Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


Visualizzazione post con etichetta angelo casile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta angelo casile. Mostra tutti i post

domenica 22 settembre 2013

Cinque anarchici uccisi. Le autorità parlano di incidente stradale. Per i loro compagni la verità è però un'altra.

 



 Da Il Manifesto, 9 agosto 2013

di Giuseppe Galzerano

Sono ancora tante le vicende della storia sociale e politica avvolte nel mistero, sulle quali si vorrebbe far calare per sempre l'oblio e il disinteresse. Una di queste viene riportata alla nostra attenzione e memoria dal libro di Nicoletta Orlandi Posti Il sangue politico (Editori Internazionali Riuniti, Roma, 2013, pag. 256, €. 16,90), che indaga sulla morte di cinque anarchici di Reggio Calabria e sulla scomparsa di un dossier con i risultati di una coraggiosa controinchiesta sull'attività dei fascisti in Calabria.
In un incidente stradale, che appare subito strano, la notte del 26 settembre 1970 sull'autostrada del sole, all'altezza di Ferentino, la mini morris gialla partita da Reggio Calabria viene schiacciata da un autotreno partito da Salerno. Tre degli occupanti della macchina, Gianni Aricò e la sua compagna tedesca Annelise Borth, Angelo Casile, Luigi Lo Celso e Franco Scordo, morirono sul colpo e due qualche giorno dopo. Il più «vecchio» ha 26 anni e la Borth sfiora i 18 anni ed è in attesa di un bambino. Aricò ha girato l'Europa in autostop e in Belgio ha realizzato un documentario sugli emigrati calabresi che lavorano nelle miniere. A Reggio hanno fondato il circolo anarchico «La Baracca» e per la loro
attività (volantinaggi, contestazione al film «Berretti verdi», manifestazione al porto per incitare i marinai all'obiezione di coscienza) vengono processati. Difesi gratuitamente dall'avvocato anarchico Placido la Torre di Messina sono assolti e al processo assiste Pietro Valpreda e altri anarchici venuti da Roma e dalla Calabria. In occasione degli attentati del dicembre 1969, Aricò, Borth e Casile vengono arrestati a Roma: interrogati dichiarano la loro totale estraneità e accusano i fascisti. Sua madre parte per Roma e chiede al Giovanni Leone, futuro presidente della Repubblica, di interessarsi del figlio, che sarà scarcerato dopo pochi giorni.
Il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro la Freccia del Sud proveniente da Torino deraglia provocando sei morti e numerosi feriti. Gli anarchici reggini accorrono subito a soccorrere i feriti e nei giorni successivi vollero capire cos'era successo. Il questore esclude l'attentato parlando di uno sbullonamento tra due carrozze. In quei giorni Reggio è interessata da una rivolta capeggiata e promossa dai fascisti di Ciccio Franco (che aveva coniato il motto Boia chi molla) e dalla 'ndrangheta per la questione del capoluogo regionale, scelto dai politici a Catanzaro. Gli anarchici denunciano la strumentalizzazione fascista della rivolta e iniziano un lavoro di controinformazione sulla strage ferroviaria. Nei giorni dei «moti di Reggio capoluogo» fotografano i «forestieri» che
girano per la città. Tra loro, affermano, ci sono Junio Valerio Borghese ed altri personaggi della destra. Vengono minacciati con telefonate minatorie, pedinamenti, agguati e con l'assalto e la devastazione della sede.
A «inchiesta» conclusa spediscono il materiale all'anarchico romano Veraldo Rossi tramite il servizio postale, ma non verrà mai consegnato. Ne hanno però conservato copia, nascondendolo nella cuccia del cane. Decidono portare
direttamente alla sede romana del settimanale anarchico Umanità Nova la borsa con i documenti e fissano un appuntamento con l'avvocato Edoardo Di Giovanni, che sta preparando la seconda edizione del libro-denunzia La strage di Stato. Aricò dice alla madre: «Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l'Italia». Al padre di Scordo arriva la sera prima della partenza la telefonata di un amico, che lavora alla questura di Cosenza ed è in contatto con la polizia politica di Roma: «Se ci tiene a suo figlio, non lo faccia partire con gli anarchici. Li fermeremo».
Tra gli anarchici si rafforza la convinzione che sono stati uccisi in una strage camuffata da incidente stradale. Sul luogo dell'incidente non è rinvenuta nessuna borsa, nessuna cartella, nessuna foto, nessuna delle agende, dove gli anarchici hanno annotato nomi, fatti, date, luoghi e numeri di telefono. Sui verbali della Croce Rossa c'è scritto che i soccorsi giungono a mezzanotte. Sembra tutto normale. Invece no. Quella notte scatta il ritorno all'ora solare. Non erano trascorsi 30 minuti, ma un'ora e mezza, un tempo più che sufficiente per sottrarre il dossier e mascherare il pluriomicidio politico.
Per scoprire i lati oscuri di questo incidente - avvenuto proprio di fronte alla villa del comandante della X Mas e combattente della Repubblica di Salò e nello stesso luogo e con un incidente simile anni prima aveva perso la vita la moglie del principe nero - furono in tanti a mobilitarsi. A Salerno l'anarchico Giovanni Marini scopre che l'autista Aniello Alfonso e il proprietario Ruggero Aniello dell'autotreno, oltre che dipendenti di Valerio Borghese, sono iscritti al Msi. Proprio per questo Marini, dopo varie minacce, verrà aggredito dai fascisti di Salerno la sera del 7 luglio 1972: Franco Mastrogiovanni è accoltellato ma Marini, impossessatosi del coltello, uccide Carlo Falvella, per i cui funerali Giorgio Alimirante scende a Salerno.

