Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


lunedì 16 settembre 2013

20 anni fa la Mafia uccideva Don Pino Puglisi

17:47

Nel giorno del suo 56esimo compleanno il padre palermitano veniva ammazzato con dei colpi di pistola alla nuca praticamente sotto casa sua. Da quel giorno la giustizia ordinaria ha fatto il suo dovere e Don Puglisi è stato beatificato: bisogna capire se gli uomini abbiano saputo comprendere il suo messaggio e attuarlo.

20 anni fa la Mafia uccideva Don Pino Puglisi.


Bastano poche parole per ricordare Don Puglisi, è sufficiente la calma serafica con la quale, secondo le testimonianze del pentito Salvatore Grigolo, esecutore del suo omicidio insieme a Gaspare Spatuzza, il prete siciliano affermò prima di essere ucciso “Me lo aspettavo”. Ci immaginiamo anche un sorriso beffardo sulle sue labbra, come a voler schernire chi stava tentando di fermare le sue parole mettendo fine alla sua vita. Ma le parole di Don Puglisi hanno continuato a camminare, questo è indubbio. Lo sa per primo lo stesso Grigolo, che dopo le sue confessioni sembra essersi indirizzato ad un processo di redenzione. Era il 15 settembre del 1993 quando, sulla porta di casa sua, al parroco venivano sparati colpi di pistola alla nuca. Quella di Don Puglisi è una storia che ha commosso l'Italia e continua a farlo oggi, dimostrazione concreta di una terra che può cambiare, che potrebbe cambiare, ma che non può farlo se si appella agli atti eroici di pochi, che in fondo eroi non sono. La sua beatificazione, confermata il 25 maggio di quest'anno, riconosce al primo martire della chiesa per mani della mafia un valore sociale e culturale che non bisogna correre il rischio di dimenticare.
Perché se da una parte la giustizia ordinaria si è prodigata nel cercare i colpevoli, al suo fianco dovrebbe persistere nel camminare quella straordinaria di giustizia, la memoria. E' vero, che queste parole vengano spese solo in occasione di una ricorrenza pare pretestuoso, opportunistico, di maniera. Don Puglisi non va incensato perché probabilmente non avrebbe voluto. A far parlare di lui non dovrebbe essere la ricorrenza ventennale della sua morte in sé, quanto la ricorrenza quotidiana di ciò che ha fatto e detto per la proprio terra, per il rispetto della propria dignità di uomo di chiesa. Ma anche di uomo e basta.



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sabato 14 settembre 2013

14 settembre 2008: Milano, l'omicidio di Abba

Sabato 14 Settembre 2013 05:08 

Abdul William Guiebre, Abba per gli amici, viene ucciso a sprangate il 14 settembre 2008 per un furto di una scatola di biscotti, a 14 settembresoli diciannove anni. Originario del Burkina Faso, Abba viveva con la madre, il padre e tre sorelle a Cernusco sul Naviglio (Milano).
La mattina del 14 settembre, dopo aver trascorso la notte in un locale di Milano, Abdul, John e Samir si dirigono con i mezzi pubblici in via Zuretti, vicino alla Stazione Centrale, con l'intenzione di proseguire la serata al centro sociale Leoncavallo.
Durante una breve sosta ad un bar vengono raggiunti da un furgone da cui scendono due uomini; Fausto Cristofoli di 51 anni e il figlio Daniele di 31, che ripetutamente accusano i tre ragazzi di averli derubati.
In questo gesto si può già distinguere il movente razzista che si nascondeva dietro a questi personaggi e dietro a tutta la vicenda intera: la famiglia Cristofoli infatti accusava i giovani solamente del furto dell'intero incasso della notte e non di altri articoli in vendita nel loro negozio.
Padre e figlio cominciano quindi a minacciare Abba e i suoi amici con una sbarra di ferro, lanciando epiteti tra cui "Ladri", "Sporchi negri vi ammazziamo", "Negri di merda".. costringendo i tre ragazzi a difendersi con bottiglie e bastoni.
Purtroppo Abba non riesce a sfuggire alle sprangate di Daniele Cristofoli che, dopo averlo colpito ripetutamente con l'asta di ferro usata per chiudere la serranda del negozio, lo lascia a terra agonizzante, scappando il più in fretta possibile insieme al padre.
Abdul, in coma, viene portato all'ospedale Fatebenefratelli, dove è dichiarato morto intorno alle 13:30.
I due aggressori vengono fermati qualche giorno dopo l'omicidio e condannati a quindici anni e quattro mesi, con l'obbligo di un risarcimento di centomila euro alla famiglia di Abba.
Nonostante questo episodio sia stato definito da molti una ''lite degenerata per futili motivi'', si riconosce fin da subito la vera natura della famiglia Cristofoli, caratterizzata da un feroce odio razziale.
Il giorno dopo i risultati dell'autopsia, molti sono coloro che decisero di ricordare Abba in un corteo partecipatissimo, condotto dagli stessi amici del ragazzo, facendo esplodere la rabbia per la sua morte in tutte le vie di Milano. In corrispondenza di via Zuretti, molti dei partecipanti iniziano a correre per raggiungere il bar della famiglia Cristofoli, prontamente difeso da un vasto schieramento di forze dell'ordine, riuscendo a forzare in parte il cordone e raggiungere il luogo in cui Abba era stato ucciso.
La giornata termina con l'ascolto in piazza delle canzoni preferite da Abba, ballate e cantate a gran voce, e con il cambio del nome della via, ribattezzata ''Via Abba''.



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Lamezia Terme: morto l’operaio ferito

Venerdì, 13 Settembre 2013 12:48     Scritto da  Redazione Contropiano


Lamezia Terme: morto l’operaio ferito


Non ce l’ha fatta Enrico Amati, operaio di 47 anni originario di Sinalunga (Siena), rimasto gravemente ferito ieri a causa dell’esplosione di un silos all’interno di uno stabilimento industriale a San Pietro Lametino costato la vita a due colleghi. L’operaio è morto dopo esser stato ricoverato, in condizioni gravissime, all’ospedale di Catanzaro. Aveva ustioni sul 90% del corpo, così gravi che non era stato possibile neanche trasportarlo in un centro specializzato in grandi ustioni.
Le altre due vittime del rogo sono Daniele Gasbarrone di Latina e Alessandro Panella di Velletri in provincia di Roma, entrambi di 32 anni. I tre lavoravano come saldatori specializzati nella bonifica delle cisterne per la Ilsap Biopro, un'azienda con sede legale a Latina che produce oli raffinati, biomasse, glicerina e biodiesel ed erano in trasferta a Lamezia Terme. I due sono stati investiti in pieno dall’esplosione e sono morti sul colpo.
Una donna che ha assistito all'incidente ha raccontato di avere sentito uno scoppio e di avere visto una fiammata e qualcosa che volava in aria, mentre si diffondeva una nuvola di gas.



Fonte:

giovedì 12 settembre 2013

Lamezia Terme: esplode silos, due operi morti e uno gravemente ferito. Un morto sul lavoro anche a Pordenone

Giovedì, 12 Settembre 2013 18:54     Scritto da  Redazione Contropiano


Lamezia Terme: esplode silos, due operi morti


Nuova tragedia sul lavoro, questa volta in Calabria. Nella zona industriale di Lamezia Terme, in provincia di Catanzaro, oggi pomeriggio un silos è esploso provocando la morte di due lavoratori. Oltre ai due operai che erano impegnati nella manutenzione dell’impianto e che non ce l’hanno fatta, un terzo lavoratore è rimasto gravemente ferito a causa dello scoppio, ed ha riportato ustioni su tutto il corpo.
L'esplosione è avvenuta all'interno dello stabilimento di San Pietro Lametino della Ilsap Biopro, un'azienda che produce oli raffinati, biomasse, glicerina e biodiesel. I vigili del fuoco stanno perciò accertando la natura dei gas che si sono liberati nell’aria, per evitare la diffusione di sostanze pericolose. La magistratura sta già indagando sulla dinamica dell’incidente.

Di seguito il comunicato della Federazione della Calabria dell'Usb

Ancora caduti sul lavoro!

 USB Calabria lista a lutto le sue bandiere e saluta i lavoratori colpiti.

La USB Calabria esprime tutta  la solidarietà e vicinanza alle famiglie dei lavoratori rimasti uccisi e di quello gravemente ferito, nell’esplosione alla fabbrica per la trasformazione di oli combustibili a Lamezia Terme.
Ancora una volta, purtroppo, ci viene chiesto di convivere con l’idea che delle persone escano da casa per andare a lavorare, senza farvi più ritorno.
Ma noi non ci riusciamo.
Anche in momenti come questi, infatti, non si può fare a meno di pensare come la crisi in atto sia stata l’occasione per far abbassare gli standard di sicurezza dei luoghi di lavoro e fatto passare in secondo piano problemi basilari come l’incolumità fisica e psichica di chi vi lavora.
Siamo sicuri che si dirà che gli impianti erano a norma e che è stato solo un terribile ed imprevedibile incidente, ma la triste realtà è che oggi tre famiglie del lametino sono state colpite da una terribile sciagura che sconvolgerà le loro vite e, almeno per rispetto loro, questa volta non tiriamo in ballo la fatalità.

Lamezia Terme, 12 settembre 2013
Federazione regionale

USB Calabria


Un morto sul lavoro anche a Pordenone 

Antonio di Bernardo, un operaio di 54 anni è morto, schiacciato da un mezzo cingolato, all'interno di un cantiere edile di Roveredo in Piano (Pordenone). L'incidente à avvenuto intorno alle ore 16 di oggi mentre l'uomo stava lavorando all'ampliamento di una cava. Secondo una prima ricostruzione l'uomo, originario di Frisanco (Pordenone) sarebbe salito sul cingolato per accendere il mezzo restando però imprigionato dalla macchina operatrice che sembrava avere la marcia innestata, ed è rimasto dilaniato  morendo all'istante.




Fonte:


 

12 settembre 1977: muore Steve Biko

Giovedì 12 Settembre 2013 05:24 


Steve Biko nacque il 18 dicembre 1946 e fu un noto militante nella lotta contro l'apartheid e lo sfruttamento della popolazione nera 12 settembresudafricana e appartenete al Black Consciousness Movement (BCM).
Nel 1972 fu espulso dall'università di Natal a causa della sua militanza. Fu costretto quindi a rimanere nel distretto di King William's Town, gli fu vietato di parlare in pubblico, scrivere o parlare con i giornalisti e frequentare più di una persona alla volta. In più fu vietato a chiunque di citare qualsiasi suo scritto.
Durante il suo soggiorno coatto nel distretto di King William's Town iniziò a coinvolgere la popolazione nera e le altre minoranze etniche in collettivi autorganizzati.

Nonostante la repressione Biko e il BCM ebbero un ruolo fondamentale nell'organizzazione della rivolta di Soweto del giugno 1976, durante la quale studenti neri erano scesi in piazza contro la politica segregazionista del National Party, per essere poi duramente repressi dalla polizia, che uccise diverse centinaia di persone durante i dieci giorni di scontri. Dopo la rivolta, per i funzionari razzisti sudafricani, divvenne fondamentale l'eliminazione fisica di Biko.
L'occasione venne quando Biko fu fermato in un posto di blocco della polizia e arrestato con l'accusa di terrorismo il 18 agosto 1977. In caserma fu interrogato per ventidue ore di fila, picchiato e torturato dagli ufficiali di polizia Harold Snyman e Gideon Nieuwoudt nella stanza interrogatori 619. A causa del vile pestaggio Biko entrò in coma.
A questo punto i due sbirri lo ammanettarono e caricarono nudo nel bagagliaio della loro Land Rover per portarlo al carcere di Pretoria distante 1100 Km. Morì il 12 settembre 1977 a causa di una vasta emorragia cerebrale appena arrivato a Pretoria.
La polizia subito spiegò la morte come la conseguenza di un ipotetico sciopero della fame, ma l'autopsia rivelò le ferite del pestaggio tra cui quella mortale alla testa. Nonostante le prove evidenti del brutale omicidio la polizia riuscì ad insabbiare la storia.

Solo i giornalisti Helen Zille e Donald Woods, molto amici di Biko, qualche tempo dopo, riuscirono con un costante lavoro di controinchiesta a far emergere la verità sull'assassinio del loro amico.
Data la popolarità di Biko la notizia della sua morte si diffuse rapidamente aprendo molti occhi sulla brutalità del regime Sud Africano.
Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.
I giornalisti che indagarono su questa storia furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti omicidi fu mai processato dal governo razzista bianco nè dal successivo governo "democratico".




Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2561-12-settembre-1977-muore-steve-biko 

mercoledì 11 settembre 2013

L'IDF ARCHIVIA L'INCHIESTA SULLA MORTE DI BASSEM ABU RAHMEH

Il procuratore generale dell'esercito chiude le indagini sull'omicidio del giovane attivista di Bi'lin, ucciso nel 2009 da un candelotto lacrimogeno.



Bassem Abu Rahmeh ad una manifestazione a sostegno dei prigionieri politici 
Bassem Abu Rahmeh ad una manifestazione a sostegno dei prigionieri politici 


 dalla redazione

  Gerusalemme, 11 settembre 2013, Nena News - La sua morte è arrivata fino alla Notte degli Oscar. Ad immortalare su camera il momento esatto in cui cadde a terra colpito da un candelotto lacrimogeno israeliano era stato Emad Burnat, suo concittadino e compagno di manifestazioni nel villaggio di Bi'lin, nel documentario "Five Broken Cameras". Bassem Abu Rahmeh, 30 anni, è stato ucciso il 17 aprile 2009. Oggi l'esercito israeliano ha deciso di chiudere le indagini per mancanza di prove. Lo rende noto l'associazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, secondo la quale il procuratore generale militare ha archiviato l'inchiesta sull'uccisione di Bassem.

Le indagini erano state aperte nel 2010 dopo che un gruppo di esperti internazionali aveva dimostrato che l'utilizzo dei gas lacrimogeni da parte dell'esercito israeliano violava i regolamenti interni: i gas vanno usati per disperdere la folla, ma diventano letali se colpiscono direttamente un individuo, perché sparati ad alta velocità. Quello che successe a Bassem, centrato al petto da un candelotto sparato da breve distanza.


A marzo la famiglia Abu Rahmeh, con a capo la madre Subhiya, aveva presentato una petizione alla Corte Suprema israeliana perché imponesse al procuratore generale militare, il maggiore Danny Efroni, di riaprire le indagini sulla morte di Bassem. La petizione, a cui avevano lavorato gli esperti di B'Tselem, conteneva alcune prove video che mostravano senza ombra di dubbio che Bassem non rappresentava affatto una minaccia per i soldati: il giovane si trovava al di là della rete difensiva a mezzo chilometro dai soldati. Nei video si vedono altri soldati sparare lacrimogeni direttamente contro i manifestanti, violando gravemente le regole di ingaggio israeliane per la dispersione delle folle.
Alla petizione della madre di Bassem erano state allegate le opinioni di esperti americani e inglesi che, dopo aver visionato i video a disposizione, hanno riferito che il lancio del candelotto lacrimogeno era volontariamente diretto a colpire il giovane palestinese, atto considerato un crimine perché chiaramente volto a provocarne la morte.

Le prove erano già state presentate in precedenza, ma l'allora procuratore militare Avichai Manfelblit aveva rigettato la richiesta di aprire un'inchiesta, per poi essere costretto a tornare sul caso dopo la minaccia di rivolgersi alla Corte Suprema. L'indagine era stata quindi aperta nel luglio 2010. E oggi definitivamente chiusa. Nessuna giustizia per Bassem. Nena News

Guarda il video:








Fonte:

11 settembre 1943: raffiche naziste all'opificio di Corso Regina

Mercoledì 11 Settembre 2013 05:10 

È l'11 settembre 1943, dopo i primi momenti di euforia seguiti alla dichiarazione dell'armistizio, tra la popolazione torinese comincia 11 settembrea farsi strada la consapevolezza che la guerra non è affatto finita e che, anzi, si sta entrando in un momento decisivo, quello in cui è necessario sempre più combattere in prima persona contro l'occupante tedesco e i suoi scagnozzi fascisti. Il giorno precedente Adami Rossi, comandante militare di Torino, aveva consegnato la città ai tedeschi, che nel pomeriggio si erano insediati negli uffici di Corso Oporto.
Ada Gobetti, nell'incipit del suo "Diario partigiano", rende perfettamente l'idea dei primi, brevissimi, momenti di entusiasmo e, infine, della disillusione che pervade tutti i torinesi: "Quando ci ripenso, oggi, mi pare impossibile d'aver potuto essere, in quei giorni, così fanciullescamente superficiale e felice, con uno spirito quasi di innocenza, uno stato d'animo di vacanza. L'unica cosa seria forse era la sensazione che, come nella più bella vacanza, tutto questo non poteva durare; e l'attesa di qualcosa che ci avrebbe ben altrimenti e più profondamente impegnati. Quel giorno, dunque, quando vidi passare le automobili tedesche, ebbi improvvisa la sensazione che la vacanza fosse finita. Non che i rendessi conto, neanche parzialmente, della realtà della situazione. Continuavo anzi a ragionare con il solito stolto, incosciente ottimismo. (...) Erano passate poche ore soltanto dalla riunione del mattino, quella gioia, quell'entusiasmo del sentirsi veramente uno tra molti, quel senso di fraternità conquistato attraverso il comune sperare e il comune soffrire: era mai possibile che quella forza fosse stata illusione?"
La mattina dell'11 settembre Torino è una città irreale, muli e cavalli dei soldati che hanno abbandonato di fretta le armi brucano sui corsi e sui viali, e la popolazione, provata ed affamata da anni di guerra, entra nelle caserme e nelle industrie abbandonate per cercare cibo, cuoio, vestiti, mentre i primi partigiani cominciano ad organizzarsi, procurarsi armi ed organizzare la Resistenza.
All'inizio di Corso Regina, quasi sul fiume Po, in un quartiere a densa presenza operaia e artigiana, c'è l'opificio militare, una struttura di più di 24.000 metri quadrati, abbandonata di gran lena dai soldati nei giorni precedenti, che ospita un enorme magazzino pieno di scarpe, vestiti, coperte e stoffe. Alla ricerca di qualcuno di questi generi indispensabili, ormai introvabili dopo tre anni di guerra, arrivano persone non solo dal quartiere Vanchiglia, ma da tutta la città.
A mezzogiorno i tedeschi, che avevano già fatto una prima perlustrazione la sera precedente, arrivano all'opificio attraversando il ponte Regina Margherita, e per disperdere coloro che andavano e venivano con sacchetti, carretti e biciclette, cominciano a sparare raffiche di mitragliatrice e a lanciare granate all'interno della struttura. È il panico, la gente scappa da tutte le parti, ma sull'asfalto restano nove morti e diciassette feriti: sono operai, manovali, casalinghe, che ancora stringono in mano una coperta, o un pezzo di cuoio.
Il caposquadra dei vigili del fuoco, chiamati un'ora dopo a spegnere l'incendio provocato dagli stessi tedeschi, annota nella propria relazione: "I militi della Croce Rossa avevano trasportato via i feriti e i morti che si trovavano sulla strada lasciando le chiazze di sangue sul terreno [...] con la condotta ho fatto lavare in modo da non lasciare più traccia".
Una settimana dopo le SS ritornano nel borgo per arrestare alcune persone riconosciute durante il saccheggio, circondano un'abitazione in Corso Tortona 4, e gli abitanti dell'edificio, per paura di una perquisizione, lanciano dalle finestre tutto ciò che avevano preso dall'opificio militare.

Le fabbriche riprendono a funzionare nei giorni successivi, dopo numerose minacce da parte dei tedeschi, e dal 12 viene imposto il coprifuoco alle 8 di sera: ma già i primi nuclei di ribelli si sono organizzati, chi è salito in montagna, chi invece sta mettendo in piedi la guerriglia nella città.
È di nuovo Ada Gobetti che racconta la sensazione provata in quei giorni da tutti coloro che negli anni successivi avrebbero lottato e dato la propria vita per la libertà: "Capivo, pur confusamente, che s'iniziava per noi un periodo grave e difficile, in cui avremmo dovuto agire e lottare senza pietà e senza tregua, assumendo responsabilità, affrontando pericoli d'ogni sorta. (...) In momenti simili, parole e programmi erano inutili. Avremmo fatto giorno per giorno quel che avremmo sentito di dover fare."



Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2491-11-settembre-1943-raffiche-naziste-allopificio-di-corso-regina