Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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giovedì 26 dicembre 2013

TURCHIA, IL "RIMPASTO" NON BASTA: LA PIAZZA VUOLE LA CADUTA DEL GOVERNO ERDOGAN

Giovedì 26 Dicembre 2013 12:06 


istanbul
Sconvolgimenti nei piani alti e nuove esplosioni di rabbia sociale dal basso caratterizzano la Turchia in questi giorni. Lo scandalo - corruzione, bollato come "Tangentopoli" turca dal mainstream nostrano, tiene banco nelle ultime settimane sia nelle agende di un sempre più schizofrenico Erdogan che in quelle dei movimenti di opposizione. Nella tarda serata di ieri l'annuncio del Governo ha confermato la scelta del premier di sostituire in blocco dieci ministri, dopo che già i ministri dell'Economia, della Giustizia e dei rapporti con l'Unione Europea si erano dimessi, travolti dall'inchiesta che sta facendo venire a galla pubblicamente parte di quella rete di favoritismi, clientelismi e privilegi che di certo non rappresentavano una novità per la piazza anti-governativa.
Di fatto, sono ore concitatissime queste nei palazzi del potere di Ankara, accentuate dalle dichiarazioni esplosive di uno dei ministri "rimossi",il ministro dell'ambiente Bayraktar, che ha caldeggiato pubblicamente le dimissioni dello stesso Erdogan.
Alla maxi-retata che ha portato allo sconvolgimento interno all'AKP, e che a breve potrebbe portare ad ulteriori eclatanti risvolti giudiziari, si accompagna il congedamento di diverse centinia tra ufficiali ed agenti di Polizia.
Questo ulteriore giro di vite nella crisi governativa rischia di avere uno strascico indesiderato anche nei mercati finanziari, tant'è che la banca centrale ha già predisposto misure di protezione per la debole lira turca.
In questo scenario di forte incertezza, il movimento sta esercitando la sua pressione scendendo in piazza praticamente ogni giorno in diverse città del paese. Il rimpasto voluto da Erdogan, corollato dalle dichiarazioni di quest'ultimo riguardo ad un complotto ordito dall'estero, non ha placato la tensione nelle piazze che pretendono la caduta del premier protagonista degli ultimi 11 anni di ristrutturazione in chiave neoliberista del Paese.
 Ieri migliaia di persone sono scese in piazza, dopo le proteste di domenica, scandendo slogan come “Tre ministri non sono abbastanza, dimettetevi tutti!”, “La corruzione è dappertutto, la resistenza è dappertutto!”. Le mete della maggior parte dei cortei di ieri erano le sedi del partito AKP. A Istanbul, non appena i manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alla sede del partito, la polizia ha iniziato a sparare gas lacrimogeni, pallottole di gomma e ha azionato gli idranti. I manifestanti hanno eretto barricate e risposto con fuochi d’artificio; i fronteggiamenti sono durati fino a tarda notte, almeno 4 persone sono state arrestate.
In attesa degli sviluppi di queste ore, un grosso concentramento che si prefigge di convergere verso Taksim sta rimbalzando nelle reti di movimento per domani alle 7 di sera ore locali: un ulteriore spartiacque nella storia conflittuale degli ultimi anni?





Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/10116-il-rimpasto-non-basta-la-piazza-vuole-la-caduta-del-governo-erdogan 

mercoledì 4 dicembre 2013

DOMICILIARI A BAHAR. OBBLIGO DI FIRMA A MICHELE, COMPAGNO NO MUOS. ALLE FORZE DELL’ORDINE? LO SPRAY URTICANTE.

Notizia scritta il 03/12/13 alle 18:23. Ultimo aggiornamento: 03/12/13 alle: 19:17


bahar-web 


BAHAR - Bahar Kimyongur è fuori dal carcere. Il compagno turco-belga, in galera a Bergamo dal 21 novembre scorso su mandato internazionale della Turchia, ha ricevuto i domiciliari dal Tribunale di Brescia. Ora Bahar si sta recando a Massa, città toscana dove attenderà il processo vero e proprio riguardante la richiesta di estradizione in Turchia, legata alla sua attività di denuncia e controinformazione nei confronti dei crimini perpetrati sia ad Ankara che nel vicino ginepraio siriano proprio dal governo di Erdogan, padrone – padrone della Turchia.
Bahar dovrà rimanere  in una casa a Marina di Massa, in attesa del pronunciamento della Corte. Lo Stato Turco dispone di 40 giorni, a partire dal 21 novembre, giorno in cui l’attivista e giornalista belga è stato arrestato dalla Digos quando è arrivato all’aeroporto di Bergamo, per trasmettere all’Italia i documenti che corredano la richiesta di estradizione.
Da quando è stato arrestato il Clea – il Comitato per la libertà di espressione e associazione – ha organizzato petizioni e manifestazioni a Bruxelles. Oggi in un comunicato il Clea afferma che “la lotta in favore di Kimyongur dovrà necessariamente ora fare un salto di qualità”.
Presidi fuori dal Tribunale si sono tenuti anche a Brescia, in due diverse occasioni. Il servizio con Fiorina, del movimento di solidarietà con Bahar.

PALERMO - Udienza di convalida questa mattina, 3 dicembre, a Palermo per Michele, compagno No muos arrestato sabato durante le cariche effettuate dalla polizia per permettere il passaggio del corteo fascista malcelato dietro una fantomatica “rete No muos”. L’udienza si è conclusa, il compagno è stato liberato, anche se con l’obbligo di firma.

SARDEGNA - Sarà infine un processo in Corte d’Assise a Sassari a decidere se c’è stata un’associazione sovversiva con finalità terroristiche alle spalle di ‘A Manca pro s’indipendentzia’. Il Tribunale di Cagliari ha accolto la richiesta di rinvio a giudizio per 18 indagati legati alla formazione politica indipendentista comunista ‘A manca’, accusati di una serie di ordigni esplosi in Sardegna e rivendicati come Nuclei proletari per il comunismo (Npc) e Organizzazione indipendentista rivoluzionaria (Oir).   Il processo in Corte d’Assise a Sassari inizierà il 6 giugno 2014.

SPRAY URTICANTE - E in questo quadro di processi, udienze e repressione, prosegue la militarizzazione del paese. Spray al peperoncino in dotazione a poliziotti e carabinieri. La sperimentazione partirà infatti a gennaio a Roma, Milano e Napoli. Lo spray nebulizza un principio attivo a base di Oleoresin Capsicum, sostanza irritante, a 3 metri di distanza. Lo spray sarà inizialmente assegnato in via sperimentale ai poliziotti della Polfer Stazione e Volanti di Milano, nonchè ai carabinieri dei reparti operativi di Roma e Napoli. Sono esclusi, per ora, i reparti mobili. Nel caso di positivo riscontro della sperimentazione, l’uso della dotazione potrà però essere allargato.




Fonte:

sabato 23 novembre 2013

A TORINO CONTRO IL VERTICE ITALIA-ISRAELE PER DIRE NO AL PIANO PRAWER


Comunicato dell'Assemblea Nazionale

Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese


Siamo in dirittura d'arrivo in una fase che segnerà una nuova partenza: la solidarietà con la Palestina a livello nazionale ha intrapreso un percorso nel tentativo di sostenere la lotta di liberazione dall'occupazione israeliana perpetrata impunemente, rintracciando le strategie per appoggiare la Resistenza palestinese.




In tal senso sono stati organizzati tre convegni nazionali nei quali si è costruita una piattaforma di lotta che ribadisse con chiarezza alcuni punti fondamentali in appoggio ai diritti del popolo palestinese. Già nel primo incontro sono state approvate due mozioni, una relativa al sostegno alle lotte dei prigionieri, l'altra per indire una manifestazione nazionale che potesse finalmente esplicitare un nuovo linguaggio, che parli di sostegno alla Resistenza e che condanni gli accordi malevoli che invece mirano alla resa.
Inizialmente si era ipotizzato di organizzarla a Roma, successivamente si è convenuto per spostarla a Torino, in vista del post-annunciato vertice tra Italia-Israele che si sarebbe dovuto tenere nel capoluogo piemontese: un'occasione rilevante sia per costruire una forte contestazione contro un governo che stringe accordi di morte con il sionismo, sia per ribadire il nostro sostegno alla Resistenza palestinese, tra l'altro a ridosso della giornata internazionale di solidarietà con la Palestina che si celebra il 29 novembre.
Tutto questo non solo si è realizzato, grazie alla campagna per la mobilitazione generale che si è creata attorno alla piattaforma proposta, ma sta anche avendo prospettive di più ampia portata. Il 30 novembre saremo a Torino anche per dire no al Piano Prawer insieme alle compagne ed ai compagni palestinesi che nello stesso giorno organizzeranno manifestazioni di protesta a Gaza e a Ramallah.

Saremo inoltrea Torino per condannare lo stesso governo italiano che si piega alle logiche imperialiste dimostrando la sua sudditanza al governo fascista turco sequestrando il compagno Bahar Kimyongur, militante del movimento della Tayad, impegnato contro le guerre neocolinialiste del regime turco e nel sostegno delle classi oppresse, perché crediamo che l'internazionalismo sia far sentire la nostra vicinanza a chi lotta per l'autodeterminazione dei popoli.
Le iniziative promosse per costruire la mobilitazione hanno rilanciato in Italia un nuovo fermento di solidarietà con la Palestina caratterizzato da chiare parole d'ordine, come un nuovo fermento è oggi presente tra i palestinesi, sempre più determinati ed ostinati a resistere, e che troveranno in noi un sostegno nella loro lotta di liberazione.
Il 30 novembre dunque saremo a Torino, anche dopo aver appreso la notizia di un probabile tour italiano itinerante di Netanyahu che lo vedrebbe spostarsi nella capitale; nulla è cambiato rispetto al lavoro fatto e agli obiettivi prefissati, che non sono né inseguire il boia sionista in giro per l'Italia né tantomeno rincorrere gli eventi: le discriminazioni, gli assassini e gli arresti in Palestina sono all'ordine del giorno, gli accordi tra sionismo ed istituzioni ed i loro frutti sono sempre più capillari ed evidenti... E' necessario agire contro queste dinamiche portando avanti una campagna che dia progettualità ed obiettivi chiari all'impegno dei movimenti internazionalisti che si schierano contro la colonizzazione sionista della regione araba.
Riteniamo che a pochi giorni dall'appuntamento Roma non possa essere in grado di sostenere e riprendere in mano quello che invece è stato già costruito a e per Torino; allo stesso tempo siamo convinti di voler dare rilevanza a quanto abbiamo costruito insieme, per dar respiro ad una piattaforma di lotta e resistenza contro il sionismo chiara e netta, sicuri anche che la disponibilità data per la logistica e la gestione di tutti gli impegni presi resterà salda sia a Torino sia nel resto delle città in cui si sta continuando a lavorare.
Forse lo spirito della manifestazione non era o non è chiaro a tutti, ma spostarla con il solo scopo di essere presumibilmente nella stessa città in cui sarà Netanyahu significa mostrare una posizione politica fragile e precaria, volta solo a tentare di risolvere le problematiche presenti a livello territoriale e che non rientra nelle nostre logiche di internazionalismo.
Sappiamo che quella del 30 novembre sarà solo una tappa, la strada è certo lunga, ma è stata intrapresa e proseguiremo convinti che possa maturare dando dei frutti concreti. Come diceva il compagno George Habash «La lotta contro l’impresa sionista potrebbe durare un altro centinaio di anni; chi non ha la forza necessaria dovrebbe farsi da parte».
Perciò chiediamo a tutte le realtà che si sono adoperate nel costruire insieme questa “tappa” di continuare a sostenere il percorso che ci vedrà presenti in una mobilitazione nazionale che prevederà la Manifestazione Nazionale il 30 novembre ed il seminario sul sionismo il 1° dicembre a Torino, una o più giornate di contestazione attraverso presidi vicino ai luoghi della città in cui si terranno gli incontri bilaterali con la presenza di Netanyahu.
Per noi esiste un solo baricentro e non è a Torino, né a Milano, o Firenze, Salerno... e nemmeno a Roma, ma nella Palestina occupata.
 
CON LA RESISTENZA PALESTINESE
CON I POPOLI CHE LOTTANO CONTRO L'IMPERIALISMO ED IL COLONIALISMO
TUTTE A TUTTI A TORINO IL 30 NOVEMBRE 2013 PER UNA GRANDE
MANIFESTAZIONE NAZIONALE
 
Rete di solidarietà con la Palestina - Milano
per l'Assemblea Nazionale
Dalla solidarietà alla Lotta Internazionalista - al fianco della Resistenza Palestinese
 

Inviato da admin il Ven, 22/11/2013 - 14:58





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domenica 22 settembre 2013

ANKARA, ATTACCO A EDIFICIO POLIZIA. UN MORTO DOPO L'INSEGUIMENTO

Sabato 21 Settembre 2013 14:37 


altNella serata di ieri è stato attaccato ad Ankara un edificio della polizia turca. Due razzi sono partiti contro un palazzo adibito a sale per riunioni di polizia, causando alcuni danni materiali e nessun ferito. Ci sono volute pochissime ore per permettere alle forze di polizia turca di implementare una militarizzazione dell'area e effettuare una vera e propria caccia all'uomo, mentre si rincorrevano le voci di due persone che sono state viste allontanarsi di corsa nei pressi dell'edificio colpito.
Posti di blocco, unità cinofile e quant'altro, per cercare una vendetta e una punizione esemplare, mentre le varie agenzie di stampa battevano la notizia tirando in causa (ancor prima di conoscere l'identità dei due “sospettati”) un gruppo di sinistra -Dhkp-C – come l'autore dell'attacco. L'inseguimento nelle vie limitrofe da parte della polizia ha provocato la morte di uno dei due e il ferimento dell'altro.
Il pugno duro delle forze dell'ordine ha forse avuto l'effetto cercato ma l'uccisione di una persona sospettata si riconferma la prassi e la regola della gestione di vicende di questo tipo o simili. In un Paese come la Turchia, che sebbene non ci stupisce per la recrudescenza in campo repressivo, morire dopo un inseguimento da parte della polizia sembra non fare scalpore, mentre nelle strade, al di là dell'episodio isolato dell'attacco ai locali della polizia, continua a crescere un dissenso e un malessere sociale nei confronti del governo.



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martedì 10 settembre 2013

TURCHIA: SCONTRI DOPO LA MORTE DI UN MANIFESTANTE

Polizia impedisce a manifestanti ingresso Piazza Taksim

10 settembre, 19:35


 


 
(ANSA) - ANKARA, 10 SET - Duri scontri questa sera nel centro di Istanbul fra polizia e manifestanti che protestavano contro la morte ieri sera ad Antiochia di un giovane dimostrante di 22 anni, Ahmet Atakan, colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno. Altre manifestazioni sono state convocate questa sera anche ad Ankara e in altre città del Paese. A Istanbul la polizia ha impedito a centinaia di manifestanti di entrare in Piazza Taksim, luogo simbolo delle grandi proteste anti-governative di giugno.


 RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA




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domenica 8 settembre 2013

MANIFESTAZIONI E SCONTRI AD ANKARA E ISTANBUL


Sabato 07 Settembre 2013 18:58 

altLa polizia ha attaccato diverse migliaia di manifestanti che questo pomeriggio stavano marciando in direzione della Middle East Technical University (ODTÜ nella sigla turca), ad Ankara. I manifestanti, che si oppongono alla costruzione dell' autostrada ad 8 corsie che significherebbe la distruzione di migliaia di alberi nel campus e nel quartiere limitrofo,sono stati inizialmente respinti dalla polizia con uso di proiettili di gomma, lanci di lacrimogeni e getti d'acqua. Attualmente stanno avvenendo scontri in tutto il quartiere nei pressi del Campus Universitario, dopo che già ieri notte gli studenti avevano fatto pressione intorno alla zona dove sono partiti i lavori, con sassaiole e mortaretti a fronte dell'ingente uso di gas lacrimogeni da parte della polizia.

Il Rettore della METU, intanto, si è espresso stamattina invocando una soluzione democratica che ponga fine al conflitto e metta d'acccordo gli schieramenti politici in campo. In solidarietà con il movimento ad Ankara, anche a Istanbul molte persone stanno scendendo in strada. In Via Istiklal la polizia ha creato uno sbarramento artificiale per impedire l'accesso ai manifestanti, diretti manco a dirlo verso Piazza Taksim.

La nottata tra oggi e domani si preannuncia all'insegna del conflitto sociale anche in altre città della Turchia.



Fonte:


 http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/8900-manifestazioni-e-scontri-ad-ankara-e-istanbul



martedì 23 luglio 2013

TURCHIA: "DISTRUGGETE GEZI PARK". PURGHE NEI MEDIA E ARRESTI

Turchia: “distruggete Gezi Park”. Purghe nei media e arresti

Un tribunale amministrativo dà ragione a Erdogan, le ruspe potrebbero tornare a distruggere il parco dove la polizia ha attaccato un migliaio di manifestanti che assistevano a… un matrimonio. Decine i giornalisti licenziati o costretti alle dimissioni per le loro critiche al governo.
Qualche settimana fa i media di tutto il mondo avevano dato grande risalto a una decisione di alcuni tribunali turchi che bocciava il piano del governo Erdogan e del sindaco di Istanbul diretti a trasformare il parco Gezi, nel centro della metropoli sul Bosforo, in una spianata di cemento. Ma la ‘festa’ è durata poco perché poche ore fa un tribunale amministrativo regionale ha annullato in appello la decisione adottata il 31 maggio dalla sesta Corte amministrativa della città che aveva accolto un ricorso di un'associazione decidendo la sospensione dei lavori di abbattimento degli alberi nel fazzoletto verde. Dopo la decisione presa alla fine di maggio le autorità dell’Akp avevano presentato ricorso ma a inizio luglio la Corte amministrativa di Istanbul l'aveva respinto, negando l’accoglimento della richiesta di revoca della sospensiva, mentre la sentenza di merito sul progetto è attesa entro due mesi. Il braccio di ferro continua ma è evidente che i liberal-islamisti hanno forti agganci all’interno della magistratura e che quindi il progetto speculativo nel centro di Istanbul – un centro commerciale, una casera ‘ottomana’ e una moschea al posto del boschetto - è ancora in ballo. Secondo il quotidiano Hurriyet, inoltre, l’ultima sentenza di fatto dà il via libera ai lavori perché é operativa immediatamente, senza dover aspettare il pronunciamento del Consiglio di Stato.
E, al di là dell’esito della disputa giudiziaria, a ricordare i metodi del governo Erdogan ci ha pensato durante il finesettimana la polizia che, in assetto antisommossa è intervenuta contro un migliaio di persone che si erano radunate proprio intorno al parco in occasione delle nozze tra due attivisti. I reparti antisommossa hanno attaccato i convenuti con manganelli, cannoni ad acqua e lacrimogeni. I due giovani sposi, conosciutisi durante le proteste di fine maggio, avevano deciso di sposarsi proprio al margine di Piazza Taksim, ma il divieto di manifestare evidentemente vale per tutti, ma proprio tutti. Mentre gli arresti di oppositori continuano, come è avvenuto ad Antakya (Antiochia), sulla costa turca a pochi chilometri dalla frontiera con la Siria, dove 28 attivisti sono stati arrestati all’alba di ieri durante una delle ennesime retate compiute dalla polizia contro chi ha partecipato alle manifestazioni antigovernative degli ultimi mesi. Così come continuano le purghe contro i giornalisti che si sono permessi di violare la ferrea censura – ed autocensura - che da sempre caratterizza il sistema mediatico turco.

Secondo i dati forniti dal Sindacato dei Giornalisti Turchi (Tgs) almeno 22 cronisti sono stati licenziati per la loro copertura delle proteste antigovernative ed altri 37 costretti alle dimissioni. ''Questi licenziamenti e queste dimissioni sono per lo più collegati con le politiche di censura seguite da diversi media sulla protesta di Gezi Park'' ha affermato il presidente del Tgs di Istanbul Gokhan Dumus che ha aggiunto: ''I nostri colleghi hanno lavorato duramente per garantire il diritto all'informazione del pubblico, e lo hanno pagato con il loro posto di lavoro. Alcuni sono stati censurati, altri hanno visto i loro programmi tv chiusi''. ''Alcuni giornalisti sono stati licenziati per dei tweets che avevano mandato. Uno per avere inviato il messaggio 'Ciao' a un manifestante di Gezi''. Tra i reporter presi di mira i più noti sono Tugce Tatari, editorialista del quotidiano Aksam, e Hasan Comert, giornalista esperto di cultura. Da parte sua il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti (Cpj) denuncia che il governo di Tayyip Erdogan ''é impegnato in un'ampia offensiva per ridurre al silenzio i giornalisti critici attraverso detenzione, procedure legali e intimidazione ufficiale'' in ''una delle più vaste campagne di repressione della libertà della stampa nella storia recente''. 

Ultima modifica il Martedì, 23 Luglio 2013 12:40 

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lunedì 22 luglio 2013

MOLTI PALESTINESI TRA 61 MIGRANTI IN NAUFRAGIO BARCONE MIGRANTI

L'imbarcazione e' affondata all'alba davanti alle coste turche a causa del sovraffollamento. Tra le vittime anche siriani e iracheni.

lunedì 22 luglio 2013 21:15


della redazione
  Roma, 22 luglio 2013, Nena News - Almeno 61 migranti, tra cui palestinesi e siriani, più della metà dei quali bambini, sono morti dopo che la loro barca è affondata alcune decine di metri al largo della costa occidentale della Turchia Egeo. Lo riferisce l'agenzia di stampa Reuters.

Tahsin Kurtbeyoglu, governatore del distretto di Menderes, nella provincia di Izmir, ha detto che l'imbarcazione e' affodata all'alba a causa del sovraffollamento. La sua destinazione era ignota ma la cittadina turca di Ahmetbeyli da dove era partita, a pochi chilometri dall'isola greca di Samos, è un punto di partenza comune per i migranti che cercano di entrare nell'Unione europea. "Il bilancio delle vittime è di 61, di cui 12 uomini, 18 donne, 28 bambini e tre bambini," l'ufficio del governatore di Smirne, ha detto in una dichiarazione. L'ufficio del governatore di Izmir ha aggiunto da parte sua che i sopravvissuti sono palestinesi e cittadini siriani, come molti dei morti. I media turchi hanno detto che c'erano anche gli iracheni sulla barca. Secondo l'Onu 1.500 immigrati, per lo più provenienti dall'Africa, sono morti nel tentativo di raggiungere le coste europee l'anno scorso con le rivolte in Tunisia e in Libia. Nena News 



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giovedì 11 luglio 2013

PROTESTE IN TURCHIA, UN ALTRO MORTO

Mercoledì 10 Luglio 2013 12:58 



Un'altra vittima della repressione del governo Erdogan e dei suoi liberal-islamisti: Ali Ismail Korkmaz, 19 anni, pestato il 3 giugno da una squadraccia non ancora identificata e morto oggi dopo settimane di coma.

Si registra oggi una nuova vittima della repressione delle forze di sicurezza turche contro milioni di persone scese in strada a protestare contro il governo Erdogan e le sue politiche turbo-liberiste.
Il 3 Giugno scorso, nella città di Eskisehir - sud-ovest della Turchia - durante una delle tante manifestazioni convocate contro il progetto di speculazione governativa nel Gezi Park di Istanbul e contro gli arresti scatenati dalla polizia, un giovane dimostrante, Ali Ismail Korkmaz, di appena 19 anni, viene circondato da alcune persone in abiti civili e picchiato selvaggiamente con delle mazze di legno. Dopo l’aggressione lo studente universitario fu portato all’ospedale dove però viene obbligato a recarsi in commissariato per ‘sporgere denuncia’. Solo il giorno dopo il pestaggio quindi Korkmaz riesce a farsi visitare dai medici, che gli riscontrano una emorragia cerebrale. Il giovane viene trasferito all’ospedale di Osmangazi ed operato immediatamente, ma il ritardo nei soccorsi gli è stato fatale. Il 4 giugno è entrato in coma e dopo una lunga agonia oggi i sanitari hanno dato la notizia della morte del ragazzo.
La famiglia dello studente ha annunciato una denuncia contro l’ospedale di Eskisehir mentre polizia e magistratura proprio non ‘riescono’ a identificare gli assassini nonostante molte telecamere avessero registrato immagini dell’aggressione subita da Korkmaz. Che a questo punto diventa la quinta – o sesta, o settima, a seconda dei diversi bilanci forniti da diverse istituzioni – vittima della repressione del governo Erdogan contro il proprio popolo. 

Ultima modifica Mercoledì 10 Luglio 2013 13:05 



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lunedì 8 luglio 2013

ISTANBUL: LIBERATO FOTOREPORTER ITALIANO ARRESTATO E INTERROGATO

Lunedì 08 Luglio 2013 18:36 



Dopo Daniele Stefanini un altro fotoreporter italiano è finito in cella ad Istanbul. Si tratta del 24enne Mattia Cacciatori, arrestato sabato sera durante la repressione di una manifestazione nel centro della metropoli turca.

Sabato pomeriggio e poi per molte ore durante la notte la polizia turca si è scatenata contro alcune migliaia di dimostranti tornati in piazza nel centro di Istanbul per riprendersi Gezi Park dopo l’annuncio da parte delle autorità della sua riapertura al pubblico. Mentre alcuni uomini in abiti civili scorazzavano nelle vie laterali alla Istiklal Caddesi machete alla mano, aggredendo alcuni dimostranti, gli agenti antisommossa si sono accaniti soprattutto contro giornalisti e fotoreporter ‘colpevoli’ di documentare la loro efferatezza. Alla fine della nottata di cariche e rastrellamenti gli arrestati sarebbero stati 59, decine di feriti, tra i quali ben 12 giornalisti. Alcuni dei quali sono finiti in manette. Tra questi il fotoreporter italiano Mattia Cacciatori, portato via dalla polizia mentre stava filmando le violenze degli agenti contro i manifestanti. 

''Mi hanno arrestato, sono sul furgone insieme ad altre persone, arrestate anche loro, e mi stanno portando nella stazione centrale di Aksaray'' ha scritto lui stesso in un messaggio invitato ai familiari appena dopo il fermo.

Immediatamente è scattato l’allarme, e l’associazione Articolo 21 e i familiari del 24enne di San Giovanni Lupatoto (Verona) hanno allertato le autorità italiane, chiedendo e ottenendo il loro immediato interessamento. Il giovane fotoreporter, ex consigliere comunale poi dimessosi per dedicarsi a tempo pieno ai fotoreportage ‘di guerra’, ha contattato di nuovo ieri la famiglia, affermando di essere in buone condizioni ma di essere ancora in stato di detenzione e sotto interrogatorio.

Il 22 giugno Cacciatori era partito per Istanbul, per raccontare per immagini la protesta contro la distruzione del parco e contro il governo Erdogan. Cacciatori é il secondo fotografo italiano finito in cella a Istanbul durante la repressione del governo dell’Akp contro le manifestazioni popolari che ormai da un mese riempiono le piazze della Turchia: Daniele Stefanini, 28 anni, livornese, il 17 giugno era stato arrestato e malmenato dalla polizia, perdendo la macchina fotografica. Era era stato liberato il giorno dopo solo grazie all’intervento delle autorità italiane.
Secondo le autorità italiane anche Cacciatori sarebbe dovuto tornare presto in Italia, ieri si era detto probabilmente entro la giornata di oggi, "appena esaurite le procedure previste dalle autorità turche".
E la notizia della sua liberazione è arrivata nel tardo pomeriggio di oggi, diffusa prima dalla Giunta Regionale Veneta e poi confermata dalla Farnesina. Poche ore prima Cacciatori avveva ricevuto il permesso da parte delle autorità turche di chiamare la madre, Anita Zerman. ''Matteo - ha detto la donna - é stato informato che ero preoccupata e così ha potuto fare questa telefonata per tranquillizzarmi. E' ancora in stato di fermo, la data della liberazione non si conosce''. La signora Zarman ha riferito alle agenzie di stampa che ''Matteo mi ha detto che é stanco, stufo e sporco, ma sereno. Perché sa che le cose stanno andando bene''.
Per lui le cose, per fortuna, sono andate relativamente bene, anche se è stato due giorni in cella in un paese straniero solo perché documentava le violenze della polizia turca contro manifestanti inermi e colleghi giornalisti. Ma nelle carceri turche sono rinchiusi, nel completo disinteresse e silenzio del 'mondo libero', parecchie decine di giornalisti e mediattivisti turchi e kurdi. Per loro le cose, in genere, non vanno affatto bene.

 
 
 
Fonte:
 
 
Ultima modifica Lunedì 08 Luglio 2013 18:56

mercoledì 3 luglio 2013

ISTANBUL: I GIUDICI SALVANO GEZI PARK. PER ORA






Istanbul: i giudici salvano Gezi Park. Per ora 


Primo stop per i progetti faraonici del premier Erdogan e dell’Akp: un tribunale di Istanbul blocca i lavori a Gezi Park, anche se la decisione finale arriverà entro due mesi. Il vicepremier Atalay accusa la ‘diaspora ebraica’ di manovrare le proteste.


La Sesta Corte amministrativa di Istanbul ha respinto oggi un ricorso presentato dal governo dell’Akp (Partito per la Giustizia  e lo Sviluppo), in particolare dal Ministero della Cultura, contro la sospensione provvisoria dei lavori a Gezi Park decisa a fine maggio dai magistrati. La corte si é limitata a non accogliere la richiesta di revoca della sospensiva ed entro due mesi ha annunciato una decisione sul merito della distruzione di Gezi Park. Se il tribunale di Istanbul dirà no al governo di Recep Tayyip Erdogan il piccolo parco adiacente alla enorme Piazza Taksim resterà un parco e non verrà distrutto per far posto a una moschea, ad un centro commerciale e alla ‘ricostruzione’ di alcune moschee ottomane. Un progetto fortemente voluto dal sindaco della città e dal premier Erdogan e contro il quale a fine maggio erano scesi in campo alcuni collettivi e gruppi di artisti, intellettuali e attivisti che si erano accampati nel parco per bloccare le ruspe che già avevano iniziato i lavori di sbancamento nonostante la sospensiva del Tribunale Amministrativo. Il feroce intervento della Polizia contro le poche centinaia di manifestanti che si erano mobilitati a difesa del Gezi Parki aveva scatenato una vasta e trasversale protesta popolare sfociata in enormi manifestazioni represse altrettanto selvaggiamente dalla Polizia e dalla Gendarmeria, il cui saldo finora è di almeno 5 morti, migliaia di feriti e arrestati.

Stando a quanto riporta il quotidiano Hurriyet, la decisione è stata votata a maggioranza dai membri della Corte, trovando contrario il presidente. Il coordinamento di realtà sociali riunite in ‘Taksim Solidarietà’ ha salutato il pronunciamento del tribunale amministrativo come una grandissima vittoria, frutto della grande mobilitazione popolare contro la gentrificazione del centro di Istanbul e i piani speculativi dell’Akp a cui si sono legate le proteste di vasti settori sociali contro le difficoltà economiche, il tentativo di imporre una legislazione improntata alla moralità islamista, la mancanza di libertà di espressione, stampa e manifestazione, la destabilizzazione della vicina Siria.

Il no, seppur momentaneo, alle pretese del governo di Ankara, costituisce un primo importante stop alle mire politico-economiche del premier Erdogan, che nonostante la vasta e trasversale contestazione continua a puntare sull’asse con alcune potenti lobby economiche per ottenere l’appoggio necessario a cambiare la costituzione, trasformando la Turchia in una Repubblica Presidenziale, e farsi quindi eleggere il prossimo anno capo dello Stato con pieni poteri.

Anche oggi un esponente di punta dell’esecutivo è tornato ad accusare ‘forze straniere’ di essere dietro le proteste contro l’Akp. A esternare quanto Erdogan ha ripetuto più volte in queste settimane è stato oggi il vicepremier, Besir Atalay. “Gli incidenti di Gezi Park sono stati orchestrati dalla diaspora ebraica, che ha avuto un ruolo attivo in questi eventi" ha detto Atalay, citato dal quotidiano Hurriyet. Il vicepremier ha anche rilanciato le accuse contro le "forze straniere", senza dettagliare ulteriormente, come pure contro i media internazionali. Tutti attori di una "cospirazione" che ha funzionato "bene", ma che non riuscirà nel "tentativo di bloccare il cammino verso la Grande Turchia".  

 

Fonte:


sabato 29 giugno 2013

UN ALTRO MORTO E ALMENO DIECI FERITI NEGLI SCONTRI CON I MILITARI TURCHI

28.06.2013 Giornata ancora all'insegna degli scontri, ma in un'altra regione della Turchia.
A sud est, infatti, nella città di Lice, vicina alla più conosciuta Diyarbakir, una persona ha perso la vita. Si tratta di Medeni Yıldırım, ragazzo di 18 anni, ucciso durante una manifestazione con i compagni contro la costruzione di una nuova caserma militare nella città. 
Gli slogan erano forti ma assolutamente pacifici: "non vogliamo la guerra, vogliamo la pace".
Si parla di almeno 10 feriti negli scontri con i militari turchi.
E' la quinta vittima durante le manifestazioni in questo mese di giugno che sembra non finire mai...

Il gruppo hacker "RedHack" ha appena hackerato il sito dell'amministrazione di Lice per condannare l'accaduto:


http://www.lice.gov.tr/

Se in questo momento provate ad accedere vi comparirà la pagina seguente:
 
 Che il ragazzo possa riposare in pace.

 

Andrea Mazzone
 
 
Fonte:
 http://andreamazzone.blogspot.it/2013/06/shock-una-nuova-vittima.html

domenica 23 giugno 2013

PIAZZA TAKSIM, GIORNATA DEL GAROFANO

Da Taksim Gezi Parki Italy
 
23.06.2013 02.25

Giornata del garofano.

Migliaia di persone si sono ritrovate oggi in piazza Taksim ad Istanbul per ricordare insieme le vittime di queste 3 settimane di scontri con la polizia. Garofani alle mani, chi arrivato da altre città della Turchia, tutti si sono uniti nello stesso ricordo. Hanno preso a marciare in tardo pomeriggio e si sono recati a Taksim.
Tempo di slogan e di manifestazione quando un toma in İstiklal street inizia ad attaccare i manifestanti. La gente tenta di disperdersi. Chi corre. Chi cerca riparo. Un nuovo scontro comincia dopo una pausa di quasi 1 settimana nella metropoli turca. 100 mila persone i numeri di questa serata, che rimarrà nel segno del fiore rosso. Il garofano.
In questo momento, dopo una lunga serata di nuovi scontri, la polizia cerca ancora di disperdere e convincere tramite annunci la gente ad andare a casa. Mentre in piazza Taksim, lo vedete dalla foto, lo scenario sembra surreale. Migliaia di fiori giacciono a terra, ricoprendo di rosso le mattonelle e l'asfalto di una piazza che ha subito davvero troppo in queste 3 settimane di duri scontri...

Che la quiete possa tornare al più presto, anche su Piazza Taksim...

Andrea Mazzone
 
 
 
 

sabato 22 giugno 2013

DOVE SONO I DESAPARECIDOS DI GEZI PARK?


Dal blog di Bob Fabianihttp://bob-fabiani.blogspot.it/


venerdì 21 giugno 2013


Negli ultimi giorni il "pugno di ferro" di Erdogan si è trasformato in una caccia indecorosa all'uomo, sistematica e scientifica.
A certificare la drammatica evoluzione della situazione sono le parole  usate da Hatice Odemis: "Allo stato attuale ci sono 137 persone tecnicamente disperse". Le drammatiche parole sono pronunciate all'interno degli uffici Tohav (Toplum ve hukuk arastirmalari vakfi) organismo che fornisce assistenza legale e medica agli arrestati di Gezi Park.
Che cosa sta accadendo in Turchia?
La situazione è ormai ben delineata: il governo Erdogan ha fatto una scelta di campo ben precisa ricorrendo al "pugno di ferro" di fatto, ha instaurato un regime tipico dei sistemi dittatoriali. A mano a mano che passano i giorni dalla violenta "giornata di guerra" dello scvorso fine settimana, la polizia procede con durissime irruzioni nelle case, nelle sedi di partito dell'opposizione al governo Erdogan e, persino negli ospedali e nei tribunali oppure, nelle redazioni degli organi di stampa. Lo stesso governo ha già annunciato, nei giorni scorsi, una "legge punitiva" nei confronti dei social media.
E' storia di ieri.
La polizia governativa di concerto con il ministro dell'interno sta setacciando migliaia di pagine sui siti internet - senza tralasciare Twitter e facebook - con l'intento di risalire a quanti, in questo periodo di rivolta, stanno veicolando l'opposizione al governo.
Hatice Odemis passa le sue giornate praticamente "a stretto contatto" con il telefono e, con ammirevole impegno spiega i fatti di sabato scorso.
Passate le ore drammatiche del blitz di sette giorni fa a Gezi Park, dove la polizia turca, ha mostrato la sua violenza becera, ora, è possibile - spiega Odemis con voce ferma ma calma - fare la conta degli arrestati".
Tra sabato e domenica della settimana appena trascorsa, la polizia ha effettuato 400 arresti, dall'inizio della rivolta sono 883. I minori sono 35. A questo punto Odemis incrina - per un breve attimo - la voce e abbassando ancora il tono vocale pronuncia una derammatica verità. "140 persone non rispondono all'appello".
Nella sala degli uffici Tohav scende un silenzio carico di angoscia e paura.
"Si tratta di pèersone arrestata - torna a spiegare Hatice - ma non ancora identificate. Abbiamo raccolto testimonianze degli avvocati che stanno cercando di sbrogliare la matassa. Ci sono manifestanti che si trovano ancora stipati all'interno degli autobus con i quali sono stati accompagnati ai commissariati, sabato scorso. Da allora sono chiusi là dentro, con le manette ai polsi, senza possibilità di uscire e comunicare con l'esterno. Mangiano, dormono e aspettano dentro le vetture. Una sorta di tortura psicologica."
Con estrema difficoltà gli stessi avvocati sono riusciti a ricostruire la dinamica degli eventi e, a seguire 24 ore su 24, i manifestanti. Questo lavoro è stato fondamentale per dare una collocazione a coloro di cui si sono perse le tracce.
-DOVE SONO E QUANTI SONO I DESAPARECIDOS TURCHI?
Che cosa è realmente accaduto a questi manifestanti?
E' la stessa Hatice, in un'altra drammatica e intensa telefonata, a rispondere all'inquietante quesito. 
"In tutto sono 11 i manifestanti di cui non si ha alcuna notizia".
Il racconto seguente riporta alla mente "certe drammatiche giornate argentine" dove, i familiari erano sballottati di ufficio in ufficio, di commissariato in commissariato, senza certezze, lasciati completamente soli e privi del conforto delle Istituzioni.
Inizia uno stillicidio tra la voce di Hatice - che ormai diventa roca e cupa - e quella di parenti, amici e genitori che, dall'altra parte del contatto telefonico, confermano nomi e generalità di giovani attivisti senza però dare l'assenso per finire sul giornale, anche se straniero. Sono nomi di ragazze, studenti  e anche di un docente: tutti campeggiavano a Gezi Park. Non si tratta di cattiva fiducia nel Thav ma solo di paura, paura di compiere passi falsi dannosi per la sorte dei propri cari.
Anche l'altra associazione l'Ihd (Inslan Hakkari Dernegi) che sta monitorando la questione denucia lo "stallo della situazione". A parlare è  Umit  Efe: "Stiamo facendo il possibile per capire  dove siano finiti questi ragazzi ma la polizia e le Istituzioni non ci aiutano affatto". L'unica certezza è la "storia degli autobus". Efe aggiunge un dettaglio: quegli autobus sono di colore nero. Non è l'unico dettaglio. Umit Efe usa toni pacati ma, le sue parole, riescono a dare una ulteriore connotazione alla repressione governativa. 
"Chi è ancora là dentro (si riferisce ai bus neri;n.d.r) appartiene sopratutto a movimenti e partiti di sinistra radicale, i più invisi a Erdogan: il partito social-democratico (Spd) e L'unione socialista dei lavoratori (Isp)". L'esponente dell'Ihd aggiunge un'ultima informazione utile a inquadrare meglio ciò che il governo Erdogan sta portando avanti:"In  questi giorni, ai loro danni, è stata condotta una oiperazione speciale. Molti attivisti sono stati prelevati all'alba, nelle proprie case. Hanno perquisito la redazion e del magazine antagonista Barikat, sequestrando tutto. Temo sia solo l'inizio di una operazione in grande stile".
Stando così le cose è stato necessario far nascere una piattaforma che coordinasse tutta la mole di lavoro per seguire l'assistenza legale e medica dei manifestanti. Oltre alla Tohav e al Ihd, ha aderito l'associazione degli avvocati Chd (çagdas hukukçuloar dernegi) e quella degli attivisti per i diritti umani della Tihav (Turkiye Insan Haklari vakfi).
Parla l'avvocato Ramazan Nemir: "Stiamo raddoppiando l'impegno per non lasciare nessuno indietro - spiega Nemir, colui che ha fornito assistenza legale al fotografo livornese Daniele Stefanini dopo l'arresto avvenuto immediatamente dopo lo sgombero di Gezi Park. E' stato arrestato perché, come gli altri, fotografava gli agenti in tenuta antisommossa, nell'atto di sparare candelotti di gas e proiettili di gomma. Un'accusa assolutamente priva di fondamento - Ricordo che portava sul volto e ad una gamba i postumi di un'aggressione feroce da parte della polizia".
-LE DIFFICOLTA' DELLE AZIONI DEGLI AVVOCATI.
A mano a mano che passano i giorni l'azione degli avvocati si fa sempre più difficile. Si ripetono scientificamente le violazioni.   
 Una di queste resta la più eclatante. Istanbul, 12 giugno, le forze di polizia effettuano il blitz dell'irruzione all'interno della çaglayan courthouse, il tribunale della città sul Bosforo, arrestando 47 avvocati. Qual'era il motivo? Inscenavano una protesta contro le violenze avvenute a Piazza Taksim.
-LA TESTIMONIANZA DELL'AVVOCATO HUSSEYIN BOGATEKIN.
L'avvocato bogatekin al momento delle violenze della polizia si trovava in  piazza: " Ci eravamo riuniti nel cortile del palazzo di giustizia, dopo qualche minuto i poliziotti sono entrati nell'edificio con caschi, scudi e manganelli. Hanno strattanato e insultato me e gli altri colleghi, molti dei quali indossavano la tonaca. Ci hanno legato le mani dietro la schiena, schiacciandoci il volto al suolo, come fossimo criminali comuni. Quindi ci hanno condotti in commissariato. Erano in gran numero, molti di più degli avvocati presenti."
Anche l'avvocato Bogatekin ha aderito alla rete costituita per aiutare le famiglie dei ragazzi uccisi, dispersi e dei migliaia che sono feriti, spesso in maniera grave  e invalidante, durante il corso della protesta. Secondo il suo parere, proprio questo impegno è stato punito con la violenta azione poliziesca del 12 giugno: "è una palese violazione della libertà di espressione - e aggiunge - inoltre la polizia si è permessa di entrare all'interno di un palazzo di giustizia e di arrestare degli avvocati, solo perchè osavano manifestare. Quando hanno iniziato a portar via i colleghi, in molti si sono affacciati dalle finestre, protestando. A quel punto un ufficiale, con un megafono, ha minacciato l'intero tribunale...Se continuate a gridare, verrete arrestati anche voi! Appena appresa la notizia centinaia di colleghi da ogni parte della città hanno raggiunto il tribunale. Il risultato è che, appena qualche ora dopo il sit-in di quelle poche decine di avvocati, è andata in scena una manifestazione spontanea di almeno un migliaio di persone".
-L'AZIONE REPRESSIVA SI SNODA SU PIU' FRONTI.
La polizia turca ormai orienta la repressione su vari fronti.
I primi a cadere sotto la "tela del ragno" e del "pugno di ferro" dei zelanti poliziotti sono stati i giornalisti e subito dopo, come abbiamno visto, gli avvocati ora, negli ultimi giorni, è la volta dei medici  e il personale paramedico. Motivo: la scorsa settimana hanno prestato soccorsi ai feriti mentre infuriava la "guera repressiva" scatenata dai "precisi ordini del Sultano".
Addirittura a finire sotto inchiesta è la Chamber of Medics, la corporazione dei sanitari. La dottoressa Hardan Toprak non usa giri di parole: "Siamo sotto attacco" afferma mentre racconta lo scenario che si è trovata difronte nella "Guerra di piazza".
"Molti ragazzi sono stati colpiti agli occhi dai proiettili di gommasparati dagli agenti. Molti hanno perso la visione binoculare. Troppi ragazzi. Il che lascia pensare ad una sorta di tiro al bersaglio".
Un'infinita lista di nomi di ragazzi feriti agli occhi dall'inizio della protesta:
Mahir Gur
Sepher Wahabbi
Muharram Dalsuren
Burak Unveren
Yusuf Murat Ozdemir
Vedat Alex
Selim Polat
Erdal Sarikaya 
Necati Testo.
Non è tutto. La dottoressa Toprak racconta un caso che ha indignato l'intera Turchia. Si tratta di un bambino di 4 anni colpito ai testicoli da un proiettile.
Un ferimmagine eloquente della brutalità della repressione di Erdogan. Malgrado questo, la protesta non si arresta e va avanti: i turchi non vogliono nè tornare indietro nè rinunciare alla laicità dello stato, l'unica garanzia democratica contro l'autoritarismo che è già diventato qualcosa di altro. Un regime che, al primo posto mette la repressione e la sparizione di decine di manifestanti.
Dove sono?
(Fonte.:barikat;ohav;ihd;chd;tihav;ilmanifesto)
Bob Fabiani
Link
-www.barikat.tr;
-www.presseurope.eu/it;
-www.acikradio.com.tr;
-www.atilim.com.tr;
-www.milliyet.tr        



http://bob-fabiani.blogspot.it/2013/06/dove-sono-i-desaparecidos-di-gezi-park.html