Una lunga controinchiesta

Anche i fascisti parlano dell'incidente: l'avanguardista Carmine Dominici due anni dopo parla di omicidio e dieci anni dopo tre detenuti, Giuseppe Albanese, Giuseppe Sanzone e Walter Alborghetti, in un memoriale affermano che i 5 anarchici calabresi sono stati uccisi per ordine di Avanguardia Nazionale. Nel 1993 Albanese ribadì al giudice Guido Salvini che erano stati uccisi da una squadra di Valerio Borghese. Tonino Perna, cugino di Aricò, si batte per la riapertura delle indagini e chiede notizie sul dossier. La risposta del ministero dell'interno fu negativa e finora non è venuto fuori neanche un brandello di quei documenti e di quelle foto che avrebbero potuto far tremare l'Italia e per i quali morirono innocenti i cinque anarchici calabresi, ai quali il libro di Nicoletta Orlandi Posti rende omaggio riportando all'attenzione dell'opinione pubblica la vicenda degli anarchici calabresi. «Il loro sangue politico qui affiora di nuovo e continua a testimoniare», scrive Erri De Luca nella prefazione a questo libro, per il quale l'autrice ha esaminato un'immensa mole di carte giudiziarie, di cronache, di atti, di testimonianze sparpagliate e disunite e le ha messe insieme per chiedere verità e giustizia sulla morte degli anarchici calabresi.
                                                                                                          
Pubblicato in http://ilsanguepolitico.blogspot.it/2013/05/il-manifesto-9-agosto.html

 

martedì 11 settembre 2012

Giovanni Aricò, Angelo Casile, Luigi Lo Celso, Franco Scordo, Annelise Borth



GIOVANNI ARICO', ANGELO CASILE, LUIGI LO CELSO, FRANCO SCORDO, ANNELISE BORTH

Maria Itri 

È la notte del 26 settembre 1970; quattro ragazzi anarchici di origine calabrese, e una giovanissima tedesca, muoiono in un incidente stradale alle porte di Roma. Erano partiti poche ore prima da Vibo Valentia ed erano diretti verso la capitale: scopo del viaggio, partecipare ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, ma non solo. Ad attenderli a Roma ci sono anche alcuni compagni anarchici e l'avvocato Edoardo Di Giovanni, al quale i cinque devono consegnare alcuni documenti.
Sono mesi cruciali per il Paese: i ragazzi muoiono in un'Italia che, appena nove mesi prima, ha conosciuto l'orrore di piazza Fontana, dopo un'intensa stagione di scontri sociali; muoiono in un paese confuso, mentre il "mostro" Valpreda è ancora in carcere e in altre stanze pare si stia preparando- di lì a poco- un colpo di stato. Due mesi prima, a Gioia Tauro, il deragliamento di un treno aveva provocato la morte di sei persone. Le prime indagini, frettolose e farraginose, avevano stabilito che si trattava solo di un incidente ma le cose in realtà erano molto diverse. Gli anarchici reggini avevano lavorato a lungo sulla vicenda, scoprendo un intreccio tra destra eversiva e 'ndrangheta, e il loro collegamento aveva portato dritto a Junio Valerio Borghese, il principe nero. La verità sulla strage di Gioia Tauro, per i tribunali, arriverà solo nel 2001, quando la Corte d'Assise di Palmi, dopo le rivelazioni del pentito Giacomo Ubaldo Lauro, stabilirà che la tesi dei cinque anarchici era corretta, e che la tragedia non era da imputare ad una fatalità, ma all'esplosivo che era stato collocato sui binari prima del passaggio del treno. Mandanti ed esecutori, però, restano ignoti o sono morti, e la giustizia italiana deve fermarsi qui.
Si fermano invece a Ferentino [...] anche i documenti dei ragazzi, quando la loro Mini si incastra sotto al rimorchio di un autotreno. Incidente, come sostiene la procura di Frosinone, o omicidio, come ripetono i compagni e le famiglie? "In Italia va di moda l'incidente" scriveva Camilla Cederna raccontando come nei mesi successivi la strage di piazza Fontana numerosi testimoni o persone in qualche modo legate alla vicenda avevano perso la vita in misteriosi scontri d'auto. Nella storia dei cinque ragazzi le prime coincidenze riguardano la figura di Borghese, che appare in maniera inquietante sullo sfondo in più occasioni. I fratelli Aniello , alla guida del Tir contro il quale impatta l'auto,risultano essere suoi dipendenti; in secondo luogo l'incidente avviene in vista del castello di Artena, di proprietà del principe Borghese. Nello stesso punto, otto anni prima, era morta in un incidente d'auto la moglie del comandante della Decima Mas, la nobile russa Daria Osluscieff, e nella stessa occasione era rimasto ucciso Ferruccio Troiani, il giornalista che l'accompagnava: stesso incidente d'auto nello stesso punto. Ancora più inquietanti appaiono però le dichiarazioni del pentito Giuseppe Albanese: "L'avvocato Barbalace di Pizzo Calabro, durante la comune detenzione nel carcere di Lecce, ebbe a confidarmi che i giovani anarchici erano stati uccisi da una squadra che era alle dipendenze del principe Borghese. Aggiunse che quello stesso sistema era stato utilizzato per eliminare una parente scomoda dello stesso Borghese". E ancora, i rapporti dell'incidente della polizia stradale sono firmati da Crescenzio Mezzana, che pochi mesi più tardi si precipiterà a Roma per partecipare al fallito golpe. Dieci giorni prima dell'incidente di Ferentino, inoltre, viene ucciso a Palermo il giornalista Mauro De Mauro, marò della X Mas; tra le molte ipotesi sulla sua scomparsa c'è chi ha sostenuto che fosse a conoscenza delle collusioni tra la mafia siciliana e i piani di realizzazione del colpo di stato diretto da Borghese. Dalla tessera ferroviaria di Casile risulta che il ragazzo aveva compiuto nell'estate 1970 numerosi viaggi proprio a Palermo: è possibile che anche l'anarchico stesse seguendo una traccia simile a quella di De Mauro? Cosa stava accadendo a Palermo in quei mesi tanto da richiamare tutta questa attenzione? Infine, esiste un'informativa del controspionaggio su quello che è successo a Ferentino: il documento però, contro ogni logica, è compilata dal controspionaggio di Palermo, diretto nel settembre 1970 dal colonnello Bonaventura, braccio destro del generale Miceli, accusato di aver partecipato ad alcune riunioni a Roma come referente dei servizi deviati siciliani. Nel novembre 2001 Aldo Giannuli, consulente della commissione stragi, consegna una relazione al tribunale di Brescia: sostiene di avere identificato una nuova struttura clandestina parallela ai servizi segreti, attiva dal secondo dopoguerra fino agli anni Settanta, denominata come "Noto servizio". La struttura era stata fondata da un gruppo di ex repubblichini riuniti attorno alla figura di Junio Valerio Borghese, e può contare su un gruppetto di "specialisti" in grado di simulare incidenti stradali, eliminando così elementi scomodi. Oltre alla dinamica dell'incidente di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente, risultano incomprensibili alcune questioni: perché alle famiglie non furono mai restituiti gli oggetti personali e le agende dei ragazzi? E perché agli amici fu impedito di visitare le salme e di vedere Annelise se non quando la ragazza entrò in uno stato di coma ormai irreversibile? E ancora, cosa c'era dentro il fascicolo intestato ai ragazzi scoperto in un deposito della via Appia dallo stesso Giannuli nell'estate del 1996, e trovato completamente vuoto? E poi ci sono le testimonianze, che raccontano di una misteriosa telefonata a casa Lo Celso la sera precedente l'incidente, nella quale un amico di famiglia che lavora nella polizia politica avverte il padre di Luigi di non far partire il figlio con gli altri ragazzi. E ancora, è esistito davvero questo dossier di controinformazione? Il 6 settembre, tre settimane prima dell'incidente, Aricò telefona a Roma e comunica agli anarchici della federazione che la controinchiesta procede bene, e che una parte del materiale è stata spedita al compagno Veraldo Rossi, che non riceverà mai il plico. Lo stesso Aricò prende poi un appuntamento con l'avvocato Edoardo De Gennaro per il 27 settembre a Roma: non arriverà mai. Fra la fine di agosto e il mese di settembre, raccontano i compagni dei cinque, succedono strani episodi: rullini fotografici che scompaiono, minacce telefoniche, aggressioni. Nel 1993 il pentito Giacomo Ubaldo Lauro, nel corso dell'inchiesta Olimpia, torna a parlare di quella vecchia storia dimenticata. Racconta di come quella morte, in realtà, possa avere una spiegazione, parla di conversazioni a proposito dei presunti mandanti; voci, appunto, non sufficienti, però,a riaprire il caso. Ricorda Tonino Perna, il cugino di Aricò: "Ho sempre di fronte l'immagine di mio cugino che due giorni prima di partire l'ho visto scuro in viso, veramente terrorizzato. Credo che un paio di giorni prima di partire per Roma avevano capito di aver toccato un nervo vitale. Avevano paura".

Fonte: