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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 2 gennaio 2014

QUATTRO COSE DA SAPERE SUL SUD SUDAN

  • 31 dicembre 2013
  • 15.32


Un soldato dell’esercito sudsudanese a Malakal, il 30 dicembre 2013. (James Akena, Reuters/Contrasto)

In Sud Sudan i ribelli antigovernativi guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar hanno attaccato di nuovo la città di Bor, dove ha sede il quartier generale delle Nazioni Unite nel paese. I combattimenti sono cominciati la mattina del 31 dicembre.
Solo la scorsa settimana l’esercito governativo aveva riconquistato la città, già attaccata dai ribelli. Il 27 dicembre il presidente Salva Kiir si era detto disponibile a firmare una tregua con i ribelli durante una conferenza di pace a Nairobi, in Kenya. Ma Machar aveva chiesto il rilascio di tutti i prigionieri politici prima dell’inizio dei negoziati, richiesta che il presidente Kiir ha rifiutato.
Il 31 dicembre Machar ha annunciato che la città di Bor è sotto il controllo dei ribelli e che ha inviato tre uomini ad Addis Abeba, in Etiopia, per trattare con il governo.
Ecco una lista di quattro cose da sapere per capire meglio quello che sta succedendo in Sud Sudan:
  • Cos’è il Sud Sudan? Il Sud Sudan è il più giovane stato del mondo: ha dichiarato l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011, dopo un referendum. Ha 11 milioni di abitanti ed è uno dei paesi più poveri al mondo, solo il 35 per cento delle strade è asfaltato e il tasso di alfabetizzazione è del 27 per cento. L’economia del Sud Sudan dipende interamente dalle esportazioni di petrolio. Dal 2011 i problemi economici si sono aggravati a causa delle dispute territoriali e sul controllo del petrolio con il Sudan. Anche se il Sud Sudan è ricco di pozzi petroliferi, le raffinerie sono solo in Sudan, quindi dal punto di vista economico e commerciale Juba dipende dal suo vicino: il petrolio estratto in Sud Sudan deve essere raffinato in Sudan prima di essere commercializzato.
  • Perché si combatte nel paese? In Sud Sudan le violenze sono cominciate il 15 dicembre 2013, quando alcuni militari di etnia dinka hanno cominciato a scontrarsi con altri membri dell’esercito di etnia nuer, accusandoli di preparare un colpo di stato. I soldati nuer sono guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar, che è stato mandato via dal presidente Salva Kiir nel luglio del 2013. Kiir e Machar erano da molto tempo in disaccordo e si contendevano il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (Splm). Ad aprile i poteri del vicepresidente Machar erano già stati ridotti. In vista delle presidenziali del 2015, infatti, Machar era pronto a mettere in discussione la leadership di Kiir all’interno del partito. Inoltre Kiir e Machar appartengono a due diversi gruppi etnici: Kiir è dinka, il gruppo più numeroso del Sud Sudan, mentre Machar è nuer, il secondo gruppo etnico del paese.
  • Come ha fatto il Sud Sudan a ottenere l’indipendenza? Come per la maggior parte dei paesi africani il travagliato percorso verso l’indipendenza del Sud Sudan affonda le sue radici nella storia coloniale del paese. Il Sudan era una colonia britannica. Intorno al 1890 il Regno Unito aveva unito il territorio dell’attuale Sud Sudan senza troppa attenzione verso le differenze etniche e culturali dei due territori, anche per contrastare le rivendicazioni dell’Egitto sul nord del paese. Ma al di là dei confini stabiliti dall’autorità coloniale il paese appariva già diviso: mentre il nord era arabo e musulmano, il sud era cristiano e animista ed era abitato da gruppi etnici presenti nella fascia subsahariana. Nel 1956, con l’indipendenza del Sudan, i confini del paese sono rimasti invariati e la capitale è rimasta a Karthoum, ma il sud ha cominciato a chiedere l’indipendenza. La guerra civile era già scoppiata nel 1955, prima che il Sudan ottenesse l’indipendenza dal Regno Unito, ed era finita solo nel 1972 con la concessione di maggiore autonomia a Juba. Nel 1983 è cominciato un secondo conflitto quando Karthoum ha revocato l’autonomia concessa al sud. La seconda guerra civile è finita solo nel 2005, con un trattato di pace che prevedeva un referendum per l’indipendenza del Sud Sudan.
    Il 9 luglio 2011 il 98,8 per cento dei sudsudanesi ha votato a favore dell’indipendenza. Due fattori sono stati determinanti per il successo del referendum: l’appoggio degli Stati Uniti a Juba e l’ostilità internazionale verso il governo sudanese per le sue violazioni dei diritti umani e l’appoggio concesso a gruppi terroristi.
  • È un conflitto etnico? In parte sì ed è collegato con la guerra per l’indipendenza. Infatti decenni di guerra civile con il Sudan hanno fatto sì che in Sud Sudan nascessero delle milizie costituite su base etnica. Queste milizie sono poi confluite nell’esercito nazionale sudsudanese (Spla). Ma già nel 1991 l’esercito si è diviso tra dinka e nuer e questi ultimi, che hanno formato l’Armata bianca, hanno attaccato la città di Bor, uccidendo duemila persone. Il conflitto tra nuer e dinka all’interno dell’esercito si era parzialmente sanato durante la seconda guerra civile, ma il conflitto politico tra Salva Kiir e Riek Machar rischia di riaccendere vecchie tensioni tra i due gruppi. 
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  • Fonte:
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  • http://www.internazionale.it/news/africa/2013/12/31/quattro-cose-da-sapere-sul-sud-sudan/ 

lunedì 15 luglio 2013

ISRAELE COSTRINGE ERITREI A CHIEDERE L'ESPULSIONE VOLONTARIA

Nuove procedure a Tel Aviv: all'immigrato viene fatta firmare la richiesta di deportazione volontaria. In aperta violazione del diritto internazionale e umanitario.

lunedì 15 luglio 2013 09:45

 
dalla redazione

Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Nel giorno in cui il popolo palestinese indice lo sciopero generale contro le politiche di colonizzazione ed espulsione implementate da Israele, sotto l'occhio dei riflettori finiscono anche i migranti africani, categoria da tempo target del governo di Tel Aviv.

