Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


martedì 16 ottobre 2012

Oreste Scalzone: "da qui parte il ribellismo operaio"


In nome del popolo italiano

15 October 2012


Fotogramma del documentario tratto da Vimeo

di Gabriele Del Grande e Stefano Liberti
fotografia Enrico Parenti,  montaggio Chiara Russo
 
Padri di famiglia, lavoratrici, ragazzi e ragazze nati in Italia. Al centro di identificazione e espulsione (CIE) di Roma ne arrivano ogni giorno. Non hanno commesso alcun reato, eppure rischiano di passare 18 mesi dietro le sbarre in attesa di essere espulsi. La loro detenzione è convalidata da un giudice di pace. In nome del popolo italiano. Basta un permesso di soggiorno scaduto. Lo dice la legge e questo basta a tranquillizzare l'opinione pubblica e a rimuovere il problema. Noi però abbiamo deciso di andare a vedere. Ne è nato un mini-doc, un viaggio per immagini e storie nel CIE di Roma. Perché siamo convinti che mostrare quei luoghi e ascoltare quelle voci significa rompere una definizione. E ribadire che nessun essere umano è illegale. Nemmeno quando lo dice una legge.

"In nome del popolo italiano" è il primo di una serie di documentari brevi prodotti da Zalab con il contributo di Open Society.

Fonte:

http://fortresseurope.blogspot.it/2012/10/in-nome-del-popolo-italiano.html

mercoledì 10 ottobre 2012

In morte del Sig. Giuseppe Casu

 

Fonte: Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu
9 ottobre 2006
"Coloro la cui vita rappresenta l'inferno della Società Opulenta sono tenuti a bada con una brutalità che fa rivivere pratiche in atto nel medioevo e all'inizio dell'età moderna. Per gli altri, meno sottoprivilegiati, la società prende cura del bisogno di liberazione soddisfacendo i bisogni che rendono la servitù ben accetta e fors'anche inosservata ..."
Hebert Marcuse, da "L'uomo ad una dimensione"

Comitato Verità e Giustizia per la morte del signor Giuseppe Casu

Giovedì 15 Giugno 2006 in piazza IV Novembre a Quartu il signor Giuseppe Casu, accanto alla sua ape parcheggiata, come ogni giorno vendeva un poco della frutta e verdura contenuta nel cassone.
Nulla di notevole sino a quel momento in una giornata che sembra tranquilla. Poi, in tarda mattinata, il dramma. Tutto avviene molto rapidamente, intervengono i carabinieri con le guardie municipali, spunta fuori anche un'ambulanza. Gli agenti lo afferrano con la forza, di fronte a tutti, lo sbattono a terra, lo immobilizzano. Giuseppe Casu viene caricato, ammanettato, alla barella e portato via. È in atto un ricovero coatto in psichiatria.
"Sgombero Forzato: se ne va anche l'ultimo ambulante" titola trionfalmente l'Unione Sarda il giorno dopo, in un pezzo chiaramente ispirato dalla giunta comunale. È falso, Giuseppe Casu non è l'ultimo ambulante, ma è forse il più vulnerabile e viene colpito in maniera esemplare per ottenere il risultato di sgomberare finalmente la piazza dagli abusivi. Perché altrimenti tanta forza e tanta violenza è stata impiegata contro un individuo intento in una attività così pacifica?
Per completare il quadro di questa vicenda occorre fare qualche passo indietro.
Il fatto è che da qualche tempo la giunta comunale di Quartu ha intrapreso un'energica azione contro i venditori ambulanti privi di licenza, per il ripristino della "legalità", dunque anche i venditori di piazza IV Novembre erano da tempo nel mirino della giunta.
Nell'ambito di questa "guerra agli ambulanti" però le guardie municipali di Quartu, per ragioni che andrebbero chiarite, si sono accanite, in maniera assurda e ingiustificabile, quasi esclusivamente contro il signor Giuseppe Casu. Questo accanimento selettivo viene ammesso anche dal vicesindaco di Quartu, Tonio Lai, che nel dibattito in giunta del 6 Settembre 2006 dice: "Siamo a conoscenza di un fatto certo, che la polizia municipale ha emesso numerosi verbali a carico del cittadino, signor Giuseppe Casu. Ne ha emesso soprattutto a partire da Maggio 2005, tantissimi ...". A questa persecuzione il signor Giuseppe Casu, benché preoccupato, ha reagito pagando le multe e continuando ad andare in piazza IV Novembre per vendere.
Ma torniamo al giorno prima dell'agguato, il 14 Giugno 2006. I vigili si presentano dal signor Casu. Come sempre gli elevano una contravvenzione, ma questa volta il verbale raggiunge la cifra stratosferica di 5000 euro per la vendita senza licenza di frutta e verdura in strada. Una cifra che, questa volta, il signor Giuseppe Casu non farà a tempo a pagare.
Evidentemente nelle stanze dell'amministrazione comunale qualcuno proprio non sopportava l'ostinazione del signor Casu. Pensando ai drammatici fatti dei giorni successivi l'imposizione di questa multa sproporzionata assume l'aspetto sinistro di un avvertimento e di una provocazione.
I medici psichiatri, che si son presi l'incarico di risolvere il problema dell'ultimo ambulante resistente di Quartu, sono stati dunque anche responsabili del destino del signor Giuseppe Casu, dalla mattina 15 Giugno sino alla sua morte. A pensarci è una ben strana cosa, visto che formalmente sono dei medici e, in teoria, il loro compito sarebbe quello di curare la gente e non quello di togliere le castagne dal fuoco al comune in lite con gli ambulanti.
Il ricovero coatto (Trattamento Sanitario Obbligatorio o TSO) viene giustificato da uno stato di agitazione psicomotoria: il signor Casu dava in escandescenze. Ma il semplice buonsenso ci dice che questo poteva essere casomai inteso come un segno di salute mentale. Vorrei sapere infatti chi di noi non darebbe in escandescenze dopo che, coloro che il giorno prima ti hanno messo 5000 euro di multa, si presentano, ti intimano di andartene, e, al tuo rifiuto, ti mettono altri 5000 euro di multa, poi ti saltano addosso e ti immobilizzano...
Cerchiamo di capire cosa hanno fatto davvero questi "medici" per la salute del signor Giuseppe Casu, all'interno del reparto di psichiatria dell'ospedale di Is Mirrionis a Cagliari, nella settimana in cui il paziente è riuscito a sopravvivere ai loro trattamenti.
Qualcuno si è preoccupato delle ferite che il signor Giuseppe Casu aveva subito durante le aggressioni di cui era stato vittima? Qualcuno si è preoccupato di quella mano gonfia? Della presenza di sangue nelle urine? O piuttosto la loro unica preoccupazione è stata quella di iniettargli un potente sedativo che spegnesse il suo cervello per qualche giorno, di legarlo al letto, di metterlo in condizioni di non rompere le scatole?
I familiari del signor Giuseppe Casu, quando vanno a visitarlo, lo trovano sempre legato al letto, sedato, col panno e privo di coscienza. Nei momenti in cui riprende coscienza chiede di essere slegato. Gli stessi familiari segnalano l'evidente gonfiore ed il colore violaceo della mano destra, ma nessuno si preoccupa del suo stato di salute.
Dopo una settimana il signor Giuseppe Casu muore, all'improvviso, sempre legato a quel letto da cui nessuno lo ha ancora liberato. Aveva 60 anni e non soffriva di nessuna malattia che lo potesse portare ad una fine così rapida ed improvvisa.
Anche dalla relazione della commissione d'inchiesta della ASL, istituita in seguito ad una denuncia dell'ASARP, risulta che il signor Casu è stato vittima di un 'trattamento inaccettabile': nel reparto di psichiatria lo hanno sedato e immobilizzato, legandolo al letto mani e piedi per sette giorni, dal suo arrivo al momento della sua morte e non gli hanno fatto nessun esame per verificare il suo stato di salute. Nonostante le gravi responsabilità accertate la ASL si rifiuta però di prendere qualsiasi provvedimento.
Per noi la morte del signor Casu è la diretta conseguenza di una politica precisa, della prassi violenta delle "forze dell'ordine" e del trattamento pseudo-medico che gli è stato riservato. Lo hanno ammazzato loro.
Morti come queste, di solito, sono presto dimenticate. Per la magistratura e gli investigatori non sono certo casi degni di interesse. Familiari ed amici, quando vogliono insistere per accertare la verità e le responsabilità, incontrano difficoltà di ogni tipo. Il più delle volte la gente finisce per rassegnarsi e lasciar perdere. Questo le guardie e gli psichiatri lo sanno bene, anche su questo contano per garantirsi l'impunità. Le loro vittime sono destinate a essere sepolte in fretta e dimenticate.
Questo sarebbe stato anche il destino del signor Giuseppe Casu, se non fosse stato per l'insistenza della sua famiglia che non si è rassegnata all'esito della frettolosa autopsia effettuata dai medici dello stesso ospedale il giorno dopo il decesso, e sta cercando di far riaprire il caso.
Diverse procedure amministrative e giudiziarie sono attualmente in corso, ma, come spesso accade, queste rischiano semplicemente di fare da anticamera all'oblio.
Per questo è assolutamente necessario che l'attenzione su questo terribile caso non venga meno nei prossimi tempi, non deve essere liquidato come normalità della vita di ogni giorno.
L'orrore della vicenda, suo malgrado esemplare, del signor Giuseppe Casu non può scivolare via dalla memoria. Verità e giustizia sono dovute a lui e a noi. Non dimentichiamolo, né dimentichiamo che verità e giustizia reali non coincidono con la versione ufficiale dei fatti.
Le ragioni del comitato.
Il comitato si propone di compiere ogni sforzo perché la terribile vicenda che ha portato alla morte del signor Giuseppe Casu non sia dimenticata ed insabbiata, ma, al contrario, perché possa emergere la verità e sia fatta giustizia. In questo vogliamo collaborare ed appoggiare sia la famiglia della vittima, sia tutti coloro che condividono con noi questo scopo.
Ci spinge a questo un naturale senso della solidarietà umana e della giustizia e un altrettanto spontaneo disgusto per lo spettacolo della violenza inflitta dai forti contro i deboli, dalle "istituzioni" contro i singoli, dai "pubblici ufficiali" contro i semplici cittadini. Ma le nostre motivazioni non si esauriscono qui.
Siamo infatti convinti che quanto accaduto al signor Giuseppe Casu non sia affatto un episodio isolato ed assolutamente eccezionale. Al contrario, pensiamo che si tratti di un caso in qualche modo esemplare.
Vi sono fasce della popolazione definite "marginali" che vengono costantemente sottoposte a forme di violenza brutale e frequentemente ne restano vittime. Parliamo di coloro che il potere definisce di volta in volta "pazzi", "drogati", "clandestini", "vagabondi", etc. . Di questi ferimenti, di queste morti, raramente si viene a sapere, difficilmente si sente parlare e mai viene fatta giustizia. Sono morti che vengono dimenticate in fretta.
Anche la morte del signor Giuseppe Casu viene già fatta passare per un errore, per un caso di "mala-sanità", si parla di tragica fatalità, di un caso sfortunato, eccezionale, imprevedibile. Non è vero. La morte del signor Giuseppe Casu è invece la logica conseguenza, l'esito naturale, di una politica ben precisa. Oramai le politiche "securtarie" e "legalitarie" sono tanto di moda tra le amministrazioni pubbliche di destra e di "sinistra" (il comune di Bologna primo tra tutti), che anche Quartu Sant'Elena, un comune del meridione più povero e afflitto da problemi sociali, ha deciso di adottarle. Politiche che hanno un punto fermo, una costante: quella di mettere un astratto concetto di "legalità" avanti a tutto, e soprattutto avanti alle più elementari esigenze di giustizia sociale e di solidarietà umana. Così nascono tutte le varie "guerre" che le amministrazioni dichiarano contro settori di popolazione poveri e marginali. Il comune di Quartu, ad esempio, aveva già intrapreso la sua contro gli ambulanti, ed è di questi giorni la massiccia operazione di militarizzazione del territorio a Cagliari, con intere piazze assediate da polizia e carabinieri, centinaia di persone identificate,una cinquantina di schedature, denunce, fogli di via voluti dal prefetto Orrù e dal sindaco Floris, con la stampa ad agitare lo spettro di un improbabile quanto ridicolo "terrore" suscitato da punkabbestia ed ambulanti abusivi nel centro storico cittadino. Si dichiara guerra ai drogati, ai clandestini, agli imbrattatori, etc. . E che si tratti di guerre reali e non metaforiche, condotte con lo spirito ed i metodi della guerra, ce lo dicono le vittime che queste piccole guerre interne seminano nelle nostre strade.
Ne ricordiamo alcune:
- Federico Aldrovandi, viene pestato e soffocato in strada dalla polizia la notte del 25 Settembre 2005. Lo avevano preso per un "drogato" che stava in strada a far casino. Aveva 18 anni. Molti mesi dopo, grazie all'insistenza della madre si apre un'inchiesta della magistratura, è in corso un processo.
- Stefano Cabiddu, muratore di Samassi emigrato a Crema, assassinato da un carabiniere con un colpo di pistola il 20 Luglio 2003 nel parco di un centro commerciale a Roccadelle dove era andato per incontrarsi coi suoi fratelli, anche loro emigrati. Aveva 23 anni. Il carabiniere, a caccia di "spacciatori", si giustifica prima dicendo che i tre sardi avevano un fare "sospetto", poi ricorre alla classica risorsa del caramba dal grilletto facile: dirà di aver inciampato e che gli è partito un colpo. Un anno dopo il PM lo assolve e archivia l'inchiesta senza nemmeno un processo.
- Raigama Achrige Rumesh Ku, 19 anni, residente a Como, famiglia originaria dello Sri Lanka. Il 29 Marzo 2006 un vigile della squadra speciale "anti-graffittari" organizzata dal comune gli ha sparato in testa a freddo, trapassandogli il cranio dalla nuca alla fronte. Miracolosamente è sopravissuto, il vigile ha "chiesto scusa", l'inchiesta è in corso.
- Mario Castellano, napoletano, 17 anni. Il 20 Luglio del 2000 era in motorino senza casco, una pattuglia della polizia gli ordina di fermarsi, lui non lo fa, un agente gli spara alla schiena e lo uccide. Grazie alla testimonianza di un driver del vicino ippodromo l'agente viene condannato in primo grado a 10 anni per omicidio volontario. L'agente è stato poi assolto in appello perché "il fatto non sussiste" (anche a lui "è partito un colpo").
E si potrebbe continuare a lungo, ma comunque l'elenco sarebbe comunque troppo breve. Sappiamo che sono pochissimi i casi di cui veniamo a conoscenza e che vengono documentati, rispetto a quelli che realmente avvengono. Anche quei pochi poi rimangono per lo più relegati tra le notizie marginali della stampa locale.
Scorrendo l'elenco delle vittime di queste assurde guerre interne c'é una costante che impressiona, é lo stato di assoluta impunità nel quale agiscono le cosiddette "forze dell'ordine". Qualunque abuso compiano non si trova giudice che alla fine non li copra, sino all'omicidio.
Questo è evidentemente uno dei motivi principali per cui, in casi come questi, è così difficile stabilire un minimo di verità e di giustizia.
La realtà è che queste "guerre", dichiarate nel nome della "legalità" contro i soggetti marginali della società, condotte con metodi estremamente arroganti brutali e violenti, rappresentano di fatto un grave pericolo per i cittadini.
Il paradosso di questo mondo alla rovescia è che questa barbarie viene spacciata per una politica ispirata alle esigenze della "sicurezza". Sicurezza per chi? viene da chiedersi.
A questo interrogativo ha dato una esemplare risposta l'assessore alle politiche sociali del comune di Quartu, che, chiamato a rispondere della sua politica di guerra all'abusivismo, costata la vita al signor Giuseppe Casu, spiega candidamente - La gente si lamenta, non si trovano parcheggi, i bottegai che vendono la verdura in negozio si lamentano della concorrenza... -
Ah legalità bottegaia, quanti delitti si commettono in tuo nome !
Cosa dire infine della psichiatria? Cosa dire di questa pratica che pretende ancora di essere considerata una scienza medica ma che si presta ad essere utilizzata come uno strumento della repressione più brutale?
La pretesa della psichiatria è quella di curare la "mente" e non il corpo, ma si sa, la mente è un'entità evanescente e difficile da individuare, e questo consente alla psichiatria di prendersi una serie di libertà e commettere i più gravi abusi sui corpi dei suoi "pazienti".
La storia della psichiatria è una storia tragica e criminale, nel passato ha ammesso come metodi di "cura" pratiche quali le mutilazioni cerebrali (lobotomia), lo shock insulinico (stato di coma indotto da iniezioni di insulina), la distruzione fisica e psichica dei "pazienti" mediante segregazione a vita nei manicomi, etc. . Tutte queste pratiche sono state attuate contro la volontà dei pazienti e, a loro tempo, sono state definite "innocue" ed "efficaci contro la malattia mentale".
Oggi viviamo in tempi apparentemente più civili. I manicomi sono stati chiusi e la lobotomia non si pratica più, l'elettroshock è invece ancora una pratica diffusa, benché attivamente contestata a causa dei gravi rischi (anche di morte) che comporta.
Tuttavia la psichiatria, unica tra le discipline mediche, non ha affatto rinunciato alla pretesa di "curare" i suoi "pazienti" contro la loro volontà mediante pratiche estremamente pericolose per la salute del loro corpo, quali la somministrazione massiccia di psicofarmaci e la "contenzione" a letto. Ancora oggi chi ha l'avventura di visitare un reparto psichiatrico, quello di Is Mirrionis a Cagliari ad esempio, lo troverà popolato di uomini e donne legati ai letti e/o ridotti dai farmaci in uno stato tale da non riuscire né a parlare né a stare in piedi. Buona parte di loro è stata trascinata là dentro contro la propria volontà.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è infatti ancora consentita dalla legge, ma, data la delicatezza della cosa, vi sono una serie di garanzie formali per il cittadino: ci deve essere la richiesta di un medico, la convalida di un altro medico e del sindaco, la vigilanza di un giudice e il provvedimento deve essere formalmente comunicato all'interessato. Si può procedere al ricovero coatto solo se ricorrono tutte queste circostanze e se l'interessato rifiuta in assoluto di curarsi (se accetta di "curarsi" può invece scegliere dove e come) e solo se non vi sono altre possibilità. Il ricorso alla violenza non è ammesso se non in caso di assoluta necessità. Queste sono le garanzie formali. La pratica è ben altra cosa ... .
I Sindaci, che dovrebbero garantire i cittadini dagli abusi degli psichiatri, nel migliore dei casi si limitano a firmare le carte senza nemmeno guardarle, nel peggiore dei casi chiedono essi stessi il ricovero di persone che creano fastidi.
La pratica del ricovero coatto (TSO) è estremamente violenta, viene effettuata da molti uomini (infermieri, poliziotti, carabinieri, guardie varie) che immobilizzano la loro vittima, spesso dopo una lotta accanita, e la legano alla barella. Succede naturalmente che in questa fase il ricoverato subisca percosse e lesioni. È successo anche che la polizia, sollecitata da vicini e colleghi, abbia fatto irruzione nella casa del "paziente" sfondando la porta.
I tentativi di chi ha subito un TSO di far valere le sue ragioni, chiedendone l'annullamento, non vengono quasi mai presi in considerazione (a Cagliari, ad esempio, non ci risulta sia mai accaduto).
Una delle cose che rimane più oscura è come una pratica estremamente violenta, pericolosa, lesiva ed umiliante come il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) possa essere ancora ritenuta valida e "curativa". Una simile violenza non può evidentemente essere di aiuto a nessuno.
Evidentemente, al di là della questione della "malattia mentale" e della sua "cura" la realtà è ben diversa, infatti, guardandoci intorno, ci accorgiamo di come la psichiatria venga usata dai responsabili "dell'ordine pubblico" come un'arma flessibile ed efficace. Tante volte chi, per una ragione o per un'altra, da fastidio, ma non incorre in comportamenti criminali dei quali la giustizia ordinaria possa farsi carico, viene sbrigativamente tolto di mezzo facendo ricorso proprio alla psichiatria.
Le categorie di questa pseudo-scienza sono infatti talmente vaghe ed arbitrarie che ci si può far rientrare praticamente chiunque. Basta un po' di "agitazione psicomotoria" (che tra l'altro è molto facile provocare), come nel caso del signor Giuseppe Casu.
Purtroppo, anche sotto questo aspetto la vicenda del signor Giuseppe Casu è stata esemplare. La sua storia non può essere liquidata come il solito caso di "mala sanità", non è vero! Col signor Casu gli psichiatri si sono comportati come si comportano sempre, come esige la funzione sociale che svolgono. Certo ogni tanto qualcuno, a causa dei loro "trattamenti", muore, ma è ben difficile che queste morti possano essere documentate e conosciute, di solito passano sotto silenzio.
Tutto ciò è pienamente conforme alla pratica della psichiatria, che ha per lo più una natura disciplinare e di controllo che poco ha a che fare con il concetto medico di "cura". La funzione che la psichiatria svolge realmente è in buona parte quella di controllare le persone e non quello di "curarle", e forse è proprio per questo che questa disciplina pseudo-scientifica è sopravvissuta ai suoi tragici insuccessi, ed è ancora attiva oggi.
In conclusione, come comitato sorto a partire dall'esigenza di fare chiarezza e giustizia su questa terribile vicenda, ci proponiamo anche di approfondire alcune delle tematiche politiche e sociali che hanno portato alla fine del signor Giuseppe Casu, quali:
- le politiche "legalitarie" e "securtarie" dei comuni che, in pratica, si traducono in vere e proprie guerre interne condotte per lo più contro fasce marginali della popolazione.
- L'impunità assoluta di cui godono sempre e comunque le "forze dell'ordine", qualunque siano le brutalità di cui si rendono responsabili.
- Il ruolo della psichiatria come pratica di controllo e non di cura. La barbarie dei ricoveri coatti (TSO) e il loro uso come strumento repressivo interno.
Ci si propone inoltre di creare contatti e collegamenti con altri comitati sorti in tutta Italia in seguito ad altri episodi in qualche modo analoghi, e con organizzazioni antipsichiatriche, allo scopo di solidarizzare con le vittime, scambiare esperienze ed informazioni e possibilmente creare assieme occasioni di controinformazione, di dibattito e di lotta.


martedì 9 ottobre 2012

9 ottobre 1963: il disastro del Vajont




Longarone prima del disastro
Nella tarda sera del 9 ottobre 1963, verso le 22,40, sulla linea di confine tra le provincie di Belluno e di Udine - là dove si ergeva e si erge una delle più alte dighe del mondo a sbarrare la strada al torrente Vajont, formando un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d’acqua - il disastro si è scatenato improvviso, cogliendo di sorpresa i centri abitati a monte e a valle della diga, sui quali si avventava una mostruosa valanga d’acqua e di fango.
La catastrofe è così descritta dalla Relazione della Commissione di inchiesta nominata dal Ministro dei Lavori Pubblici:
"Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 il movimento franoso delle pendici del Toc, già in atto, assumeva un andamento percipite, irruento, irresistibile. L’acqua del lago artificiale subiva una formidabile spinta: con andamento di 50 Km all’ora la frana avanzava, raggiungeva la sponda destra della diga, urtava contro questa e vi scorreva sopra.
La tremenda pressione della massa spostava un volume di 50 milioni di metri cubi d’acqua. Un’ondata spaventosa si sollevava fino a 200 metri, per ricadere in parte verso la diga, superandola, per proiettarsi, poi, tumultuosa, verso la valle del Piave. Irrompeva, così, sventagliandosi, flagellando, violenta, rapida - 1600 metri in quattro minuti circa - sull’ampio scenario che si chiude di sotto. Le luci, palpiti di vita di Longarone, di Pirago, delle sponde di Fornace, di Villanova, di Faè, dei borghi di Castellavazzo, dalla cartiera allo sbocco della gola, improvvisamente si spengono: con esse migliaia di vite umane. Il fiume improvvisamente ingrossato, assume aspetto di piena mai vista; danneggia Soverzene, Belluno...
Cinque rapidi minuti sono stati sufficienti al compiersi della tragedia: due umili spettatori assistono al fenomeno: il parroco di Casso, il quale, trepidante, trepidava sulle luci dei riflettori, che seguivano il movimento franoso ed un carabiniere, inviato pochi minuti prima in servizio di sicurezza; una fiamma di luce bianchissima, la distruzione, in tempi brevemente differenziati, di due linee di trasporto ad alta tensione, a monte e a valle della gola, una colonna altissima di acqua, mista a sassi, che assume un colore denso, lattiginoso; l’arco dell’ondata, proiettandosi nella valle; un fragore assordante, un precipitare di massi, di pietre, di terra.
Sullo scenario di morte, sovrastava, intatta, la diga, creazione umana, non vinta, ma superata dalla natura."  
Il Vajont non rientra negli schemi della fatalità e della rassegnazione, non assomiglia per alcun verso ai cataclismi del passato, Pompei, Messina, Agadir, non è della famiglia dei cicloni terremoti eruzioni alluvioni, di quando cioè le arcane ed incontrollabili forze naturali esplodono per proprio conto. Al Vajont la natura si è incattivita moltiplicando la sua violenza devastatrice, anche perché l’uomo, fatto miope dal miraggio di una superba conquista tecnica e dalla avidità di alti profitti, l’ha provocata e sfidata con insipiente temerarietà; e ne ha poi sottovalutato la potenza e il furore al palese annuncio del pericolo incombente, quando ancora era possibile scongiurare il massacro delle duemila e più vite umane travolte.
La tragedia rivive ora nel film intitolato Vajont di Renzo Martinelli uscito nel 2001.

Fonte:

http://www.dolomiti.it/it/bellunese/longarone/approfondimenti/9-ottobre-1963-il-disastro-del-vajont/

lunedì 8 ottobre 2012

Amnistia… la parola e… il senso

 

L’amnistia per i detenuti e le detenute delle carceri di questo paese probabilmente non si farà. Nonostante il sovraffollamento: circa 69.000 detenuti e detenute in celle che ne potrebbero contenere al massimo 43.000 e le sofferenze che questo ingorgo di corpi impone a ciascuno e ciascuna, il governo risponde:  “non ci sono i numeri in Parlamento”. Vuol dire che non c’è la volontà politica da parte dei gruppi parlamentari, ossia dei partiti. A loro va bene che i poveri, gli ultimi della terra muoiano di galera. Si indignano soltanto quando uno  di loro, raramente, attraversa quei cancelli.  
Dunque, niente amnistia, ma il solo pronunciarla ha fatto rizzare i capelli in testa alla congrua pattuglia, delle avanguardie forcaiole d’Italia.
Provo dunque a ricordare ai saputelli della carta stampata qualcosa sul significato della parola “amnistia” .
“Amnistia”, dal greco amnēstia,  A/MNĒME, nega/memoria: oblio, remissione.
Concetto per certi versi simile al greco biblico  iobelaios, l’anno che cade ogni 50. Annum iubilaeum: in cui al suono del corno del capro “yobèl” venivano rimessi, nel mondo ebraico, i debiti di tutti gli uomini.
La storia ricorda l’ateniese Trasibulo (vincitore nella battaglia di Atene contro i trenta arconti (tiranni) che decretò l’amnistia generale. La prima amnistia che di cui abbiamo memoria, nel Settembre 403 prima dell’età volgare  (p.E.V.)
L’amnistia è un oblio parziale, un’amnesia, ma è un oblio consapevole. 

Bisogna saper ricordare, saper comprendere le ragioni e i motivi dei fatti e dei comportamenti che si vogliono obliare.
Significa ricordare senza restar schiavi delle pulsioni vendicative.
Ci vogliono istituzioni salde e che godano di un certo consenso, ci vuole dignità e onestà di gran parte della società, per fare i conti con una realtà di dure contese e di comportamenti travolgenti le regole sociali, causati da malessere e sofferenza che si vogliono, o almeno si spera, superare. Ci vuole capacità di non farsi inghiottire dai ritmi affannosi della cecità quotidiana. Ci vuole consapevolezza e coscienza profonda.
L’amnistia concerne la memoria, il ricordare. È una categoria che sta dentro il rapporto tra presente e passato. Il ricordare è un’opera che contempla la selezione dei ricordi.
Gli aggregati umani hanno sempre costruito la propria identità intorno alla battaglia del ricordare. La formazione dell’identità individuale di una donna o un uomo e di quella collettiva di una società si costruisce dentro la battaglia della “memoria”.
 

La memoria è dunque un campo di battaglia dove si lotta per la conquista del passato, per la sua riscrittura o il suo stravolgimento; dove si esaltano degli eventi e se ne sviliscono altri; a volte di sana pianta si “inventa la tradizione”.
Ricordo e dimenticanza: due poli contraddittori della memoria, che esistono strettamente avvinghiati in una lotta senza fine. Sul terreno rimangono i ricordi: annientati, stravolti, ingigantiti, travisati, inventati. Esemplare il caso delle società costruite dalla colonizzazione di gruppi umani provenienti da altre terre: il nome delle prime città che i coloni fondano ricevono il nome delle città lasciate per emigrare (New Amsterdam, poi New York, ecc.), ma anche costruendo imponenti commemorazioni per scolpire nelle coscienze dei nuovi arrivati la loro “storia condivisa”.
Il ricordare è in realtà un dimenticare selettivo: i ricordi si selezionano, ciascuna e ciascuno di noi decide quello che va ricordato, quello che va esaltato e quello che va dimenticato. Lo decide la nostra collocazione nel presente, se abbiamo lo sguardo rivolto in avanti teso a costruire qualcosa di importante; immobile e ottuso se rimane imprigionato in un cieco passato che si attorciglia in spire di rivincite, ritorsioni, rappresaglie, vendette, castighi.
L’accanimento del passato non permette di vivere il presente per andare avanti. 

La dittatura del passato non aiuta nel presente, tiene legati gli umani in una faida senza fine tra potere statuale e persone.
Il rifiuto dell’amnistia svela la fottuta paura di ricordare, di ripercorrere gli aspri contesti sociali e politici che necessitano di amnistia.
L’alternativa non è tra ricordare molto e dimenticare poco, o viceversa; il nostro compito è capire che direzione deve prendere il passato: dove dirigersi, che spazio occupare tra gli individui, tra i soggetti sociali, tra le classi, in quale interstizio inserirsi. Purché non continui a restare monopolio esclusivo del potere.
Cerchiamo di non restare irretiti nel labirinto del passato e poi trovarci a domandare, come Alice, (quella nel Paese delle Meraviglie): “per dove si esce”? potrebbe non esserci uscita!

Fonte:

http://contromaelstrom.com/2012/10/05/amnistia-la-parola-e-il-senso/

8 ottobre 1967: Hasta siempre Comandante


Lunedì 08 Ottobre 2012 05:20 
Quanto si sa degli ultimi giorni del Che, e della sua morte, sono passati alla storia attraverso il suo celebre diario in Bolivia.
8 ottobreLe informazioni che ci arrivano,riguardo alle ultime giornate di Guevara sono sicuramente drammatiche e finiscono il giorno prima della sua cattura.
E` l`8 ottobre 1967 ed oramai da giorni la colonna dell'Esercito di Liberazione Nazionale Boliviano ,guidata dal Che, è circondata nella zona montuosa del quebrada del Yuro. Dopo una feroce battaglia con l'esercito Boliviano, supportato da una squadra di Rangers e dalla CIA, il Che viene catturato dopo essere stato ferito.
Tenuto prigioniero fino alla mattina dopo viene ucciso da diversi colpi di pistola dal soldato Mario Teràn, scelto a caso fra la truppa per fare da giustiziere.
Dopo l'esecuzione, il Che viene fotografato ancora con gli occhi aperti. Quelle foto della salma del guerrigliero più famoso del mondo, e divenuto ormai leggenda, fanno subito il giro del globo.

Ad aver comunicato la probabile posizione dei guerriglieri alle autorita' Boliviane e' stato un contadino, ma a condurre l`operazione di catura e' l`agente della CIA Félix Rodríguez. Negli anni a venire quest`ultimo non manchera'  mai occasione per vantarsi davanti ai giornalisti del proprio crimine.
La guerriglia in Bolivia e il tentativo di innescare un processo rivoluzionario in Bolivia da parte del Che, comunque supportato da tutto il governo rivoluzionario cubano, non fu un successo fin dal principio.
Infatti,da subito, i nuclei guerriglieri non trovarono l`appoggio della popolazione contadina, ne il supporto promesso dal Partito Comunista Boliviano. Solo alcuni dirigenti e membri di esso, trasghediranno alle direttive del partito per unirsi alla guerriglia.
La figura di Che Guevara, forse anche a causa della sua tragica morte, e' diventatata ed e' tuttora una parte importante dell`imaginario di rivolta e rivoluzione in Sud America ed in tutto il mondo.
I suoi scritti sulla guerra di guerriglia (tra cui anche il diario boliviano) sono delle pietre miliari per la tattica militare, ed ancora oggi sono fra i testi piu' importanti per capire il senso e i meccanismi della guerriglia come strumento politico.

Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2825-8-ottobre-1967-hasta-siempre-comandante

domenica 7 ottobre 2012

Anna coraggio, la sua amica racconta chi era Politkovskaya

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5 ottobre 2012

Quando si è giornalista, scrittrice e traduttrice letteraria, la vita è fatta di incontri. Essendo di origini russe ed esperta di questioni politiche, storiche e letterarie russe, negli ultimi trent’anni ho incontrato molte personalità russe, ma soprattutto persone straordinarie. Tra autori e amici posso annoverare, e lo dico senza presunzione, Mikhail Gorbaciov e Vladimir Bukovsky, Andrei Tarkovsky e Viktor Pelevin, Dmitri Bykov e Sergei Kovalev, Ludmila Ulitskaya e Anna Politkovskaya, per fare alcuni nomi. Purtroppo alcuni dei miei amici non sono più qui con noi. Tra questi Anna Politkovskaya, uccisa a bruciapelo da sicari.

La morte di un amico è sempre una dura prova, ma quando si tratta di un omicidio è come una pugnalata che ti colpisce al cuore e resta fissa lì, per anni. Tutto quello che mi resta è parlare di Anna e continuare a pubblicarla. È ciò che faccio dalla sua scomparsa.

Ho conosciuto Anna alla fine del 1999. Un amico mi aveva fatto leggere dei reportage sulla seconda guerra in Cecenia che lei aveva pubblicato sul giornale dell’opposizione, la Novaya Gazeta.
Ho proposto subito all’editore francese Robert Laffont di farne un libro. Fu allora che, insieme all’editor della casa editrice, partimmo per Mosca per incontrare Anna. All’epoca lei viveva ancora con suo marito, un giornalista, e i loro due figli. Un anno dopo suo marito, che non sopportava più la sua lotta a favore del popolo ceceno, la lasciò.

Sono stata subito colpita dalla sua integrità morale e dal suo senso della tragedia. Era appena iniziata una nuova guerra in Cecenia, Putin era appena stato eletto, e nessuno immaginava ancora che il cinismo, l’odio per l’altro, il nazionalismo russo, il patriottismo sovietico, l’arbitrio giuridico e amministrativo, stessero assumendo rapidamente delle proporzioni esorbitanti. Anna fu la prima a parlare di una fascistizzazione della società russa, ormai malata, senza direzione, completamente nelle mani di un capo di stato venuto dal Kgb.

A Mosca, tra i suoi colleghi, Anna passava per un’isterica. Andava in Cecenia ogni mese, dove tutto era a ferro e fuoco, per tornare poi a Mosca, dove invece l’intellighenzia era più presa dall’acquisto di macchine e beni di consumo che da quella lontana Cecenia, i cui abitanti non ispiravano né compassione né simpatia. Le esplosioni di palazzi e abitazioni che ci furono a Mosca nell’autunno del 1999 hanno largamente contribuito all’avanzare di un sentimento anti-ceceno, anche se esistono diversi indizi che provano che questi atti terroristici (quasi 300 le vittime) furono organizzati dal Fsb (i servizi segreti russi) per giustificare l’intervento militare in Cecenia. Anna, da sola, si batteva per la popolazione cecena, che era stretta nella morsa tra gli indipendentisti e le truppe federali. Per molte famiglie lei incarnava l’ultima speranza di ritrovare un figlio o un padre rapito, di far curare un bambino ferito, di ottenere la condanna di un assassino o di un torturatore in uniforme. Ogni tanto ci riusciva, ma il più delle volte era una battaglia disperata: una donna contro la macchina di uno Stato.

Sono fiera di aver contribuito alla sua notorietà. Il suo primo libro che abbiamo pubblicato, Le Voyage en enfer ( Un piccolo angolo d’inferno, Rizzoli, 2008), non ha avuto un gran successo e l’editore francese non ha più voluto continuare questa avventura. Allora ho trovato un altro editore in Francia, meno grande ma più impegnato, Buchet Chastel. Il secondo libro, a cui abbiamo lavorato insieme, ha funzionato bene. Cecenia. Il disonore russo (Fandango, 2009) ha ricevuto diversi premi internazionali, e da quel momento è iniziata la carriera letteraria di Anna. I suoi libri sono stati tradotti in Europa e negli Stati Uniti e nel giro di qualche anno è diventata una testimone fondamentale della tragedia cecena. Spesso la accompagnavo e ogni volta la vedevo stanca e delusa dopo i suoi interventi pubblici. «Non capiscono niente - mi diceva con amarezza - mi sembra di parlare a vuoto». Era in parte vero e in parte no. Le sue testimonianze davanti al Congresso americano o davanti al Consiglio europeo non hanno certo cambiato la politica russa, ma comunque è grazie ad Anna, ai suoi libri e ai suoi interventi, che l’Occidente ha preso coscienza della natura del regime russo. 

Questa donna, grande e fragile allo stesso tempo, è diventata in pochi anni uno dei critici più acerbi e spietati del sistema Putin. Nel 2004 ha pubblicato una requisitoria personale contro il presidente russo, La Roussie selon Poutine, in cui scriveva: «Lo detesto (Putin) perché non ama il popolo. Ci disprezza, ci vede solo come un mezzo per raggiungere i suoi scopi, per estendere e conservare il suo potere. Si crede in diritto di fare di noi quello che vuole, di giocare con coi, di manipolarci, di distruggerci se lo ritiene necessario… la Russia ha già avuto dei dirigenti di queste fattezze. E ogni volta ci hanno portato a tragedie, bagni di sangue, guerre civili. Voglio buttarmi alle spalle tutto questo. Ecco perché provo tanta avversione per questo cekista che cammina sul tappeto rosso del Cremlino arrampicandosi fino al trono».


IL RISVEGLIO DELL’INTELLIGHENZIA
Scrivendo questo libro Anna sapeva il rischio che correva. Non è stata la prima giornalista ad essere uccisa in Russia. Né sarà l’ultima. Ma quando le raccomandavo di essere prudente, mi diceva: «Galia, non ho scelta. È il mio mestiere, e se non faccio tutto quello che è in mio potere per aiutare le persone che soffrono e per smascherare i loro carnefici, come potrei guardare i miei figli negli occhi?» Grande ammiratrice di Tolstoj e di Cechov, aveva conservato un’anima pura e il senso di responsabilità e dell’onore che hanno da sempre caratterizzato l’intellighenzia russa. Ci sono voluti alcuni anni per far risvegliare quest’intellighenzia. A partire dal 2009, la data del secondo processo, del tutto costruito, di Mikhail Khodorkovsky, scrittori e artisti hanno cominciato a rendersi conto di quello che Anna diceva nella prima metà degli anni Duemila, prima del suo assassinio, il 7 ottobre 2006. Solo da un anno a questa parte assistiamo a manifestazioni di piazza dell’opposizione, che reclama apertamente le dimissioni di Putin e la democratizzazione del paese. Ma nel frattempo il regime si è rafforzato, il Fsb ha allargato il suo potere, il campo politico è stato non solo spianato, ma cementato, affinché niente possa distruggerlo.

La lezione di coraggio e di lucidità che ci ha dato Anna, ai russi come agli occidentali, non è stata vana. Se nessuno nelle file dell’opposizione non possiede la sua stessa umanità, il suo talento e passione per la verità di giustizia, migliaia di giornalisti, scrittori, artisti, attivisti politici, ecologisti, uomini d’affari sono decisi oggi a portare avanti una lotta che era anche la sua. La lotta per una Russia libera.