Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


mercoledì 4 aprile 2012

JULIANO MER KHAMIS

 

Juliano Mer Khamis veniva ucciso un anno fa.
 
   “Il teatro è solo una scusa, noi facciamo arte in genere: scrittura creativa, photoshop, computer, fotografia, psicodramma, realizzazione di film, terapia teatrale. Non siamo il teatro nel senso tradizionale, usiamo tutti i mezzi dell’arte prima per comunicare con il mondo, poi per ricostruire l’identità perduta. Chi siamo? Dove stiamo andando? Cosa pensiamo? Perché siamo in questa situazione? Quale tipo di indipendenza vogliamo e come possiamo costruire identità senza cultura? Altrimenti si creano tanti soldatini. La ricerca dell’identità può avvenire solo tramite l’attività culturale.C’è bisogno di un riflesso di se stessi. È così che si costruisce il sé: riflettendo se stessi su uno schermo, nelle pagine di un libro, creando un dibattito, un dialogo. Combattere la tradizione è combattere l’occupazione.”
   “Questa è la vera lotta contro l’occupazione. Perché, ciò che l’occupazione sta facendo è distruggere la società. Costruire sulla base non della tradizione e della religione, ma della libertà, di strutture democratiche, di un alto livello educazione e della libera opinione, della cultura. Questa è la forza.”

Juliano Mer Khamis

   Embletica fu la frase che pronunciò durante l’accoglienza alla Carovana di Sport sotto l’Assedio del 2009: “We’re going to start a new intifada by poetry, theater, art, humans rights, pacific demonstrations against the wall. Questo vogliamo costruire. Questo è quello che Israele non può uccidere.”

Fonte:

http://www.africaemediterraneo.it/blog/index.php/argomenti/juliano-mer-khamis/

martedì 3 aprile 2012

Mario Salvi




 
Dal libro "In Ordine Pubblico" di autori vari - 2003 - curato da Paola Staccioli - Editore Associazione Walter Rossi

"In occasione dell'esame, da parte della Cassazione, del caso dell'anarchico Giovanni Marini, la sinistra rivoluzionaria organizza un presidio davanti alla sede della corte, il Palazzaccio di piazza Cavour a Roma. Condannato in appello a 9 anni di reclusione, Marini era accusato di aver reagito a un assalto fascista, disarmando il giovane missino Carlo Falvella del proprio coltello e ferendolo a morte durante la colluttazione. Il fatto era avvenuto nel luglio 1972 a Salerno, in un clima di forte tensione creato nella città dalle numerose azioni squadriste: aggressioni a militanti della sinistra, devastazioni di sedi politiche e incursioni nelle redazioni di giornali. Marini, che nel 1975 vinse il Premio Viareggio per la poesia con il volume E noi folli e giusti, prima dell'arresto era impegnato in una controinchiesta su un anomalo incidente stradale che nel 1970 aveva provocato la morte di cinque anarchici calabresi, nei pressi di Roma, dove si stavano recando per consegnare alcuni loro documenti, mai ritrovati, sulle stragi che iniziavano a insanguinare l'Italia. Il "caso Marini" assurse in quegli anni a simbolo dell'"antifascismo militante", producendo una mobilitazione molto sentita non solo nell'area anarchica e della sinistra rivoluzionaria, ma anche nel mondo della cultura.
Il 7 aprile 1976, dopo la conferma della condanna da parte della Cassazione, un gruppo di militanti dei Comitati Autonomi Operai decide di staccarsi dal presidio di piazza Cavour per effettuare un'azione contro il Ministero di Grazia e Giustizia. Vengono lanciate alcune bottiglie incendiarie, a puro scopo dimostrativo, verso il lato posteriore dell'edificio. L'agente di custodia Domenico Velluto, in servizio davanti al Ministero, si getta all'inseguimento dei giovani che fuggono. In via degli Specchi, ormai lontano dal luogo in cui erano state tirate le molotov, la guardia carceraria apre il fuoco uccidendo con un colpo alla nuca il giovane comunista Mario Salvi, 21 anni, militante del Comitato Proletario Zona Nord, struttura del quartiere di Primavalle legata all'Autonomia Operaia. Arrestato il 15 aprile su ordine del sostituto procuratore Gianfranco Viglietta con l'accusa di omicidio preterintenzionale, il secondino sarà scarcerato alla fine di agosto per motivi di salute e in virtù di un "sincero pentimento". L'8 luglio 1977 la Corte d'Assise lo assolverà per aver fatto uso legittimo delle armi. La sera stessa della sentenza, verso le 22, un giovane irrompe nella trattoria Sora Assunta, nei pressi di Campo de' Fiori, dove Velluto stava festeggiando, e spara contro di lui alcuni colpi di pistola. Il secondino ne esce indenne, ma i proiettili feriscono a morte un suo amico. Su questo episodio sono ancora in corso indagini giudiziarie da parte della magistratura.
Giovanni Marini, profondamente segnato dalla dura detenzione, è stato stroncato da un infarto nel dicembre 2001, a 59 anni."

Fonte:

mercoledì 28 marzo 2012

Edo e Sole




Edoardo Massari (4 aprile 1963 - Torino, 28 marzo 1998) è stato un anarchico e uno squatter italiano. Fu vittima delle repressione istituzionale e di un vero e proprio complotto giudiziario ordito a carico suo e dei suoi compagni che lo spinse al suicidio.
Edoardo Massari (detto Baleno) nasce il 4 aprile 1963 in una famiglia operaia originaria del Canavese (Piemonte). Sin da adolescente inizia la frequentazione dei centri sociali: inizialmente è un attivista di El Paso (dove verrà coniato il suo soprannome: Baleno), il primo centro sociale anarcho-punk torinese; partecipa a diverse iniziative degli squatters, anche fuori Piemonte: ad Aosta con il collettivo Piloto Io, a Roma con gli occupanti in Piazza dei Siculi, ad Alessandria al Forte Guercio, a Cuneo al Kerosene Occupato e alla Scintilla di Modena.
Nel 1991, ad Arè, vicino Caluso (To), è tra gli occupanti della piscina comunale. Per contestare questo sgombero decide di "prendere in possesso", insieme ad altri compagni, il palazzo del municipio di Caluso. Vengono tutti denunciati. Baleno, che come forma di protesta estrema ed iconoclasta, “cagherà” pubblicamente sulla bandiera italiana, subirà per tutti questi fatti una prima condanna a 7 mesi e 15 giorni per «interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale».
La sera del 19 giugno 1993, mentre Edoardo sta lavorando alla saldatura di alcuni pezzi di motorini e biciclette, esplode la bomboletta del gas che gli serviva per gonfiare le ruote (probabilmente l’eccessivo calore è il responsabile dell’esplosione). Edoardo Massari si ferisce leggermente ad un braccio, si reca al pronto soccorso ma quando torna a casa trova la polizia ad attenderlo. Immediatamente viene arrestato e denunciato per fabbricazione di ordigni esplosivi. Dopo 6 mesi di detenzione preventiva, scioperi della fame e manifestazioni varie, Edoardo Massari viene condannato a 2 anni e 8 mesi. Successivamente gli infliggono una pena di 4 mesi per oltraggio nei confronti di una guardia carceraria, compiuto durante la detenzione preventiva.
Esce dal carcere nel dicembre 1996 e va ad abitare all’Asilo Occupato di via Alessandria, a Torino. Ai primi di settembre del 1997, Baleno, insieme tra gli altri ai compagni ed amici Silvano Pelissero e Maria Soledad Rosas, si trasferisce alla Casa di Collegno, che si trova all’interno del parco del manicomio di Collegno (occupato dal 1996).
Durante una vacanza alle Isole Canarie, tra Sole e Baleno nasce l’amore. La felicità dura poco: il 5 marzo 1998 Silvano Pelissero, Edoardo Massari e l’argentina Maria Soledad Rosas, vengono tutti arrestati. L’accusa, abilmente orchestrata grazie anche al contributo decisivo dei media nazionali, è quella di appartenere ad una fantomatica organizzazione eco-terrorista, i "Lupi Grigi", responsabile di una serie di attentati in Val Susa contro la linea ad alta velocità Torino-Lione.
All'alba di sabato 28 marzo, secondo la versione ufficiale, Edoardo Massari viene trovato agonizzante, impiccato con le lenzuola alla sua branda del carcere torinese delle Vallette [1]. L’11 luglio si suiciderà anche la sua amata Maria Soledad Rosas. 

Fonte:

venerdì 23 marzo 2012

FOSSE ARDEATINE: IDENTIFICATI TRE CADUTI NELL'ECCIDIO DEI NAZISTI

Nuovi nomi vittime Fosse Ardeatine: sono Marco Moscati, Salvatore La Rosa e Michele Partito
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I carabinieri del Ris danno un nome certo a tre delle vittime dei nazisti finora rimaste ignote: Marco Moscati, Salvatore La Rosa e Michele Partito

di Redazione 23/03/2012
Tre nuovi nomi tra le vittime di mano nazista avvenute durante l'occupazione di Roma fecero: si tratta di Michele Partito che si aggiunge a quelli di Marco Moscati, Salvatore La Rosa uccisi nel 1944 durante l'eccidio delle Fosse Ardeatine. Rimangono ora nove (su 335) i caduti "noti, ma non identificati" e "ignoti" nei sepolcri del sacrario romano. Gli indizi sulla probabile identità di Moscati (i resti si trovano nel sacello numero 283) e La Rosa (sacello 273) erano emersi già lo scorso anno.
Ora, al termine di ulteriori e complesse analisi, fa sapere il ministero della Difesa, si è raggiunta la "ragionevole certezza" (pari ad oltre il 99% delle probabilità). Mentre per Partito (sacello 155) la probabilità è al 92%. Le indagini hanno avuto impulso dalla richiesta partita dalla comunità ebraica e dall'Anfim al presidente della Repubblica ed al ministro delle Difesa. Il ministero ha chiesto l'intervento del Ris dei carabinieri di Roma per esame del dna dei resti. Sono state, pertanto, avviate ricerche, in Italia e all'estero, per individuare i parenti più prossimi dei caduti "noti ma non identificati", al fine di ottenere il previsto assenso formale per poter prelevare i campioni biologici. L'attività si è prolungata a causa della complessità degli esami su reperti risalenti al 1944 e per assumere ulteriori informazioni di tipo antropometrico, anch'esse utili per l'identificazione.
E per ogni nome si dipana una storia. Quella di persone rastrellate dai nazisti (detenuti, fermati, ebrei) e massacrati come atto di rappresaglia per l'attacco partigiano in via Rasella del giorno precedente, che causò la morte di 33 tedeschi.
Marco Moscati, giovane partigiano di origine ebraica che combatteva nei Castelli Romani ed era soprannominato 'Marchello', aveva 28 anni quando fu ucciso alle Fosse Ardeatine insieme al fratello Emanuele. Era stato arrestato dalla polizia fascista dopo una delazione. Aveva tentato di fuggire dal carcere di Regina Coeli ma era stato preso a piazza del Popolo. I parenti di Marco per anni si sono battuti con l'obiettivo di raggiungere l'identificazione dei resti.

Salvatore La Rosa era un militare che aveva abbracciato la lotta partigiana. Rosina Stame si dice "felice" per i nomi ritrovati. "Le persone - spiega - non sono numeri. Ai diversi, a cominciare dagli ebrei, fu apposto un numero che non rappresenta nulla. Nel numero non si evidenzia la persona. Adesso siamo nel 2012 ed è arrivato il momento che si dia un nome a quelli che fino ad oggi e per troppi anni sono stati solo numeri". Domani, in occasione del discorso per la ricorrenza dell'eccidio, Stame chiederà nuovamente "che la scienza, che ha patto passi da gigante, non si fermi e ci si batta per identificare tutti i caduti". E tra gli ignoti, ricorda Carla Di Veroli, assessore alla Cultura e alla Memoria dell'XI Municipio che ospita il sacrario, "continuano a rimanere, nel gruppo dei 75 ebrei, quattro persone da identificare di cui tre stranieri. Auspico che il ministero della Difesa faccia un'indagine a livello europeo per chiedere ai Paesi se nei loro archivi risultano esserci persone con i nomi che non sappiamo ancora oggi abbinare ai numeri dei sacelli".

Fonte:

http://www.romatoday.it/cronaca/nomi-vittime-fosse-ardeatine.html 
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martedì 20 marzo 2012

L'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin



Di Francesco "baro" Barilli
24 settembre 2003
(n.d.a.: l'articolo è precedente l'inizio dei lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, presieduta dall'on. Taormina. I contenuti dell'articolo, conseguentemente, prescindono dalle conclusioni di tale Commissione).

20 marzo 1994. L'Italia sta vivendo ancora il "ciclone tangentopoli". Già da un paio d'anni le cronache denunciano un sistema "sotterraneo" (ma non troppo...) che inquina la vita politica ed economica italiana. Il Paese ha seguito quelle cronache con vivo interesse, scoprendosi indignato di fronte alla realtà di un apparato politco-burocratico che vive e prospera fuori dalla legalità. Ma quel giorno l'Italia è scossa da un altro avvenimento, solo apparentemente legato alla semplice cronaca nera: la giornalista del TG3 ILARIA ALPI e l'operatore MIRAN HROVATIN vengono uccisi a Mogadiscio, in Somalia.
Perché ho deciso di accostare due argomenti così distinti in apparenza, come tangentopoli ed il duplice omicidio di Mogadiscio? Perché in realtà anni di indagini e di ricerche (dovute soprattutto al coraggio dei genitori di Ilaria e alla professionalità di alcuni giornalisti) hanno dimostrato che l'omicidio Alpi/Hrovatin maturò in uno scenario sinistramente vicino a quello di tangentopoli. Ma su questo parallelo torneremo più avanti; per ora vediamo di ricostruire i fatti.

***
L'AGGUATO

Già i primi "lanci" ANSA furono chiari su quanto avvenuto a Mogadiscio: un agguato in piena regola. Un commando di 7 persone armate a bordo di una Land Rover seguì, sorpassò e bloccò l'auto con a bordo i due giornalisti italiani (accompagnati da un uomo di scorta e da un autista). L'uomo di scorta e l'autista riuscirono a scendere e ad allontanarsi; Ilaria e Miran furono freddati da due colpi sparati a distanza ravvicinata (nel caso di Ilaria quasi a contatto), entrambi al capo. L'agguato avvenne poco distante dall'Hotel dove i due giornalisti erano diretti. Ricordiamo che proprio per quei giorni era previsto il ritorno in Patria del contingente italiano impegnato nella missione di pace "Restore Hope" in Somalia: da lì a pochi giorni anche la Alpi e Hrovatin avrebbero lasciato la Somalia.
Per una volta sembra che proprio la prima ricostruzione sia quella più aderente alla realtà e che, conseguentemente, la speranza di vedere individuati i colpevoli sia concreta: abbiamo un gruppo di uomini armati appostati nell'attesa dell'auto con i due giornalisti; un inseguimento; un'aggressione mirata (ripeto che le persone che accompagnavano i due giornalisti scendono illese); non esistono prove di furti o altro che sottendessero l'azione criminale; al momento dell'omicidio pressochè tutto il contingente militare italiano era già imbarcato sulla nave "Garibaldi" in vista del ritorno in Italia, ed anche questo fa pensare ad un'accuratezza nella scelta dei tempi dell'agguato. Si tratta di un'esecuzione in piena regola, insomma, eseguita con dispendio di uomini e mezzi... E ogni esecuzione ha, di norma, dei mandanti... Ma nonostante questa iniziale chiarezza la vicenda del duplice omicidio sarà destinata ad essere inquinata dalle solite "stranezze" tutte italiane, compresi i soliti tentativi di depistaggio, silenzi, errori ed omissioni.
Si arriverà alle ipotesi più disparate: un tentativo di rapimento o di rapina finito in tragedia; oppure un atto di ostilità anti-italiano (o anti occidentale) da parte di fondamentalisti islamici.
Un capitolo a parte lo merita la cosiddetta "ipotesi Aloi". Questa ipotesi rischia però di portarci fuori strada, allargando il discorso alle azioni non proprio edificanti di cui si rese protagonista il contingente militare italiano in Somalia. La affronterò quindi in seguito, nella parte in cui tenterò di ricostruire il contesto ambientale della Somalia di quegli anni.

***
I DEPISTAGGI

Ma torniamo ora alle "stranezze" cui accennavo in precedenza... Queste cominciano subito dopo l'omicidio: il 22 marzo vengono consegnati ai genitori di Ilaria gli effetti personali della figlia, ma la borsa e la valigia di Ilaria non presentano tracce di sigilli, come avrebbe dovuto essere naturale. In quel momento i coniugi Alpi non possono avere la certezza che qualcosa sia stato prelevato da quei bagagli (o che qualcuno possa averli manipolati DOPO la loro sigillatura), ma già pochi giorni più tardi, consultando i colleghi di Ilaria che avevano ricomposto gli effetti personali, quella certezza si materializza: dei 5 block-notes stilati da Ilaria durante la permanenza in Somalia 3 sono spariti; così pure "spariscono" 2 fogli in cui la giornalista aveva annotato numeri telefonici, il referto medico e alcune foto delle salme scattate sulla "Garibaldi", e pure la macchina fotografica di Ilaria... E tutte queste sparizioni avvengono sull'aereo che riporta in Italia i corpi dei due giornalisti (quindi in un contesto che avrebbe dovuto garantire la massima discrezione e sicurezza). Alcuni di questi documenti non verranno mai rintracciati; altri verranno consegnati ai coniugi Alpi con mesi di ritardo, a volte adducendo scuse poco credibili (per usare un eufemismo) per la loro sparizione: è il caso dei due fogli contenenti i numeri telefonici, che vennero trattenuti dall'ambasciatore Umberto Plaja e restituiti all'allora Presidente della RAI Demattè con strascico (dopo altri mesi) di una lettera del ministro degli Esteri, Antonio Martino, che adduceva "motivi umanitari" che avrebbero portato alla decisione di trattenere momentaneamente quei documenti.
Ma questo è solo l'inizio...
Quante volte ho dovuto usare parole come quelle usate in precedenza (silenzi, errori ed omissioni), parlando di Ustica o della strage di Bologna, di Peppino Impastato come di Carlo Giuliani... Devo farlo anche stavolta, cominciando con il Gen. Carmine Fiore, il quale (probabilmente nel tentativo di difendere il comportamento proprio ed in generale del contingente italiano nell'immediatezza del fatto) giunse a fornire, in una lettera ai coniugi Alpi, una ricostruzione dell'evento non rispondente a verità e in contraddizione con il contenuto che lo stesso generale fornì allo Stato Maggiore dell'esercito con relazione del 1° giugno 94. La questione ebbe anche uno strascico spiacevole: Luciana Alpi contestò quelle falsità e quelle contraddizioni pubblicamente, ed il Gen. Fiore querelò la madre di Ilaria, generando così una situazione a dir poco paradossale: per molti mesi la sig.a Alpi divenne l'unica indagata (per diffamazione) in relazione all'omicidio della figlia, mentre ancora restavano senza un nome i protagonisti dell'omicidio. Per fortuna il tribunale decretò il "non luogo a procedere" in quanto il fatto non costituiva reato, riconoscendo esplicitamente la non correttezza delle affermazioni del gen. Fiore.
Ma l'inchiesta arriverà ad altre "stranezze". Si arriverà persino a parlare di un unico colpo vagante che avrebbe ucciso sia Hrovatin che Ilaria, con un'ipotesi che non aveva neppure il pregio dell'originalità (ricordate la teoria della pallottola impazzita nel caso Kennedy?) e soprattutto cozzava con una ricostruzione dei fatti che, per una volta, già nell'immediatezza dell'evento era apparsa chiaramente: un'esecuzione verso un bersaglio preciso e non una tragica fatalità; un'esecuzione per scopi magari ancora non del tutto chiari, ma pianificata ed eseguita con freddezza.