Di Daniele Nalbone
Fonte: Liberazione, 20 settembre 2009
Quella di Francesco Mastrogiovanni, per
le forze dell'ordine "noto anarchico", per i suoi alunni "il maestro più
alto del mondo", è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana
repressione.
Una vita fatta di mille difficoltà, di tragedie messe alle spalle ma
che lasciano un segno indelebile nella testa. Un'esistenza precaria fino
all'ultimo giorno di libertà. Una storia di quelle che non vorresti mai
raccontare ma che, come ci spiega il suo caro amico e compagno, il
professore-editore anarchico Giuseppe Galzerano, «devi farlo, per
rendere giustizia a Franco e far si che quanto gli è accaduto non si
ripeta a nessun altro».
Liberazione è stato il primo giornale
nazionale a denunciare la morte di Franco, deceduto nel reparto di
psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di
martedì 4 agosto. Pochi giorni dopo una mail inviata dal professor
Galzerano ci ha fatto capire che qualcosa, in quella morte, non era
chiara. Franco è stato ricoverato il 31 luglio per un trattamento
sanitario obbligatorio. In quattro giorni è passato dalla calda spiaggia
di San Mauro Cilento, dove stava trascorrendo le vacanze, al freddo
marmo dell'obitorio dell'ospedale di Vallo della Lucania. Arresto
cardiaco causato da un edema polmonare, hanno detto i medici. Ma c'è
qualcosa di più che colpisce la nostra attenzione: Francesco
Mastrogiovanni era salito agli onori della cronaca nei primi anni
settanta per la morte di Carlo Falvella, giovane neofascista,
vicepresidente del Fuan salernitano, ferito a morte durante
l'aggressione dell'anarchico Giovanni Marini. Per capire in quale
scenario sia morto il "maestro più alto del mondo", non possiamo fare
altro che partire alla volta del Cilento per conoscere i parenti e i
compagni. Il 9 settembre, nello splendido scenario di Castellabate è in
programma la rassegna "Finisterre Plus", video, musica e performance
dedicata a William Burroughs. "La cosa più pericolosa da fare è rimanere
immobili". Un titolo, una frase, che spiega perché a Burroughs è stato
accostato il racconto degli ultimi giorni di vita di Francesco
Mastrogiovanni.
Ombra e violenza. Un resoconto dettagliato, quello fatto dal professor
Galzerano e dall'ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, amico e
compagno di Franco, che sembra costruito appositamente sullo sfondo
persecutorio di una delle opere dello scrittore americano. Purtroppo,
però, questa volta siamo al cospetto di una "storia vera" iniziata nel
lontano 7 luglio 1972. Insieme a Giovanni Marini e Gennaro Scariati,
Franco stava passeggiando sul lungomare di Salerno. Quel giorno era
pieno di fascisti che da giorni cercavano di provocare Marini per avere
la "scusa" di un'aggressione. Le sue indagini, all'epoca si diceva
"controinformazione", sullo strano incidente stradale che il 27
settembre 1970 aveva provocato la morte sulla Roma-Napoli di cinque
giovani anarchici calabresi, nei pressi di Ferentino, davano fastidio.
Annalisa Borth, Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi
Lo Celso si stavano recando a Roma per consegnare ai compagni della
capitale i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che
avevano iniziato a insanguinare il paese, in particolare sul
deragliamento del "Treno del Sole" Palermo-Milano del 22 luglio del
1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Giovanni Marini aveva
scoperto che alla guida dell'autotreno, che procedeva a fari spenti,
c'era un camionista con simpatie fasciste e che lo scontro avvenne
precisamente all'altezza di una villa di Valerio Borghese. Erano
iniziati a insinuarsi i primi dubbi sulla casualità dell'episodio. «Da
allora su di lui incombeva una sentenza di morte alla quale sarebbe
sopravvissuto per quasi trent'anni», spiega oggi il professor Galzerano.
Giovanni, Franco e Gennaro si stavano recando a teatro. Ridiscendendo
via Velia si trovano davanti a due giovani missini: Carlo Falvella e
Giovanni Alflinito armati di lame. Franco accelera il passo per andare a
parlare con loro. Dai racconti e dalle testimonianze del processo
emerge come tentò di far da paciere ma, per tutta risposta, ricevette
una coltellata ad una coscia da Alflinito e stramazzò a terra. I due
compagni intervennero immediatamente e, nella rissa che ne seguì,
Giovanni riuscì a disarmare Falvella ferendolo a morte con la sua stessa
arma. Si costituì il giorno stesso mentre Franco venne trasportato in
ospedale. Gennaro, invece, sarà immediatamente scarcerato perché
minorenne. Da quel giorno il caso Marini finì su tutti i giornali:
Giovanni era, per tutti, un mostro. «Per punizione», racconta il
professor Galzerano, «peregrinava incessantemente da un carcere
all'altro e a Caltanissetta venne rinchiuso in una cella senza luce da
dove non smise mai di denunciare le aberranti condizioni di vita
riservate ai carcerati». Per motivi di ordine pubblico il processo venne
spostato da Salerno proprio a Vallo della Lucania. Marini viene
condannato in primo grado a dodici anni (pena poi ridotta a nove in
appello), Mastrogiovanni viene assolto ma allora per lui inizierà
l'inferno. Un inferno in camicia nera fatto di minacce, telefonate
minatorie, continue ritorsioni che lo porteranno ad emigrare al nord. A
metà degli anni ottanta si trasferisce a Sarnico, sul lago di Iseo, in
provincia di Bergamo, dove, per quindici anni, insegna nelle scuole
elementari della zona. Ma la sua fama di "pericoloso anarchico" lo
accompagnerà anche lassù. Il merito, questa volta, è delle forze
dell'ordine che, con una nota, comunicano ai colleghi bergamaschi di non
perderlo d'occhio. Inizia, così, una seconda fase di persecuzioni:
questa volta condotta della forze dell'ordine.Alla fine degli anni
novanta decide di fare ritorno a Castelnuovo Cilento.
Agli agenti del paese non sembra vero: ora avranno di che divertirsi.
Per Franco la divisa diventa un incubo quotidiano che si trasforma in
realtà il 5 ottobre 1999. Quel giorno per lui scattano le manette. Tutto
inizia dall'ennesima, immotivata provocazione. Una multa per divieto di
sosta a Vallo Scalo. Franco compie l'errore di mandare a quel paese un
agente. Immediato l'arresto. Immancabili le botte nel commissariato.
L'accusa è pesante: resistenza aggravata e continua nonché lesioni
personali. Ovviamente Franco risponde con una controdenuncia per arresto
illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia. Per lui
scattano gli arresti domiciliari presso l'abitazione familiare, a
Castelnuovo Cilento. Una beffa: il compito di controllarne l'osservanza
viene affidato agli stessi carabinieri denunciati. Inizia il tormento al
punto che diverse volte chiederà di tornare in carcere. Ma quando tutto
sembra volgere per il meglio con il proscioglimento da ogni accusa, per
Franco inizia la terza fase di persecuzione: quella dello Stato. Alla
fine venti anni di angherie, soprusi, minacce, botte, lasciano il segno.
Psicologicamente fragile, Franco si sente perseguitato. Ogni volta che
incrocia una divisa, entra nel panico. Per due volte il sindaco di
Castelnuovo firma la richiesta per un trattamento sanitario
obbligatorio. Esperienza traumatica che Franco riesce a superare
continuando ad insegnare. Adora i bambini e i bambini adorano questo
maestro altissimo. Le uniche proteste dei genitori sono perché è poco
severo. Di certo non una minaccia. Ma così non la pensa il sindaco di
Pollica Acciaroli, Giuseppe Vassallo che ha formati contro di lui il Tso
fatale. Il 30 luglio Franco si trovava nella località turistica
cilentana quando, per l'ennesima volta, viene inseguito dai carabinieri.
In preda al panico scappa. La pattuglia desiste. Il maestro trova
rifugio nel bungalow del campeggio Club Costa Cilento. Un luogo
tranquillo, per lui. Circondato da amici e persone che lo stimano come
la signora Licia, la proprietaria del camping, che, di tanto in tanto,
gli lascia i nipotini. Ma la mattina seguente l'incubo delle forze
dell'ordine ritorna, prepotente. Arrivano sul posto una quindicina di
carabinieri, una pattuglia dei vigili urbani, un medico dell'ospedale di
Vallo della Lucania. Voglio portare Franco in ospedale. Il maestro
scappa dalla finestra, si getta in mare, a nuoto raggiunge una secca.
Per oltre due ore resta in acqua. Sopraggiunge anche una motovedetta
della guardia costiera per avvertire i bagnanti che "è in corso una
caccia all'uomo". Stremato, si arrende. Raggiunge la spiaggia, chiede
una sigaretta, si fa una doccia. E' tranquillo. Consapevole di ciò che
lo aspetta. Eppure, gli vengono fatte tre iniezioni. Sale sull'ambulanza
e il suo ultimo messaggio è per la signora Licia. «Se mi portano a
Vallo, non ne esco vivo». E così sarà. Dopo quattro giorni di Tso muore
per un infarto causato da edema polmonare. Una morte naturale,
"normale", dicono dall'ospedale. Ma dall'autopsia emergono particolari
inquietanti. Franco aveva diversi lividi sul corpo e segni di lacci su
polsi e caviglie. Era stato legato per tutti e quattro i giorni di Tso,
anche se sulla cartella clinica non c'è traccia della contenzione. Ci
rechiamo all'ospedale di Vallo per parlare con i medici. Nessuno apre
bocca. Nessuno ha visto niente, anche se quattordici, fra medici e
infermieri, sono tutt'ora sotto inchiesta. Tutti tacciono anche quando
facciamo notare che le sbarre alle finestre e le porte del reparto
chiuse a chiave non sono "normali". Chiediamo di parlare con i vertici
dell'ospedale per avere dei chiarimenti che, puntualmente, non arrivano.
«Quello che succede di sopra, non lo so» ci spiega, come se niente
fosse, il vicedirettore. Ogni nostra domanda è un secco «no comment».
Neanche quando domandiamo se avesse avuto notizia di una rissa al piano
di sopra, cosa che spiegherebbe la contenzione (anche se non protratta
per quattro giorni) e i lividi. «Quello che succede di sopra...». Certo,
i dirigenti dell'ospedale non lo sanno. Rassicurante. Sta di fatto che
un maestro elementare, che ha vissuto tutta la sua vita di precario
insegnante, perseguitato da fascisti, forze dell'ordine, amministratori
locali in quanto "noto e pericoloso anarchico", in poche ore è passato
dalla calda spiaggia di Acciaroli al freddo marmo dell'obitorio
dell'ospedale di Vallo della Lucania. Tutto per un trattamento sanitario
obbligatorio deciso da un sindaco che non voleva avere problemi in una
località che ha appena ottenuto la bandiera blu d'Europa e millanta di
essere il paese di Ernest Hemingway. Come chiosa il professor Galzerano,
«un falso storico senza precedenti».
http://www.reti-invisibili.net/francescomastrogiovanni/