometri dalla periferia nord si Buenos Aires.
In quegli anni di dittatura militare erano in vigore leggi simili a quelle del ventennio fascista italiano. Una di queste era che non si potevano radunare più di tre persone in aree pubbliche, quanto meno in quella memorabile piazza già nota a numerose rivoluzioni sin dal 1810.
Per burlare questa legge, le coraggiose e ancora anonime donne dei fazzoletti bianchi cominciarono a girare, camminando silenziosamente con passo ritmato da tanta disperazione, attorno alla piramide centrale della piazza. I passanti le guardavano, i militari le insultavano quando non usavano le maniere forti, la violenza. Queste donne, che all’inizio appena superavano la decina, furono picchiate dai militari sotto gli sguardi impauriti o apatici dei passanti che sottovoce commentavano
«chissà cosa hanno fatto, meglio tenersi alla larga». Alcune di loro finirono nei Ford Falcon e della loro sorte nulla più si seppe. Queste donne chiedevano la sorte dei loro cari, dei loro figli scomparsi nel nulla.
In quel gelido autunno pervaso dall’impotenza prodotta dalla strategia del terrore scientificamente pianificata sulla popolazione, nessuno vedeva, nessuno ascoltava, nessuno parlava. Solo loro, queste donne, le mamme di quei figli scomparsi avevano visto. Avevano visto tutto quello che tutti avevano visto ma che nessuno vedeva. Avevano udito quello che tutti avevano udito, ma che nessuno udiva. Avevano detto quello che tutti si rifiutarono di dire. Furono solo loro, le donne, le uniche in quella società di
machos a riscaldare la temperatura di quel gelido autunno.
Hebe di Bonafini, mamma casalinga di due figli desaparecidos è una di loro. Una di queste donne che con tanta dignità e coraggio affrontarono, da sole, i militari. Lei, Hebe, alzò la voce in nome di tante mamme anonime che si trovavano nella stessa condizione. Instancabile in prima fila mettendo assieme alle altre mamme le uniche cose che aveva a disposizione, ovvero il coraggio, la voce e il proprio corpo. Non fu possibile fermarla, fermarle.
Oggi non è più casalinga, è una delle più prestigiose mamme riconosciuta mondialmente per la tenace resistenza alla dittatura e per la forte dignità. Assieme a migliaia di mamme che si aggregarono da tutto il Paese all’Associazione è stata protagonista della ricostruzione della dignità di quel tessuto sociale già fortemente smembrato. Poi, alla guida delle Madres è stata decisiva nello spostare l’asse delle sorti del Paese, ribaltandone l’ignominiosa situazione sociale. Gli argentini ripresero coraggio, cominciarono a vedere, a sentire e a dire. Hebe sempre in prima fila. I militari sono stati sconfitti, oggi non ci sono più. Hebe è lì, in piazza dal 30 aprile 1977 e al comando dell’Associazione sin dal 1979, anno della loro fondazione in piena dittatura post mondiale di calcio.

Hebe María Pastor de Bonafini – il suo nome completo – è stata ricevuta da quasi tutti i capi di Stato. Ha fatto conferenze in numerose università nei cinque Continenti. Su lei, e sulle Madres, si sono scritti saggi, racconti e poesie in quasi tutte le lingue. L’università di Bologna conferisce il 17 ottobre del 2007 all’Associazione de Las Madres de Plaza de Mayo una laurea
ad honorem in Padagogia, e a ritirarla è Hebe con una delegazione di Madres. Nel 1999 riceve dall’Unesco il riconoscimento per l’Educazione alla pace. Quei militari dal 1983 invece non ci sono più: chi non è morto per anzianità, è in galera a scontare la pena.
Las Madres de Plaza de Mayo hanno fondato un’università, la Universidad Popular de Las Madres, in pieno centro della città, davanti al Parlamento argentino, in Plaza Congreso. Hanno creato una biblioteca, un bar letterario, un proprio giornale, una radio. Sono protagoniste della costruzione di case nei quartieri più poveri del Paese. Partecipano alla vita sociale, a ogni lotta popolare, attive nelle fabbriche ricuperate dai lavoratori, come il caso dell’ex italiana di ceramiche Zanon o dell’Hotel Bauen a 5 stelle, costruito per il corrotto mondiale del ’78, e tante altre. Per queste instancabili lotte, sempre in prima fila, arrivano per loro da tutto il mondo adesioni, collaborazioni e finanziamenti.
Anche se oggi i militari non ci sono più, rimangono tante cose da fare. Ed Hebe, a 81 anni d’età è lì, in prima fila:
«Noi siamo state partorite dai nostri figli […] e quando loro ci hanno lasciato noi ci siamo trasformate da casalinghe a rivoluzionarie. Oggi ci sentiamo così, perché la rivoluzione si fa quando si riesce a trasformare la società. Noi sappiamo che si può. Si può perché l’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona».
Hebe lo sa, lo sanno Las Madres, lo sanno gli argentini, che solo allora quel forte vento gelido, che soffia dall’Atlantico e che arriva in città dal sudest, tornerà ad essere caldamente normale. E Cambalache, il tango proibito dai militari, si continuerà a ballerà liberamente nelle piazze della città.

(*) Questo articolo era già uscito sulla bella rivista on line «El Ghibli».


Fonte:




mercoledì 21 novembre 2012

AMERICA LATINA: AUMENTA LA VIOLENZA CONTRO LE DONNE


mercoledì 21 Novembre 2012, ore 16:00

In crescita costante gli omicidi e i reati compiuti contro il sesso femminile. Ma la questione è più ampia: riguarda anche il diritto allo studio e l’accesso al lavoro.
 
Il 25 novembre è stata designata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione n. 54/134 del 17 dicembre 1999, come “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. La proposta di scegliere quella data venne avanzata da un gruppo di donne della Repubblica Dominicana nel 1981 a Bogotá, durante l’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi.
Quel giorno ricorre infatti l’anniversario dellˈomicidio avvenuto nel 1960 da parte della polizia segreta del dittatore dominicano Trujillo delle tre sorelle Mirabal, ’Las Mariposas’ (le Farfalle), come erano chiamate allˈinterno del movimento rivoluzionario clandestino 14 de Junio da loro stesse fondato insieme ai mariti, compagni ed altri militanti rivoluzionari.
Le sorelle Mirabal, e in particolare Minerva, che aveva osato rifiutare le sue ripetute avances, rappresentavano lˈossessione di Trujillo. Non solo condannavano i suoi metodi e il suo potere, lo sfidavano anche apertamente rifiutando le sue attenzioni. E per di più erano belle, determinate e intelligenti.
Ovviamente si trattò di un omicidio politico, in cui tuttavia la componente machista del dittatore ebbe un peso determinante. L’atteggiamento sfrontato e le posizioni politiche della giovane donna, poi costretta alla clandestinità insieme a tutto il movimento 14 de Junio, accrebbero il risentimento del tiranno contro tutta la sua famiglia e contro suo marito, un giovane dirigente comunista, Manolo Tavárez Justo.
Minerva, Patria e Maria Teresa Mirabal furono arrestate varie volte, poi liberate, infine sequestrate, torturate ed uccise. Manolo Tavàrez fece la stessa fine pochi anni dopo, quando giá Trujillo era stato assassinato e lui ed alcuni compagni continuavano la lotta per la libertà in Repubblica Dominicana contro il Triumvirato (governo provvisorio di forte matrice trujillista). 
La designazione dell’ONU del 25 novembre come Giornata internazionale contro la violenza contro le donne rappresenta uno dei tanti passi che gli organismi internazionali, le Nazioni Unite in testa, cercano di compiere per dare una dimensione internazionale al problema. La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne infatti era stata già ratificata fin dal 20 dicembre del 1993 e rappresentava comunque un momento importante in quanto si riconosceva “che la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente diseguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.
Nelle Americhe, ben piu determinante della dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 fu la Convenzione Interamericana per Prevenire, Sanzionare e Sradicare la Violenza contro le Donne adottata dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) a Belém do Parà nel 1994 che rappresenta una normativa internazionale vincolante per gli Stati che la hanno ratificata.
Il termine ’femminicidio’ così come lo conosciamo oggi, fu introdotto nel gergo comune solo più tardi. Anche se alcune fonti segnalano che in lingua inglese veniva usato già nel 1801 per indicare gli omicidi di donne, si tratta nell’accezione odierna del termine, di un neologismo introdotto nel 1992 dalle femministe statunitensi Jill Radford e Diana Russel nel titolo del loro libro ’Feminicide: The politcs of woman killing’.
La parola fu poi usata, e divenne da allora di uso corrente, dall’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde per indicare gli omicidi ’seriali’ commessi contro le giovani donne e adolescenti di Ciudad Juárez, una cittadina messicana al confine settentrionale con gli Stati Uniti. Si calcola che dal 1993, anno in cui si registrò il primo caso, ad oggi, a Ciudad Juárez siano state uccise circa mille donne, di età compresa tra i 12 e i 30 anni, di umili origini, per lo più studentesse e lavoratrici delle locali maquilas (fabbriche delle zone franche dove si assemblano i prodotti destinati all’esportazione).
Sequestrate all’uscita di scuola o del lavoro, violentate, spesso torturate, i loro corpi martoriati gettati nelle periferie sabbiose della cittadina dopo essere stati utilizzati come macabri giocattoli nella mani delle bande di narcos o di potenti signorotti locali. L’impunità regna sovrana a Juárez, tanto da far dichiarare ad Amnesty International che la città possiede uno dei tassi di impunità più alti del pianeta, rispetto agli omicidi delle donne. 
Secondo l’autorevole quotidiano messicano La Jornada, soltanto nel 2010 i casi di femminicidio a Juárez sono stati 469, “più del 50 per cento di tutti quelli commessi nei 16 anni precedenti” . In Italia il termine femminicidio è apparso sulle pagine dei giornali poco tempo dopo, prima come riferimento esclusivo al caso delle ’morti di Juárez’, poi entrato anche nel nostro linguaggio comune per indicare l’uccisione di una donna per il solo fatto di essere donna.
