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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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martedì 5 marzo 2013

PALESTINA. LA MATITA PERICOLOSA DI MOHAMMAD SABA'ANEH

 
Un vignettista palestinese viene arrestato senza ragioni apparenti: tra accuse sconosciute e divieto di assisterlo per i suoi avvocati, per lui si profila lo stesso destino dei tanti prigionieri detenuti nelle carceri israeliane. Questa volta, in solidarietà, si mobilitano le ‘matite’ che hanno disegnato le rivoluzioni arabe. 

di Maria Letizia Perugini

Mohammad Saba'aneh ha 32 anni. È un vignettista palestinese, disegna per il giornale al-Hayat al-Jadida e lavora per il dipartimento di relazioni pubbliche dell’Università Araba Americana (AAU) di Jenin.
Il 16 febbraio scorso stava tornando nel suo paese dopo quattro giorni passati ad Amman per conto dell’AAU. Il suo viaggio, però, è finito al check point del ponte di Allenby dove, fermato dalle autorità israeliane, è stato arrestato e trasferito al centro di detenzione di Jalameh (prigione di Kishon, a nord di Tel Aviv). 
Da qui inizia il suo calvario.
Dopo l’arresto l’interrogatorio, senza che nessuna accusa fosse stata formalizzata nei suoi confronti. Negato anche l’incontro con gli avvocati. 
Nei giorni seguenti le notizie che arrivano sono poche e frammentarie, perchè dal 16 febbraio nessuno ha potuto incontrarlo.
Mohammad sarabbe comparso davanti a una Corte già due volte. Il 20 febbraio il suo fermo è stato prolungato di 9 giorni e il 28 febbraio è stato confermato: dovrà restare in carcere per ulteriori indagini. 
Gli ultimi aggiornamenti arrivano dal Committee to Protect Journalists (CPJ), ma non danno molta speranza né forniscono notizie più chiare: gli avvocati di Mohammad hanno fatto appello contro il prolungamento della detenzione e chiedono ancora di poter incontrare il proprio assistito, che intanto sarebbe stato trasferito nel carcere di Ashkelon. 
Le ragioni dell’arresto restano oscure. Ad avere infastidito le autorità israeliane, probabilmente, le sue vignette.
Profetica quella che ha scelto di intitolare 'Sognando la libertà', tra le ultime realizzate, in cui è rappresentato un ragazzo che - dietro le sbarre di una prigione e con una palla al piede - proietta l’ombra di una colomba con le ali spiegate intrecciando le mani verso un cono di luce. 
Le autorità, per il momento, hanno giustificato l’arresto con la necessità di condurre indagini su presunti servizi forniti da Mohammad a “organizzazioni ostili”. Ma non esistono accuse formali. 
Un copione che si ripete. Una nuova detenzione amministrativa, un’altra persona finita in carcere senza accuse e senza speranza di tornare presto in libertà.
Perché quando si viene arrestati dalle autorità israeliane, il più delle volte, non è dato sapere il motivo: ‘ragioni di sicurezza’ impongono generalmente la segretezza sui capi d’accusa.
È così che i più elementari diritti umani vengono calpestati: è successo anche ad Arafat Jaradat, arrestato per aver preso parte ad alcune manifestazioni e sottoposto ad interrogatorio da parte dei servizi segreti per una settimana nel carcere di Megiddo.
Solo che lui, in prigione, ha trovato la morte.
Sopraggiunta proprio nelle stesse ore in cui Mohammad vedeva la sua pena prolungata, in un intreccio che rende i destini dei due giovani terribilmente simili.  
All’indomani del decesso di Arafat, per ragioni ancora da chiarire, la famiglia di Mohammad ha riversato tutta la sua angoscia in un comunicato rivolto alla comunità internazionale, per chiedere di non essere lasciata sola davanti al muro di gomma delle autorità israeliane. 
Chiede pressioni internazionali, perché solo così può sperare di rivedere Mohammad vivo e in tempi ragionevoli. Solo in questo modo, forse, sarà possibile evitare l’ennesima vittima di una pratica – quella della ‘detenzione amministrativa’ - che da Israele non accenna ad essere abbandonata. 
Intanto, mentre si consumava il destino di Mohammad, i prigionieri palestinesi iniziavano un nuovo sciopero della fame per denunciare la morte di Jaradat: perché non passasse inosservata, e la loro condizione di condannati senza accusa a una pena indefinita non venisse ignorata. 
Lo scorso anno le proteste contro il regime di detenzione amministrativa erano state imponenti, e lo sciopero della fame avviato da alcuni prigionieri politici palestinesi aveva finito per coinvolgere oltre 2000 detenuti. 
Allora la mobilitazione aveva portato ad un accordo, secondo il quale Israele avrebbe accettato di non rinnovare gli ordini di arresto preventivo a meno che l’intelligence non avesse presentato nuove prove significative. Queste promesse, però, sono rimaste lettera morta.
Le detenzioni amministrative sono state riconfermate e continuano ad essere emesse.
Così come sono ancora in corso gli scioperi della fame: pochi giorni fa Human Rights Watch riportava le tragiche condizioni in cui versano Samer Issawi e Ayman Sharawna, in carcere dall’inizio del 2012 e ormai a rischio di sopravvivenza. 

 
 
Le basi (il)legali della detenzione amministrativa

Il regime di detenzione amministrativa è un retaggio del mandato britannico, le cui basi giuridiche oggi sono rintracciabili in tre porzioni della legislazione israeliana, applicabili nelle diverse zone dei Territori occupati.
Per quanto riguarda la Striscia di Gaza viene applicato un provvedimento che riguarda l’arresto dei “combattenti illegittimi”, secondo il quale sono considerati tali tutti coloro “che hanno preso parte ad attività ostili contro lo Stato di Israele”.
La legge è in vigore dal 2005, data del ritiro degli insediamenti israeliani da Gaza, per colmare il ‘vuoto’ creato dal decadimento della legislazione militare valida fino a quel momento. 
Per quanto riguarda il territorio israeliano viene invece applicata la “normativa di emergenza” del 1979, e in particolare il capitolo relativo agli arresti, da applicarsi solo quando viene dichiarato lo “stato di emergenza”. Che, però, in Israele è in vigore sin dalla sua fondazione. 
Ad oggi, la maggior parte delle detenzioni amministrative avviene in Cisgiordania, con l’applicazione degli articoli 284-294 dell’Ordine militare n.1651 riguardante le disposizioni di sicurezza, parte della legislazione militare a cui sono sottoposti i Territori occupati. 
Lo schema di tutti questi provvedimenti è simile: gli arresti possono essere effettuati a discrezione delle autorità se ritengono che sussistano “imperativi motivi di sicurezza”. Tutta la procedura è fondata su “ragionevoli basi” valutate di volta in volta dal comando militare, ma tra le condizioni per l’arresto non si parla mai della necessità di produrre “prove”.
Anzi, la sezione dell’ordine che le prende in esame sottolinea solo che il giudice può decidere di derogare al sistema che ne prevede la presentazione se ritiene che questo possa giovare al procedimento.
A sua discrezione anche la decisione, laddove presenti, di renderle note all’imputato o ai suoi legali. L’appello riguardo le decisioni del giudice, inoltre, deve essere presentato davanti a una Corte militare.
La detenzione amministrativa, sulla carta, non potrebbe eccedere i 6 mesi di durata. Ma non esistono limiti reali al rinnovo di questo periodo, che può essere esteso in modo indefinito. Una pratica che viola la legislazione internazionale, sia in termini di diritti umani che umanitari, e da più parti denunciata. 
Perché se a livello internazionale ne è prevista l’esistenza, si tratta comunque di una ‘misura eccezionale’ che dovrebbe essere applicata seguendo canoni di legalità molto stringenti. E non è questo il caso di Israele.
Secondo l’analisi dell’organizzazione israeliana B’Tselem, infatti, l’uso che ne viene fatto è estremamente estensivo: una routine, insomma, capace di produrre centinaia di casi ogni anno.
Dovrebbe inoltre trattarsi di una pratica sussidiaria, da utilizzare in ultima istanza, e non un’alternativa più veloce e ‘pratica’ al processo penale, soprattutto nei casi in cui le prove a carico dell’imputato siano poche o inesistenti. La loro assenza, riscontrata nella maggioranza dei casi, implica l’impossibilità per i detenuti di difendersi: non essendoci accuse pubbliche non è possibile costruire una difesa efficace. 
È infine la vaghezza della formula utilizzata di “attentato alla sicurezza della nazione” a rendere estremamente ampio il campo della sua applicazione: le manifestazioni settimanali nonviolente che si svolgono in tutti i Territori il venerdì, ad esempio, vengono fatte rientrare in questa fattispecie di reato. 
 
La mobilitazione per Mohammad Saba'aneh: matite all’attacco

Le proteste e gli appelli che da mesi le associazioni internazionali per i diritti umani stanno portando avanti contro la detenzione amministrativa sono rimasti inascoltati. Ma ad ogni nuovo arresto la mobilitazione serra le fila.
In queste settimane, a muoversi è la comunità dei fumettisti arabi.
I primi a dare notizia dell’arresto di Saba'aneh sono stati i vignettisti del blog Cartoonmovement con il quale Mohammad collabora, che stanno seguendo l’evolvere della situazione, pubblicando quotidianamente vignette che denunciano la vicenda.
Ma anche a livello internazionale l’appoggio arriva da più parti.
Da qualche giorno si è mobilitato il collettivo di disegnatori tunisini Yakayaka, che sta postando disegni dedicati alla storia di Mohammad, e che ha aderito alla campagna del Consiglio internazionale per i Diritti umani, che invita a inviare un appello direttamente alle autorità israeliane e ai responsabili delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo affinché prendano immediati provvedimenti per la liberazione del giovane. 
E poi ci sono le ong che si occupano di libertà di stampa: Reporters Sans Frontières e il CPJ stanno seguendo la vicenda fin dall’inizio, perchè il ruolo dei fumettisti come attori dell’informazione si è imposto con decisione nel corso di questi mesi. 
La potenza delle immagini che realizzano e la loro ironia dissacratoria hanno  raccontato e informato sui mesi caldi delle rivolte arabe.
Ed è probabilmente la forza di queste denunce ad aver portato Mohammad in carcere.


(Tutte le vignette pubblicate sono di Mohammad Saba'aneh. Si ringrazia il collettivo Cartoonmovement per averle messe a disposizione di Osservatorio Iraq). 

4 marzo 2013


Fonte:



domenica 3 marzo 2013

ARAFAT JARADAT E' STATO ASSASSINATO DAGLI AGUZZINI SIONISTI DOPO OTTO GIORNI DI TORTURA


Arafat Jaradat è stato assassinato dagli aguzzini sionisti dopo otto giorni di tortura! 

di ForumPalestina

Continua la mobilitazione dei palestinesi dopo la notizia della morte nel lager israeliano di Megiddo del militante palestinese Arafat Jaradat. Il giovane palestinese era stato arrestato 8 giorni fa dalle unità speciali dell’esercito israeliano durante un rastrellamento. La sua detenzione nel centro dedicato agli interrogatori, che avvengono in regime di totale isolamento e che prevedono l’uso di pressioni “fisiche e psicologiche”, lascia pochi dubbi sulle cause della sua morte; Arafat Jaradat è stato assassinato dopo otto giorni di tortura.
La tensione sta salendo nelle strade della Palestina occupata che risponde così a questo ennesimo assassinio e si stringe intorno allo sciopero della fame ingaggiato da tremila detenuti politici palestinesi, che si sono aggiunti alla lotta dei quattro detenuti politici Samer Issawi, Ayman Sharawneh, Ja’far Ezzedine, Tariq Qa’dan, in digiuno contro l’infame regime giudiziario e carcerario sionista.
La dirigenza politica e militare sionista, di fronte a questa prova di forza del popolo palestinese, sta rispondendo con le forme consuete di un’entità occupante e coloniale, repressione e terrore. L’esercito e la polizia sionisti hanno risposto alle manifestazioni popolari palestinesi sparando lacrimogeni e proiettili di gomma ad altezza d’uomo, effettuando rastrellamenti nel tentativo di fermare le proteste. Il Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, con l’arroganza che contraddistingue la peggior genia di dittatori, pretende che sia l'Anp a riportare la calma nella Cisgiordania, dopo che i soldati israeliani hanno ucciso Jaradat.
L’escalation della repressione israeliana ha spinto il segretario generale della Lega Araba Nabil el Araby ad elevare una formale protesta. Una reazione priva di qualsiasi reale impatto per gli israeliani, visto che i maggiori rappresentanti della Lega Araba sono tra i garanti della resa ad Israele. I governi che compongono la Lega Araba, tra cui Giordania, Oman, Arabia Saudita e, nonostante l’avvento dei Fratelli Musulmani, Egitto e Tunisia, hanno ribadito la loro alleanza con gli USA e l’UE e non si sognano affatto di mettere in discussione i trattati di pace con Israele.
E’ necessario continuare a denunciare la complicità internazionale a sostegno di Israele; questo significa attaccare politicamente gli interessi della borghesia europea ed italiana con l’occupante sionista. E’ altrettanto importante far sentire in maniera concreta e diretta la nostra solidarietà al movimento di liberazione palestinese e ai prigionieri politici, che in questo momento rappresentano il punto più alto della lotta contro l’occupante sionista.
Ci stringiamo a fianco del popolo palestinese per la morte di Arafat Jaradat.
Libertà per i prigionieri politici palestinesi!
Basta con la detenzione amministrativa!
Basta con le torture nei lager israeliani!

Forum Palestina


Fonte:

lunedì 11 febbraio 2013

ISRAELE: 202 GIORNI DI SCIOPERO DELLA FAME, SAMER STA PER MORIRE IN CARCERE





Nel carcere di Gerusalemme è in fin di vita Samer al-Issawi, un ragazzo palestinese arrestato senza un’accusa formale nei suoi confronti né tantomeno una condanna.
Samer è nato il 16 dicembre 1979 a Issawiya (da lì il suo cognome), un villaggio palestinese vicino Gerusalemme est. Partecipare alla prima Intifada gli costò una condanna, da parte di un tribunale militare, a 30 anni di prigionia. Rilasciato nel 2011 nello scambio di prigionieri in cui il carrista israeliano Gilad Shalit è stato liberato, Samer ha ottenuto l’amnistia.


UN NUOVO ARRESTO. Nel luglio del 2012 un nuovo arresto. Perché ha oltrepassato il confine del territorio da lui “calpestabile”, abusando della libertà di movimento limitata dalle autorità israeliane. Confine che, secondo quanto dichiarato dal padre di Samer, veniva spostato quasi ogni settimana. Il suo arresto è avvenuto senza un’accusa formale né tantomeno una condanna a suo carico; è stato semplicemente l’ennesimo caso di detenzione amministrativa.

LO SCIOPERO DELLA FAME. Nel 2011 Khader Adnan e Hana Shalabi rifiutarono il cibo dei carcerieri; sul loro esempio circa 2mila altri prigionieri palestinesi digiunarono per 66 giorni, al termine dei quali riuscirono a raggiungere un accordo (poi disatteso più volte dal servizio carcerario) per ottenere migliori condizioni. Con lo stesso spirito che ha guidato queste azioni di protesta pacifica, anche Samer, in seguito al suo arresto, ha iniziato uno sciopero della fame.

LA SALUTE COMPROMESSA. Dopo oltre 180 giorni senza cibo (a parte una lieve somministrazione di vitamine e liquidi per via endovenosa avvenuta, come ricorda NenaNews, dietro minaccia israeliana di iniettargli a forza del glucosio che, visto il suo stato di salute, probabilmente l’avrebbe ucciso) e dopo numerosi ricoveri in ospedale, lui fu ridotto alla sedie a rotelle, i suoi reni smisero di lavorare come avrebbero dovuto e il suo peso raggiunse i 48 chili. Come riportato dal blogger Abed Enen, la sera dell’11 febbraio la Croce Rossa ha comunicato quello che molti temevano: nel 202esimo giorno di sciopero della fame Samer “sta per morire”. Ai famigliari ha dichiarato: “O vinco la battaglia per la libertà e per la dignità, oppure muoio combattendo. Vi voglio bene”.

“NON STRINGERE QUELLA MANO”. Senza aver mai ricevuto un’accusa formale, Samer ha più volte chiesto udienze ai giudici. Alcune volte questi rifiutarono all’ultimo momento di concederla, rinviandola – dopo un’attesa di almeno 20 giorni – a corti militari. Altre volte veniva accettata, come quella volta in cui, di fronte al giudice e alla famiglia, venne picchiato dai soldati perché voleva stringere la mano alla madre. A proposito di quell’udienza, la sorella Shereen ha raccontato: “Ogni qual volta Samer ha cercato di stringere la mano a mia madre o anche solo di toccarla, i soldati israeliani glielo hanno impedito. E dato che Samer ci ha provato più volte, i soldati hanno assalito lui e la mia famiglia. È stato veramente brutale e disumano”.

UNA FAMIGLIA MARTORIATA, IN UNA TERRA MARTORIATA. La famiglia al-Issawi non è nuova ad arresti e uccisioni. La nonna di Samer è stata uccisa durante la prima Intifada, i suoi genitori sono stati arrestati nei primi anni ’70, suo fratello maggiore è stato ucciso negli scontri che hanno seguito l’eccidio nella Moschea di Abramo e anche i suoi sei fratelli e sorelle hanno affrontato arresti.

In questo momento anche i detenuti Ayman Sharawna, Jafar Azzidine, Tarek Qa’adan, e Yousef Yassin sono in sciopero della fame.


Valerio Evangelista



Fonte: