Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


Visualizzazione post con etichetta somalia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta somalia. Mostra tutti i post

sabato 12 ottobre 2013

LACRIME E COMMOZIONI NON FERMANO LE STRAGI: DUE NUOVI NAUFRAGI NEL MEDITERRANEO

Un natante si rovescia nel Canale di Sicilia, a 70 miglia da Lampedusa, in acque maltesi, l’altro in acque egiziane. Muoiono oltre 60 persone. Tra loro donne e bambini

11 ottobre 2013

Commozione, lacrime, emergenza, funerali di stato, richiami all’Europa, annunci, bagarre parlamentari. Questa è in concreto la reazione della politica alla strage di Lampedusa. E mentre ancora si recuperano i cadaveri inghiottiti dal mare lo scorso 3 ottobre, in mare si consumano nuove tragedie. Questa volta in acque maltesi, a circa settanta miglia dalle coste di Lampedusa. Ancora un barcone carico di eritrei e somali, ancora corpi inghiottiti dalla frontiera europea, ancora donne e bambini.
Un natante con a bordo circa 250 persone si è rovesciato al passaggio di un arero militare. Duecento persone sono state tratte in salvo dalla Guardia Costiera e dalla Marina maltese, per gli altri invece il destino è lo stesso toccato a quei 339 migranti in fuga che ancora giaciono senza vita all’interno dell’hangar di Lampedusa.
L’altro naufragio è avvenuto in acque maltesi dove una barca diretta in Europa con a bordo circa 150 cittadini siriani e palestinesi è affondata. Le vittime sono probabilmente dodici.
Intanto l’Europa che si inginocchia di fronte alle bare di Lampedusa ha saputo solo discutere di rinforzare i pattugliamenti di Frontex, di aumentare i controlli, di redistribuire i superstiti per far fronte all’emergenza, di ritoccare le norme, di abolire alcuni provvedimenti simbolo (come il reato di clandestinità) per poi in fondo non cambiare nulla.
Ma è un’emergenza?
Sì, se di emergenza si tratta è quella di una quotidiana tragedia che si consuma al largo di Lampedusa e che i suoi abitanti vivono sul molo dell’Isola. Quella che anche quando i riflettori accesi vede quasi un morto al giorno approdare sull’Isola.
Se ne esiste una di emergenza, non è certo quella che vede gli Stati impegnati a far fronte ad una "ondata" di sbarchi. Se esiste un’emergenza non è quella che si risolve con la speranza di essere più fortunati al prossimo allarme lanciato da una barca in mezzo al Mar Mediterraneo.
Se esiste un’emergenza è quella di smetterla di desiderare che si muoia lo stesso, ma lontano da noi. E’ quella per l’apertura immediata di un canale umanitario, un canale di ingresso che permetta a chi fugge da guerra e torture, da violenze e persecuzioni, di non morire nel tentativo di raggiungere l’Europa. E’ quella di una nuova Europa che abbandoni l’ossessione per il controllo delle sue frontiere, tanto violento quanto evidentemente dannoso ed inutile al suo stesso scopo dichiarato.
E’ quella di smetterla di essere soddisfatti per le gloriose operazioni che hanno portato la Guardia Costiera a salvare 50 persone, mentre altre 50 sono state inghiottite dalle acque. E’ quella di chi non vuole che ci sia più alcuna vita da salvare in mare perché l’Europa ha imparato a rispettare i diritti riconosciuti come sacrosanti dalle carte costituenti e dai trattati, quelli che animano le cerimonie e poi invece vengono dimenticati in mezzo al mare e nei luoghi in cui si scrivono le regole.
Perché non accada più, perché queste emergenze diventino le nostre urgenze, è necessario mettersi in cammino e non stare a guardare, mettersi in moto tutti insieme senza pensare che qualcuno possa farlo al posto nostro.
Difficilmente l’Europa Fortezza smetterà di imporre confini mortali se non saremo noi tutti, cittadini europei, a dare un’altra direzione a questa Europa: la rotta dei diritti.



Fonte:

giovedì 3 ottobre 2013

MIGRANTI BLOCCANO IL CARA DI MINEO, LA POLIZIA CARICA

03 ottobre 2013

Mentre si fa la conta dei migranti  morti in queste ore al largo di Lampedusa e facciamo indegestione dei soliti comunicati da lacrime di coccodrillo da parte delle alte cariche dello Stato, migranti che si autorganizzano per rivendicare diritti vengono caricati e picchiati violentemente dalla polizia



Circa 200 migranti, originari di Gambia, Mali e Somalia, hanno bloccato per alcune ore la circolazione sulla statale 417, la Catania-Gela, all’altezza del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo. 

Il traffico in entrambe le direzioni è stato fermato dai manifestanti in protesta per le eccessive lungaggini negli esami delle richieste di asilo. I migranti hanno messo sassi in mezzo alla strada e alcuni si sono sdraiati sull’asfalto. Subito sono intervenute le forze dell’ordine e una ventina di poliziotti hanno sorvegliato i migranti con il supporto di altrettanti finanzieri dislocati dall’altro lato del blocco. La protesta è terminata quando gli agenti hanno effettuato delle cariche disperdendo i manifestanti, che si sono divisi tra l’interno del centro e le campagne limitrofe.

«È una protesta fisiologica», spiega Alfonso Distefano, membro della rete antirazzista catanese che segue anche la situazione all’interno del Cara. «A monte ci sono le lungaggini nel lavoro delle commissioni che hanno dimezzato il lavoro a fronte del numero di migranti, che è raddoppiato».

A dare vita alla protesta di oggi sono stati soprattutto gli immigrati provenienti dall’Africa subsahariana, «esasperati dalle condizioni di vita del centro», continua Distefano. I richiedenti asilo adesso si sono riuniti nel campo sportivo del Cara, mentre i dipendenti sono stati fatti uscire dalla struttura. 

Il traffico, secondo le informazioni fornite dalla polizia stradale, è ancora bloccato e le auto sono dirottate nelle strade adiacenti. Quella odierna è solo l’ultima di una lunga serie di manifestazioni che hanno visto protagonista il centro di Mineo. Una situazione, con la nuova ondata di sbarchi che si succedono quotidianamente, destinata solo a peggiorare.

fonte: ctzen 

BARCONE IN FIAMME, ECATOMBE A LAMPEDUSA

lampedusa naufragio wide 900 REU 


3 ottobre 2013

 Brucia una barca dei migranti, strage a Lampedusa. Una tragedia dell'immigrazione senza precedenti ha sconvolto questa mattina l'isola delle Pelage, dove si contano a centinaia, tra morti e dispersi, le vittime di un naufragio probabilmente causato da un incendio innescato a bordo del barcone dagli stessi migranti  che cercavano così di farsi avvistare e soccorrere a poche miglia dalla costa dell'Isola dei Conigli. Sono 94 i cadaveri finora recuperati, compresi quelli di due donne incinte e di tre. Circa 150 i superstiti tratti in salvo, ma secondo il loro racconto sull'imbarcazione c'erano almeno 500 persone, tutte provenienti dai Paesi dell'Africa subsahariana, soprattutto Eritrea e Somalia.

- VIDEO: Ecatombe a Lampedusa, corpi in mare

SEGUI LA DIRETTA WEB

Oltre 250 profughi, dunque, mancano all'appello. Guardia costiera, carabinieri, Guardia di finanza, ma anche decine di pescatori lampedusani continuano a cercarli in un mare «pieno di cadaveri», come ha detto il sindaco, Giusi Nicolini, stamattina. Commossa e sconvolta, in lacrime sul molo dove sono allineati i cadaveri, Nicolini ha affermato: «È un orrore infinito. Ora basta, cosa dobbiamo ancora aspettare dopo questo?». Il presidente del Consiglio Gianni Letta, invitato dal sindaco ad andare nell'isola per contare i morti, segue la situazione da Palazzo Chigi, mentre il vicepremier e ministro dell'Interno, Angelino Alfano, vola a Lampedusa. Riferirà alla Camera domani.

La politica davanti alla tragedia si è fermata: annullate conferenze stampa e incontri politici in programma stamattina, mentre sono unanimi le dichiarazioni di cordoglio e sgomento, a cominciare da quella del presidente della Camera, Laura Boldrini. Fa eccesione la Lega Nord, che addebita la «responsabilità morale» della strage alla stessa Boldrini e al ministro Cecile Kyenge.

La Procura della Repubblica di Agrigento ha aperto un'inchiesta sul tragico naufragio di un barcone carico di immigrati a Lampedusa, dove i corpi recuperati sono 62 ma si temono centinaia di vittime. Titolare del fascicolo è il sostituto procuratore Andrea Maggioni. I reati ipotizzati, al momento a carico di ignoti, sono di omicidio plurimo colposo, naufragio colposo e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina aggravato.

La polizia sta interrogando diverse persone individuate tra i sopravvissuti e sospettate di essere lo scafista del barcone, il cui relitto è stato individuato, quasi completamente sommerso.

Poche ore prima della tragedia, un altro barcone era approdato a Lampedusa con a bordo 463 immigrati, tutti siriani. Tra loro ci sono anche diverse donne, tre delle quali incinte, e una ventina di bambini. Uno di questi è un neonato di 2 mesi. Visitati nel poliambulatorio di Lampedusa, sono apparsi tutti in buone condizioni di salute.

Sbarchi di immigrati anche a Siracusa, dove sono giunti 117 profughi, e nella sua provincia, a Portopalo di Capo Passero, dove sono state soccorse 200 persone.

Solo quattro giorni fa la tragedida di Scicli (Ragusa) dove lunedì mattina sulla spiaggia di Sampieri erano annegati 13 eritrei nelle secche a pochi metri dalla riva dove si era arenato il loro barcone. Per quello sbarco sono stati arrestati 7 scafisti, 5 siriani e due egiziani, accusati di aver frustato i migranti per farli saltare in mare. 



Fonte:


mercoledì 2 gennaio 2013

Obama peggio di Bush: “extraordinary rendition” e omicidi mirati coi droni

Mercoledì 02 Gennaio 2013 20:43 




Barack Obama continua i rapimenti e i trasferimenti di sospetti nemici negli Stati Uniti. Sempre più spesso  eliminati attraverso i droni che bombardano indisturbati in Yemen, Somalia, Pakistan. L’ultimo caso: due svedesi e un britannico rapiti a Gibuti.
L'Fbi continua a portare avanti la pratica delle "rendition", ovvero l'arresto-rapimento all'estero di “sospetti terroristi” con trasferimento forzoso all’interno dei confini statunitensi senza regolare processo e in violazione delle stesse leggi di Washington.
A denunciarlo è il quotidiano Washington Post, rivelando l'ultimo caso che ha coinvolto tre cittadini europei, due svedesi e un britannico, rapiti illegalmente nella piccola repubblica africana di Gibuti perché sospettati di essere membri di al-Shabab, formazione armata islamista attiva nella vicina Somalia. Il ministero degli Esteri svedese ha confermato l'arresto, in agosto, e la successiva estradizione clandestina, di Ali Yashin Ahmed, 23 anni, e Mohamed Yusuf, 29, poi trattenuti dall'Fbi per oltre due mesi e a lungo interrogati.
I due imputati sarebbero stati portati in un tribunale di Brooklyn lo scorso 21 dicembre. La polizia federale statunitense ha annunciato in un comunicato la comparsa dei due svedesi e del britannico - Mahdi Hashi, 23 anni - davanti ai giudici della corte newyorkese, ma non ha rivelato il luogo e le condizioni della loro detenzione. Secondo il legale di Yusuf non esiste una motivazione valida per processare l'assistito negli Stati Uniti e le autorità svedesi e britanniche non hanno riscontrato alcuna attività criminale negli spostamenti degli imputati tra Yemen, Gibuti e Somalia. I tre protagonisti dell’ultimo caso venuto alla luce erano stati fermati per un motivo apparentemente futile lo scorso agosto a Gibuti ma una volta in cella sono stati interrogati da agenti speciali statunitensi. Due mesi dopo il loro arresto i tre sono stati incriminati durante un'udienza segreta di un grand jury federale a New York e poi trasferiti in un carcere segreto sempre negli Stati Uniti.

Gibuti, il piccolo paese del Corno d'Africa controllato politicamente e militarmente dagli Stati Uniti, ospita la grande base di Camp Lemonnier, snodo strategico da cui partono i droni spia statunitensi e le cosiddette “operazioni antiterrorismo”.
"In un certo senso ora le rendition sono ancora più importanti di prima" afferma alla stampa statunitense Clara Gutteridge, attivista del gruppo per la difesa dei diritti umani “Equal Justice Forum”, spiegando che queste detenzioni segrete vengono utilizzate dagli Stati Uniti in maniera complementare rispetto ai sempre più frequenti e sanguinosi raid in Medio Oriente, in Asia Centrale e in diversi territori africani. Del resto Obama si è ben guardato dal chiudere il lager di Guantanamo, all’interno della base USA a Cuba, dove da anni i ‘sospetti’ rapiti in diverse parti del mondo vengono portati e poi interrogati e torturati. Nonostante gli sforzi dei giuristi agli ordini della Casa Bianca, non è stato trovato nessun cavillo che permetta, rispettando le leggi statunitensi, di elaborare un percorso legale che arrestare ‘sospetti terroristi’ all'estero e portarli davanti alla giustizia negli Stati Uniti. Tanto da far rivalutare i rapimenti e i trasferimenti illegali e da far ritenere spesso più breve e rapida la soluzione degli omicidi mirati o dei veri e propri bombardamenti indiscriminati attraverso i droni utilizzati per attacchi molto frequenti in Pakistan, Yemen, Somalia. Una opzione non disponibile ai tempi di Bush, che per il lavoro sporco era costretto a utilizzare squadre di agenti o militari.

Non è noto quante siano le extraordinary rendition che sono state portate a termine nel primo mandato di Obama. Nel 2009, nonostante le dichiarazioni di condanna rispetto all’operato dell’amministrazione precedente repubblicana, Obama ha autorizzato la prosecuzione dei rapimenti illegali di ‘sospetti’ al di fuori dei confini degli Stati Uniti e il loro trasferimento e interrogatorio negli USA, anche se con la ‘raccomandazione’ di evitare le torture come il waterboarding o la deprivazione sensoriale. 

 

martedì 20 marzo 2012

L'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin



Di Francesco "baro" Barilli
24 settembre 2003
(n.d.a.: l'articolo è precedente l'inizio dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta dall'on. Taormina. I contenuti dell'articolo, conseguentemente, prescindono dalle conclusioni di tale Commissione).

20 marzo 1994. L'Italia sta vivendo ancora il "ciclone tangentopoli". Già da un paio d'anni le cronache denunciano un sistema "sotterraneo" (ma non troppo...) che inquina la vita politica ed economica italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo interesse, scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma quel giorno l'Italia è scossa da un altro avvenimento, solo apparentemente legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del TG3 ILARIA ALPI e l'operatore MIRAN HROVATIN vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia.
Perché ho deciso di accostare due argomenti così distinti in apparenza, come tangentopoli ed il duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in realtà anni di indagini e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio dei genitori di Ilaria e alla professionalità di alcuni giornalisti) hanno dimostrato che l'omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistramente vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo torneremo più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.

***
L'AGGUATO

Già i primi "lanci" ANSA furono chiari su quanto avvenuto a Mogadiscio: un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land Rover seguì, sorpassò e bloccò l'auto con a bordo i due giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un autista). L'uomo di scorta e l'autista riuscirono a scendere e ad allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati a distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto), entrambi al capo. L'agguato avvenne poco distante dall'Hotel dove i due giornalisti erano diretti. Ricordiamo che proprio per quei giorni era previsto il ritorno in Patria del contingente italiano impegnato nella missione di pace "Restore Hope" in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia.
Per una volta sembra che proprio la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e che, conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli sia concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell'attesa dell'auto con i due giornalisti; un inseguimento; un'aggressione mirata (ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti scendono illese); non esistono prove di furti o altro che sottendessero l'azione criminale; al momento dell'omicidio pressochè tutto il contingente militare italiano era già imbarcato sulla nave "Garibaldi" in vista del ritorno in Italia, ed anche questo fa pensare ad un'accuratezza nella scelta dei tempi dell'agguato. Si tratta di un'esecuzione in piena regola, insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi... E ogni esecuzione ha, di norma, dei mandanti... Ma nonostante questa iniziale chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata ad essere inquinata dalle solite "stranezze" tutte italiane, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi, errori ed omissioni.
Si arriverà alle ipotesi più disparate: un tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia; oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti occidentale) da parte di fondamentalisti islamici.
Un capitolo a parte lo merita la cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non proprio edificanti di cui si rese protagonista il contingente militare italiano in Somalia. La affronterò quindi in seguito, nella parte in cui tenterò di ricostruire il contesto ambientale della Somalia di quegli anni.

***
I DEPISTAGGI

Ma torniamo ora alle "stranezze" cui accennavo in precedenza... Queste cominciano subito dopo l'omicidio: il 22 marzo vengono consegnati ai genitori di Ilaria gli effetti personali della figlia, ma la borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di sigilli, come avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi Alpi non possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da quei bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i colleghi di Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali, quella certezza si materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria durante la permanenza in Somalia 3 sono spariti; così pure "spariscono" 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e alcune foto delle salme scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina fotografica di Ilaria... E tutte queste sparizioni avvengono sull'aereo che riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un contesto che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e sicurezza). Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che vennero trattenuti dall'ambasciatore Umberto Plaja e restituiti all'allora Presidente della RAI Demattè con strascico (dopo altri mesi) di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che adduceva "motivi umanitari" che avrebbero portato alla decisione di trattenere momentaneamente quei documenti.
Ma questo è solo l'inizio...
Quante volte ho dovuto usare parole come quelle usate in precedenza (silenzi, errori ed omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di Peppino Impastato come di Carlo Giuliani... Devo farlo anche stavolta, cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del contingente italiano nell'immediatezza del fatto) giunse a fornire, in una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell'evento non rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che lo stesso generale fornì allo Stato Maggiore dell'esercito con relazione del 1° giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico spiacevole: Luciana Alpi contestò quelle falsità e quelle contraddizioni pubblicamente, ed il Gen. Fiore querelò la madre di Ilaria, generando così una situazione a dir poco paradossale: per molti mesi la sig.a Alpi divenne l'unica indagata (per diffamazione) in relazione all'omicidio della figlia, mentre ancora restavano senza un nome i protagonisti dell'omicidio. Per fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere" in quanto il fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente la non correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.
Ma l'inchiesta arriverà ad altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un unico colpo vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con un'ipotesi che non aveva neppure il pregio dell'originalità (ricordate la teoria della pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e soprattutto cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell'immediatezza dell'evento era apparsa chiaramente: un'esecuzione verso un bersaglio preciso e non una tragica fatalità; un'esecuzione per scopi magari ancora non del tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.


mercoledì 21 dicembre 2011

Babbo Natale libera la Savina Caylyn dopo 317 giorni di sequestro

 

Mesi e mesi di angoscia e finalmente è arrivata la notizia che tutti ci auguravamo: i marittimi della Savina Caylyn tornano in libertà dopo oltre 10 mesi di lunghissima prigionia. Condizioni di salute non certamente ottimali, ma ora i marinai saranno  presi in custodia dagli uomini della Marina Militare Italiana: cibo, acqua, vestiti nuovi e controlli medici… E poi finalmente torneranno  a casa.
Oggi è un giorno memorabile, ma soprattutto toccante perché è finito un incubo. Li hanno liberati! I pirati somali che trattenevano in ostaggio i 22 marinai della  petroliera ‘Savina Caylyn’, catturata l’8 febbraio scorso si sono decisi a rilasciarli.
Finalmente poco fa è giunta la conferma definitiva del rilascio che dopo un lunghissimo “tira e molla” sapevamo essere  imminente. I marittimi italiani sono stati rilasciati da poco, dopo che ovviamente ai pirati somali è stato dato il quantum richiesto. Come sempre accade in casi del genere, i predoni del mare si sono prima assicurati di aver campo libero per la fuga e poi hanno rilasciato gli ostaggi. Ora gli uomini della Marina Militare italiana stanno sicuramente facendo le verifiche necessarie per constatare lo stato di salute dei marittimi; poi ci saranno i controlli, per verificare che l’imbarcazione, che ricordiamo è ferma alla fonda davanti le coste del Puntland da oltre 10 mesi, sia in grado di affrontare un viaggio che li condurrà nel più breve tempo possibile al porto sicuro più vicino, probabilmente nelle vicinanze di Dubai (Emirati arabi). Poi finalmente il tanto atteso viaggio in aereo che li riporterà in Patria. A Ciampino, quando toccheranno terra, dopo tanti mesi di prigionia, saranno tutti ad attenderli. La festa è solo all’inizio. Un incubo durato quasi 11 mesi è  finito.
Abbiamo seguito la vicenda da vicino sin dai primi momenti di questi lunghissimi 317 giorni, in un alternarsi di ansie e trepidanti attese, con appelli drammatici lanciati attraverso il  portale LiberoReporter.it e in collaborazione con molti media italiani che hanno avuto il coraggio di affrontare una situazione così particolare. Le telefonate che avvenivano direttamente dalla nostra redazione verso i telefoni di bordo della nave italiana, o viceversa,  ci hanno permesso di vivere quasi in diretta buona parte delle fasi più salienti del sequestro.  Per questa causa nulla ha potuto farci la colomba pasquale, San Lorenzo, tutti i santi e nemmeno l’Immacolata  ma ora ci ha pensato Babbo Natale: finalmente possiamo davvero scrivere la parola fine a  questa vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso parenti e amici dei marittimi ma non solo, ricordiamo anche le moltissime persone coinvolte sui gruppi che si sono costituiti in FaceBook per dare solidarietà alle vittime e che puntualmente, ogni giorno, la loro indignazione si tramutava in un grido di speranza “Liberi Subito”. Rimane comunque il rammarico per aver battuto un triste traguardo, si tratta del sequestro più lungo mai avvenuto prima nella storia della pirateria ad una nave occidentale, il gradino più alto del podio va alla Savina Caylyn battente bandiera Italiana.  Una profonda amarezza per come si sono svolte le trattative: tempi lunghissimi e di conseguenza atroci sofferenze sono stati inflitte agli uomini della Savina Caylyn, quando le nostre autorità e l’armatore dell’imbarcazione italiana, la Fratelli D’Amato di Napoli,  avrebbero potuto accorciare di molto la loro prigionia. Un gioco al massacro, effettuato dal mediatore incaricato dalla compagnia, per cercare di trattare al “minor costo”, infischiandosene totalmente dei pericoli che correvano gli ostaggi a bordo. La vicenda è stata trattata, come fosse stata una compravendita su una delle tante spiagge italiane, con un extracomunitario che vende collanine.  Dopo questa vicenda e le altre analoghe, con certezza possiamo affermare che la vita degli uomini di mare, vale quasi zero. Sacrifici immensi, periodi lunghissimi lontani da casa, disagi per navi inadatte, personale ridotto all’osso, sono solo alcune constatazioni che ci dimostrano quanto dura sia la vita di chi va per mare ad offrire un servizio indispensabile alla comunità.  Negli ultimi 4 anni  si è aggiunto, come abbiamo avuto modo purtroppo di vedere, il pericolo della pirateria che non lascia scampo alle navi sguarnite dai presidi di sicurezza.
Quello della pirateria marittima al largo della Somalia è una delle piaghe che affligge quell’area del mondo. Secondo i  dati diffusi dal ‘Maritime Security Review’, risulta che attualmente sono trattenute  in ostaggio dai pirati somali almeno 23 navi e i relativi equipaggi, circa 350 marittimi di diversa nazionalità.
Nel 2010 sono stati catturati e trattenuti in ostaggio almeno 1100 marittimi.
Ma ora non è tempo di bilanci, bensì di festeggiamenti per la liberazione degli ostaggi della Savina Caylyn:
Giuseppe Lubrano Lavadera, Comandante, italiano di Procida
Eugenio Bon, Primo ufficiale di coperta, italiano di Trieste
Modak Mudassir Murad, Secondo ufficiale di coperta, indiano di Chiplun;
Crescenzo Guardascione, Terzo ufficiale di coperta, italiano di Procida
Gian Maria Cesaro, Allievo di coperta, italiano di Piano di Sorrento
Antonio Verrecchia, Direttore di macchine, italiano di Gaeta
Puranik Rahul Arun, Primo ufficiale di macchina, indiano di Mumbay;
Nair Hari Chandrasekharan; Secondo ufficiale di macchina, indiano di Kottayam, Kerala;
Balakrishnan Bijesjh, Terzo ufficiale di macchina, indiano di Nambrathukara;
Kalu Ram, Elettricista, indiano di Patauda Guragaon;
Kamalia Jentilal Kala, Nostromo, indiano di Navabandar J.;
Tamboo Ahmed Hussein, Pumpman (addetto alle pompe) indiano di Kondivare;
Nantumuchchu Gurunadha Rao, Primo marinaio scelto, indiano di Visakhapatnam;
Solanki Jitendrakumar Govind, Secondo marinaio scelto, indiano di Ghoghla G.;
Nevrekar Asgar Ibrahim, Terzo marinaio scelto, indiano di Chiplun R.;
Fernandes Prinson, Primo marinaio, indiano di Margao Goa;
Fazil Sheik, Secondo marinaio, indiano di Keekan Kerala;
Rabbani Ghulam, Montatore, indiano di Ballia Up;
Palav Ganesh Babaji, Oiler (addetto alla lubrificazione macchine), indiano di Mumbai;
Mulla Abrar Abdul Qadir, Wiper (addetto alla pulizia macchine), indiano di Deorukh;
Cardozo Pascoal Michael, Capo Cuoco, indiano di Guirdolim Goa;
Jetwa Denji Keshav, Aiuto cuoco, cameriere, indiano di Mumbai

Fonte:

Savina Caylyn nel vento

Il vento è fortissimo, stanotte. Giunge da tutti i punti cardinali. Ha dentro neve, sospiri, coriandoli, ombrelli rubati, lenzuola fuggite a una corda, usignoli dalle ali ancora cucciole, uva passa di dolci di natale, mangiatoie, mirra e incensi, nessun oro,  unghie vedove di dita, pianti asciutti di uomini che il proprio nome se lo rigirano in bocca, per non dimenticarlo. Perché un nome è importante, se immaginato scordato da tutti. Adesso, dopo aver invocato ogni cosa, invoco te, vento: spingi, conduci, accompagna a casa chi non si è mai voluto perdere, chi forse è impazzito, chi ha scordato il saldo accogliere di una terraferma. Niente altro da aggiungere.

S.D.M. (16 dicembre, anno 2011)