In America latina e centrale la componente machista,  che come abbiamo visto ebbe un suo ruolo, anche se non determinante, nell’omicidio delle sorelle Mirabal, ancora oggi rappresenta un aspetto importante all’origine della maggior parte dei casi di femminicidio nella regione. Ne rappresenta un fattore culturale o di costume, ma che è solo la facciata, a volte tragica, a volte solo caricaturale, ma non meno grave, di un rapporto a svantaggio della donna in termini di accesso al lavoro e agli studi e quindi di indipendenza economica.
Volendo esprimere il concetto con le parole della dichiarazione dell’ONU del 1993, il machismo rappresenta uno di quei meccanismi “per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.
Le violenze di genere testimoniano comunque che le donne sempre e in ogni latitudine sono soggette a una doppia forma di discriminazione, quella di genere e quella di classe (nel caso delle donne migranti si aggiunge la componente discriminatoria della razza). Sono le donne delle fasce sociali più povere, quelle delle campagne, le contadine, le donne indigene, che subiscono più violentemente ogni forma forma di discriminazione. Sebbene studi recenti rivelano che il numero dei femminicidi in America latina e centrale siano in aumento - nonostante lo siano anche gli indici di crescita economica e nonostante la regione sia avviata ormai verso una fase di consolidamento della democrazia rispetto ai decenni passati, e quindi non sono direttamente correlati alla povertà e povertà estrema - è evidente che il sistema capitalista che concede il potere dei capitali e dei mezzi di produzione, generalmente gli uomini, può considerarsi come punto focale e causa della violenza di genere. Come ebbe a dire una volta Hugo Chávez, presidente del Venezuela, il capitale è machista”.
Oltre alla tesi marxista dell’origine della violenza di genere che inquadra lo sfruttamento, la subordinazione e la discriminazione delle donne relativamente alla struttura capitalista e patriarcale, altri studiosi fanno risalire l’origine delle problematiche di genere in America latina alla conquista e alla colonizzazione spagnola.
Oggi, invece, a determinare la drammaticità di una situazione di per sé già gravissima è l’aumento degli alti indici di violenza in generale che si registrano nella regione, la diffusione ormai fuori da ogni controllo del narcotraffico  e della criminalità ad esso collegata, che trascina con sé un numero indescrivibile di violenze commesse contro le donne e di femminicidi. A questo vanno aggiunte la fragilità e l’inefficienza strutturale dei sistemi giudiziari e della pubblica sicurezza.
Moni Pizani, rappresentante del Fondo di Sviluppo delle Nazioni Unite per la Donna – Regione Andina, in un recente incontro tenutosi a Panama ha affermato che nella in America latina più del 40 per cento delle donne sono state vittima di violenza fisica e il tasso dei maltrattamenti psicologici a danno delle donne nelle relazioni di coppia si colloca in un 50 per cento.
Tuttavia la situazione è tragica soprattutto in quello che lei definisce ’triangolo nero’ e cioè la regione compresa tra Guatemala, Salvador e Honduras. Il Centroamerica infatti, è l’area dove più forti e violente si manifestano le contraddizioni tra i modelli che provengono dal nord e che spingono verso un ’progresso’ troppo accelerato in ogni aspetto della vita umana e invece i ritmi naturali caraibici più lenti e ’antichi’. 
In Guatemala, uno dei paesi dove la violenza contro le donne raggiunge proporzioni drammatiche, negli ultimi dieci anni 5mila donne sono state sequestrate e assassinate, nella maggior parte dei casi dopo essere state violentate, torturate e mutilate; solo nel 2010 secondo dati ONU sono state invece assassinate 675 donne. In Salvador nello stesso anno, 580. In Honduras, nel 2008 sono state 380, e il numero è andato in aumento negli anni successivi al 2009, quando c’è stato un colpo di Stato e sono incrementati anche gli omicidi e le violenze a sfondo politico.
L’unico aspetto positivo, anche se contraddetto dai dati rispetto all’impunità il fatto che l’America latina e centrale ha fatto enormi passi avanti rispetto a quella che è la tipificazione del femminicidio nel Codice Penale dei vari paesi, Guatemala e Costa Rica già dal 2008 e 2007, poi il Cile nel 2010, due stati del Messico, l’Argentina in discussione in questi giorni, il Perú, tanto per citarne alcuni.

Fonte:

http://www.lindro.it/America-Latina-aumenta-la-violenza,11675#.UK0N3oZia8C

domenica 13 maggio 2012

I VOLI DELLA MORTE

I voli della morte (spagnolo: vuelos de la muerte) furono un atroce distintivo della Guerra sporca Argentina, durante il cosiddetto Processo di Riorganizzazione Nazionale (1976-1983). Mediante i vuelos de la muerte migliaia di dissidenti politici, o ritenuti tali, furono gettati in mare vivi e sotto l'effetto di droghe da appositi aerei militari.

I fatti

I

Un Fokker F28 dell'Aviación Naval dell'Armada de la República Argentina, la Marina militare argentina, nell'Aeroporto Militare Jorge Newbury.




Short SC.7 Skyvan della prefettura, usato per i voli della morte. L'aereo è ora di proprietà dell'Helsinki University of Technology, Laboratory of Space Technology, e si trova all'Oulu Airport (EFOU).

Le prove riguardanti l'assassinio di oppositori mediante il lancio da aerei sono incontestabili e non vi sono controversie al riguardo. Già nel 1977, durante il regime militare, erano apparsi vari corpi nelle insenature atlantiche di Santa Teresita e Mar del Tuyú, circa 200km al sud della Città di Buenos Aires. I medici forensi che esaminarono i corpi dichiararono che la causa del decesso era riconducibile a una collisione con oggetti da una grande altezza. I cadaveri furono comunque seppelliti frettolosamente come N.N. nel cimitero di General Lavalle (Buenos Aires).
Nel 1995, l'ex repressore dell'ESMA Adolfo Scilingo ha raccontato in modo particolareggiato al giornalista Horacio Verbitsky la metodologia di sterminio alla quale gli stessi carnefici si riferivano con il termine vuelos (voli). La testimonianza fu in seguito pubblicata in un libro, con il titolo "El Vuelo" (Il volo). Scilingo, nella sua testimonianza, racconta della procedura, dell'autorizzazione della Chiesa Cattolica, dell'utilizzo di iniezioni anestetiche, del tipo di aerei utilizzati (Lockheed L-188 Electra [1], Short SC.7 Skyvan 3M-400[2]), l'ampia partecipazione degli ufficiali, l'utilizzazione dell'aeroporto militare Jorge Newbury (Città di Buenos Aires). In un'intervista [3] di Martín Castellano a Adolfo Scilingo (4 ottobre 1997), quest'ultimo afferma:
« I voli furono comunicati ufficialmente da Mendía (viceammiraglio della Armada, la marina militare) pochi giorni dopo il golpe militare del marzo 1976. Ci è stato spiegato che le procedure per lo smistamento dei sovversivi nell' Armada si sarebbero svolte senza uniformi, indossando solo scarpe da ginnastica, jeans e magliette. Ci ha spiegato che nell' Armada i sovversivi non sarebbero stati fucilati, giacché non si volevano avere gli stessi problemi avuti da Franco in Spagna e Pinochet in Cile. E neanche bisognava "andare contro al Papa", ma è stata consultata la gerarchia ecclesiastica ed è stato adottato un metodo che la Chiesa considerava cristiano, ossia gente che si alza in volo e non arriva a destinazione. Davanti ai dubbi di alcuni marinai, si è chiarito che "i sovversivi sarebbero stati buttati nel bel mezzo del volo". Di ritorno dai voli, i cappellani cercavano di consolarci ricordando un precetto biblico che parla di "separare l'erba cattiva dal grano". »

Sebbene vi siano pochi dati in proposito, la sparizione dei cadaveri dei desaparecidos tramite il lancio da aerei sembra essere stato un metodo molto diffuso, in aggiunta a quello delle tombe clandestine. I Centri Clandestini di Detenzione (CCD) collegati a questa pratica erano soprattutto la ESMA, l'Olimpo, la Perla, il Campito. In particolare, quest'ultimo centro clandestino fu allestito in prossimità dell'aerodromo appunto per facilitare il trasporto dei detenuti agli aerei. L'Aeronautica uruguaiana ha ammesso nel 2005 di aver effettuato voli della morte in collaborazione con le Forze Armate argentine (Operazione Condor)[4]. Scilingo ha anche dichiarato al cospetto del giudice spagnolo Baltasar Garzón che si sono anche raccolti prigionieri dalla base della marina militare a Punta Indio (Provincia di Buenos Aires). Il CCD conosciuto come Quinta de Funes a Rosario si trovava a 400m dall'aeroporto e vi sono testimonianze che alcuni di quei detenuti sono stati gettati in mare nella zona della Bahía de Samborombón (Provincia di Buenos Aires)[5] [6].

Procedura

L'aeroporto militare Jorge Newbury, usato per i voli della morte.

I detenuti che venivano trasladados ("trasferiti", termine usato dagli aguzzini per indicarne l'eliminazione definitiva), di norma erano raggruppati nel sottosuolo di un Centro di Detenzione Clandestino. Qui gli ufficiali comunicavano loro che sarebbero stati trasferiti ad un centro di detenzione situato nel Sud del paese, e che quindi sarebbero stati sottoposti ad una vaccinazione. In realtà, quest'ultima consisteva in un'iniezione di pentothal, che aveva lo scopo di addormentare le vittime (ma non di ucciderle). A questo punto i detenuti, vivi ma incoscienti, venivano spogliati, caricati su camion, trasportati al più vicino aeroporto militare e imbarcati sugli aerei. La maggior parte dei detenuti veniva lanciata ancora in stato di incoscienza, ma vi sono alcuni casi in cui qualche vittima si sia risvegliata e sia stata buttata a mare in stato cosciente. Come venne testimoniato da Scilingo nella citata intervista [7], tutti gli ufficiali, a turno, prendevano parte all'operazione, che durava all'incirca un'ora e mezza.

Recenti identificazioni

Nel novembre del 2004, il Gruppo Argentino di Antropologia Forense (Equipo Argentino de Antropología Forense, EAAF) ha scoperto che i resti di una persona seppellita come N.N. nel cimitero di General Lavalle (Provincia di Buenos Aires) corrispondeva a un desaparecido. Si è quindi passato all'esame dei registri del cimitero scoprendo che quella persona e altre cinque erano state trovate sulle spiagge tra il 20 e il 29 dicembre 1977, e si cominciò a sospettare che si trattasse di vittime dello stesso vuelo de la muerte. Pochi giorni dopo i corpi furono esumati e nel lasso di qualche mese si stabilì che si trattava dei resti delle madri di Plaza de Mayo Esther Ballestrino, María Eugenia Ponce, Azucena Villaflor[8], della suora francese Léonie Duquet [9] e della militante Angela Auad[10]. Ana María Careaga, figlia di una delle vittime, dichiara:
« È la prima volta che si recuperano corpi dal mare, li si identifica e li si vincola chiaramente all'arresto, successiva sparizione e reclusione in un centro clandestino di detenzione, in questo caso la Escuela Mecánica de la Armada (ESMA). »
Il Gruppo Argentino di Antropologia Forense ha anche osservato[11] che i corpi presentavano:
« [...] fratture multiple a livello di membra superiori, inferiori, e del cranio, compatibili con la caduta da una grande altezza con una superficie dura che potrebbe essere il mare. »

Controversie

Durante un comizio tenuto nel febbraio 2009, il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi fece una battuta di spirito sui voli della morte. L'Argentina convocò l'ambasciatore italiano esprimendo «preoccupazione e disagio» per la leggerezza delle parole.[12][13] Per il governo italiano si è trattato di uno stravolgimento delle parole del Presidente del Consiglio.

Note

1. ^ http://www.fuerzaaerea.mil.ar/conflicto/electra.htm
2. ^ http://www.fuerzaaerea.mil.ar/conflicto/skyvan.html
3. ^ http://www.laopinion-rafaela.com.ar/opinion/2005/01/27/c512777.htm
4. ^ http://www.clarin.com/diario/2005/08/10/um/m-1031040.htm
5. ^ http://www.lacapital.com.ar/2005/12/23/politica/noticia_257039.shtml
6. ^ http://www.telediariodigital.com.ar/leer.asp?idx=14365
7. ^ http://www.laopinion-rafaela.com.ar/opinion/2005/01/27/c512777.htm
8. ^ http://www.rionegro.com.ar/arch200507/09/n09a01.php
9. ^ http://www.terra.com.ar/canales/politica/121/121787.html
10. ^ http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-56595-2005-09-16.html
11. ^ http://www.clarin.com/diario/2005/08/30/elpais/p-00301.htm
12. ^ L'Argentina protesta per la battuta di Berlusconi sui Desaparecidos, La7
13. ^ Berlusconi scherza sui desaparecidos. L'Argentina convoca l'ambasciatore. la Repubblica


Fonte:

http://it.wikipedia.org/wiki/Voli_della_morte

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