DIARIO DI UN MASSACRO, di Valentina Perniciaro
LIBERAZIONE, 16 SETTEMBRE 2008, retrocopertina (
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«Il
problema che ci poniamo: come iniziare, stuprando o uccidendo? Se i
palestinesi hanno un po’ di buonsenso, devono cercare di lasciare
Beirut. Voi non avete idea della carneficina che toccherà ai
palestinesi, civili o terroristi, che resteranno in città. Il loro
tentativo di confondersi con la popolazione sarà inutile. La spada e il
fucile dei combattenti cristiani li seguirà dappertutto e li sterminerà,
una volta per tutte». Il settimanale Bamaneh , organo
ufficiale dell’esercito israeliano, due settimane prima del massacro di
Sabra e Chatila, riporta le parole di un ufficiale delle Falangi
cristiano-maronite.
Ma proseguiamo con ordine.
Martedì 14 settembre ’82
Un’esplosione devasta la sede di Kataeb (partito delle Falangi
cristiane) durante una riunione di quadri. Tra i 24 corpi anche quello
di Bashir Gemayel, presidente della Repubblica libanese da appena tre
settimane. E’ un colpo pesante per Israele: muore il nemico numero uno
dei palestinesi in Libano, l’uomo che li aveva definiti «il popolo di
troppo», ricordato come «il presidente sostenuto dalle baionette
israeliane». La sua elezione era la prima grande vittoria di Sharon: le
sue milizie erano state aiutate militarmente, addestrate in campi
speciali, garantite di servizi di intelligence e organizzazione. Il
generale Eytan, capo di stato maggiore israeliano, poco dopo l’attentato
dichiarerà: «Era uno dei nostri».
Il giorno prima, il 13 settembre, gli ultimi 850 paracadutisti e fanti
della forza di pace internazionale (per lo più francesi, italiani e
americani) lasciano il paese. Non sono nemmeno le 18 quando parte
l’operazione “Cervello di Ferro”: inizia un fitto ponte aereo
israeliano, uomini e carri armati arrivano all’aereoporto internazionale
di Beirut e il generale Eytan dichiara: «Stiamo per ripulire
Beirut-Ovest, raccogliere tutte le armi, arrestare i terroristi,
esattamente come abbiamo fatto a Sidone e a Tiro e dappertutto in
Libano. Ritroveremo tutti i terroristi e i loro capi. Ciò che c’è da
distruggere lo distruggeremo».
Mercoledì 15 settembre
Prima dell’alba si tiene una riunione decisiva al quartier generale
delle milizie unificate della destra cristiana: per Israele sono
presenti i generali Eytan e Druri, per le milizie falangiste il
comandante in capo Efram e il responsabile dei servizi di informazione
Hobeika. Si discute un piano d’entrata delle falangi nei campi profughi
palestinesi di Beirut; un capo militare alla fine della riunione
dichiarerà: «Da anni aspettiamo questo momento». Durante tutto il giorno
le strade che vanno verso i campi vengono riempite con la vernice di
enormi frecce che indicano la direttrice di penetrazione, Sabra e
Chatila devono essere facilmente raggiungibili da chi non conosce la
città. Dalle 5 in poi lo Tsahal (l’esercito israeliano ndr ) avanza su
cinque direttrici, circondando completamente Beirut-Ovest: Sharon arriva
sul posto a dirigere le operazioni alle 9 del mattino, sul tetto di un
enorme edificio, al settimo piano, da dove può osservare benissimo i
campi. Il primo ministro Menahim Begin dirà poche ore dopo che il loro
«ingresso in città è solamente per mantenere l’ordine ed evitare dei
possibili pogrom, dopo la situazione creatasi con l’assassinio di
Gemayel».
Dalle 12 i campi di Sabra e Chatila sono circondati dai tank israeliani:
la popolazione si chiude in casa. Tutti i combattenti sono partiti
pochi giorni prima, nelle viuzze strette sono rimasti solamente bambini,
donne e anziani.
Giovedì 16 settembre
Bastano 30 ore per completare la missione: è la prima volta che Israele
conquista una capitale araba. Per tutta la mattinata è un formicaio di
bande armate, munite anche di asce e coltelli, che percorrono le strade a
bordo di jeep dello Tsahal; alle 15 il generale Druri chiama Sharon: « I
nostri amici avanzano nei campi. Abbiamo coordinato la loro entrata».
La risposta è secca: «Felicitazioni».
Il tempo a Sabra e Chatila si fermerà alle 17 per ricominciare a
scorrere 40 ore più tardi, alle 10 del sabato successivo. Gli israeliani
seguono le operazioni dal tetto del loro quartier generale, forniscono
in aiuto razzi illuminanti sparati con una frequenza di due al minuto:
non calerà mai la notte sopra i campi. Le falangi cristiano-maronite non
si limitano a sterminare la popolazione; il loro accanimento,
soprattutto verso i bambini, ha pochi precedenti nella storia, la loro
crudeltà supera ogni aspettativa. Sfondano le porte delle case e
liquidano intere famiglie ancora nei letti o a tavola, tagliano le
membra delle loro vittime prima di ucciderle, stuprano ripetutamente
donne e bambine, evirano, assassinano a colpi d’ascia. Solitamente
lasciano viva una bimba per famiglia che, dopo ripetuti stupri, ha il
solo compito di raccontare e far scappare chi resiste. Una donna al nono
mese di gravidanza verrà ritrovata con il ventre aperto, uccisa con il
feto messogli tra le braccia. Le teste dei neonati vengono schiacciate
sulle pareti. I miliziani saccheggiano tutto: si troveranno molte mani
di donne tagliate ai polsi per impadronirsi dei gioielli.
Venerdì 17 settembre
Il venerdì nero. Il tenente Avi Grabowski dirà davanti alla commissione
d’inchiesta «Ho visto falangisti uccidere civili…Uno di loro mi ha
detto: dalle donne incinte nasceranno dei terroristi». Ma i soldati
israeliani ricevono ancora l’ordine di non intervenire su ciò che sta
accadendo, di non entrare nei campi; il loro compito rimane quello di
sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e
illuminare l’area, al calar della notte. Sono le milizie di Haddad
quelle che incutono più terrore, quelle che legano i feriti alle jeep e
li trascinano fino alla morte, quelle intente a torturare e a non
lasciare nessuno in vita; i metodi si fanno più rapidi rispetto
all’inizio del massacro, ora si spara a bruciapelo e spesso si incide
una croce sul petto dei cadaveri. Più di 1500 persone spariranno salendo
sui loro camion: non si è più saputo niente di loro. Entrano anche
nell’ospedale di Akka e di Gaza, medici e infermieri palestinesi sono
giustiziati, così come i feriti. Al confine del campo gli uomini delle
milizie cristiane sono euforiche, non si vergognano di urlare in faccia
ai giornalisti che iniziano ad arrivare: «Andiamo ad ammazzarli, ci
inculeremo le loro madri e le loro sorelle». Sharon è l’unico invece che
continua a dichiarare, mentre sovrasta il massacro, «l’entrata di
Tsahal a Beirut porta pace e sicurezza ed impedisce un massacro della
popolazioni palestinesi. Stiamo impedendo una catastrofe».
Sabato 18 settembre
Il massacro continua; la puzza di cadaveri, sotto il caldo sole di
Beirut, inizia a superare i confini dei campi palestinesi. E’ il momento
dell’ultima trappola: le milizie dalle 6 del mattino girano sulle jeep
urlando alla popolazione di arrendersi, di uscire di casa. Più di un
migliaio saranno uccisi sulla strada Abu Hassan Salmeh, principale
arteria di Chatila. Chi viene arrestato e portato nello stadio sarà
ritrovato morto ancora ammanettato, spesso buttato in piscina. Gli
ultimi abitanti vengono portati via sui camion.
Alle 10 cala il silenzio su Sabra e Chatila. Le milizie sono uscite; non
si scorge anima viva nel fetore di quelle strade. Solo qualche ora dopo
i sopravvissuti inizieranno ad uscire dai rifugi, e il dolore si
trasformerà in grida, mentre osservano più di 2000 cadaveri mutilati,
dilaniati, stuprati, lasciati marcire al sole. I riconoscimenti
avverranno solo in parte, visto che molti erano stati già gettati in
fosse comuni. C’è una donna che urla… ha intorno a se i cadaveri dei
suoi 7 bambini, tiene tra le braccia il corpo dilaniato della più
piccola, di soli 4 mesi. Si tira la terra in testa, urla, «E ora? Dove
andrò? E ora?».
Sulle mura delle poche case rimaste in piedi si leggono gli slogan della Falange “Kataeb”: «Dio, Patria, Famiglia».
«Quali assassinii di donne? Si fa una storia per niente. Da anni uccido
palestinesi e non ho ancora finito. Li odio. Non mi considero affatto un
assassino. Ne verranno ancora assassinati migliaia, ed altri creperanno
di fame», le parole di Hobeika saranno difficili da dimenticare.
Neanche per il popolo israeliano è facile accettare l’idea di essere
corresponsabili di una simile azione, l’indignazione popolare è
profonda. Un corteo di 400mila persone invaderà Tel Aviv con slogan
diretti contro il governo e Sharon.
Il 20 settembre, Amos Kennan sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot
, scriverà: «In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione
di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il
milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza
utile».
Oggi ci sarà ancora una commemorazione, sulla piazza della fossa comune,
all’ingresso di Chatila. La popolazione dei campi andrà a salutare, a
portare avanti il ricordo di quei giorni neri in cui si è cercato casa
per casa il più innocente per trucidarlo, in cui si è perpetrato uno
sterminio scientifico e atteso da molto tempo. Il giorno più bello per
le falangi cristiano-maronite, l’ennesima nakba (tragedia) per i
palestinesi che malgrado tutto continuano a lottare, a sperare in un
ritorno, ad esistere.
Come diceva Mahmud Darwish, grande poeta palestinese da poco scomparso,
«Il mio popolo ha sette vite. Ogni volta che muore rinasce più giovane e
bello». Basta passeggiare per le vie dei campi profughi del medioriente
per capire che grande verità è questa.
Nel 2002, il tribunale dell’Aja prova ad accusare Sharon di crimini
contro l’umanità per le evidenti responsabilità durante il massacro. Il
processo nasceva dalle accuse del comandante Hobeika, che aveva deciso
di far luce sui fatti. Avrebbe dovuto farlo i primi di
febbraio,testimoniando in aula. Ma non ha fatto in tempo: è saltato in
aria il 24 gennaio 2002.
La verità su Sabra e Chatila, comunque, non ha bisogno di tribunali per
essere sancita. E’ chiara, scritta, visibile ancora oggi ad occhio nudo.
Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro” di Amnon Kapeliouk (Editions du Seuil, 1982)
Foto di Valentina Perniciaro -Il mercato di Sabra-
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