Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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domenica 27 gennaio 2013

EGITTO: ASSALTO AL CARCERE PORT SAID, 27 MORTI

L'attacco lanciato dopo la sentenza che oggi ha condannato 21 giovani a morte per il massacro dello scorso febbraio nel quale rimasero uccisi 73 tifosi della squadra dell'Ahly.

sabato 26 gennaio 2013 11:44






della redazione
Roma, 26 gennaio 2012, Nena News - Continua a salire il bilancio degli scontri violentissimi scoppiati stamani a Port Said, in Egitto, dopo l'annuncio della condanna a morte per 21 degli imputati nell'uccisione di 73 tifosi della squadra di calcio dell'Ahly, avvenuta circa un anno fa.

Tra le vittime figurano anche due calciatori della città. Si tratta di Tamer al-Fahla, ex portiere dell'al-Masry e Mohammad al-Dadhwi, che ha giocato con l'al-Mareekh.

Stamani, dopo la lettura della sentenza, gruppi di manifestanti, tra cui anche familiari dei condannati, hanno tentato di fare irruzione nel carcere per liberare i condannati. Oltre ai morti negli scontri, altre decine di persone sono rimaste ferite nell'attacco della folla inferocita al penitenziario.
Al Cairo nello stesso momento migliaia di tifosi dell'Ahly festeggiavano il verdetto con balli, canti e fuochi d'artificio.

E' stata una nuova fiammata di violenza che segue la giornata di ieri quando il secondo anniversario della rivoluzione contro l'ex presidente Hosni Mubarak si è trasformato in un bagno di sangue. Negli scontri scoppiati tra manifestanti e forze di polizia al Cairo, Alessandria, Ismaila, Port Said e Suez sono rimaste uccise 10 persone, 8 dimostranti e due poliziotti, e ferite altre 400 persone.

In piazza Tahrir al Cairo ieri riecheggiava "Il popolo vuole la caduta del regime", lo slogan della sollevazione anti-Mubarak, ora rivolto al presidente Mohammed Morsi e al suo movimento politico, i Fratelli musulmani. Anche questo è un regime da abbattere, dice l'opposizione progressista, perchè non ha risposto alle domande di riforme democratiche e giustizia sociale per cui due anni fa il popolo egiziano versò il proprio sangue. Nena News




Fonte:


venerdì 25 gennaio 2013

EGITTO: DUE ANNI DOPO, LA RIVOLUZIONE CONTINUA

 


gennaio 25, 2013 - 8:13


A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 che ha portato alla caduta del regime di Hosni Mubarak, l’Egitto scende in piazza per celebrare il cambiamento, in un clima caratterizzato dalle divisioni politiche e dalla crisi economica incombente. A distanza di 24 mesi dai cortei e dalle manifestazioni seguite dalle televisioni di tutto il mondo, che hanno fatto di Piazza Tahrir un’icona della cosiddetta ‘Primavera araba’, il più popoloso dei paesi arabi lotta ancora per ritrovare la sua stabilità. Le lacerazioni tra un’autorità politica legittimata dalla vittoria alle urne, e i movimenti di opposizione che accusano gli islamici al potere di aver ‘tradito’ gli ideali della rivoluzione, ha raggiunto il suo apice.
Gli scontri di piazza e l’assedio del presidente Mohammed Morsi al palazzo presidenziale, agli inizi di dicembre, subito dopo l’approvazione di una nuova Costituzione e un’estensione dei poteri del presidente, hanno fatto temere per una svolta autoritaria delle istituzioni, con esiti imprevedibili sulla pace e la stabilità sociale del paese.
È in questo clima che per oggi l’opposizione ha indetto manifestazioni di piazza e cortei nelle principali città del paese, allo scopo di celebrare una rivoluzione “che continua” (Al thawra mustamirra è appunto uno degli slogan, ndr) e i cui obiettivi, è opinione di molti, non sono stati ancora raggiunti.
“Per le strade risuona il motto ‘pane, libertà e giustizia sociale’ che era uno degli slogan della rivoluzione contro Mubarak” dice alla MISNA Namira Negm, professore di Scienze politiche all’Università Americana del Cairo, “a dimostrare il fatto che poco è cambiato dal 2011”.
“Dal punto di vista politico la situazione è confusa. È vero gli egiziani sono andati alle urne cinque volte in due anni, più di quanto non avessero fatto negli ultimi 30, ma si ritrovano con una Costituzione che non li rappresenta e senza un parlamento. Inoltre il presidente, allo stato attuale, ha più poteri di quanti non ne avesse mai avuti Mubarak” osserva la docente, secondo cui però a pesare di più sulla vita degli egiziani medi “non è la crisi politica, ma quella economica”.
Nei due anni di caos e sconvolgimenti politici, gli investimenti esteri nel paese sono crollati, il turismo è in crisi e il valore della sterlina ha raggiunto minimi storici. In questo scenario, le misure di austerity che il governo ha promesso di adottare, in cambio di un prestito dal Fondo monetario internazionale (Fmi) di 4,8 miliardi di dollari sono state sospese per timore di una rivolta popolare.
“I diritti politici, delle donne e delle fasce più deboli sono a rischio – prosegue l’esperta – e come se non bastasse, c’è il sentimento diffuso di promesse non mantenute”. Per rispondere alle accuse di immobilismo, il governo ha appena lanciato la campagna “Costruiamo insieme l’Egitto”, prevedendo pianificazioni nazionali e locali in vista del voto che si terrà a marzo o aprile.
Il clima, infine, è reso ancor più incandescente dall’atteso verdetto, in programma per sabato, nel processo a carico di imputati coinvolti nella strage del febbraio scorso a Port Said. Lo stadio della città, che affaccia sul canale di Suez, fu teatro di gravi disordini durante una partita tra la squadra locale Al Masry e i sostenitori del club cairota dell’Ahly, conclusisi con oltre una settantina di morti. I tifosi dell’Ahli – che accusano le forze dell’ordine di mancato intervento e di aver provocato l’incidente – hanno partecipato attivamente alle manifestazioni e agli scontri con le forze di polizia nei primi mesi della rivoluzione. Oggi, hanno promesso che scenderanno in piazza anche loro.

[AdL]


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Fonte:

http://www.misna.org/economia-e-politica/due-anni-dopo-la-rivoluzione-continua-25-01-2013-813.html 

mercoledì 16 gennaio 2013

Gaza, 16 gennaio 2009

16/01/2009

Di Vittorio Arrigoni

 Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:



Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all’Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronto soccorso sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall’incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre un secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall’armata israeliana Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l’autografo anche di Mubarack, il dittatore egiziano che qui a Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore.
Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza.
Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell’ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall’ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno?
Due bombe sull’abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice “ci hanno fatto fare un salto all’indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra”.
Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola.
Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell’aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano.
I palestinesi sono esausti di schiattare nell’indifferenza generale, e diversi accusano anche Croce Rossa Internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell’ ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l’umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c’è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all’autodifesa. In qualsiasi Stato che si definisce minimante civile, l’autodifesa è proporzionale all’offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1.075 vittime palestinesi, l’85% civili, più di 5.000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi voi se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea.
Ma veniamo al punto, si tratta di legittima difesa? Ai Marco Travaglio, ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel, ed ex presidente USA, Jimmy Carter.
Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infiltati l’elmetto dell’IDF e intrattengano le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell’agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano nè stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piani più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l’esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane è stato bombardato e distrutto anche l’edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e i feriti.
John Ging, capo dell’UNRWA, agenzia dell’ONu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un’ala dell’ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro, insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti, anche Leila, nostra compagna dell’ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all’ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt’attorno la distruzione. Nella notte hanno visto dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L’inferno si è rivoltato e al suo centro, nel cuore pulsante di Gaza, ci siamo noi, i dannati di un odio inumano. 

Restiamo umani 

Vik



Fonte:




venerdì 4 gennaio 2013

Egitto, le opposizioni aprono a Morsi

Il Fronte Nazionale pronto al dialogo a patto di modificare la nuova Costituzione. Intanto la Procura del Cairo accusa i leader delle opposizioni di aver tentato un golpe.

adminSito




venerdì 4 gennaio 2013 10:55

Il presidente egiziano Morsi (Foto: AFP)
Il presidente egiziano Morsi (Foto: AFP)
 

dalla redazione

Roma, 4 gennaio 2013, Nena News - Dopo un mese di scontri e tensione, l'opposizione egiziana apre al presidente Morsi. Ieri il Fronte Nazionale - coalizione dei diversi gruppi di opposizioni laici, liberali e cristiani, al governo dei Fratelli Musulmani - si è detto pronto ad avviare il dialogo con la presidenza.

Ad alcune condizioni. Prima di tutto il "negoziato" dovrà fondarsi su un'agenda chiara ed ufficiale, in particolare riguardo alla nuova Costituzione del Paese, un testo controverso che ha portato in piazza migliaia di persone e che è stato approvato con un referendum popolare a cui ha partecipato solo un terzo della popolazione.

Il Fronte chiede inoltre la creazione di una commissione che si occupi di emendare e modificare alcuni articoli della Costituzione e che sia formata da esperti di entrambe le parti, governo e opposizione.

L'apertura giunge dopo la richiesta dello stesso presidente Morsi di sedersi al tavolo con le opposizioni per discutere del futuro del Paese, spaccato in due dal testo costituzionale e da alcuni decreti presidenziali considerati alla stregua di un colpo di Stato. A novembre Morsi aveva emesso un decreto con il quale si auto attribuiva poteri assoluti e si liberava del controllo degli altri poteri dello Stato, in primis della magistratura.

Un atto che ha provocato la rabbia del popolo egiziano, che ha ancora vivido il ricordo dei 40 anni di regime dittatoriale dell'ex presidente Hosni Mubarak. Una rabbia tanto forte da spingere le opposizioni a rifiutare di sedersi a tavolo con la presidenza. Ad un mese di distanza, però, arriva l'apertura che segue alle accuse mosse al Fronte dalla Procura del Cairo.

A fine dicembre il tribunale ha aperto un'inchiesta contro il Nobel per la Pace Mohammed El Baradei, l'ex presidente della Lega Araba Amr Moussa e il leader della sinistra Hamdeen Sabbahy, accusati di aver tentato di rovesciare il governo dei Fratelli Musulmani e di aver istigato al colpo di Stato contro il presidente Morsi, democraticamente eletto dal popolo egiziano.

Un'accusa che le opposizioni definiscono un tentativo di intimidazione per fermare le proteste popolari. Nena News

sabato 24 novembre 2012

EGITTO: DATI ALLE FIAMME GLI UFFICI DEI FRATELLI MUSULMANI

Il presidente egiziano ha emesso un decreto che intacca gravemente il potere giudiziario. Le opposizioni si sollevano: manifestazioni anti-Morsi in tutto il Paese.

Piazza Tahrir al Cairo, il cuore della rivoluzione egiziana
Piazza Tahrir al Cairo, il cuore della rivoluzione egiziana

AGGIORNAMENTO ORE 18.15
Il presidente egiziano Morsi ha parlato alla folla pro-islamista riunitasi sotto il palazzo presidenziale al Cairo, dicendo che l'Egitto è nel sentiero della democrazia e della libertà: "La stabilità politica, sociale ed economica è quello che voglio e quello a cui sto lavorando. Sono qui e starò qui per volere del popolo, con chiara legittimazione".

AGGIORNAMENTO ore 14.00:

Durante le manifestazioni in Egitto contro il presidente Morsi, i manifestanti hanno dato fuoco agli uffici dei Fratelli Musulmani in tre diverse città: a Suez, a Ismailiya e a Port Said. Raid nella sede del partito ad Alessandria, dove sono esplosi scontri tra gli oppositori e i sostenitori di Morsi. Duri scontri anche al Cairo, dove sono scesi in piazza centinaia di manifestanti guidati dalle opposizioni. Sarebbero 15 i feriti.

di Emma Mancini


Roma, 23 novembre 2012, Nena News
- Dopo aver ricevuto plausi da tutto il mondo per il raggiungimento della tregua tra Hamas e Israele, il presidente egiziano Morsi è costretto a tornare ai problemi di casa. Previste per oggi manifestazioni a Tahrir Square e nel resto del Paese contro Morsi e la sua decisione di modificare la costituzione a favore della poltrona che occupa.

Ieri il presidente egiziano ha emesso un decreto costituzionale con cui si auto-attribuisce i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo. Alla magistratura viene tolto il potere di sciogliere l'Assemblea Costituente e il Consiglio della Shura, il diritto di veto e quello di annullamento di leggi e decreti presidenziali. Fino all'entrata in vigore della nuova Costituzione, nessun potere dello Stato può revocare le decisioni del presidente.

Il decreto di Morsi - che lui stesso ha definito una forma di protezione della rivoluzione egiziana e lo strumento per "distruggere le infrastrutture istituzionali del vecchio regime" - ha messo fine ad una settimana di protagonismo delle opposizioni in Assemblea Costituente: numerose le bozze proposte in questi giorni dalle fazioni laiche.

Le forze di opposizione si sono immediatamente sollevate
, facendo appello alla popolazione egiziana perché scenda in piazza oggi contro quello che considerano "un colpo di Stato senza legittimazione". La chiamata alla piazza è giunta ieri notte durante un meeting nel quartier generale del Partito Wafd, a cui hanno preso parte numerose figure di spicco dell'opposizione al governo dei Fratelli Musulmani: Mohamed El Baradei, Ayman Nour, Amr Moussa, George Ishaq e Hamdeen Sabbahy.

Durante la conferenza, le opposizioni hanno chiesto l'immediata revoca del decreto, pena il crollo sia della legittimità del presidente sia del consenso popolare: Morsi è accusato di "monopolizzare i tre poteri dello Stato e di annullare l'indipendenza della magistratura". Ma non solo: secondo gli oppositori, è necessario lo scioglimento dell'Assemblea Costituente e la creazione di un nuovo corpo a cui affidare il compito di redigere la legge fondamentale dello Stato egiziano.

El Baradei, Nobel per la Pace e leader nei primi giorni della rivoluzione contro il regime di Hosni Mubarak nel 2011, ha scritto nel suo account Twitter: "Il presidente si è autoproclamato nuovo faraone. Un grave attacco alla rivoluzione che potrebbe avere pericolose conseguenze".

Dure critiche anche da parte della magistratura egiziana, che vede nell'intervento a gamba tesa di Morsi "un assalto allo Stato di diritto e all'indipendenza giudiziaria, un atto che respinge l'Egitto indietro all'era preistorica". A puntare il dito contro il presidente è il capo del Judges Club, Ahmed Al-Zend, secondo il quale la dichiarazione di Morsi è volta a permettere al presidente, al ministro della Difesa e a quello degli Interni di tenere in scacco la magistratura.

Non solo: nel decreto, Morsi ha previsto il ritorno di fronte ai tribunali di coloro che repressero le rivolte di piazza. Una decisione che potrebbe riaprire anche il processo all'ex presidente Mubarak, condannato all'ergastolo. Nena News

mercoledì 25 gennaio 2012

EGITTO: LA RIVOLUZIONE UN ANNO DOPO CONTINUA

Oggi grande manifestazione in Piazza Tahrir per il primo anniversario della sollevazione contro Hosni Mubarak. Bilancio di un anno esaltante. Ma la rivoluzione non e' terminata, continuera'

 

GIULIA SUDANO

Il Cairo, 25 gennaio 2012, Nena News – “#25Jan C’è ancora speranza”, “#25Jan la seconda parte sta per cominciare”. Il canale Twitter #25Jan è un fiume in piena. Straripa delle speranze e della voglia di riscatto dei giovani egiziani, determinati più che mai in vista del primo anniversario dell’inizio della rivoluzione a impedire che quest’ultima resti incompiuta. E’ partito il conto alla rovescia per il prossimo 25 gennaio. La schiacciante vittoria elettorale delle forze islamiche nell’elezione della camera bassa del parlamento e i feroci scontri di fine novembre e metà dicembre fra manifestanti e militari nei pressi di Piazza Tahrir, sembrano aver dato alla ricorrenza un significato e un’importanza che vanno al di là del semplice cerimoniale. Per i movimenti rivoluzionari, il 25 gennaio rappresenta un nuovo trampolino di lancio per far ripartire il processo di cambiamento, iniziato con la caduta del presidente Mubarak e in seguito tradito dal Consiglio Supremo delle Forze Armate che ne ha assunto ad interim i poteri esecutivi.
Gli scontri di metà dicembre, la cui immagine simbolo è divenuta la scena del pestaggio e del parziale denudamento di una donna velata da parte di un gruppo di soldati, hanno profondamente segnato la società egiziana. Un numero crescente di politici, giornalisti, attivisti, ha reagito richiedendo il rapido passaggio dei poteri esecutivi dal consiglio dei militari a un’autorità civile. Nel corso di una conferenza stampa lo scorso 20 dicembre, la Coalizione della Gioventù Rivoluzionaria e il gruppo “We are all Khaled Said” (Siamo tutti Khaled Said-uno dei gruppi promotori della manifestazione del 25 gennaio 2011) hanno avanzato la proposta di anticipare le elezioni presidenziali alla data simbolica del 25 gennaio. La proposta, oltre a generare i forti dubbi degli analisti politici per la breve tempistica e per le conseguenze dell’elezione di un presidente con eccessivi poteri prima della redazione della nuova costituzione, ha incassato il netto rifiuto dei Fratelli Musulmani. Non ha avuto migliore fortuna Ibrahim Eissa, caporedattore del quotidiano Al-Tahrir, con la sua idea del passaggio immediato di consegne dal Consiglio Supremo delle Forze Armate al futuro presidente della Camera, in attesa delle elezioni presidenziali previste il prossimo giugno. I Fratelli Musulmani hanno rifiutato poiché non intendono accettare proposte che si discostino dalla dichiarazione costituzionale, a cui tutte le forze politiche hanno aderito lo scorso marzo. Mentre, le forze liberali e secolari hanno declinato lo scenario proposto da Eissa, perché favorirebbe i Fratelli Musulmani, in quanto detentori della maggioranza parlamentare. La terza ipotesi in circolazione, già emersa nel corso degli scontri di fine novembre, consiste nella formazione di un consiglio presidenziale temporaneo, a cui lo SCAF affiderebbe i suoi poteri esecutivi in attesa delle elezioni presidenziali.
Il dibattito sul passaggio dei poteri esecutivi dai militari a un’autorità civile è stato portato in strada lo scorso 4 gennaio da decine di attivisti, capitanati da Alaa Abdel-Fattah, il blogger egiziano rilasciato il giorno di Natale dopo circa due mesi di carcere per l’accusa di aver incitato alla violenza contro le forze armate, nel corso della manifestazione del 9 ottobre dei copti cristiani davanti a Maspero (edificio della tv di stato). E’ stata un’interessante occasione di confronto di diversi e anche contrastanti punti di vista. Abdel-Fattah ha sottolineato la necessità che i cittadini mantengano alta la pressione sui parlamentari neoeletti affinché realizzino le domande della rivoluzione e ha ribadito che la responsabilità politica della popolazione non può esaurirsi nel semplice voto. Haitham El-Shawaf, coordinatore generale dell’Alleanza delle Forze Rivoluzionarie che riunisce circa 60 partiti e movimenti rivoluzionari,  ha rifiutato invece l’idea di cedere l’autorità esecutiva all’attuale parlamento dominato dalle forze islamiche.
La posizione di El-Shawaf è esemplificatrice di un pericoloso antagonismo che va prefigurandosi fra molti gruppi rivoluzionari, che sentono di mantenere la legittimità “rivoluzionaria”, e i partiti politici, che hanno ottenuto la legittimità “rappresentativa” derivante dal processo elettorale. Nell’attuale contesto politico post-elezioni, se il blocco rivoluzionario si contrapporrà al nuovo parlamento, divenuto il detentore della legittimità popolare grazie all’elevata affluenza elettorale (circa il 50%), correrà il grave rischio di perdere la propria credibilità e legittimità simbolica. Del resto, gli scontri iniziati lo scorso 19 novembre avevano già evidenziato la presenza di numerosi segmenti della società contrari alla proteste verso i militari, perché convinti che potessero ostacolare la transizione democratica del paese e incrementare le perdite economiche, già stimate intorno ai 7,5 miliardi di dollari dal gennaio scorso. Una realtà confermata dai numeri della piazza che non si sono mai avvicinati all’obiettivo prefissato del milione. A questo proposito, è significativo riportare anche le parole pronunciate nel corso della manifestazione del 4 gennaio dall’attivista Ziad Aly, pubblicate dal quotidiano egiziano Al-Ahram il giorno seguente: “mi guardo intorno e quel che vedo sono le solite facce […] non potremo essere efficaci fino a quando un maggior numero di persone non si unirà a noi”.
Le iniziative dei movimenti giovanili e degli attivisti, finalizzate a richiamare i propri sostenitori in piazza il 25 gennaio e ad accrescere la consapevolezza degli obiettivi e delle richieste rivoluzionarie,  si moltiplicano sempre di più con l’avvicinarsi dell’attesa ricorrenza. Ad esempio, l’Associazione Nazionale per il Cambiamento, guidata da Mohammed El-Baradei, sta promuovendo numerose campagne per coinvolgere i cittadini a partecipare alle manifestazioni del 25 gennaio, inclusa una campagna porta-a-porta per distribuire cd e posters che documentano le violazioni commesse dai militari. La Coalizione della Gioventù Rivoluzionaria del 25 gennaio sta pianificando come coinvolgere gli egiziani nelle zone rurali a partecipare alle manifestazioni. Il movimento del 6 Aprile, uno dei principali organizzatori delle manifestazioni che hanno portato alla caduta del presidente Mubarak l’11 febbraio 2011, ha annunciato giovedì scorso di voler organizzare delle marce quotidiane in preparazione dell’ “Iniziativa dell’Unità” che ha programmato il 25 gennaio, con lo scopo di coordinare tutte le attività dei rivoluzionari nel restante periodo di transizione politica.
Prosegue anche la campagna “Liars” (Bugiardi), promossa da numerosi attivisti e movimenti, a seguito degli scontri fra manifestanti e militari davanti la sede del consiglio dei ministri il 16 dicembre, per incrementare la consapevolezza del pubblico sulle violazioni commesse dal Consiglio Supremo delle Forze Armate.  La campagna si è ormai estesa in tutto il paese in maniera spontanea e decentralizzata con lo scopo di diffondere un’informazione alternativa rispetto a quella promossa dai media statali sui fatti accaduti in piazza Tahrir fra novembre e dicembre scorsi. Ogni cittadino può organizzare in un luogo pubblico una proiezione dei video e delle foto che mostrano gli abusi dei militari contro i manifestanti negli scontri degli ultimi mesi, perché, come ripetono i promotori su Twitter, “la campagna non ha coordinatori ed è una proprietà pubblica”.
Le forze rivoluzionarie sono determinate a continuare la loro azione per portare a termine la rivoluzione e il primo anniversario del suo inizio rappresenta un importante appuntamento politico. Ad ogni modo, la partita rivoluzionaria non si gioca a Piazza Tahrir il 25 gennaio, ma tutti i giorni nelle strade, nelle moschee e nei vari luoghi di aggregazione sociale del paese. Molti attivisti ne sono ormai consapevoli. La rivoluzione continua. Nena News

Fonte:

http://nena-news.globalist.it/?p=16581