Ieri all'attenzione delle cronache israeliane sono giunte due notizie che dimostrano ancora una volta la politica di violazione sistematica dei diritti umani degli immigrati africani rifugiatisi in Israele. Ad essere accusato dalle organizzazioni per i diritti umani è in entrambi casi il governo.

Prima di tutto avrebbe rimpatriato con la forza 14 cittadini eritrei dopo averli obbligati a firmare un atto "volontario" di espulsione. Secondo le accuse mosse a Tel Aviv, i 14 eritrei sono stati fatti salire su un aereo ieri mattina, direzione Eritrea. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano Ha'aretz, i funzionari israeliani seguono una precisa procedura: riprendono con la telecamera i migranti e il loro interprete e gli fanno dire e poi scrivere di volere lasciare Israele. Tali documenti vengono consegnati poi al tribunale che procede con l'espulsione.

Per ora non è giunto nessun commento ufficiale: l'Autorità per l'Immigrazione e i Confini si è limitata a dire che molti migranti sono degli infiltrati, che avviano le procedure per il diritto di asilo non perché effettivamente ne necessito, ma perché vogliono restare in Israele a tutti i costi. Eppure Israele è firmatario della Convenzione sullo Status del Rifugiato del 1951, convenzione che vieta il rimpatrio forzato di richiedenti asilo nei Paesi di origine dove rischiano seriamente per la propria vita.
Furiosa Amnesty International: "Se la scelta data ai richiedenti asilo è finire in un carcere israeliano a tempo indeterminato o essere torturati in Eritrea, beh, non si tratta di una vera scelta - ha commentato Sara Robinson, capo dell'ufficio per i rifugiati di Amnesty in Israele - Il governo deve rilasciarli dalla custodia cautelare e determinare se possiedono le caratteristiche per ottenere l'asilo politico".

Già dallo scorso anno è cominciato in Israele un processo di rimpatri forzati di migranti africani che ha provocato le proteste - minime - della comunità internazionale. Proteste a cui si aggiunsero quelle per un'altra vicenda, tornata a galla ieri dopo una prima denuncia lo scorso dicembre: molte donne immigrate affermarono di essere state obbligate ad assumere l'anticoncezionale Depo Provera, potente quanto pericoloso medicinale. Obiettivo: mantenere le famiglie straniere africane poco numerose.

Ieri la Commissione parlamentare per i diritti del bambino è stata informata che le accuse mosse dalle donne e dalle organizzazioni per i diritti umani saranno investigate da una speciale unità di inchiesta: dagli anni Novanta ad oggi, il tasso di natalità tra la comunità etiope in Israele è crollato del 50%, un dato che apre molte domande.

Per questo il procuratore di Stato, Yosef Shapira, ha deciso di aprire un'indagine per verificare la veridicità di tali dati e le loro ragioni, una decisione giunta dietro la pressione di alcune parlamentari israeliane. Nena News 




Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81099&typeb=0&Eritrei-costretti-a-chiedere-l%27espulsione-volontaria

martedì 29 gennaio 2013

ISRAELE SOMMINISTRAVA UN CONTRACCETTIVO PERICOLOSO ALLE DONNE ETIOPI A LORO INSAPUTA

Israele, stato razzista, ha fatto sterilizzare le donne della comunità etiope di Israele a loro insaputa: un funzionario del governo ha riconosciuto per la prima volta la pratica della iniezione con il contraccettivo a lunga durata Depo-Provera a donne di origine etiopica a loro insaputa . Il Depo-provera è uno dei più controversi anticoncezionali in circolazione, creato nel 1969 ma autorizzato negli Stati Uniti solo dal 1992, utilizzato massicciamente in Africa per la pervicace volontà dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità. Un nuovo studio è venuto a confermare che l’uso di questo contraccettivo, sospettato di deprimere le difese immunitarie, raddoppia il rischio di contrarre l’Aids sia da parte di donne sane che hanno rapporti con uomini infetti, sia da parte di uomini che hanno rapporti con donne infette che stanno facendo uso del Depo Provera.
Circa sei settimane fa, su Educational Gal un giornalista del Centro Televisivo Gabbay ha rivelato i risultati di interviste con 35 immigrate etiopi. La testimonianza delle donne potrebbe contribuire a spiegare il calo di quasi il 50 per cento negli ultimi 10 anni del tasso di natalità della comunità etiope di Israele. Secondo il programma, mentre le donne erano ancora in campi di transito in Etiopia sono state intimidite o costrette a prendere l'iniezione. "Ci hanno detto che sono vaccinazioni", ha detto una delle donne intervistate... l'abbiamo preso ogni tre mesi, abbiamo detto che non volevamo..."