Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


domenica 7 aprile 2013

7 aprile 1944: gli assalti ai forni e le donne di Ponte di Ferro

Dal blog di Valentina Perniciaro, http://baruda.net/

Roma, tra il febbraio e l’aprile del 1944, è schiacciata dalla morsa della fame, è una città sfinita, murata dall’occupante nazista. È il momento peggiore della guerra: bombardamenti, attentati, rastrellamenti, rappresaglie, gli Alleati sono fermi ad Anzio, non vanno né avanti né indietro, gli uomini al fronte o prigionieri o nascosti o non se ne sa più niente; i figli e i vecchi da sfamare.
L’approvvigionamento di una città di quasi due milioni di abitanti come Roma si presenta soprattutto come un problema di trasporti, visto che i rifornimenti di viveri arrivano non solo dal Lazio, ma anche da regioni molto più lontane; se fino al gennaio 1944 gli alimenti, nonostante gli attacchi aerei alle linee ferroviarie, erano ancora trasportati con i treni merci, donne_nella_resistenzadopo lo sbarco alleato a Nettuno e l’aggravarsi della situazione per tutte le ferrovie dell’Italia centrale, i trasporti avvengono per mezzo di autocarri. Quotidianamente partono 100 autocarri per il rifornimento della città. Ma i viveri che arrivavano non sono comunque sufficienti, tanto che l’Ufficio alimentare dell’Amministrazione militare vede nella parziale evacuazione della città l’unica possibile “soluzione”, ma, prevedibilmente, il tentativo non viene mai fatto. Interi quartieri restano senza pane. Poveri e ricchi sono ugualmente costretti a ricorrere al mercato nero. I romani mangiano, quando ne trovano, carrube lesse, pane di vegetina, bucce di patate bollite; bruciano mobili d’arredamento per scaldarsi e cucinare. La città sopravvive sospesa in una atmosfera di terrore, fame e freddo.
La situazione economica alimentare va sempre peggiorando e la popolazione trae motivo di ulteriore pessimismo dalle recenti disposizioni circa l’aumento del prezzo del pane e la ritardata distribuzione di parte della già modesta razione di pasta. Si vorrebbe una energica e fattiva azione da parte delle autorità per arrestare la corsa al rialzo dei prezzi che, se favorisce l’ingorda speculazione dei commercianti e dei cosiddetti borsari neri, pregiudica ed esaspera i consumatori ed in special modo wlaresistenzatrasteverequelli appartenenti alle classi meno abbienti o a quelle costrette a vivere del reddito fisso.
A complicare ulteriormente una situazione già inquietante, da una parte gli Alleati, che mitragliavano i convogli di viveri diretti in città, dall’altra gli occupanti che sequestravano per il loro uso, ma soprattutto per una sorta di deontologia dell’occupazione, intere partite di generi alimentari. L’idea che i tedeschi tenessero tutti i depositi sequestrati per il loro uso e consumo, è molto diffusa.
Ulteriori problemi provoca un vertiginoso ma invisibile (perché clandestino, non ufficiale) aumento della popolazione: dai Castelli, da Genzano, da Albano, dalle campagne intorno ad Anzio e Nettuno, arrivano a Roma intere famiglie di disastrati che cercano alloggio nelle scuole, nelle caserme o nell’ala abbandonata di qualche ospedale, un incremento silenzioso che va ad accelerare un andamento già crescente della popolazione romana, prima del ventennio fascista. Si calcola che oltre 200.000 persone vivessero in alloggi di fortuna in condizioni inumane e senza lavoro. E trovare cibo diventa ancora più difficile.
Gli ospedali sono pieni di bambini denutriti, e si contano numerosi casi di piccoli deceduti per fame e malattie da denutrizione: forse più di trecento, una strage, altre vittime innocenti da inserire nell’elenco di atrocità commesse dai nazifascisti a Roma e in Italia.
