Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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martedì 22 ottobre 2013

22 ottobre 1972: i treni per Reggio Calabria

Martedì 22 Ottobre 2013 10:10 


Tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta diversi movimenti di rivendicazione sociali esplosero nel sud Italia e i22 ottobremmediato fu il tentativo di annegarli nel sangue.
A Reggio Calabria, tra il luglio ed il settembre del 1970 si susseguirono numerose proteste contro il trasferimento del capoluogo regionale a Catanzaro. Vennero occupati la stazione, l'areoporto, le Poste e vi fu un grande sciopero generale.
Le organizzazioni di estrema destra risposero a questa ondata di protesta sociale da un lato con una serie di attentati dinamitardi, come quello del 22 luglio 1970 che fece deragliare il treno "Freccia del Sud" a Gioia Tauro (6 perosne morirono nell'attentato) e quello del 4 febbraio 1970, quando venne lanciato una bomba contro un corteo antifascista a Catanzaro; dall'altro tentando di scatenare disordini in città.
Alla strategia del terrore si affiancava il tentativo, sempre da parte delle forze neo-fasciste, di cavalcare l'ondata di rivolta e di accreditarsi come rappresentanti degli interessi della popolazione in lotta.
Per rispondere a questi attacchi i sindacati metalmeccanici decisero di organizzare una grande manifestazione di solidarietà a fianco dei lavoratori calabresi. Fu tra le prime volte che gli operai del nord e del centro scesero a manifestare al Sud.
La manifestazione fu indetta per il 22 ottobre. I neofascisti tentarono di impedire l'arrivo dei manifestanti con una serie di attentati, 8 in totale, nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 1972.
Il tentativo però fallì, infatti più di 50'000 manifestanti riuscirono a raggiungere Reggio Calabria con i treni e i treni speciali, cui si aggiunse anche una nave con 1000 operai noleggiata dagli operai dell'Ansaldo di Genova.
Il viaggio e la giornata sono descriti da una canzone di Giovanna Marini.

I treni per Reggio Calabria
Andavano col treno giù nel meridione
per fare una grande manifestazione
il ventidue d'ottobre del settantadue
in curva il treno che pareva un balcone
quei balconi con la coperta per la processione
il treno era coperto di bandiere rosse
slogans, cartelli e scritte a mano
da Roma Ostiense mille e duecento operai
vecchi, giovani e donne
con i bastoni e le bandiere arrotolati
portati tutti a mazzo sulle spalle
Il treno parte e pare un incrociatore
tutti cantano bandiera rossa
dopo venti minuti che siamo in cammino
si ferma e non vuole più partire
si parla di una bomba sulla ferrovia
il treno torna alla stazione
tutti corrono coi megafoni in mano
richiamano "andiamo via Cassino
compagni da qui a Reggio è tutto un campo minato,
chi vuole si rimetta in cammino"
dopo un'ora quel treno che pareva un balcone
ha ripreso la sua processione
anche a Cassino la linea è saltata
siamo tutti attaccati al finestrino
Roma ostiense Cisterna Roma termini Cassino
adesso siamo a Roma tiburtino
Il treno di Bologna è saltato a Priverno
è una notte una notte d'inferno
i feriti tutti sono ripartiti
caricati sopra un altro treno
funzionari responsabili sindacalisti
sdraiati sulle reti dei bagagli
per scrutare meglio la massicciata
si sono tutti addormentati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
l'importante adesso è di essere partiti
ma i giovani hanno gli occhi spalancati
vanno in giro tutti eccitati
mentre i vecchi sono stremati
dormono dormono profondamente
sopra le bombe non sentono più niente
famiglie intere a tre generazioni
son venute tutte insieme da Torino
vanno dai parenti fanno una dimostrazione
dal treno non è sceso nessuno
la vecchia e la figlia alle rifiniture
il marito alla verniciatura
la figlia della figlia alle tappezzerie
stanno in viaggio ormai da più di venti ore
aspettano seduti sereni e contenti
sopra le bombe non gliene importa niente
aspettano che è tutta una vita
che stanno ad aspettare
per un certificato mattinate intere
anni e anni per due soldi di pensione
erano venti treni più forti del tritolo
guardare quelle facce bastava solo
con la notte le stelle e con la luna
i binari stanno luccicanti
mai guardati con tanta attenzione
e camminato sulle traversine
mai individuata una regione
dai sassi della massicciata
dalle chine di erba sulla vallata
dai buchi che fanno entrare il mare
piano piano a passo d'uomo
pareva che il treno si facesse portare
tirato per le briglie come un cavallo
tirato dal suo padrone
a Napoli la galleria illuminata
bassa e sfasciata con la fermata
il treno che pareva un balcone
qualcuno vuol salire attenzione
non fate salire nessuno
può essere una provocazione
si sporgono coi megafoni in mano
e un piede sullo scalino
e gridano gridano quello che hanno in mente
solo comizi la gente sente
ora passa la notte e con la luce
la ferrovia è tutta popolata
contadini e pastori che l'hanno sorvegliata
col gregge sparpagliato
la Calabria ci passa sotto i piedi ci passa
dal tetto di una casa una signora grassa
fa le corna e alza una mano
e un gruppo di bambini
ci guardano passare
e fanno il saluto romano
Ormai siamo a Reggio e la stazione
è tutta nera di gente
domani chiuso tutto in segno di lutto
ha detto Ciccio Franco "a sbarre"
e alla mattina c'era la paura
e il corteo non riusciva a partire
ma gli operai di Reggio sono andati in testa
e il corteo si è mosso improvvisamente
è partito a punta come un grosso serpente
con la testa corazzata
i cartelli schierati lateralmente
l'avevano tutto fasciato
volavano sassi e provocazioni
ma nessuno s'è neppure voltato
gli operai dell'Emilia-Romagna
guardavano con occhi stupiti
i metalmeccanici di Torino e Milano
puntavano in avanti tenendosi per mano
le voci rompevano il silenzio
e nelle pause si sentiva il mare
il silenzio di qulli fermi
che stavano a guardare
e ogni tanto dalle vie laerali
si vedevano sassi volare
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
il nord è arrivato nel meridione
e alla sera Reggio era trasformata
pareva una giornata di mercato
quanti abbracci e quanta commozione
gli operai hanno dato una dimostrazione

sabato 14 settembre 2013

Lamezia Terme: morto l’operaio ferito

Venerdì, 13 Settembre 2013 12:48     Scritto da  Redazione Contropiano


Lamezia Terme: morto l’operaio ferito


Non ce l’ha fatta Enrico Amati, operaio di 47 anni originario di Sinalunga (Siena), rimasto gravemente ferito ieri a causa dell’esplosione di un silos all’interno di uno stabilimento industriale a San Pietro Lametino costato la vita a due colleghi. L’operaio è morto dopo esser stato ricoverato, in condizioni gravissime, all’ospedale di Catanzaro. Aveva ustioni sul 90% del corpo, così gravi che non era stato possibile neanche trasportarlo in un centro specializzato in grandi ustioni.
Le altre due vittime del rogo sono Daniele Gasbarrone di Latina e Alessandro Panella di Velletri in provincia di Roma, entrambi di 32 anni. I tre lavoravano come saldatori specializzati nella bonifica delle cisterne per la Ilsap Biopro, un'azienda con sede legale a Latina che produce oli raffinati, biomasse, glicerina e biodiesel ed erano in trasferta a Lamezia Terme. I due sono stati investiti in pieno dall’esplosione e sono morti sul colpo.
Una donna che ha assistito all'incidente ha raccontato di avere sentito uno scoppio e di avere visto una fiammata e qualcosa che volava in aria, mentre si diffondeva una nuvola di gas.



Fonte:

giovedì 12 settembre 2013

Lamezia Terme: esplode silos, due operi morti e uno gravemente ferito. Un morto sul lavoro anche a Pordenone

Giovedì, 12 Settembre 2013 18:54     Scritto da  Redazione Contropiano


Lamezia Terme: esplode silos, due operi morti


Nuova tragedia sul lavoro, questa volta in Calabria. Nella zona industriale di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, oggi pomeriggio un silos è esploso provocando la morte di due lavoratori. Oltre ai due operai che erano impegnati nella manutenzione dell’impianto e che non ce l’hanno fatta, un terzo lavoratore è rimasto gravemente ferito a causa dello scoppio, ed ha riportato ustioni su tutto il corpo.
L'esplosione è avvenuta all'interno dello stabilimento di San Pietro Lametino della Ilsap Biopro, un'azienda che produce oli raffinati, biomasse, glicerina e biodiesel. I vigili del fuoco stanno perciò accertando la natura dei gas che si sono liberati nell’aria, per evitare la diffusione di sostanze pericolose. La magistratura sta già indagando sulla dinamica dell’incidente.

Di seguito il comunicato della Federazione della Calabria dell'Usb

Ancora caduti sul lavoro!

 USB Calabria lista a lutto le sue bandiere e saluta i lavoratori colpiti.

La USB Calabria esprime tutta  la solidarietà e vicinanza alle famiglie dei lavoratori rimasti uccisi e di quello gravemente ferito, nell’esplosione alla fabbrica per la trasformazione di oli combustibili a Lamezia Terme.
Ancora una volta, purtroppo, ci viene chiesto di convivere con l’idea che delle persone escano da casa per andare a lavorare, senza farvi più ritorno.
Ma noi non ci riusciamo.
Anche in momenti come questi, infatti, non si può fare a meno di pensare come la crisi in atto sia stata l’occasione per far abbassare gli standard di sicurezza dei luoghi di lavoro e fatto passare in secondo piano problemi basilari come l’incolumità fisica e psichica di chi vi lavora.
Siamo sicuri che si dirà che gli impianti erano a norma e che è stato solo un terribile ed imprevedibile incidente, ma la triste realtà è che oggi tre famiglie del lametino sono state colpite da una terribile sciagura che sconvolgerà le loro vite e, almeno per rispetto loro, questa volta non tiriamo in ballo la fatalità.

Lamezia Terme, 12 settembre 2013
Federazione regionale

USB Calabria


Un morto sul lavoro anche a Pordenone 

Antonio di Bernardo, un operaio di 54 anni è morto, schiacciato da un mezzo cingolato, all'interno di un cantiere edile di Roveredo in Piano (Pordenone). L'incidente à avvenuto intorno alle ore 16 di oggi mentre l'uomo stava lavorando all'ampliamento di una cava. Secondo una prima ricostruzione l'uomo, originario di Frisanco (Pordenone) sarebbe salito sul cingolato per accendere il mezzo restando però imprigionato dalla macchina operatrice che sembrava avere la marcia innestata, ed è rimasto dilaniato  morendo all'istante.




Fonte:


 

mercoledì 11 settembre 2013

11 settembre 1943: raffiche naziste all'opificio di Corso Regina

Mercoledì 11 Settembre 2013 05:10 

È l'11 settembre 1943, dopo i primi momenti di euforia seguiti alla dichiarazione dell'armistizio, tra la popolazione torinese comincia 11 settembrea farsi strada la consapevolezza che la guerra non è affatto finita e che, anzi, si sta entrando in un momento decisivo, quello in cui è necessario sempre più combattere in prima persona contro l'occupante tedesco e i suoi scagnozzi fascisti. Il giorno precedente Adami Rossi, comandante militare di Torino, aveva consegnato la città ai tedeschi, che nel pomeriggio si erano insediati negli uffici di Corso Oporto.
Ada Gobetti, nell'incipit del suo "Diario partigiano", rende perfettamente l'idea dei primi, brevissimi, momenti di entusiasmo e, infine, della disillusione che pervade tutti i torinesi: "Quando ci ripenso, oggi, mi pare impossibile d'aver potuto essere, in quei giorni, così fanciullescamente superficiale e felice, con uno spirito quasi di innocenza, uno stato d'animo di vacanza. L'unica cosa seria forse era la sensazione che, come nella più bella vacanza, tutto questo non poteva durare; e l'attesa di qualcosa che ci avrebbe ben altrimenti e più profondamente impegnati. Quel giorno, dunque, quando vidi passare le automobili tedesche, ebbi improvvisa la sensazione che la vacanza fosse finita. Non che i rendessi conto, neanche parzialmente, della realtà della situazione. Continuavo anzi a ragionare con il solito stolto, incosciente ottimismo. (...) Erano passate poche ore soltanto dalla riunione del mattino, quella gioia, quell'entusiasmo del sentirsi veramente uno tra molti, quel senso di fraternità conquistato attraverso il comune sperare e il comune soffrire: era mai possibile che quella forza fosse stata illusione?"
La mattina dell'11 settembre Torino è una città irreale, muli e cavalli dei soldati che hanno abbandonato di fretta le armi brucano sui corsi e sui viali, e la popolazione, provata ed affamata da anni di guerra, entra nelle caserme e nelle industrie abbandonate per cercare cibo, cuoio, vestiti, mentre i primi partigiani cominciano ad organizzarsi, procurarsi armi ed organizzare la Resistenza.
All'inizio di Corso Regina, quasi sul fiume Po, in un quartiere a densa presenza operaia e artigiana, c'è l'opificio militare, una struttura di più di 24.000 metri quadrati, abbandonata di gran lena dai soldati nei giorni precedenti, che ospita un enorme magazzino pieno di scarpe, vestiti, coperte e stoffe. Alla ricerca di qualcuno di questi generi indispensabili, ormai introvabili dopo tre anni di guerra, arrivano persone non solo dal quartiere Vanchiglia, ma da tutta la città.
A mezzogiorno i tedeschi, che avevano già fatto una prima perlustrazione la sera precedente, arrivano all'opificio attraversando il ponte Regina Margherita, e per disperdere coloro che andavano e venivano con sacchetti, carretti e biciclette, cominciano a sparare raffiche di mitragliatrice e a lanciare granate all'interno della struttura. È il panico, la gente scappa da tutte le parti, ma sull'asfalto restano nove morti e diciassette feriti: sono operai, manovali, casalinghe, che ancora stringono in mano una coperta, o un pezzo di cuoio.
Il caposquadra dei vigili del fuoco, chiamati un'ora dopo a spegnere l'incendio provocato dagli stessi tedeschi, annota nella propria relazione: "I militi della Croce Rossa avevano trasportato via i feriti e i morti che si trovavano sulla strada lasciando le chiazze di sangue sul terreno [...] con la condotta ho fatto lavare in modo da non lasciare più traccia".
Una settimana dopo le SS ritornano nel borgo per arrestare alcune persone riconosciute durante il saccheggio, circondano un'abitazione in Corso Tortona 4, e gli abitanti dell'edificio, per paura di una perquisizione, lanciano dalle finestre tutto ciò che avevano preso dall'opificio militare.

Le fabbriche riprendono a funzionare nei giorni successivi, dopo numerose minacce da parte dei tedeschi, e dal 12 viene imposto il coprifuoco alle 8 di sera: ma già i primi nuclei di ribelli si sono organizzati, chi è salito in montagna, chi invece sta mettendo in piedi la guerriglia nella città.
È di nuovo Ada Gobetti che racconta la sensazione provata in quei giorni da tutti coloro che negli anni successivi avrebbero lottato e dato la propria vita per la libertà: "Capivo, pur confusamente, che s'iniziava per noi un periodo grave e difficile, in cui avremmo dovuto agire e lottare senza pietà e senza tregua, assumendo responsabilità, affrontando pericoli d'ogni sorta. (...) In momenti simili, parole e programmi erano inutili. Avremmo fatto giorno per giorno quel che avremmo sentito di dover fare."



Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2491-11-settembre-1943-raffiche-naziste-allopificio-di-corso-regina 


martedì 10 settembre 2013

Lecce. Operaio morto, in manette l’amministratore della Scarlino

Martedì, 10 Settembre 2013 14:35     Scritto da  Luca Fiore

Lecce. Operaio morto, in manette l’amministratore della Scarlino

 E’ finito in manette l’amministratore unico del salumificio “Scarlino”, il 51enne Attilio Scarlino, arrestato questa mattina su ordine della Procura di Lecce. L’arresto è stato ordinato in conseguenza della morte, lo scorso 30 agosto, di Mario Orlando, l’operaio 53enne di Taurisano che è morto stritolato da un’impastatrice di carne alla quale stava lavorando. Nei guai non ci è finito solo Attilio Scarlino, ma nel registro degli indagati ci sono finito anche Antonio Scarlino, responsabile della sicurezza dell’azienda che produce salumi, in particolare wurstel, e Luigi De Paola, capo reparto.
Nei loro confronti erano stati ipotizzati i reati di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e di morte come conseguenza di altro reato. I macchinari utilizzati all’interno dell’azienda, infatti, erano dotati di un sistema di sicurezza che, in caso di avvicinamento alla stessa, ne prevedevano l’immediato stop. Un sistema che, secondo quanto appurato nel corso delle indagini, sarebbe stato però rimosso per ordine della direzione dell’azienda per accelerare i ritmi di lavoro. Un accorgimento per velocizzare la produzione che a Mario Orlando è costato la vita. Anche un collega della vittima, l’operaio Mario De Icco, è ancora indagato perché avrebbe inavvertitamente azionato l’impastatrice che ha ucciso Orlando mentre puliva il macchinario.

Secondo il procuratore Cataldo Motta, per ordine dei dirigenti era stato rimosso un cancelletto che inibiva l'accesso degli operai all'impastatrice durante le operazioni di pulizia. Allo stesso tempo però il dispositivo di sicurezza era stato bloccato in modo tale che il cancello risultasse esistente e chiuso adeguatamente. Mentre l'azienda era sotto sequestro dopo l’incidente mortale, inoltre, qualcuno ha violato i sigilli proprio per rimontare un cancello di sicurezza su un'insaccatrice, per dimostrare che l’azienda rispettava le misure di sicurezza. 



Fonte:




venerdì 30 agosto 2013

Lavoro: due vittime in Salento, uno in Liguria, uno in Sicilia

  •      Scritto da  Redazione Contropiano 


Lavoro: due vittime in Salento, uno in Liguria, uno in Sicilia
Ben due gli operai morti sul lavoro in Salento nelle ultime 24 ore. Un operaio di un noto salumificio ha perso la vita nel primo pomeriggio rimanendo stritolato in una delle impastatrici di carne alla quale stava lavorando. E' accaduto a Taurisano nello stabilimento 'Scarlino', sulla strada provinciale che conduce a Casarano. La vittima è Mario Orlando, di 53 anni, di Taurisano. Il dramma è accaduto poco dopo le 14, quando l’uomo è scivolato dentro un macchinario dalle lame particolarmente affilate usato nella preparazione degli insaccati.
Poche ore prima a Francavilla Fontana (in provincia di Brindisi), aveva perso la vita il 38enne di Aradeo (Lecce) Angelo Reschi, impiegato in una ditta che stava eseguendo lavori sulla condotta idrica per conto dell’Acquedotto pugliese. Reschi è deceduto per asfissia in seguito ad annegamento, dopo essere stato travolto da un violento getto d’acqua mentre si trovava nella condotta in cui sono posizionati i tubi della fognatura.
Un cantoniere di 44 anni, originario di Ganci (Palermo), Santo Gulino, è invece morto dopo essere stato travolto sull'autostrada Palermo-Catania. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, l'uomo, é stato investito da un automobilista mentre era impegnato nell'attività di manutenzione stradale sulla corsia di soccorso, all'interno di in un cantiere mobile a 'Ponte Cinque Archi' sull'autostrada A19 'Palermo-Catania'.

Un’altra vittima del lavoro si è registrata sempre oggi più a nord, in Liguria. Un operaio di 23 anni, Luca P. é morto stamattina intorno alle 8,30 in un cantiere a Beverino (La Spezia) schiacciato dalla pala di un pesante mezzo escavatore. Immediati i soccorsi, ma per il ragazzo non c'é stato nulla da fare. 



Fonte:

 

mercoledì 24 luglio 2013

Genova, operai Ansaldo contro De Gennaro

Sciopero e corteo dei lavoratori per manifestare contro le scelte "belliciste" dei vertici di Finmeccanica [Ludovica Schiaroli]

 
 
 
 
martedì 23 luglio 2013 16:56
 
 

Un altro sciopero nel ponente genovese. Questa mattina dalle 9 alle 11 si sono fermati i lavoratori di Ansaldo Energia e Ansaldo STS per protestare contro le decisioni dei vertici Finmeccanica di cedere le aziende non strategiche per fare cassa.

Il corteo è partito dalla sede di Ansaldo Energia, ha attraversato corso Perrone, piazza Massena per poi confluire sul ponte di Cornigliano dove si è fermato davanti alla sede di Selex, altra azienda del gruppo Finmeccanica in sofferenza.
Un migliaio di persone tra operai impiegati e dirigenti hanno manifestato il loro disaccordo con i vertici di Finmeccanica . "Siamo stufi di vedere il cartello con su scritto vendesi su queste aziende", dichiara Aldo Bardi, "Le commesse arrivano e nonostante questo periodo di crisi noi siamo stati sul mercato senza fare nemmeno un giorno di cassa integrazione, eppure si continua a parlare di vendere. Non si capisce perché si vogliano cedere aziende in settori strategici per il Paese come i trasporto e l'energia", conclude il delegato Fiom.

Da un anno i sindacati aspettano risposte e le preoccupazioni riguardano soprattutto le ultime dichiarazioni di Pansa dove ribadiva la volontà di vendere "asset non strategici" e contemporaneamente affermava non esserci fondi italiani interessati all'acquisto.

Ma lo sciopero dà anche il "benvenuto" a De Gennaro, l'ex capo della polizia ricordato per la macelleria messicana della Diaz che dopo avere occupato il posto di sottosegretario ai servizi segreti nello scorso governo è stato nominato, poco più di un mese fa, direttore generale di Finmeccanica. Una nomina che non è piaciuta in Ansaldo: operai, impiegati e dirigenti hanno subito manifestato le loro preoccupazioni per il futuro industriale di Ansaldo, dove De Gennaro rappresenterebbe di fatto un elemento di continuità con le politiche di dismissione del "civile" iniziate da Orsi. Anche dal mondo politico sono state molte le voci che chiedevano un cambio di passo, dal PD a Sel al sindaco Marco Doria fino al cardinale Bagnasco, tutte manifestavano sorpresa per una nomina che "oltre a non avere competenze specifiche in materia" era fortemente in linea con il passato.

"Siamo molto preoccupati. Speravamo che le nuove nomine portassero anche un cambio di politiche industriali" dichiara Rosanna Oliveri, "invece De Gennaro e Pansa stanno procedendo sulla stessa linea di Orsi. L'unico elemento positivo in questa situazione è che rimarranno in carica solo un anno", conclude la responsabile Film Cisl per Ansaldo.

La situazione resta fluida. I sindacati attendono di essere invitati al tavolo dal ministro per avere chiarimenti circa le politiche industriali del gruppo, ma al momento tutto tace. In Parlamento Sel ha depositato una lunga interrogazione dove si chiedeva al governo di affrontare il caso Finmeccanica, discussa il giorno stesso in cui venivano nominati ai vertici del Gruppo De Gennaro e Pansa.

Sotto i peggiori auspici i lavoratori stanno valutando le prossime mosse. 




 
Fonte:

http://popoff.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=81969&typeb=0 
 

lunedì 8 luglio 2013

8 luglio 1962: la rivolta di Piazza Statuto

L'otto luglio 1962, a Torino in Piazza Statuto si verificano violenti scontri tra gli operai metalmeccanici in sciopero e le forze 8luglio1962dell'ordine. Gli scontri proseguivano dal giorno precedente e continueranno fino al 9. Lo sciopero era stato indetto per il 7 da Fiom e Fim in solidarietà alle lotte portate avanti alla Fiat dall'inizio di giugno.
Lo sciopero ebbe un successo assoluto: nella maggior parte delle fabbriche i picchetti bloccarono completamente la produzione, alcuni dirigenti vennero malmenati e fu impossibile per la polizia mantenere la situazione sotto controllo davanti ai cancelli.
A Mirafiori ed in altri stabilimenti si ebbero scontri sin dal primo mattino e proprio nella mattinata si diffuse la notizia che fece scoppiare la rivolta di piazza Statuto: la Uil e la Sida erano giunte ad un accordo separato con la dirigenza della Fiat. La risposta operaia fu rapida e determinata: in breve tempo circa 7'000 operai si radunarono in piazza Statuto per dare assalto alla sede della Uil.
Gli scontri iniziarono particolarmente intensi. Da un lato gli operai disselciano la piazza e spaccano le enormi e pesantissime lose dei marciapiedi, impugnano cartelli stradali e catene, dall'altro la polizia carica inondando di gas lacrimogeni la piazza e lanciando a folle velocità le jeep.
Importante è ricordare il ruolo che ebbero il Pci e la Cgil nello svolgersi degli avvenimenti. Di fronte ad uno scontro radicale, che non seppero né valutare lucidamente né controllare, i dirigenti intervennero per cercare inutilmente di convincere gli operai a fermare gli scontri e liquidarono l'accaduto definendo i manifestanti "elementi incontrollati ed esasperati", "piccoli gruppi di irresponsabili", "giovani scalmanati".
Alla fine dei disordini gli arrestati e i denunciati furono un migliaio.
La composizione di quella piazza, animata principalmente da operai giovani ed immigrati meridionali ci fa capire come le tre giornate di piazza Statuto segneranno un momento di svolta nella storia del movimento operaio. A due anni dai fatti di Genova, ritroviamo in piazza lavoratori che molto hanno in comune con i "ragazzi con le magliette a strisce". Piazza Statuto fu senza dubbio il luogo nel quale si ebbe una delle prime e più significative esplosioni conflittuali di cui fu protagonista l'operaio massa.
Da quei tre intensissimi giorni gli operai non poterono che uscire avendo chiaro che, come scrisse Quaderni Rossi "decidere tocca a voi, voi dovete prendere in mano il vostro destino. Questo sciopero è una grande occasione per far fare un passo avanti alla organizzazione della classe. Da questa lotta potrete uscire avendo fatto di ogni squadra, di ogni reparto, di ciascuno degli stabilimenti Fiat la realtà di una organizzazione, di una disciplina operaia capace in ogni momento di contrapporsi allo sfruttamento, agli arbitrii, al dispotismo del padrone e dei suoi lacchè".
 
 
Fonte:
 



Su Piazza Statuto e il luglio del '62 si possono leggere anche delle interessanti pagine in un libro di Salvatore Ricciardi: Maelstrom. Scene di rivolta e autorganizzazione di classe in Italia (1960-1980), DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 87-92.

domenica 7 luglio 2013

I morti di Reggio Emilia - I morti del luglio 1960

 


  

Scheda a cura di Girolamo De Michele

Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).

Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l'incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di "legge ed ordine". La sua designazione segna un punto di svolta all'interno di un'acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall'astro nascente della DC Aldo Moro, che nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l'operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l'invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un "governo del Presidente" che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un "gollismo italiano" caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del "partito-Gladio": Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all'immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti "ragazzi dalle magliette a righe"), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti - è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo".

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano "Modugno" grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue".

Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: "Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due". Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l'attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani - tra i quali è Rovacchi - a resistere: "La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l'altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo".

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell'ospedale, testimonia di "feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro". Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".

La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che "è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali". Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per "non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti": la polizia continua a sparare ad altezza d'uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all'impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti". Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino". Ma il governo è ormai nell'angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l'accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l'incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell'agente Celani. Il 14 luglio la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l'agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.



Fonte:

giovedì 24 gennaio 2013

Guido Rossa: una tragedia operaia


Dal blog http://primadellapioggia.blogspot.it/ di Marco Clementi:
Il 24 gennaio 1979 il sindacalista Guido Rossa veniva ucciso dalle Brigate Rosse a Genova.
Rossa lavorava all'Italsider di Genova e pochi mesi prima aveva notato che un operaio, Francesco Berardi, si trovava spesso vicino a luoghi in cui venivano lasciati volantini delle Br. Alla fine di ottobre del 1978 Rossa segnalò Berardi alla vigilanza e nel suo armadietto fu ritrovato materiale propagandistico della formazione armata.
Berardi venne arrestato e condannato a quattro anni e sei mesi per partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. La colonna genovese delle Br decise per una punizione esemplare e il 24 gennaio 1979 attese Rossa sotto casa, uccidendolo.
Era la prima volta che le Br sparavano contro un operaio, per di più iscritto al Pci.
Si trattò di un errore politico di estrema gravità. Non solo perché Rossa rimase ucciso. Anche il suo ferimento avrebbe provocato all'interno della classe operaia una reazione di indignazione.
Nonostante all'interno dell'esecutivo si comprese immediatamente la gravità del gesto, l'uccisione di Rossa venne rivendicata con queste parole:

Mercoledì 24 gennaio, alle ore 6,40 un nucleo armato delle Brigate Rosse ha giustiziato GUIDO ROSSA, spia e delatore all’interno dello stabilimento ITALSIDER di Cornigliano dove per svolgere meglio il suo miserabile compito, si era infiltrato tra gli operai camuffandosi da delegato. A tale scopo era passato da posizioni notorie di destra ai ranghi berlingueriani. Sebbene da sempre, per principio, il proletariato abbia giustiziato le spie annidate al suo interno, era intenzione del nucleo di limitarsi a invalidare la spia come prima ed unica mediazione nei confronti di questi miserabili: ma l’ottusa reazione opposta dalla spia ha reso inutile ogni mediazione e pertanto è stato giustiziato. Il suo tradimento di classe è ancora più squallido e ottuso in considerazione del fatto che, il potere ai servi prima li usa, ne incoraggia l’opera e poi li scarica.
Compagni, da quando la guerriglia ha cominciato a radicarsi dentro la fabbrica, la direzione italsider con la preziosa collaborazione dei berlingueriani, si è posta il problema di ricostruire una rete di spionaggio, utilizzando insieme delatori vecchi e nuovi; da un lato ha riqualificato fascisti e democristiani, dall’altro ha moltiplicato le assunzioni di ex PS ed ex CC, dall’altro ancora ha cominciato a utilizzare quei berlingueriani che sono disponibili a concretizzare la loro linea controrivoluzionaria fino alle estreme conseguenze:
FINO AL PUNTO CIOE’ DI TRADIRE LA PROPRIA CLASSE, MANDANDO IN GALERA A CUOR LEGGERO UN PROPRIO COMPAGNO DI LAVORO.
L’obiettivo che il potere vuol raggiungere attraverso questa rete di spionaggio, non è solo quello propagandato della “caccia al brigatista o ai cosiddetti fiancheggiatori” ma quello ben più ampio ed ambizioso di individuare ed annientare all’interno delle fabbriche qualsiasi strato operaio che esprima antagonismo di classe.
E’ l’intero movimento di resistenza proletario che oggi è nel mirino di questa campagna di terrore controrivoluzionario, scatenata dal potere e sostenuta a tamburo battente dai loro lacchè berlingueriani: questa caccia alle streghe non colpisce solo chi legge e fa circolare la propaganda delle organizzazioni comuniste combattenti, ma anche chi lotta contro la ristrutturazione, chiunque si ribelli alla linea neocorporativa dei sindacati, chiunque anche solo a parole si dialettizza con la lotta armata, senza unirsi al coro generale di “deprecazione o condanna”. Una riconferma di tutto ciò viene dall’Ansaldo dove, come già successo alla Fiat e alla Siemens, i berlingueriani hanno consegnato alla direzione una lista coi nomi di operai “presunti brigatisti”, compilata anche in base agli interventi fatti nelle assemblee precontrattuali.
QUESTA E’ L’ESSENZA DELLA POLITICA BERLINGUERIANA ALL’INTERNO DELLE FABBRICHE, IL TENTATIVO CIOE’ DI DIVIDERE LA CLASSE OPERAIA CREANDO UNO STRATO CORPORATIVO, FILOPADRONALE E PRIVILEGIATO DA CONTRAPPORRE AGLI ALTRI STRATI DI CLASSE E PROLETARI.
A chi si presta a questa lurida manovra ai vari Rossa e a tutti gli aspiranti spia, ricordiamo che, proletari si è non per diritto di nascita ma per gli interessi che si difendono e all’interno di questa discriminante sapremo distinguere, come sempre, chi è un proletario e chi è un nemico di classe.
All’interno di questo progetto, Rossa faceva parte della rete spionistica dell’Italsider, come membro dei gruppi di sorveglianza interna, istituiti dai vertici sindacali per affiancare i guardioni nei compiti di repressione antioperaia. ECCO QUAL’ERA IL SUO VERO LAVORO!! La sua grande occasione, nella quale ha raccolto i frutti di tanto costante e silenzioso lavoro è venuta il giorno in cui è riuscito a consegnare al potere un operaio che conosceva e assieme al quale lavorava da anni, il compagno Franco Berardi, “reo” di aver avuto per le mani propaganda della nostra organizzazione.
La conferma del rapporto diretto tra spioni e direzione si capisce dal fatto che Rossa, dopo aver pedinato per ore il compagno Berardi, insieme al suo degno compare Diego Contrino E’ ANDATO DIRETTAMENTE IN DIREZIONE a denunciarlo, mettendo di fronte al fatto compiuto lo stesso Consiglio di fabbrica che infatti si era spaccato quando i bonzi sindacali gli avevano imposto di coprire politicamente l’azione di spionaggio.


Era vero che il Pci, in collaborazione con i carabinieri di Dalla Chiesa, stesse organizzando un controllo nelle grandi fabbriche per individuare i brigatisti. Si trattava, però, di un conflitto all'interno della medesima classe sociale, che non poteva o doveva essere risolto con le armi.
Ai funerali di Rossa parteciparono decine di migliaia di persone mentre le Br persero consenso e credibilità.
La figlia Sabina, che all'epoca dell'uccisione del padre aveva solo 7 anni, avrebbe cercato i componenti del nucleo brigatista all'inizio degli anni duemila, riuscendo ad incontrarne alcuni.
Scritto un libro sulla vicenda, è divenuta senatrice dell'Ulivo nel 2006. Attualmente è deputata nel gruppo del PD.
Berardi si uccise nel carcere di Cuneo il 24 ottobre 1979. Da quel momento la colonna genovese assunse il suo nome, ma fu praticamente debellata nel marzo 1980 con la strage di via Fracchia, a pochi metri dalla casa di Rossa.



Fonte:

http://primadellapioggia.blogspot.it/2013/01/una-tragedia-operaia.html 

domenica 30 dicembre 2012

IKEA COMPLICE DELL'APARTHEID DI ISRAELE CONTRO I PALESTINESI

Dopo i lavoratori di Piacenza si apre un nuovo fronte per l'Ikea: i palestinesi e le organizzazioni impegnate nella costruzione della solidarietà con questo popolo accusano l'azienda di essere complice dell'apartheid israeliana.


Non è un bel periodo per l'immagine internazionale dell'IKEA. Dapprima si sono messi quei cocciuti lavoratori addetti alla movimentazione delle merci presso il deposito di Piacenza. Rivendicavano il rispetto del CCNL, dei diritti basilari dei lavoratori, come quello all'organizzazione sindacale e alla distribuzione equa dei carichi di lavoro e ancor oggi, a due mesi dall'inizio delle proteste e nel bel mezzo delle festività natalizie, non hanno smesso di lottare (qui una raccolta di materiali per essere aggiornati sulla vicenda).
Come se non bastasse si sono aggiunti in tanti alle proteste, organizzando presidi e volantinaggi dinanzi a tanti IKEA store in tutt'Italia e costringendo l'azienda a bloccare i commenti sui social network per alcuni utenti e a chiudere una pagina internet; in entrambi i casi perché migliaia di persone solidali con la lotta dei lavoratori di Piacenza avevano riempito quegli spazi virtuali con commenti tutt'altro che lusinghieri per il colosso del mobile. Un duro colpo per il profilo di un'impresa che si ammanta di un'immagine pubblica sempre corredata di termini come 'democrazia', 'diritti', 'sviluppo', 'progresso', 'rispetto per le persone e l'ambiente'.
Al peggio non c'è mai fine, direbbe qualcuno. E, infatti, il mese di dicembre vede aprirsi un altro fronte per l'IKEA. Dopo i lavoratori di Piacenza, arrivano addirittura i palestinesi e le organizzazioni impegnate nella costruzione della solidarietà con questo popolo: accusano l'azienda di essere complice dell'apartheid israeliana.
Il 3 dicembre Adri Nieuwhof, attivista per i diritti umani e collaboratrice di 'The Electronic Intifada' chiede a Iyad Misk, un palestinese che vive in Cisgiordania e che parla ebraico, di contattare la filiale israeliana dell'IKEA per chiedere informazioni in merito ad una consegna a Beit Sahour, villaggio palestinese nei pressi di Betlemme. La società di spedizioni che lavora per l'IKEA, la Moviley Dror, sostiene che una tale consegna non sia possibile, perché entrare nell'area amministrata dall'Autorità Palestinese è pericoloso. Al massimo la consegna può essere effettuata ad un checkpoint vicino Betlemme. Beit Sahour è nell'Area C che, secondo gli accordi di Oslo, è quella sotto totale controllo militare israeliano, così come il 60% della Cisgiordania.
Adri però non si ferma qui. Chiede ad un'organizzazione israeliana, 'Who Profits' (un progetto di ricerca messo in piedi dalla Coalizione delle Donne per la Pace, con sede a Tel Aviv), di effettuare la stessa operazione tentata da Misk: contattare l'IKEA per avere informazioni sulle possibilità di consegna. Ma stavolta la merce non dovrebbe giungere in un villaggio palestinese, bensì in una colonia israeliana, Beitar Ilit che, come Beit Sahour, si trova nell'Area C. Per giungere bisogna attraversare diversi check point. Anche in questo caso la chiamata è trasferita alla Moviley Dror, la società addetta alla consegna. Solo che stavolta la risposta è diversa: è possibile far recapitare merci IKEA in una colonia israeliana.
L'IKEA attraversa quindi i check point per consegnare i propri prodotti ai coloni israeliani (è bene sottolineare che le colonie in Cisgiordania sono considerate illegali in base al diritto internazionale), ma non per arrivare in un villaggio palestinese (ancora legali, fino a prova contraria).
Jeff Handmaker, insegnante di diritto, diritti umani e sviluppo presso l'International Institute of Social Studies of Erasmus University, a Rotterdam (Olanda), ha sostenuto che “la nuova informazione che è emersa conferma che IKEA e la società che ha l'appalto per le spedizioni sono complici delle violazioni del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani supportando in maniera attiva le politiche di trasferimento di israeliani verso le colonie illegali e rinforzando la chiusura delle aree palestinesi”, aggiungendo poi che “IKEA è complice dell'apartheid di Israele mettendo in atto una discriminazione palese a favore dei coloni ebrei della Cisgiordania ed ignorando l'oppressione cui è soggetta la maggioranza della popolazione palestinese che è impossibilitata a recarsi addirittura presso uno store IKEA, lasciando loro aperta solo la porta della consegna di prodotti.”
Il colosso non ha tardato troppo a rispondere. Con una lettera del 10 dicembre (e che riproduciamo integralmente di seguito, nella sua versione originale, in inglese) ha cercato di spiegare le proprie ragioni, sostenendo che “dal 2010 la compagnia di trasporto locale che coopera con IKEA Israele è stata in grado di consegnare i prodotti IKEA presso le abitazioni delle persone che vivono nelle aree controllate dall'Autorità Palestinese. Se si sono verificati episodi in cui il servizio di consegna non ha funzionato a dovere è un fatto increscioso e qualcosa su cui indagheremo.”
Jeff Handmaker, sollecitato da Adri Nieuwhof, ha commentato questa risposta. Il 20 dicembre ha scritto testualmente che IKEA “prende in considerazione solo metà del problema, cioè il loro trattamento differente dei coloni che vivono negli insediamenti illegali e dei palestinesi che vivono sotto occupazione.
Ma anche questa parte non è convincente. Anche se la filiale IKEA dovesse risolvere la questione della consegna ai palestinesi, molti di loro non sarebbero comunque in grado di visitare i loro negozi, a causa dei controlli israeliani dei movimenti verso e da i territori occupai. Quindi sono esclusi in ogni caso.
Ma IKEA Systems B.V. non risponde al problema principale, vale a dire l'aperta complicità della loro filiale con una grave violazione dei diritti umani, che si concretizza nel supporto all'impresa coloniale.
Fino a quano la filiale IKEA non si rifiuterà di vendere […] ai coloni che vivono nei territori occupati palestinesi, IKEA Systems B.V. sarà ancora complice delle violazioni del diritto internazionale.”
Si annunciano quindi tempi duri per l'IKEA, con le pressioni in tutto il globo che aumentano e con la possibilità sempre più concreta che riescano ad incidere sulla capacità dell'azienda di macinare profitti.
Per saperne di più: Electronic Intifada 1, 2
 


Tratto da: