Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


mercoledì 23 gennaio 2013

L'ITALIA RESPINGE IN GRECIA I PROFUGHI BAMBINI

tromaktiko12 


gennaio 23, 2013 in Hot News, L'informazione di Blackout
 
Dopo aver intervistato 29 bimbi e adulti respinti dai porti nostrani, Human rights watch ha stilato un rapporto in cui denuncia il comportamento delle autorità italiane che imbarcano in massa verso la Grecia profughi provenienti da paesi in guerra. Agli adulti non viene data la possibilità di fare domanda d’asilo, ai bambini non viene concessa l’ospitalità prevista dalle stesse leggi italiane.
In Grecia, i profughi, spesso provenienti dall’Afganistan, sono sottoposti ad abusi delle forze dell’ordine, condizioni detentive inumane e degradanti in un ambiente ostile, segnato da violenze xenofobe.
Nell’ultimo anno si sono moltiplicate le aggressioni contro gli stranieri dei neonazisti di “Xrisi Argi”, coperti e appoggiati dalla polizia. Solo le ronde antifasciste nei quartieri pongono un argine alle violenze naziste.
La maggior parte dei profughi considera la Grecia e l’Italia tappe di un viaggio con destinazione Gran Bretagna, Svezia, Norvegia, ma la legislazione europea, che impone di fare richiesta di asilo nel primo paese dell’Unione in cui si arriva, rende questo percorso molto difficile e rischioso.
Non è la prima volta che l’Italia entra nel mirino delle istituzioni umanitarie o transnazionali per il trattamento inflitto ad immigrati e richiedenti asilo.
Basti pensare alla condanna della corte di Strasburgo per tortura e trattamenti inumani per i respingimenti verso la Libia.

Ne abbiamo parlato con Gabriele Del Grande, blogger di Fortresse Europe.
Ascolta l’intervista: 

0.6794324241846584
Listen to




Fonte:

 

COLTIVARE L'INGIUSTIZIA: INTERROMPERE I RAPPORTI COMMERCIALI CON LE AZIENDE ISRAELIANE


fonte: http://palsolidarity.org (Palestinian agricultural organisations and the Palestinian BDS National)


Il comitato ci invita a dare il via ad una campagna mondiale giorno 9 Febbraio contro le imprese esportatrici di prodotti agricoli israeliane che continuano a violare il diritto internazionale e i diritti umani dei palestinesi.    
Dopo la campagna di successo contro la Agrexco, il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani e in virtù del crescente consenso internazionale che sostiene l’impegno di portare avanti un boicottaggio delle aziende direttamente coinvolte nel sostegno economico delle colonie israeliane in Cisgiordania, invitiamo i movimenti sociali, organizzazioni non governative, sindacati e attivisti per i dritti umani di portare avanti un’azione efficace il 9 di Febbraio per sostenere gli agricoltori palestinesi nella difesa delle loro terre e delle loro risorse naturali.
La compravendita dei prodotti provenienti dalle compagnie agricole israeliane, come Mehadrin e Hadiklaim, finanzia e favorisce lo sfruttamento e la colonizzazione delle terre palestinesi danneggiando le possibilità per una pace giusta basata sul diritto internazionale e il rispetto per i diritti umani universali. Com’è stato dimostrato dalle iniziative di boicottaggio per mettere fine all’apartheid in Sud Africa e il grande sostegno internazionale che lo ha caratterizzato, i cittadini possono fare la differenza non acquistando i prodotti delle aziende complici e cercando di convincere i supermercati ad interromperne la vendita.
L’agricoltura è il settore più importante dell’economia palestinese e forma parte del loro retaggio culturale. Tuttavia gli agricoltori palestinesi sono allontanati dalle loro terre ed è loro impedito accedervi. Israele sfrutta sistematicamente le risorse naturali palestinesi, in violazione del diritto internazionale ostacolando l’agricoltura palestinese nelle zone occupate della Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, permettendo alle aziende agricole israeliane di trarre vantaggio dalla campagna di colonizzazione israeliana.
Le aziende esportatrici di prodotti agricoli israeliani sono il cuore del sistema di dominazione israeliana sul popolo palestinese. Esse sono un elemento che s’inserisce nel processo di occupazione e di distruzione dell’economia agricola palestinese. Israele, infatti, porta avanti una campagna di sottrazione delle riserve idriche palestinesi e viola sistematicamente i diritti dei lavoratori palestinesi sfruttando inoltre il lavoro minorile.
I supermercati dovrebbero seguire l’esempio del Co-Operative Group del Regno Unito, che si è impegnato d’interrompere i rapporti commerciali con ogni azienda che esporta prodotti provenienti dalle colonie illegali israeliane. I governi devono rispettare l’impegno legale e morale agendo in supporto alla causa sull’autodeterminazione palestinese vietando tutte le forme di cooperazione con le aziende esportatrici di prodotti agricoli complici degli insediamenti illegali. L’opinione pubblica nel mondo deve assicurarsi che tali misure siano prese. Noi contiamo sul vostro sostegno per mettere fine allo sfruttamento come contributo alla nostra lotta per la libertà, giustizia e uguaglianza. 
La campagna è promossa da:
Boycott, Divestment and Sanctions National Committee General Union of Palestinian Peasants and Cooperatives Palestinian Agricultural Relief Committees Palestinian Farmers Union Popular Struggle Coordination Committee Stop the Wall Union of Agricultural Work Committees Union of Palestinian Agriculture Engineers Scrivete a  info@bdsmovement.net  per darci informazioni sulla vostra campagna o per discutere le vostre idee.

