Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 7 settembre 2012

Ivo Zini



Scheda a cura di Andrea Barbera

Sono da qualche tempo sempre più frequenti le azioni della destra eversiva a Roma. Molti sono firmate dai "NAR" ("Nuclei Armati Rivoluzionari"). La sigla non sottintende la presenza di un vero gruppo costituito, vuole piuttosto essere il contenitore per vecchi e nuovi fascisti più o meno vicini a organizzazioni gravitanti ai margini del MSI (come il FUAN). Il 19 settembre 1978 si registra l'ennesima "gesta" squadristica: nel quartiere di Monteverde Nuovo viene ferito un giovane militante della FGCI, Paolo Lanari. Nove giorni dopo la sigla NAR viene utilizzata nuovamente per rivendicare un attentato dal tragico epilogo:
E' sera, poco prima delle dieci. Davanti la sezione ancora aperta del PCI di via Appia Nuova, al quartiere Alberone, sostano tre ragazzi; stanno leggendo "L'Unità" che come ogni giorno viene affissa nell'apposita bacheca. In particolare stanno dando uno sguardo alla programmazione prevista nei cinema per quella sera. Il popolare e periferico quartiere non offre tante possibilità e spazi di svago per i giovani, così spesso il cinema rappresenta l'unica alternativa per trascorrere una serata con gli amici. I tre ragazzi presenti sono Vincenzo De Blasio, ventotto anni, Luciano Ludovisi, trent'anni e Ivo Zini, il più giovane, di venticinque anni. All'improvviso si avvicina un "Vespone" bianco da cui scendono due ragazzotti a volto coperto. Sono pochi gli istanti per capire quello che sta per accadere; Luciano accortosi che i due hanno un'arma, non ha neanche il tempo per avvisare gli amici che quelli esplodono quattro colpi di pistola. Questi rimane fortunatamente illeso ma Vincenzo e Ivo giacciono a terra. Da subito le condizioni di quest'ultimo, colpito al torace, sembrano gravissime. Accorre presto un ambulanza chiamata dai militanti che accorrono fuori dalla sezione; Ivo non ce la farà a raggiungere neanche l'ospedale S.Giovanni e morirà poco dopo a bordo dell'autoambulanza. Vincenzo, colpito alla gamba e al polso, è operato d'urgenza, se la caverà. Alle 23:00 circa i NAR rivendicheranno con una telefonata al "Messaggero" la paternità dell'attentato.
Ivo si era da poco laureato in scienze politiche; era come tanti altri in cerca di un lavoro che gli aprisse una prospettiva di vita migliore. Era simpatizzante del PCI, ma come tanti ne criticava le scelte.
L'attentato cade a poco meno di un anno da un altro tragico evento: l'omicidio di Walter Rossi; probabilmente ciò nelle farneticanti intenzioni dei suoi esecutori non era un caso. Si voleva ribadire e perpetuare la stessa campagna di odio. Ma la grande manifestazione con cui Roma rispondeva, ricordando Walter e Ivo, testimoniava la mobilitazione popolare per rafforzare, vigilare e isolare i criminali fascisti.
Gli esecutori materiali di quell'"azione" rimangono tutt'oggi ignoti. In una delle sue numerose dichiarazioni il "pentito" Cristiano Fioravanti si è professato totalmente estraneo agli eventi scagionando inoltre i "fondatori" della sigla NAR (Valerio Fioravanti e Alessandro Alibrandi su tutti). Secondo Cristiano Fioravanti gli esecutori sono probabilmente da ricercarsi tra i fascisti che frequentavano a quei tempi la sede del FUAN di via Siena 8. Durante la sua esistenza in esso sono confluite numerose sezioni del MSI come quelle della Montagnola, della Balduina, di via Noto e del rione Prati. Da quest'ultima proviene Mario Corsi detto "Marione" (attualmente popolare conduttore di una trasmissione radiofonica sulla A.S.Roma). Egli viene accusato nel 1984 per l'omicidio di Ivo nonché per gli omicidi di Fausto Tinelli e Lorenzo "Jaio" Jannucci (18 marzo 1978). Il 2 maggio 1985 Corsi riceve una condanna a nove anni per altri reati minori ma per il delitto Zini viene prosciolto per non aver commesso il fatto. Il 19 aprile c'è il secondo grado. In appello Corsi viene condannato a ventitre anni di carcere. Il 9 aprile 1987, la Cassazione dispone un nuovo processo che si conclude con la sua assoluzione. Nel 1989 la Cassazione ratifica e Corsi viene prosciolto in via definitiva. Da allora dei due esecutori di quel delitto non si saprà più nulla.

***

BIBLIOGRAFIA
* "Lotta Continua", "L'Unità", "L'Avanti!" dei giorni immediatamente successivi l'omicidio.
* V. Borracetti, (a cura di), "Eversione di destra terrorismo e stragi. I fatti e l'intervento giudiziario", Franco Angeli, Milano 1986. In particolare il saggio di G. Capaldo, L. D'Ambrosio, "L'eversione di destra a Roma dal 1977 al 1983".
* G. Bianconi (a cura di), "A mano armata. Vita violenta di Giusva Fioravanti", Baldini&Castoldi, Roma 1996.
* Baldoni, S. Provvisionato, "A che punto è la notte?", Vallecchi, Firenze 2003.

Fonte:

giovedì 6 settembre 2012

SABRA E CHATILA


http://baruda.files.wordpress.com/2008/09/rm1609-att01-20.jpg 



 DIARIO DI UN MASSACRO, di Valentina Perniciaro
LIBERAZIONE, 16 SETTEMBRE 2008, retrocopertina (rm1609-att01-202)
«Il problema che ci poniamo: come iniziare, stuprando o uccidendo? Se i palestinesi hanno un po’ di buonsenso, devono cercare di lasciare Beirut. Voi non avete idea della carneficina che toccherà ai palestinesi, civili o terroristi, che resteranno in città. Il loro tentativo di confondersi con la popolazione sarà inutile. La spada e il fucile dei combattenti cristiani li seguirà dappertutto e li sterminerà, una volta per tutte». Il settimanale Bamaneh , organo ufficiale dell’esercito israeliano, due settimane prima del massacro di Sabra e Chatila, riporta le parole di un ufficiale delle Falangi cristiano-maronite.
Ma proseguiamo con ordine.
Martedì 14 settembre ’82
Un’esplosione devasta la sede di Kataeb (partito delle Falangi cristiane) durante una riunione di quadri. Tra i 24 corpi anche quello di Bashir Gemayel, presidente della Repubblica libanese da appena tre settimane. E’ un colpo pesante per Israele: muore il nemico numero uno dei palestinesi in Libano, l’uomo che li aveva definiti «il popolo di troppo», ricordato come «il presidente sostenuto dalle baionette israeliane». La sua elezione era la prima grande vittoria di Sharon: le sue milizie erano state aiutate militarmente, addestrate in campi speciali, garantite di servizi di intelligence e organizzazione. Il generale Eytan, capo di stato maggiore israeliano, poco dopo l’attentato dichiarerà: «Era uno dei nostri».
Il giorno prima, il 13 settembre, gli ultimi 850 paracadutisti e fanti della forza di pace internazionale (per lo più francesi, italiani e americani) lasciano il paese. Non sono nemmeno le 18 quando parte l’operazione “Cervello di Ferro”: inizia un fitto ponte aereo israeliano, uomini e carri armati arrivano all’aereoporto internazionale di Beirut e il generale Eytan dichiara: «Stiamo per ripulire Beirut-Ovest, raccogliere tutte le armi, arrestare i terroristi, esattamente come abbiamo fatto a Sidone e a Tiro e dappertutto in Libano. Ritroveremo tutti i terroristi e i loro capi. Ciò che c’è da distruggere lo distruggeremo».
Mercoledì 15 settembre
Prima dell’alba si tiene una riunione decisiva al quartier generale delle milizie unificate della destra cristiana: per Israele sono presenti i generali Eytan e Druri, per le milizie falangiste il comandante in capo Efram e il responsabile dei servizi di informazione Hobeika. Si discute un piano d’entrata delle falangi nei campi profughi palestinesi di Beirut; un capo militare alla fine della riunione dichiarerà: «Da anni aspettiamo questo momento». Durante tutto il giorno le strade che vanno verso i campi vengono riempite con la vernice di enormi frecce che indicano la direttrice di penetrazione, Sabra e Chatila devono essere facilmente raggiungibili da chi non conosce la città. Dalle 5 in poi lo Tsahal (l’esercito israeliano ndr ) avanza su cinque direttrici, circondando completamente Beirut-Ovest: Sharon arriva sul posto a dirigere le operazioni alle 9 del mattino, sul tetto di un enorme edificio, al settimo piano, da dove può osservare benissimo i campi. Il primo ministro Menahim Begin dirà poche ore dopo che il loro «ingresso in città è solamente per mantenere l’ordine ed evitare dei possibili pogrom, dopo la situazione creatasi con l’assassinio di Gemayel».
Dalle 12 i campi di Sabra e Chatila sono circondati dai tank israeliani: la popolazione si chiude in casa. Tutti i combattenti sono partiti pochi giorni prima, nelle viuzze strette sono rimasti solamente bambini, donne e anziani. 
Giovedì 16 settembre 
Bastano 30 ore per completare la missione: è la prima volta che Israele conquista una capitale araba. Per tutta la mattinata è un formicaio di bande armate, munite anche di asce e coltelli, che percorrono le strade a bordo di jeep dello Tsahal; alle 15 il generale Druri chiama Sharon: « I nostri amici avanzano nei campi. Abbiamo coordinato la loro entrata». La risposta è secca: «Felicitazioni».
Il tempo a Sabra e Chatila si fermerà alle 17 per ricominciare a scorrere 40 ore più tardi, alle 10 del sabato successivo. Gli israeliani seguono le operazioni dal tetto del loro quartier generale, forniscono in aiuto razzi illuminanti sparati con una frequenza di due al minuto: non calerà mai la notte sopra i campi. Le falangi cristiano-maronite non si limitano a sterminare la popolazione; il loro accanimento, soprattutto verso i bambini, ha pochi precedenti nella storia, la loro crudeltà supera ogni aspettativa. Sfondano le porte delle case e liquidano intere famiglie ancora nei letti o a tavola, tagliano le membra delle loro vittime prima di ucciderle, stuprano ripetutamente donne e bambine, evirano, assassinano a colpi d’ascia. Solitamente lasciano viva una bimba per famiglia che, dopo ripetuti stupri, ha il solo compito di raccontare e far scappare chi resiste. Una donna al nono mese di gravidanza verrà ritrovata con il ventre aperto, uccisa con il feto messogli tra le braccia. Le teste dei neonati vengono schiacciate sulle pareti. I miliziani saccheggiano tutto: si troveranno molte mani di donne tagliate ai polsi per impadronirsi dei gioielli. 
Venerdì 17 settembre
Il venerdì nero. Il tenente Avi Grabowski dirà davanti alla commissione d’inchiesta «Ho visto falangisti uccidere civili…Uno di loro mi ha detto: dalle donne incinte nasceranno dei terroristi». Ma i soldati israeliani ricevono ancora l’ordine di non intervenire su ciò che sta accadendo, di non entrare nei campi; il loro compito rimane quello di sorvegliare gli accessi per rispedire dentro chi prova a fuggire e illuminare l’area, al calar della notte. Sono le milizie di Haddad quelle che incutono più terrore, quelle che legano i feriti alle jeep e li trascinano fino alla morte, quelle intente a torturare e a non lasciare nessuno in vita; i metodi si fanno più rapidi rispetto all’inizio del massacro, ora si spara a bruciapelo e spesso si incide una croce sul petto dei cadaveri. Più di 1500 persone spariranno salendo sui loro camion: non si è più saputo niente di loro. Entrano anche nell’ospedale di Akka e di Gaza, medici e infermieri palestinesi sono giustiziati, così come i feriti. Al confine del campo gli uomini delle milizie cristiane sono euforiche, non si vergognano di urlare in faccia ai giornalisti che iniziano ad arrivare: «Andiamo ad ammazzarli, ci inculeremo le loro madri e le loro sorelle». Sharon è l’unico invece che continua a dichiarare, mentre sovrasta il massacro, «l’entrata di Tsahal a Beirut porta pace e sicurezza ed impedisce un massacro della popolazioni palestinesi. Stiamo impedendo una catastrofe».
Sabato 18 settembre 
Il massacro continua; la puzza di cadaveri, sotto il caldo sole di Beirut, inizia a superare i confini dei campi palestinesi. E’ il momento dell’ultima trappola: le milizie dalle 6 del mattino girano sulle jeep urlando alla popolazione di arrendersi, di uscire di casa. Più di un migliaio saranno uccisi sulla strada Abu Hassan Salmeh, principale arteria di Chatila. Chi viene arrestato e portato nello stadio sarà ritrovato morto ancora ammanettato, spesso buttato in piscina. Gli ultimi abitanti vengono portati via sui camion.
Alle 10 cala il silenzio su Sabra e Chatila. Le milizie sono uscite; non si scorge anima viva nel fetore di quelle strade. Solo qualche ora dopo i sopravvissuti inizieranno ad uscire dai rifugi, e il dolore si trasformerà in grida, mentre osservano più di 2000 cadaveri mutilati, dilaniati, stuprati, lasciati marcire al sole. I riconoscimenti avverranno solo in parte, visto che molti erano stati già gettati in fosse comuni. C’è una donna che urla… ha intorno a se i cadaveri dei suoi 7 bambini, tiene tra le braccia il corpo dilaniato della più piccola, di soli 4 mesi. Si tira la terra in testa, urla, «E ora? Dove andrò? E ora?».
Sulle mura delle poche case rimaste in piedi si leggono gli slogan della Falange “Kataeb”: «Dio, Patria, Famiglia».
«Quali assassinii di donne? Si fa una storia per niente. Da anni uccido palestinesi e non ho ancora finito. Li odio. Non mi considero affatto un assassino. Ne verranno ancora assassinati migliaia, ed altri creperanno di fame», le parole di Hobeika saranno difficili da dimenticare. Neanche per il popolo israeliano è facile accettare l’idea di essere corresponsabili di una simile azione, l’indignazione popolare è profonda. Un corteo di 400mila persone invaderà Tel Aviv con slogan diretti contro il governo e Sharon.
Il 20 settembre, Amos Kennan sulla più importante testata israeliana, Yedioth Ahronot , scriverà: «In un sol colpo, signor Begin, lei ha perduto il milione di bambini ebrei che costituivano tutto il suo bene sulla terra. Il milione di bambini di Auschwitz non è più suo. Li ha venduti senza utile».
Oggi ci sarà ancora una commemorazione, sulla piazza della fossa comune, all’ingresso di Chatila. La popolazione dei campi andrà a salutare, a portare avanti il ricordo di quei giorni neri in cui si è cercato casa per casa il più innocente per trucidarlo, in cui si è perpetrato uno sterminio scientifico e atteso da molto tempo. Il giorno più bello per le falangi cristiano-maronite, l’ennesima nakba (tragedia) per i palestinesi che malgrado tutto continuano a lottare, a sperare in un ritorno, ad esistere.
Come diceva Mahmud Darwish, grande poeta palestinese da poco scomparso, «Il mio popolo ha sette vite. Ogni volta che muore rinasce più giovane e bello». Basta passeggiare per le vie dei campi profughi del medioriente per capire che grande verità è questa.
Nel 2002, il tribunale dell’Aja prova ad accusare Sharon di crimini contro l’umanità per le evidenti responsabilità durante il massacro. Il processo nasceva dalle accuse del comandante Hobeika, che aveva deciso di far luce sui fatti. Avrebbe dovuto farlo i primi di febbraio,testimoniando in aula. Ma non ha fatto in tempo: è saltato in aria il 24 gennaio 2002.
La verità su Sabra e Chatila, comunque, non ha bisogno di tribunali per essere sancita. E’ chiara, scritta, visibile ancora oggi ad occhio nudo.

Tutte le citazioni sono tratte dal libro “Sabra e Chatila Inchiesta su un massacro” di Amnon Kapeliouk (Editions du Seuil, 1982)

Mauro De Mauro




Mauro De Mauro
Attilio Bolzoni
Fonte: Repubblica, 18 giugno 2005
De Mauro ucciso per uno scoop.
scoprì il patto tra boss e golpisti

In redazione l'aveva confidato a più di un collega: "Ho uno scoop che farà tremare l'Italia". Era venuto a sapere che il principe Junio Valerio Borghese stava preparando un golpe. E che Cosa Nostra complottava con i generali. Mauro De Mauro però fece le domande giuste alle persone sbagliate. Prima lo rapirono e lo "interrogarono", poi lo strangolarono.
Il suo cadavere fu seppellito in campagna, tra la borgata di Villagrazia e la foce del fiume Oreto. Trentacinque anni dopo si chiude l'inchiesta sul primo delitto eccellente di Palermo.
È la "pista nera" che puzza di mafia. È la sola, l'unica che resiste a più di tre decenni di aggrovigliate investigazioni. I fascisti progettavano di fare il colpo di stato alleandosi in Sicilia con i boss, fu la scoperta di quel patto la condanna a morte di Mauro De Mauro, reporter del quotidiano della sera L'Ora, corrispondente dall'isola de Il Giorno e della Reuters, giornalista famoso e dal burrascoso passato repubblichino nella Decima Mas. Ucciso nel settembre 1970 per una notizia che gli avevano soffiato amici frequentati in gioventù, compagni d'armi e camerati. Mandanti dell'omicidio i capi della Cupola Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti e Salvatore Riina. Ordinarono il suo rapimento dopo un incontro a Roma con il principe Borghese e due alti ufficiali del Sid, il servizio segreto militare di allora. Il golpe era previsto per dicembre, nella notte tra il 7 e l'8, nome in codice del piano insurrezionale "Tora Tora". Fu un omicidio "preventivo", sostengono i magistrati nella loro ultima ricostruzione sul sequestro del giornalista.
A soffocarlo furono Mimmo Teresi, Emanuele D'Agostino e Stefano Giaconia, picciotti di Santa Maria di Gesù, tutti e tre assassinati nella guerra di mafia degli anni 80. Con loro ci sarebbe stato anche Bernardo Provenzano. Nei prossimi giorni, l'inchiesta giudiziaria sarà ufficialmente definita dai sostituti procuratori Gioacchino Natoli e Antonio Ingroia. Già decisa una richiesta di rinvio a giudizio per Totò Riina, gli altri due mandanti sono ormai morti. Incerta ancora la posizione di Provenzano. Ad accusarlo c'è solo il pentito Francesco Di Carlo, non ci sono altre "chiamate" o riscontri alle sue dichiarazioni.
Sta finendo in archivio così il caso De Mauro, il più misterioso dei gialli palermitani, una trama che si è intrecciata con tanti altri affaire italiani, primo tra tutti l'attentato di Bascapè del 27 ottobre del 1962, l'aereo del presidente dell'Eni Enrico Mattei che decollò da Catania e precipitò a pochi chilometri da Linate.
L'inchiesta sulla morte del giornalista è stata ripescata l'ultima volta 10 anni fa, dopo che un magistrato di Pavia - Vincenzo Calia, quello che aveva riaperto le indagini su Mattei - chiese e inviò carte a Palermo. Uno scambio di documenti che ha dato spinta all'istruttoria siciliana. Praticamente è ricominciata daccapo. Tanti i testimoni mai ascoltati, gli indizi mai approfonditi, gli interrogatori mai verbalizzati. Un depistaggio dopo l'altro. Trovata traccia anche di un colloquio riservato dell'allora capo della omicidi della squadra mobile Boris Giuliano con Ugo Saito, il giudice titolare della prima inchiesta: il commissario lo avvertiva che "c'era qualcuno al ministero a Roma che non voleva andare a fondo alla morte di De Mauro".
Scartate tutte le altre ipotesi sul sequestro - quella che portava al traffico di stupefacenti seguita precipitosamente dal colonnello dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e quella che conduceva alle esattorie dei cugini Salvo inutilmente battuta dai poliziotti - la procura di Palermo 35 anni dopo ha ricostruito il movente del delitto.
Il giornalista era già tempo sorvegliato dai mafiosi. Avevano paura che scoprisse qualcosa sull'"incidente" al presidente dell'Eni, lui lavorava alla sceneggiatura del film che Francesco Rosi stava girando proprio sull'attentato di Bascapè. Ma De Mauro non custodiva segreti su Mattei. Si era invece imbattuto in quell'altra storia, il colpo di stato, il golpe che il "principe nero" voleva far scattare da lì a tre mesi coinvolgendo anche Cosa Nostra. I mafiosi avrebbero dovuto occupare la sede Rai di Palermo, le prefetture e le questure delle città siciliane.
Erano quasi le 9 di sera del 16 settembre quando sparì proprio sotto casa sua, in via delle Magnolie, la Palermo del sacco edilizio. Mauro uscì dalla redazione de L'Ora e fermò la sua Bmw davanti a un bar, comprò due etti di caffè macinato, due pacchetti di Nazionali senza filtro e una bottiglia di bourbon. Stava posteggiando l'auto quando sua figlia Franca - la ragazza si sarebbe dovuta sposare la mattina dopo - dalla finestra vide il padre "che parlava con due o tre uomini". Poi la Bmw all'improvviso ripartì. Fu ritrovata la mattina dopo dall'altra parte della città. Aveva ancora le chiavi inserite nel cruscotto. A Palermo è il rituale della lupara bianca. Così Mauro scomparve per sempre.
Per più di vent'anni solo silenzio. Dopo le stragi del 1992 cominciarono a parlare i pentiti. Il primo fu Gaspare Mutolo. Svelò due nomi: "Lo strangolarono Stefano Giaconia ed Emanuele D'Agostino". Poi arrivò Buscetta. E poi ancora Antonino Calderone, Francesco Marino Mannoia, Gaetano Grado. Tranne don Masino che è morto, gli altri sono stati tutti riascoltati dai magistrati. E tutti hanno indicato la "pista nera". Per ultimo Francesco Di Carlo ha ricordato di summit a Roma tra capimafia e generali. E ha spiegato: "De Mauro non fu nemmeno trascinato via a forza quella sera..". Conosceva bene una di quelle "due o tre persone" che sua figlia Franca intravide dalla finestra di casa. Era Emanuele D'Agostino, l'autista di Bontate. De Mauro si fidava in qualche modo di D'Agostino. E forse proprio da lui stava cercando di avere quel pezzo mancante per il suo scoop. Lo portarono in un casolare e fu Mimmo Teresi a interrogarlo, a tirargli fuori quello che sapeva sul colpo di stato. Poi lo uccisero. Nessuno dei pentiti sa dove sia esattamente la sua tomba, tutti dicono che è "sicuramente sotterrato" a Villagrazia, sul letto di quello che una volta era il fiume Oreto.
Il resto di questa storia italiana è confinato tra le pieghe di un'inchiesta che è stata dimenticata per anni, insabbiata. I magistrati di Palermo dopo tanto tempo hanno voluto interrogare ancora Vittorio Nisticò, il direttore de L'Ora, il giornale dell'altra Palermo. E per la prima volta da quel lontano 1970 hanno ascoltato Bruno Carbone, un collega che lavorava nella stessa stanza con De Mauro. Carbone ci aveva confessato nel 2001: "Mauro mi disse che aveva per le mani un colpo straordinario, io sono stato testimone della sua vita eppure non c'è mai stato un poliziotto o un magistrato che abbia sentito il dovere di chiedermi qualcosa". E aveva aggiunto: "Pochi giorni prima di sparire avevo suggerito a Mauro di parlare con il procuratore Pietro Scaglione. Lui ci andò. Dopo pochi mesi uccisero anche Scaglione".

Fonte:

 


martedì 4 settembre 2012

Il golpe in Cile dell’11 settembre 1973

 Di Salvatore Ricciardi

 

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Salvador Allende fu tra i fondatori del Partito Socialista Cileno nel 1933. Nel 1970 alle elezioni presidenziali risultò primo col 36,3% dei voti, alla testa di Unidad Popular una coalizione di socialisti, comunisti, radicali, e cattolici di sinistra.  Il  ballottaggio col candidato di destra Jorge Alessandri si svolse al Congresso cileno, come prevede la Costituzione cilena, che confermò Allende Presidente.

 

Washington fu molto contrariata e la Cia (Central Intelligence Agency), i servizi segreti statunitensi, si adoprarono contro un Presidente che ritenevano “marxista” e quindi nemico assoluto, e misero in atto una serie di iniziative sia di propaganda, demonizzando Allende e presentandolo come una specie di terrorista, sia finanziando e sollecitando i settori più reazionari e fascisti a rovesciare il presidente. Tuttavia non va sottovalutato lo scontro di classe interno al Cile. Questo si acutizzò quando il governo di Unidad Popular iniziò il programma di riforme che aveva promesso in campagna elettorale: la nazionalizzazione delle banche, la riforma agraria con espropri dei latifondi incolti, l’esproprio del capitale straniero nell’industria mineraria al grido di “riprendiamoci le nostre miniere”, il rame in particolare, largamente presente nel sottosuolo cileno, ma sempre rapinato da imprese nordamericane, Anaconda e Kennecott.
Gli Usa operarono sul piano economico facendo crollare il prezzo del rame, finanziano i sindacati dei camionisti  che impedirono l’arrivo di cibo in alcune zone del paese, fecero schizzare l’inflazione alle stelle che falcidiò i salari e gli stipendi, ridussero il paese alla fame sollecitando allo stesso tempo le classi alte a manifestare e sabotare; infine sollecitarono i militari alla ribellione armata. Famosa la frase di Henry Kissinger; il quale sostenne senza vergogna: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo”.
Tra il 1972 e il ’73 si succedono diversi tentativi di golpe. Nell’agosto del ’73 Augusto Pinochet Ugarte viene nominato Capo di Stato Maggiore da Allende che lo ritiene adatto a frenare gli spiriti golpisti dell’apparato militare, che aveva già sfiduciato il leale generale Prats. Nominò anche Leigh Guzman capo dell’aviazione, un altro abbietto golpista.
L’11 settembre 1973 le forze armate assediarono il palazzo presidenziale della Moneda, bombardandolo con aerei e circondandolo con i carri armati. Nell’assedio morì Salvador Allende (alcuni sostengono si sia suicidato prevedendo la tremenda fine che gli avrebbero riservato) dopo aver gridato attraverso Radio Magallanes le sue ultime parole: “Viva il Cile!, Viva il popolo!,Viva i lavoratori!”.


La giunta militare instaurò un regime dittatoriale tra i più feroci della storia che resterà al potere per 17 anni . Il Cile di Pinochet sarà uno dei  principale alleati degli Stati Uniti al pari degli altri  regimi dittatoriali e fascisti di quel periodo. Gli Usa la tomba della democrazia!
Il Cile del “macellaio” Pinochet fu uno dei primi paesi al mondo a sperimentare la ricetta della “privatizzazione integrale” di tutti i servizi civili, peggiorando pesantemente la condizione di vita delle classi proletarie.

 

Ma anche alcuni leader europei elogeranno il fascista Pinochet come la britannica Tatcher che lo salutò come “eroe della libertà”, dopo le oltre 130.000 persone incarcerate e torturate, in prevalenza ragazze e ragazzi, gran parte dei quali assassinati sotto tortura, non meno di 50mila militanti del movimento operaio massacrati e centinaia di migliaia di esuli. 130.000 individui vennero arrestati nei successivi tre anni. Verranno azzerate e devastate tutte le costruzioni  democratiche realizzate a fatica dalla società cilena in decenni e decenni.
La resistenza armata, che avrebbe potuto fermare il golpe o almeno avrebbe ridotto di molto il bagno di sangue, non fu in grado di esprimersi. Nonostante una settimana prima di quel terribile 11 settembre oltre mezzo milione di lavoratori (si parla di 800mila) avessero sfilato per Santiago chiedendo armi e direttive per fermare il golpe che ormai era nell’aria. Gridavano “mano dura , mano dura, non viviamo di aria pura!”; “Creare, creare, potere popolare!”; “Allende, Allende, il popolo ti difende”.  I dirigenti cileni del movimento operaio assegnarono fiducia nelle istituzioni che tradirono e non ebbero fiducia nelle masse armate.
  

11 settembre 2001


 
 Un pompiere si allontana da Ground Zero dopo l’attacco dell’11 settembre. (Anthony Correia/Getty Images)

Fonte: http://www.ilpost.it/2011/05/02/foto-11-settembre/attack-on-new-york-city/

Una fotografia dell'11 settembre
  
   Saltarono dai piani in fiamme, giù
... uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.
   Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.
   Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.
   C'è ancora tempo,
perchè i loro capelli siano scompigliati,
e perchè chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.
   Essi si trovano ancora nel reame dell'aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.
   Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
... descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.
   
Wislawa Szymborska, 11 settembre 2002.

martedì 28 agosto 2012

SENTENZA VERGOGNOSA SULLA MORTE DI RACHEL CORRIE: PER ISRAELE FU UNO "SPIACEVOLE INCIDENTE"

Rigettata l'accusa di omicidio: Rachel Corrie morì per uno "spiacevole incidente". Per i genitori e' stata una sentenza-farsa.

martedì 28 agosto 2012 10:44

di Emma Mancini

Roma, 28 agosto 2012, Nena News - Israele non è colpevole. Questa la sentenza emessa oggi dal tribunale di Haifa che ha così rigettato l'accusa di negligenza mossa contro lo Stato israeliano per l'omicidio dell'attivista americana Rachel Corrie. Israele si auto-assolve.

A muovere l'accusa contro Tel Aviv erano stati i genitori di Rachel, secondo i quali Israele andava riconosciuto colpevole di omicidio e di aver condotto un'inchiesta incompleta e parziale. Di diverso parere la corte di Haifa: il giudice Oded Gershon ha stabilito che lo Stato non è responsabile per "nessun danno causato" perché si è trattato solo di "uno spiacevole incidente". Insomma, secondo il tribunale Rachel Corrie è morta per sbaglio ed ne è la sola responsabile perché "non ha lasciato l'area come qualsiasi persona di buon senso avrebbe fatto".

Ma non solo. La corte di Haifa ne ha approfittato per sottolineare un'altra clausola, fondamentale per la legge israeliana: l'esercito è assolto da ogni accusa perché l'evento evento si è verificato "in tempo di guerra". Si è trattato, cioè, di "un'attività di combattimento", conseguente ad un fantomatico attacco subito da Israele poche ore prima nella Striscia di Gaza.

Ventitré anni, residente ad Olympia e attivista dell'International Solidarity Movement, Rachel è morta il 16 marzo 2003, schiacciata da un bulldozer militare israeliano. Un Caterpillar D9-R guidato da un soldato israeliano l'ha uccisa mentre manifestava pacificamente contro la demolizione di case palestinese a Rafah, nella Striscia di Gaza.

Nel 2005, a due anni dalla morte di Rachel, due anni trascorsi senza risposte da parte dello Stato israeliano, la famiglia Corrie ha deciso di muoversi. E ha fatto causa a Tel Aviv. A seguire la loro denuncia, l'avvocato Hussein Abu Hussein che ha accusato lo Stato di Israele di essere responsabile dell'uccisione di Rachel Corrie e di aver condotto un'indagine incompleta e poco credibile.

E così, dopo la lettura della sentenza, questa mattina il primo commento di Cindy Corrie non lascia spazio a commenti: "Sono ferita", ha detto la madre di Rachel alla stampa. Immediato l'intervento dell'avvocato Abu Hussein, secondo il quale la corte ha ancora una volta garantito l'impunità dell'esercito: "Sapevamo dall'inizio che si trattava di una battaglia in salita per ricevere risposte sincere e giustizia, ma siamo convinti che questo verdetto distorca le prove presentate alla corte".

Pochi giorni fa, anche l'ambasciatore statunitense in Israele, Daniel Shapiro, aveva espresso le sue preoccupazioni per il modo in cui Israele ha condotto le indagini sul caso Corrie, definendole "una farsa". Di diverso avviso l'opinione pubblica israeliana che non ha mai mostrato alcun interesse per la morte di Rachel, avvenuta in piena Seconda Intifada, la sollevazione popolare palestinese considerata dallo Stato ebraico un atto di guerra. Nena News