Dopo l’attentato di via Rasella del 23 marzo, la rappresaglia tedesca non si ferma alla strage delle Fosse Ardeatine, ma vuole colpire il maggior numero di persone possibile. Così, per ordine diretto del generale Maeltzer, la razione di pane dei romani viene ridotta da 150 a 100 grammi al giorno. Oltretutto è pane nero, spesso ammuffito.
Ai primi di aprile del 1944, dopo il catastrofico e lungo inverno, le condizioni alimentari si fanno intollerabili portando allo stremo la popolazione. La situazione nel settore del pane peggiora in modo drammatico con l’approssimarsi del fronte. A metà aprile, a causa delle difficoltà dei trasporti e dei disordini creati dalla lotta partigiana, la distribuzione ufficiale subisce un’ulteriore diminuzione; a quel punto ci si rende conto che non solo circolano 50.000 carte per il pane falsificate, ma anche che ingenti quantitativi di farina sono stati venduti di contrabbando dagli organi addetti alla distribuzione.psiup
Protagoniste di un così oscuro periodo sono le donne che da sole, con ogni mezzo, con l’astuzia o la violenza, cercano di sopravvivere alle miserie della guerra. È così che avvengono i primi assalti ai forni, destinati a diventare sempre più frequenti; sono le donne spinte dal bisogno che li pensano e li organizzano spontaneamente anche se qualche volta c’è dietro l’aiuto e l’impulso dei gruppi femminili della Resistenza. Si passano parola, vanno all’assalto provviste di sporte per metterci dentro quel po’ che riusciranno a prendere, usano i figli come scudo; sono le donne che si organizzano per assalire i forni ove si panifica il pane bianco per fascisti e nazisti.
Gli assalti avvengono nei quartieri di Trionfale, Borgo Pio, Via Leone Quarto. A guidarle in questi quartieri sono le sorelle De Angelis, Maddalena Accorinti ed altre.
In via Leone IV, davanti alla sede della Delegazione rionale, scoppia una rabbiosa protesta contro la sospensione della distribuzione di patate e farina di latte. Nella stessa strada viene assaltato il forno De Acutis, ma qui c’è il consenso dello steso proprietario, che distribuito il pane e la farina, si dà alla clandestinità.
Sempre fra i Prati e il Trionfale, zona di piccola e media borghesia, avvengono assalti ai panifici in via Vespasiano, via Ottaviano e via Candia.
Il 1° aprile 1944, di fronte a un forno di via Tosti, nel quartiere Appio, una forte manifestazione di donne contro la riduzione della razione di pane, dà inizio ad una nuova e disperata serie di assalti ai forni.
“Sabato primo aprile, al forno Tosti, quartiere Appio, la fila era interminabile: le donne attendevano da più di due ore l’arrivo dell’ordine di distribuzione e non si2550_67020193277_618018277_2260848_380951_n capiva perché tardassero tanto ad aprire. Esasperate le donne protestavano ad alta voce, erano furibonde, e c’era tra loro chi temeva che non ci fossero neppure quei cento grammi per tutti. [] aveva cominciato una in prima fila in faccia ai militi [che vigilavano alla porta]: “Ci ho quattro creature che me se magnano puro a me se je porto sta crioletta de cento grammi! Ve volete da’ na mossa! Buffoni!”. Un milite la prese per il braccio e la portò fuori dalla fila, le donne cedettero che la volessero arrestare e cercarono di strapparla dalle mani della GNR: seguì un parapiglia, tutte strillavano, insultavano; poi d’improvviso, rotta la fila, si ammassarono tutte davanti alla porta del forno. La porta forzata cedette e tutte entrarono [] le donne trovarono, oltre al pane nero, anche sacchi di farina bianca, forse pronti per la panificazione per le alte gerarchie fasciste o per le truppe di occupazione tedesche”.
Nei giorni a seguire e per tutto il mese di aprile, furono attaccati camion carichi di pane, come a Borgo Pio dove la folla assale un camion, scortato da militi fascisti, che trasporta pane per una caserma. Tale è l’improvvisa e inaspettata irruenza delle assalitrici che i militi possono fare ben poco e si trovano il camion completamente saccheggiato. Altri assalti hanno lugo a forni in tutti i quartieri, costringendo i tedeschi a scortare ogni convoglio e a presidiare ogni punto di distribuzione.
L’episodio più tragico avviene all’Ostiense, al Ponte di Ferro. Il 7 aprile 1944 decine di persone si ritrovarono di fronte al mulino Tesei per chiedere pane e farina; si diceva che quel mulino producesse pane destinato ai militari tedeschi. Le donne dei quartieri limitrofi (Ostiense, Portuense e Garbatella) avevano scoperto che il forno panificava pane bianco e che probabilmente aveva grossi depositi di farina. La folla cominciò a reclamare il pane, i cancelli del forno furono sfondati e le donne riuscirono ad entrare. Il direttore del forno, forse d’accordo con quelle disperate, lasciò che entrassero e che si rifornissero di pane e farina, ma qualcuno avvertì la polizia tedesca che arrivò quando le donne erano ancora sul posto. A quel punto i militi fascisti presenti chiesero l’intervento delle SS tedesche, che bloccarono la strada, molte donne riuscirono a scappare, ma dieci di loro furono prese, afferrate di forza, portate sul ponte e lì fucilate in fila, contro la ringhiera. A monito della popolazione i tedeschi ne lasciano i cadaveri sulla spalletta del ponte fino alla mattina dopo quando alcuni lattonieri e sfasciacarrozze della zona vengono costretti a caricare le povere salme su di un camion. Da allora non si è mai saputo dove siano state portate e sepolte.
Le dieci vittime innocenti della furia nazi-fascista furono: Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo.
Durante un nuovo assalto, quello avvenuto il 2 maggio, all’indomani delle manifestazioni del giorno prima, una guardia della PAI (la Polizia Africa Italiana che funge da servizio d’ordine per conto del Governo fascista repubblicano), accorsa per sedare il tumulto uccide con una fucilata una donna del Tiburtino III, Caterina Martinelli, madre di sei figli.
Cade sul selciato con sei sfilatini nella borsa della spesa, una pagnotta stretta al petto, in braccio una bambina ancora lattante: stramazza a terra sopra la figlia che sopravvive ma che avrà poi la spina dorsale lesionata. Una specie di monumento alla madre affamata.
Il giorno dopo, sul marciapiede ancora insanguinato, un cartello antifascista ricorda la vittima. Quel cartello, subito fatto togliere dalle autorità, tornerà come lapide a Roma liberata.
Mario Socrate, partigiano gappista e poeta, così testimonia di quell’episodio: “… ci fu l’assalto al forno e uno della Pai sparò e uccise una donna. Allora noi facemmo una manifestazione, e io quel giorno stesso ho scritto la lapide e la mettemmo al punto dov’era ancora il sangue a terra”. Fu lui a scrivere le parole che si possone leggere ancora oggi nella lapide sulla facciata di una casa in via del Badile 16:
Il 2 maggio 1944 in questo luogo durante un assalto al forno per cercare il pane per i suoi figli venne uccisa dalla violenza fascista Caterina Martinelli «io non volevo che un po’ di pane per i miei bambini non potevo sentirli piangere tutti e sei insieme».

Fonti :



sabato 6 aprile 2013

Il centro storico dell'Aquila 4 anni dopo il terremoto


L'aquila (L'Aquila, Abruzzo ) - 5 Aprile 2013

http://www.youreporter.it/video_Il_centro_storico_dell_Aquila_4_anni_dopo_il_terremoto

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L'Aquila non è mai rinata. Tutto il centro storico e tutta la zona della città lungo via XX Settembre è quasi totalmente abbandonata. Gli edifici sono disabitati e quasi tutti ancora pericolanti. Servirebbero interventi molto corposi, ma la sensazione che si ha tornando 4 anni dopo è quella di una città che sta morendo. La gente sta abbandonando L'Aquila. Ci sono ancora 20mila persone che non possono far rientro nelle loro case. La zona rossa è stata ristretta ma è ancora in vigore in buona parte della città.

Fonte:

venerdì 29 marzo 2013

GIORNATA DELLA TERRA: CELEBRARE LA RESISTENZA E INTENSIFICARE IL BDS


Il 30 marzo, i palestinesi ricorderanno la Giornata della Terra, un giorno del 1976, quando le forze militari israeliane hanno sparato e ucciso sei giovani cittadini palestinesi di Israele. Questi coraggiosi giovani erano tra le migliaia che protestavano l’espropriazione di terra palestinese da parte del governo israeliano. Oggi, continuiamo a celebrare la resistenza palestinese all’espropriazione della terra, alla colonizzazione, all'occupazione e all'apartheid israeliane.
Trentasette anni dopo le prime manifestazioni per la Giornata della Terra, Israele continua l’espropriazione e la colonizzazione della terra palestinese. Israele continua a espandere i suoi insediamenti illegali nei Territori palestinesi occupati, costringendo i palestinesi a lasciare la loro terra. I palestinesi devono affrontare l’espropriazione e il trasferimento forzato anche all'interno di Israele.
Per i sostenitori internazionali della lotta palestinese per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza, la Giornata della Terra è un'opportunità per sviluppare campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele, in particolare le campagne contro il Fondo nazionale ebraico (JNF), le società agro-alimentari israeliane e le aziende operanti negli insediamenti israeliani illegali, i quali svolgono un ruolo fondamentale nel furto continuato di terra palestinese.
Il Comitato nazionale palestinese per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BNC) invita le persone di coscienza di tutto il mondo ad unirsi a noi nel commemorare la Giornata della Terra, sottolineando che la campagna BDS è una forma efficace di solidarietà con la lotta palestinese.
In un momento in cui Israele si trova ad affrontare livelli senza precedenti di pressione contro la sua colonizzazione continua della terra palestinese e sta rapidamente perdendo il sostegno internazionale da cui dipende, cerchiamo di lavorare insieme per intensificare i nostri sforzi collettivi per tenere responsabili Israele e i suoi sostenitori.

Comitato nazionale palestinese per il BDS

Fonte:


giovedì 28 marzo 2013

La strage di via Fracchia

giovedì 28 marzo 2013 01:23


Una pagina nera nel controverso capitolo della guerra al terrorismo: l'esecuzione nel sonno, sommaria, di tre brigatisti [Paola Staccioli]





di Paola Staccioli

Hanno il colore grigio scuro dell'inchiostro nella foto in bianco e nero le pozze di sangue che circondano i corpi. Rivoli carichi di orrore, incapaci di produrre parole, che seguono i cadaveri sul pavimento lungo il corridoio. Quattro, in fila. Uno solo è vestito, dormiva in un sacco a pelo nel salotto. Gli altri sono stati sorpresi nel letto. Scalzi, con slip e maglietta. Tre giovani uomini e una donna. Piombati direttamente dal sonno alla morte. Genova, 28 marzo 1980. Il massacro di Fracchia.

È notte fonda. I carabinieri irrompono nella base delle Brigate rosse. A decidere l'operazione è stato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Uno dalle maniere forti. Esperto nel lanciare messaggi di terrore agli oppositori. Come nel 1974, nell'assalto al carcere di Alessandria contro i detenuti in rivolta. Sette morti, il risultato. Due detenuti e cinque ostaggi. Nel 1980 ha in mano una pedina grossa. Patrizio Peci, dirigente della colonna torinese arrestato nel febbraio e subito passato dall'altra parte. Dalla Chiesa vuole ottenere il massimo da lui.

È un momento storico di inimicizie aperte e assolute. Il clima è pesante, lo scontro aspro da entrambe le parti. Nei mesi precedenti la colonna genovese ha sferrato un attacco durissimo contro le forze di polizia. Quattro carabinieri uccisi fra il novembre 1979 e il gennaio successivo. Dalla Chiesa vuole dare una risposta forte. Il delatore è disponibile. Indica al generale la base di via Fracchia 12, nel quartiere Oregina. Forse fa avere direttamente le chiavi. Un'ipotesi non confermata.

Una squadra di dieci uomini irrompe nell'appartamento nel cuore della notte. Urla, tonfi sordi, odore di polvere da sparo. Scaricano odio e piombo sui quattro corpi sorpresi nel sonno. Rimangono a terra Annamaria Ludmann, trentadue anni, nome di battaglia Cecilia, proprietaria della casa, Lorenzo Betassa (Antonio), Remo Panciarelli (Pasquale), Riccardo Dura (Roberto), identificato solo a distanza di una settimana in seguito a una telefonata dei suoi compagni. Il 30 marzo le Brigate Rosse fanno ritrovare un volantino in cui si onorano i compagni caduti. Trucidati dai mercenari di Dalla Chiesa. Per loro, come per molti altri operai, la scelta è stata precisa: combattere e vincere con la possibilità di morire; anziché subire e morire a poco a poco da servi e da strumenti usati da un pugno di sciacalli per accumulare profitti. [...] Proprio mentre ci tocca lo strazio della loro scomparsa e onoriamo la loro memoria, si rinsalda in noi la convinzione che non sono caduti invano come non sono morti invano tutti i compagni che per il comunismo hanno dato la vita. Alla fine niente resterà impunito.

 
Alla Fiat di Mirafiori, in un reparto dell'officina 76, compare uno striscione in onore ai compagni caduti a Genova.

Esecuzione sommaria, vendetta di Stato. Lo pensano i compagni degli uccisi, lo pensano molti giornalisti. Giuliano Zincone, direttore de «Il Lavoro», lo dice chiaramente, facendosi nemico Dalla Chiesa. Anche Giorgio Bocca, intervistando il generale, si convince che la durezza delle sue parole risuona come un avvertimento: «Arrendetevi, altrimenti sarete tutti sterminati». Conflitto a fuoco, si affrettano a dire i carabinieri, che per giorni sequestrano l'appartamento. Nell'operazione un solo militare, il maresciallo Rinaldo Benà, rimane ferito a un occhio. A colpirlo, secondo la versione ufficiale, sono i brigatisti. Fuoco amico, ipotizzano altre ricostruzioni.

Per undici giorni l'appartamento viene blindato, presidiato dai reparti speciali. In balia dei militari e della versione ufficiale. L'unica possibile. Perché dall'altra parte nessuno ha più voce. Hanno lasciato solo cadaveri. E fori di proiettili. Dappertutto. L'8 aprile ai giornalisti viene concessa una visita guidata da un ufficiale dei carabinieri. Uno alla volta, per tre minuti. Non basta a nascondere.

La testimonianza visiva dell'orrore viene occultata e appare sulla stampa solo ventiquattro anni dopo. Il «Corriere Mercantile» di Genova pubblica nel febbraio del 2004 alcune foto del dossier riservato redatto dai carabinieri della Sezione rilievi del Nucleo operativo di Genova. Una sessantina di immagini. Nella loro cruda drammaticità, quei corpi sdraiati accrescono i dubbi su una versione ufficiale a molti risultata poco credibile fin dall'inizio. Anche la scena della foto sembra opera di un regista. Ricostruita. Innaturale. Con una pistola o una bomba a mano ordinatamente adagiate accanto a tre dei cadaveri. Ma qualcosa non torna. Un particolare stonato. Le braccia dei tre brigatisti in posizione prona sono piegate all'altezza della tempia. Come fossero caduti mentre tenevano le mani intrecciate dietro la testa, nella posizione di chi si è arreso.

lunedì 25 marzo 2013

ISRAELE SGOMBERA ANCHE AHFAD YOUNIS

Centinaia di poliziotti la scorsa notte hanno evacuato con la forza il nuovo accampamento creato dai palestinesi nel corridoio E1 dove Israele intende costruire case per coloni.

 domenica 24 marzo 2013 08:29


della redazione


  Gerusalemme, 24 marzo 2013, Nena News - Nel cuore della notte, come previsto da molti, la polizia israeliana ha sgomberato con la forza Ahfad Younis l'ultimo degli "avamposti" creato dagli attivisti dei Comitati popolari palestinesi. Sono stati impiegati centinaia di poliziotti per evacuare l'accampamento di tende eretto dai palestinesi nel corridorio E1, all'ingresso orientale di Gerusalemme, dove già lo scorso gennaio, sulla collina opposta, avevano dato vita al villaggio di Bab al Shams, la "Porta del Sole", dal titolo del romanzo dello scrittore libanese Elias Khoury. Stando alle informazioni disponibili al momento, la scorsa notte ci sono stati alcuni contusi tra i circa 100 palestinesi che presidiavano in quel momento Ahfad Younis e cinque arrestati, tra i quali il deputato Mustafa Barghouti. Una cinquantina di palestinesi, fatti salire su di un autobus e sono stati portati in vari punti della Cisgiordania. Una donna, di cui non e' nota l'identita', e' stata arrestata "per aver aggredito un agente", ha comunicato il portavoce della polizia

Afhad Younis (il nipote di Younis, il protagonista del romanzo Bab al Shams) è nato su terre dei villaggi di El-Azzariya, Issawiya, Al-Tor, Anata e Abu Dis, un lembo di terra palestinese particolarmente delicato. Israele intende costruirvi (e' la cosiddetta "zona E1") migliaia di case per coloni. Se il progetto venisse realizzato, la Cisgiordania, all'altezza di Gerusalemme, verrebbe spezzata in due, rendendo impossibile (l'ipotetica) realizzazione di uno Stato palestinese con un territorio omogeneo.

L'iniziativa di Afhad Yunis è avvenuta in coincidenza con la visita del presidente americano Barack Obama in Israele, con l'obiettivo di attirare l'attenzione sulla situazione palestinese. Nena News



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=56435&typeb=0&Israele-sgombera-anche-Ahfad-Younis

venerdì 22 marzo 2013

GAZA, PROTESTE CONTRO LE DICHIARAZIONI DI OBAMA SULLA PALESTINA


 



Rafah-InfoPal. Giovedì 21 marzo, nel sud della Striscia di Gaza, i palestinesi hanno dato fuoco ad un pupazzo raffigurante il presidente Usa, Barack Obama, esprimendo il proprio malcontento per la politica statunitense nei confronti della causa palestinese e le sue ultime dichiarazioni sull’appartenenza storica della Palestina al popolo ebraico.
Mentre Obama raggiungeva Ramallah per incontrare il presidente dell’Autorità palestinese (Anp) Mahmoud Abbas, al centro di Rafah, studenti delle scuole superiori davano fuoco ad una bambola di Obama.
Centinaia di studenti hanno risposto all’invito, lanciato dal movimento di resistenza islamico, Hamas, per protestare contro la visita di Obama e denunciare le politiche delle amministrazioni americane nei confronti della questione palestinese.
Durante la manifestazione, gli studenti hanno anche condannato le affermazioni di Obama, fatte durante la sua visita allo Stato ebraico, con le quali egli ha ribadito il sostegno alla sicurezza di Israele, ignorando i diritti del popolo palestinese, oggetto di continue violazioni e crimini.
Dal canto suo, lo studente Hafez al-Masri si è detto indignato dalle dichiarazioni di Obama, in cui ha affermato che la Palestina è la terra storica degli ebrei.
Ha dichiarato che le affermazioni del presidente Usa esprimono la chiara parzialità dell’amministrazione Usa, e dimostrano che la posizione di Obama, come dimostrano i fatti, non è cambiata e non cambierà mai.
Al-Masri ha sottolineato l’assurdità delle scommesse fatte sul governo Usa, o su qualsiasi altro, per raggiungere i diritti dei palestinesi, ribadendo l’attaccamento del popolo palestinese, con tutti i suoi segmenti, alla Palestina, dal fiume al mare (dal Giordano al Mediterraneo), una terra araba e islamica sulla quale l’occupazione israeliana non sarà mai riconosciuta.
Obama è arrivato mercoledì 20 marzo nello Stato ebraico, inaugurando una visita nella regione che include anche i territori gestiti dall’Anp e durerà tre giorni.
Ieri, al suo arrivo a Tel Aviv, Obama ha affermato che la sicurezza di Israele rappresenta una linea rossa, e che gli Usa non permetteranno a nessuno di minacciare la popolazione dello Stato ebraico. Ha inoltre dichiarato che la Palestina è la terra storica degli ebrei.
La Striscia di Gaza è stata teatro di una serie di manifestazioni di protesta contro la visita del presidente Usa, durante le quali, nelle strade sono stati distribuiti degli striscioni che portavano le scritte: “Obama, ospite indesiderato in tutta la Palestina”, e “Obama, non sei il benvenuto”.

© Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it


Fonte:

http://www.infopal.it/gaza-proteste-contro-le-dichiarazioni-di-obama-sulla-palestina/