traduzione: Luciano Martorana



Fonte:

Esprimiamo la nostra solidarietà a Pinar Selek, aderiamo a questo appello!

Pinar Selek è una femminista antimilitarista pacifista turca perseguitata da 14 anni dallo Stato turco, in seguito a una ricerca sociologica da lei condotta nel 1996 sulle condizioni del conflitto armato tra la Turchia e il Kurdistan e le possibilità di soluzione. Nonostante varie assoluzioni, lo Stato turco ha riaperto il suo caso per l’ennesima volta e il 24 gennaio 2013 la 12° Corte penale di Istanbul dovrà pronunciarsi sulla richiesta di 36 anni di carcere.
In tutti questi anni Pinar non ha mai smesso di lottare, non è mai rimasta in silenzio, non si è richiusa in casa, e per questo viene perseguitata.
La sua lotta è la lotta di tutte noi, la sua libertà è la nostra libertà! Con la nostra solidarietà possiamo impedire questa condanna! ll loro accanimento non ha limiti. Neanche la nostra solidarietà. Nella sua lotta per la libertà, Pinar Selek non è sola!
Saremo presenti al processo insieme alle delegazioni francese e tedesca.
Invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere questo appello e a diffonderlo.
Scriveteci a solidarietapinarselek@autistici.org

english version

We support Pinar Selek – Call for solidarity!
Pinar Selek is a well-known feminist, anti-militarist and peace activist from Turkey who has been undergoing an unfair trial for the past 14 years. Since 1998, the Turkish State has literally persecuted Pinar for her sociological research on the conditions and possible resolutions of the armed conflict between the Turkish State and Kurds. Despite repeated acquittals, she is due to be tried again on the 24th January 2013, when the 12th Penal Court of Istanbul shall pronounce the final judgement on the request of life time sentence. During all these years, Pinar has never given up her fight, never kept silent or remained quiet at home. This is perhaps the real reason for her persecution by the Turkish State.
Her fight is our fight! Her freedom is our freedom!

With our solidarity, we can stop them! Their tenacity don’t have limits but our solidarity is also endless! Pinar is not alone in her fight for freedom! We will be there during the trial with a French and German delegation.
We invite everyone to support and spread this appeal.
To sign this appeal write to: solidarietapinarselek@autistici.org

Prime firme

Associations-Rome
A.F.F.I. Associazione Federativa 
Femminista Internazionale affiassociazioni@yahoo.it
ARTISTE DI MESTIERE-CIDD
ASSOCIAZIONE DONNE CAPOVERDIANE associazioneomcvi@alice.it
Associazione EQUAL Servizi www.equalservizi.it
CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE- CIDD- ROMA
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ALMA SABATINI
CENTRO DONNA L.I.S.A. www.centrodonnalisa.it
C.L.R. Coordinamento Lesbiche Romane contatti@clrbp.it – www.clrbp.it
COOPERATIVA LIBERA STAMPA edazione@noidonne.org – www.noidonne.org
C.O.R.A. Roma onlus – Centri Orientamento Retravailler Associati coraromaonlus@gmail.it – www.retecora.it
DIFFERENZA DONNA www.differenzadonna.it
DONNE DIRITTI GIUSTIZIA
Associazione di Avvocate
DWF – Associazione Utopia dwf.utopia@gmail.com – www.dwf.it
EL MIRABRAS www.elmirabras.it
ESSERE DONNA ONLUS www.esseredonna.it
IL CORTILE – Consultorio di Psicoanalisi Applicata. info@ilcortile-consultorio.it – www.ilcortile-consultorio.it
MIDD- Movimento Italiano Donne per la Democrazia paritaria
PROGETTO ESTHIA tinaheger@yahoo.de
Ass. QUINOA. BOTTEGA DEL MONDO www.associazionequinoa.it
RETE INTERNAZIONALE DONNE PER LA PACE
SERVIZIO DI CONSULENZA LEGALE, CIDD servizioconsulenzalegale@yahoo.com
UNIONE DONNE ITALIANE ROMANA – LA GOCCIA
www.udiromanalagoccia.it – info@udiromanalagoccia.it
VITA DI DONNA
www.vitadidonna.it
WILPF Italia ( International League for Peace and Freedom) antonia.sani@alice.it

Political groups
22resiste.noblogs.org
Anguane, collettivo anarcoqueer ecovegfemminista
Collettivo femminista Benazir donnebenazir@gmail.com , donnebenazir.blogspot.it
Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche – 87.9 in FM
Collettivo Femminista Le ribellule

Individuals
Bruna Bianchi Rita Capponi
Laura Corradi, sociologa e femminista
Dilek Hattatoglu
Melek Göregenli
OneWomen writes us: “… if there is a woman not free any others is not free! i give my support, respect and love! solidarity from rome!”
Paola Moroni
Gianmaria Ottolini
Enrica Paccoi
Nicoletta Rocco
Monica Pietrangeli
Francesca Scatozza
Emanuela Trojano
Beatrice Serani
Barbara Daria Angeletti
Tuba – Libreria di donne di Roma
Susanna Stivali
Tatiana Montella, avvocata



Fonte:

lunedì 21 gennaio 2013

Impastato-Saviano-Persichetti

21 gennaio 2013

Dal blog  http://primadellapioggia.blogspot.it/  di Marco Clementi:

Persichetti scortato dalla Polizia dopo l'estradizione dalla Francia


Saviano non ha mai parlato con la madre di Peppino Impastato nei termini da lui descritti in un libro. La donna non gli avrebbe mai detto: "Come madre ti dico di smettere, come donna di andare avanti".
Così ha deciso il Gip di Roma, che ha archiviato la querela presentata da Saviano contro Paolo Persichetti per un articolo in cui il giornalista, sentita la famiglia Impastato, aveva contraddetto quanto assunto come proprio dallo scrittore più scortato d'Italia.

Su questo Blog si è già parlato delle "inesattezze" di Saviano, per esempio riguardanti la Politkovskaja.

Se ne aggiunge ora un'altra, certificata.

Paolo Persichetti, lo ricordo, era rifugiato in Francia e fu riportato in Italia perché sospettato di aver preso parte al delitto di Marco Biagi, sospetti rivelatisi poi infondati. Sta finendo di scontare una condanna per fatti risalenti agli anni Ottanta. Dunque, Saviano, il difensore dei deboli, ha querelato un uomo di sinistra che si trova in una condizione oggettivamente difficile, in quanto detenuto.
E ha perso.

Per la documentazione si veda http://insorgenze.wordpress.com/2012/12/06/non-ce-diffamazione-per-la-procura-la-querela-di-saviano-contro-lex-brigatista-in-semiliberta-va-archiviata/
Fonte:




GERUSALEMME, EVACUATO IL VILLAGGIO AL-KARAMAH

Le forze israeliane sono entrate all'alba nel villaggio palestinese di Beit Iksa che resisteva alla confisca illegale, presidiando il fratello di Bab Al-Shams.

lunedì 21 gennaio 2013 08:58

Una delle tende di Al Karamah (Foto: Gabriele Benvenuti/Nena News)
Una delle tende di Al Karamah (Foto: Gabriele Benvenuti/Nena News) 
 
 
di Gabriele Benvenuti

Beit Iksa, 21 Gennaio 2013, Nena News - All'alba di questa mattina, intorno alle 4 del mattino, il neonato villaggio palestinese di Al Karamah, a Beit Iksa (Gerusalemme), è stato sgomberato dalle forze militari israeliane. Bulldozer dell'esercito hanno demolito le tende e evacuato tutti gli attivisti presenti. Poco prima l'esercito aveva chiuso il checkpoint d'accesso al villaggio, impedendo a chiunque di avvicinarsi.

Le forze israeliane erano già attese nella notte di sabato, dopo che dalla radio della Mezzaluna Rossa avevano comunicato l'imminente raid per procedere allo sgombero di al-Karamah. La situazione è rimasta tranquilla fino alle sette del mattino di ieri, quando la polizia di frontiera si è presentata con la stessa ordinaria disinvoltura con la quale tecnici ed ingegneri effettuano un sopralluogo di un cantiere qualsiasi.

Si trattava della fase preparatoria della demolizione del villaggio palestinese di al-Karamah. Infatti, come per Bab al-Shams, i militari israeliani hanno preventivamente acquisito informazioni sulle strutture ed il numero di civili presenti, per consentire alla Corte Suprema di dichiarare l'area "zona di interesse militare" e rilasciare un ordine di evacuazione.

Al-Karamah (in arabo "dignità") è il villaggio gemello di Beit Iksa, che si estende per circa 14.000 dunam (1 dunam equivale a mille metri quadrati) su di un territorio già fisicamente oppresso dall'occupazione. Beit Iksa si trova, infatti, a soli dieci minuti da Gerusalemme, ma è isolato: un checkpoint regola gli accessi al villaggio dall'unica strada di collegamento con Ramallah (e quindi Gerusalemme), la colonia di Ramot - costruita sul territorio occupato nel 1967 - lo circonda insieme al cantiere per l'alta velocità Gerusalemme-Tel Aviv, in appalto all'italiana Pizzarotti, il cui tracciato passerà anche attraverso i Territori Occupati senza, però, prevedere stazioni di fermata a beneficio dei palestinesi. Beit Iksa è stato oggetto, nel mese dicembre 2012, dell'ordine di esproprio delle terre destinate alla costruzione della barriera di "sicurezza", che lascerà agli abitanti del villaggio solamente 400 dunam.

Sulla scia di quanto avvenuto a Bab al-Shams, gli abitanti di Beit Iksa hanno, quindi, deciso di costruire un villaggio gemello con il supporto di Fatah. Come dichiarato da Abdallah Abdallah (membro del Comitato Esecutivo di Fatah) durante un meeting con il sindaco Kamal Habbab, la fazione leader dell'Autorità Palestinese ha fornito le prime strutture abitative e (con la visita di Abdallah) sancito la primacy nel supporto alla lotta di Beit Iksa.

Mazin Qumsiyeh, professore ed attivista palestinese, è scettico: "Il fenomeno del coinvolgimento della leadership nelle azioni di resistenza popolare siinserisce in una logica di ricerca del consenso (politico) che vuole sfruttare l'alto impatto mediatico ed emotivo che tali situazioni comportano", spiega a Nena News.

Contrariamente alla solidarietà di circostanza, "la popolazione è determinata a resistere fino alla revoca definitiva dell'ordine di esproprio, perché le terre che Israele vuole annettere sono la principale fonte di sostentamento per il villaggio", spiega a Nena News Mahmoud, studente universitario di Beit Iksa. Secondo Shadi, nata a Beit Iksa ma residente ad Abu Dis (Gerusalemme Est), "le restrizioni imposte dall'installazione del checkpoint, che da tre anni limitano il transito ai soli residenti del villaggio, hanno de facto creato le condizioni per un trasferimento forzato della popolazione e l'isolamento di Beit Iksa".

Al-Karamah ha accolto da sabato palestinesi ed internazionali. E dopo l'esperienza di Bab al-Shams e Beit Iksa, c'è da aspettarsi qualche altra sorpresa. Nena News



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=48288&typeb=0&Gerusalemme-evacuato-il-villaggio-al-Karamah

21 gennaio 1977

Il movimento? Cominciò a Palermo

di Luca Cumbo

E’ praticamente impossibile in poche righe riassumere il contesto storico-sociale che diede vita al Movimento del 1977, pertanto bisognerà accontentarsi di citare alcuni episodi chiave che stimolino una visione del periodo almeno in Italia. Comincerei dunque dal 34,37 % di voti preso dal Pci di Enrico Berlinguer alle elezioni del giugno 1976, il risultato più alto della sua storia. Berlinguer scelse però di appoggiare (o di non contrastare a dovere) alcune riforme economiche e sociali in senso liberista dell’Andreotti III, governo di minoranza che si reggeva sull’astensione del Pci, tradendo così le attese almeno dell’elettorato più giovane. Molti ritengono Berlinguer l’artefice del massimo radicamento del Pci in Italia, eppure fu proprio con lui che il partito, dopo l’apice del ’76, non fece altro che perdere costantemente voti. Sempre con Enrico Berlinguer si ha la prima visita di un dirigente comunista italiano negli Usa (1978, il «migliorista» Giorgio Napolitano), ma questa è – forse – un’altra storia.
Fatto sta che il 3 dicembre del 1976 il ministro della Pubblica Istruzione Franco Malfatti (Democrazia Cristiana) emana una famigerata circolare in cui viene rimesso in discussione il metodo dei piani di studio universitari liberalizzati, frutto del ’68, introduce il principio del numero chiuso per le iscrizioni, aumenta le tasse e abolisce gli appelli mensili per gli esami. Contemporaneamente le riforme della Pubblica Istruzione in cantiere non lasciano grandi speranze ai precari della scuola e dell’università. Il Senato accademico di Palermo è il primo in Italia a far propria la circolare. In risposta due grandi manifestazioni, il 20 e il 21 dicembre 1976 con almeno 10.000 studenti esigono il ritiro della Circolare Malfatti.
Passate le feste natalizie e rientrati i moltissimi fuori sede (vero motore della protesta a Palermo) riprendono assemblee e mobilitazioni finchè il 21 gennaio 1977 viene occupata la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, la prima in Italia: aveva così inizio il cosiddetto Movimento del 1977.
La situazione di tutto l’ateneo palermitano rispecchiava quello della Sicilia di allora (e di oggi…). Dopo la Regione siciliana, con i suoi assessorati e “partecipate”, l’ateneo è la più grande azienda pubblica dell’isola, ambitissimo «centro di sottogoverno clientelare gestito da fameliche cricche accademiche legate a filo doppio con gruppi di potere mafiosi, conta 5.000 dipendenti in massima parte precari» così come riportato da un volantino del gennaio 1977 scritto dagli studenti. Curiosamente, anche il movimento della Pantera cominciò a Palermo, nella facoltà di Lettere e Filosofia1, forse perchè la Sicilia è il luogo dove dall’Unità d’Italia a oggi sono sperimentate le politiche repressive, quindi è anche il primo luogo dove si «testa» la risposta.
Tornando nel 1977, pur partecipando alle occupazioni e alle mobilitazioni, i collettivi studenteschi legati ai partiti sono più in disparte sia per indicazione degli stessi partiti d’appartenenza, sia per la volontà degli occupanti di contestare radicalmente tutti i partiti e sindacati indicati come parte integrante del «sistema». Una votazione del 25 gennaio 1977 del Collettivo di Lettere e Filosofia decide che i sindacati non possono entrare a parlare in facoltà. Non è raro trovare in facoltà scritte sui muri inneggianti a Marx e Gramsci, ma anche manifesti del tipo «PCI=Nuova Polizia». Innumerevoli sigle spesso in lotta fra loro e che oggi fanno quasi tenerezza, si spartiscono il pantheon rivoluzionario indicando il Pci, con argomentazioni e intensità diverse, quale principale nemico da affrontare: Ao (Avanguardia operaia), Aut. Op. (Autonomia operaia), LC (Lotta continua), Pdup (Partito di unità proletaria), Mls (Movimento lavoratori per il socialismo), Praxis (collettivo dell’omonima rivista), Dp (Democrazia proletaria), Pcmli (Partito comunista marxista leninista d’Italia), Gcr (Gruppi comunisti rivoluzionari) e tante altre sigle un po’ come – se posso scherzare – come in quella canzone di Rino Gaetano fino ad arrivare agli Im, gli Indiani Metropolitani che fanno il loro ingresso nelle assemblee ululando: «Siamo usciti dalle riserve, abbiamo dissotterrato l’ascia di guerra e faremo fuori i visi pallidi2 e i meticci3 che si oppongono alle nostre danze intorno al Totem della Lucida Follia»4.
La lotta studentesca si saldò con la lotta dei lavoratori e docenti precari dell’università di Palermo.
Nei giorni successivi occuparono come un’onda impetuosa le altre facoltà a Palermo e nel resto d’Italia: il 17 febbraio Luciano Lama, segretario Cgil, fautore della scala mobile per i salari5 e già partigiano nei Gap, veniva cacciato da La Sapienza di Roma.
Tutto questo accadeva 36 anni fa.
Mentre era allo studio l’insieme dei materiali per questa «scor-data» chi – come me – non ha l’età per avere vissuto direttamente le lotte del 1977, ma le ha scoperte sui libri o dai racconti di militanti “più navigati”, si rende conto che mutando semplicemente nomi e date, questo scritto avrebbe potuto essere tranquillamente il resoconto di una delle tante battaglie d’oggi per l’università pubblica, la democrazia e il lavoro.
Ci si rende conto che molti dei movimenti degli ultimi vent’anni hanno preso molto del lessico, dei contenuti e delle modalità del 1977, sono identiche o simili anche le fughe in massa da assurde assemblee gestite con altrettanto assurde modalità in cui, nel nome dell’orizzontalità assoluta, tutti contestano tutti, è tabù darsi regole (figuriamoci mettere ai voti…), ognuno è più rivoluzionario dell’altro, ognuno ne sa più dell’altro, ognuno è parte di un micro-collettivo che regolarmente poco dopo si spaccherà in altri collettivi sempre più micro, fino a quando verrà fuori l’esaltazione totale dell’ Individuo, come unico legittimo portare di istanze (presunte) rivoluzionarie.
A distanza di 36 anni da quella prima facoltà occupata, lungi dall’avere la presunzione di dare giudizi sommari sul Movimento del ’77, è legittimo farsi domande senza timori reverenziali e probabilmente questo esercizio è più facile, meno doloroso, per chi non ha vissuto direttamente quegli anni. Partendo dal presupposto che spesso il bersaglio preferito di queste mobilitazioni era il Pci, c’è da chiedersi a chi ha giovato quella modalità di lotta, che risultati ha portato questa continua delegittimazione che parte da quegli anni per arrivare ai giorni nostri in forma ormai compiuta.
A chi ha giovato la tendenza alla «distruzione dei mostri sacri», la tendenza all’impossibilità di costruire qualcosa che provi ad andare oltre il mero interesse/pensiero dell’ Individuo?
A distanza di 36 anni la storia ci dice che la morte (di nome o di fatto) del Pci e dei sindacati (come soggetto che rivendica diritti) non ha portato i frutti sperati. Il lavoro è stato sempre più mortificato, l’ambiente sempre più devastato, la politica estera sempre imperialista.
Vedere oggi personaggi come Toni Negri osannati e considerati guru negli Usa fa indubbiamente riflettere. Leggere l’interventismo imperialista di Adriano Sofri su «La Repubblica» fa riflettere. Le posizioni ultraliberiste e filoatlantiche dei Radicali degli ultimi anni fanno riflettere.
E’ intellettualmente onesto dunque domandarsi, da un punto di vista storico, se qualcuno dall’esterno e dall’interno poteva avere interesse a influenzare il Movimento verso determinate posizioni.
E’ lecito dunque domandarsi se certe forme di movimento degli ultimi anni, forme organizzative reticolari e parcellizzate che tanto devono al ’77, non facciano il gioco di qualcun altro propugnando forme di lotta che poi, nei risultati concreti, abbiano favorito e favoriscano più l’ultra-liberismo individualista di Monti che non il Sol dell’avvenire.

UNA PICCOLA NOTA DI DANIELE BARBIERI

Ottima la ricostruzione di Luca (quando le lotte partono dalle “periferie” quasi nessuno se ne accorge o ricorda) e molto interessanti le domande. Io, che invece c’ero, ho un punto di vista diverso ma ovviamente se ne parlerà un’altra volta. Solo tre veloci pignolerie: nel ’77 Sofri non c’era (di fatto Lc era sciolta anche se non tutti i suoi e le sue militanti avevano accettato quella decisione; Cgil e Pci molto (ma proprio molto) si delegittimatono da soli, giorno per giorno, tant’è che Lama – per dire – quel famoso giorno parlò all’università contro il parere (votato in assemblea) della Cgil università di Roma; i Radicali con il Movimento del ’77 c’entrano poco o nulla come presenza fisica nelle università mentre ovviamente sull’uso, in quegli anni, di certe loro proposte e/o metodologie il discorso è diverso e complesso.  (db)
 
NOTE
1 Il 6 dicembre del 1989.
2 Visi pallidi = borghesi
3 Meticci = PCI e altre sigle del Movimento
4 Tratto dal libro “Le compagne, i compagni, il movimento del ’77 a Palermo”, Ed. 100 Fiori, Palermo, 1978

sabato 19 gennaio 2013

19 gennaio 1979: la rivolta delle Nuove

19 gennaio 1979: La rivolta delle Nuove 

  Sabato 19 Gennaio 2013 07:43 
Torino, 19 Gennaio 1979: nel carcere “Le Nuove” di Via Borsellino la quotidianità della vita penitenziaria viene sconvolta da una rivolta di detenuti destinata a protrarsi per diversi mesi sotto la guida dei CDL (Comitati Di Lotta), costituitisi pochi giorni dopo grazie all’iniziativa di alcuni compagni e compagne del carcere.
Ciò che i detenuti in rivolta chiedevano a gran voce erano migliori condizioni di vita all’interno del complesso penitenziario.
Da un comunicato diffuso dal CDL nei giorni immediatamente successivi al 19 si apprende infatti dell’invivibilità della maggior parte degli spazi (molti dei quali dichiarati fuori norma) e degli abusi a cui i detenuti erano sottoposti non appena alzavano la testa contro i soprusi quotidiani.
“..la convivenza diventa praticamente inumana sotto tutti gli aspetti, partendo da quelli igienici, tenendo conto della mancanza di mezzi per mantenere la pulizia [...]; le docce sono 3 di cui una funzionante e costrette purtroppo a restare sporche, l’acqua diventa quasi immediatamente fredda, quindi siamo impossibilitati a lavarci, incrementando così la percentuale di malattie già esistenti, senza nessuna assistenza medica per il menefreghismo delle guardie e brigadieri, marescialli che all’insistere delle richieste ripiegano con metodi di rappresaglia [...]. Noi siamo sprovveduti per combattere questi abusi, soprattutto perché si incorre in duri provvedimenti disciplinari. Davanti a queste azioni molti proletari desistono dall’agire materialmente, ma sono disposti ad ascoltare e condividere questa causa anche socialmente”.
Le rivendicazioni dei detenuti, in realtà, erano sorte già da diverso tempo ma la risposta da parte del Direttore del carcere, preoccupato unicamente di mantenere il quotidiano sistema di violenze con cui il centro veniva mandato avanti, erano state vane promesse destinate a rimanere sulla carta e a non avere mai una reale applicazione.
A tutto ciò va aggiunto il silenzio degli organi di stampa e delle istituzioni esterne al carcere, nonostante i detenuti più attivi si premurassero continuamente di far arrivare le proprie rivendicazioni oltre le spesse mura carcerarie e di portare all’attenzione pubblica una questione che non poteva più essere ignorata.
Solo a partire dalla fine di Gennaio, quando l’eco delle rivolte all’interno delle Nuove si era spinta troppo lontano per continuare a tenere la faccenda sotto silenzio, alcuni giornali, in primo luogo La Stampa, cominciarono a dedicare spazio alla questione; almeno inizialmente, però, gli articoli si limitavano ad una poco veritiera cronaca delle proteste, che venivano vendute dai giornali come pacifiche e destinate a concludersi di lì a poco grazie ad una presunta disponibilità al dialogo da parte della direzione del centro penitenziario.
La rivolta, in realtà, si protrasse fino ad Aprile, adottando metodi di lotta di volta in volta diversi: ritardare collettivamente il rientro in cella, rifiutarsi di presentarsi ai processi, scioperi della fame, diversi giorni di sosta sul tetto del carcere fino a vere e proprie devastazioni di alcune zone delle Nuove.
Di fronte all’intensificarsi della protesta anche le misure repressive da parte dei vertici del centro di detenzione si inasprirono: oltre ad autorizzare violenze sempre più vergognose (che spesso assumevano le forme di vere e proprie torture, come la permanenza sul famigerato letto di contenzione, dove i detenuti venivano tenuti legati fino a che tutto il corpo diventava una piaga), vennero disposti numerosi trasferimenti di detenuti in altri poli carcerari, nel tentativo di fiaccare il crescente rafforzamento del CDL tenendo separati i suoi componenti.
La protesta aveva però assunto dimensioni difficilmente contenibili, anche in virtù della costante comunicazione e collaborazione (per quanto vietate) tra il CDL della sezione maschile e quello della sezione femminile.
Col passare del tempo e con il costituirsi di una coscienza politica da parte di molti carcerati che dapprima avevano solo tiepidamente appoggiato la rivolta, anche le rivendicazioni seppero andare oltre le iniziali richieste di ambienti, cibo e assistenza sanitaria migliori e la consapevolezza di non poter slegare la propria battaglia dalle parole d’ordine che provenivano da situazioni sociali esterne al carcere (lotte di fabbrica e di quartiere) si fece strada fra i detenuti; in un comunicato del CDL femminile di Febbraio si legge infatti:
“E’ emersa la necessità di una ricomposizione politica nel Comitato e la riaffermazione della capacità di direzione politica del Comitato nella crescita dei livelli di contropotere proletario all’interno del carcere. Il Comitato quale sintesi delle tensioni esistenti nella sezione ha aperto un ciclo di lotta che a partire dai bisogni immediati delle proletarie prigioniere portasse alla crescita del livello di contropotere interno e di una maggior unità fra tutte le proletarie prigioniere, e che vedesse l’impiego di lotte quanto più disarticolanti”.



Fonte: