Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


martedì 13 novembre 2012

Maurizio Biscaro

Dal blog http://baruda.net/ di Valentina Perniciaro
27 ottobre 2011

Nasce a Milano il 4 maggio 1957
-Frequenta il liceo classico a Milano
-Si diploma all’Istituto linguistico internazionale come traduttore-interpreste nel 1981
-Lavora come precario
-Collabora con la rivista Controinformazione ed è attivo nel consiglio di zona 13 per D.P.
-milita nel movimento dell’autonomia
-milita nelle Brigate Rosse-Walter Alasia
- muore cadendo dal sesto piano, a Cinisello Balsamo, il 13 novembre 1982, quando i carabinieri vanno nella casa in cui vive per arrestarlo.

Avrebbe dovuto essere ucciso e tirato fuori dal mio grembo a pezzi, perché all’ultimo momento il ginecologo si è reso conto che ho l’osso iliaco storto e il bambino non riusciva a venire fuori. Mi hanno tagliata, mi hanno messo metà forcipe da sveglia perché dovevano lasciarmi le forze per le spinte, visto che non si poteva più procedere al taglio cesareo.
E’ nato, e solo la Madonna sa come. Era il 4 maggio 1957 […]
Il ’68 lui lo vive da ragazzo romantico, ammirava i ragazzi del Movimento Studentesco e spesso li seguiva nelle manifestazioni. Per lui erano degli eroi, ma in mezzo alla calca un giorno si piglia una manganellata da un poliziotto. Non doveva essere stato un gran colpo, non m’ha chiesto di fargli impacchi e in più si sentiva importante: aveva partecipato alla guerriglia. […]
Siamo nei primi anni ’70. Il liceo classico Berchet era uno dei più quotati di Milano e nella classe del mio Maurizio c’erano i rampolli delle migliori famiglie della città.
Ogni tanto marinava la scuola perché voleva stare con i facchini, accanto agli uomini di fatica che lavoravano all’ortomercato o trasportava cassette insieme a loro.
Un giorno, dopo tanta fatica il capoccia gli mette in mano la metà della cifra pattuita. Maurizio si ribella ed incita gli altri alla ribellione dicendo che quello era sfruttamento dei padroni verso i lavoratori. Una coltellata gli ha fatto un sette sulla camicia, fortunatamente senza ferirlo. Da quel momento non c’è più stata pace […]
Un pomeriggio, era il periodo della morte di Allende, mio figlio mette le scarpe da tennis e se ne va in fretta prima che gli possa chiedere dove va. Ricordo che il tempo era brutto, pioveva e mi seccava che si andasse a prendere un malanno. Torna per la cena e mi dice che deve uscire di nuovo, di non aspettarlo perché rientrerà tardi. A notte fonda rientra, bagnato come un pulcino.
- Dove sei stato? Che hai fatto?
- Mamma io non ho fatto nulla, però ho assistito ad una cosa grossa, domani lo saprai dalla tv.
In quella notte era avvenuto l’incendio della Face Standard, per protesta contro gli americani che avevano favorito la fine di Allende. Maurizio si rese conto che i compagni non andavano bene, parlavano di rapine per finanziare il movimento e il mio ragazzo non voleva passare da ladro.
Insomma il comportamento degli autonomi lo aveva deluso. […] Io mi ricordo che ogni giorno aumentavano le simpatie e il proselitismo a causa della pubblicità che alcuni giornali davano alle azioni terroristiche.[…]
Durante l’anno faceva il muratore e metteva da parte i soldi per girare l’Europa durante le vacanze.
E’ stato in Portogallo, quando c’è stata la rivoluzione dei garofani, per rendersi conto che nulla era cambiato, la musica era sempre la stessa. La rivoluzione -diceva- non si può farla con i fiori.
Anche in Spagna era stato ospite di ragazze basche, le sue vacanze erano politiche. […]
Intanto è arrivata la cartolina: lo Stato lo chiamava a fare il suo dovere. Mi aspettavo l’obiezione di coscienza, sarebbe stata in carattere con il personaggio, invece fa domanda per entrare nei paracadutisti. Questo suo desiderio di imparare a paracadutarsi e ad usare le armi nasceva da una ormai radicata speranza nella rivoluzione. Mi dispiaceva che fosse così lontano a fare il soldato e che soffrisse per tante cose che non andavano ma per me è stato un periodo di calma. Potevo dormire senza l’angoscia della perquisizione, senza il timore che mio figlio finisse morto ammazzato.
Si vede che io di pace non dovevo averne perché alla fine del servizio militare, quando Maurizio torna, mio marito si ammala e in breve muore.[…]
Maurizio inizia un lavoro politico con i compagni del quartiere. Lavora insieme a Democrazia Proletaria. Scrive articoli, prepara relazioni, alcune sere va alle assemblee e si va avanti così. Per me la scuola e per lui lo studio di giorno e la politica, che non rende niente, la sera.
Gli domando se ha intenzione di farsi mantenere dalla madre per tutta la vita, in attesa di una rivoluzione che non verrà mai.[…] Io con mio figlio ho parlato, ho ricevuto le sue confidenze e ho tentato di convincerlo a considerare pericolose illusioni i suoi ideali ma, alla fine, è riuscito lui a farmi condividere in parte i suoi ideali di giustizia, di uguaglianza, di fraternità.
Comunque io potevo comprendere questo desiderio di pulizia, questa voglia di una società più giusta, questa delusione per il comportamento dei partiti politici, ma le azioni violente no, quelle non le ho mai comprese, non le ho mai giustificate.
[…]Mi stupisce in quel periodo la sua prudenza. Non si faceva vedere in giro, non fa mai una fotografia e si fa crescere i baffi spioventi alla mongola. E’ un comportamento di persona che non vuol lasciare nulla dietro di sé, non vuole essere identificata. […] Maurizio mi sta cercando. E infatti lo vedo. Sono molto brusca, incattivita dal suo comportamento e gli chiedo chi vuol prendere in giro!
- Dove sei e con chi, si può sapere?
- Sono con le Brigate Rosse.
Queste parole mi arrivano come uno schiaffo d’acqua gelida.
- Verrò a riconoscerti all’obitorio- è la mia raggelante profezia.
Ora che Maurizio si è confessato viene spesso a casa, di nascosto dai compagni. Cerca di non incontrare gente, e quando torno da scuola, se non trovo lui in casa, trovo un suo scritto. Le lettere che ci scrivevamo purtroppo le ho distrutte perché temevo da un momento all’altro la perquisizione, ed ora vorrei averle perché erano belle, erano interessanti, anche se per indicare l’organizzazione, scriveva “L’azienda”. In una sua lettera mi dava notizia del suo innamoramento per una compagna di latitanza! Fra tante ragazze che ha conosciuto di bell’aspetto, di buona famiglia, va ad innamorarsi di una brigatista! Così ragionavo sul momento.
Poi, pensandoci bene, dicevo a me stessa che tramite quella ragazza la sua vita di disperato forse diventava più sopportabile, forse riusciva a godere ancora qualche gioia dell’amore e finivo per simpatizzare con questa sua innamorata.
[…]
Prende un libro di poesie di Prévert dalla biblioteca e si confida:
- Mamma ho bisogno di nutire l’anima e l’intelletto.
Sono le sue ultime parole.
Lo accompagno all’ascensore. Mi abbraccia. Ci scambiamo un bacio e io gli dico:
- Tesoro attento a venerdì, c’è l’allineamento degli astri: porta disgrazia.
Sorride della mia superstizione e, scuotendo la testa, se ne va. […]
Intanto arriva venerdì notte 13 novembre 1982. Verso le sei e mezza suona il campanello. So già chi può essere: c’è una perquisizione in vista, quella è l’ora canonica. Domando: Chi è?
- Carabinieri, aprite!
Prendo fiato, poi apro la porta. Come bolidi si infilano in casa col mitra spianato molti carabinieri in borghese. Girano per tutta la casa, guardano in tutti gli angoli, poi il comandante mi fa sedere e mi interroga.
- Ha una foto di suo figlio?
- No. Ho solo questa che gli è stata fatta da militare, mentre cavalca.
La guarda, e poi mi chiede di telefonare. Sono spaventatissima, hanno individuato Maurizio e lo stanno cercando.
- Dov’è suo figlio?
- In Inghilterra per lavoro, ma per l’amor di Dio che cosa è successo?
- Nulla, signora, solo che suo figlio non è in Inghilterra. Chiami il suo avvocato perché dobbiamo fare una perquisizione.
- No, non ho l’avvocato e non ne ho bisogno, in casa non c’è nulla di compromettente.
Entrano nella camera del mio Maurizio e con un’occhiata il comandante fa capire ai suoi uomini che devono comportarsi educatamente. […]
Lunedì mattina, molto presto, corro a comperare i giornali.
Al ritorno in cortile incontro un vicino di casa che sconsideratamente mi grida:
- E’ suo figlio quello che è caduto dal sesto piano di Cinisello!
Arrivano intanto alcune mie colleghe […] e anche l’alto ufficiale dei Carabinieri che aveva comandato il blitz di Cinisello e che era venuto a far la perquisizione. Gli dico:
- Perché non mi ha detto che mio figlio era morto? Avrei autorizzato il prelievo dei suoi organi, perché lui, che era generoso, ne sarebbe stato contento.
Chissà, forse non sarebbe stato possibile, perché credo che il corpo del mio Maurizio sia rimasto a terra tutta la notte e cioè fino a quando non è arrivato il magistrato per constatarne il decesso. […]
Ho cominciato ad attendere una chiamata per il riconoscimento del cadavere che era stato portato all’obitorio di Monza. Passano i giorni, rotolano via lenti e dolorosi. Nessuno mi chiama. Non so chi mi riferisce che qualcuno a Radio Popolare dice che quel povero cadavere è stato abbandonato, nessuno si presenta per il riconoscimento. ma cosa posso fare io, a chi mi presento? Mentre sono disperata a pensare al da farsi un caro amico mi propone di portarmi a Monza dal mio Maurizio. Abbiamo perduto tutto il pomeriggio, però sono riuscita a fare questo riconoscimento.
I giorni passano e non si riesce a fare il funerale. L’impresa di pompe funebri mi dice:
- Signora, se fosse morto un cane avrebbero più riguardo. Attendiamo l’ordine non so da chi. […]
Trascorrono altri giorni, poi finalmente mi avvertono che il funerale avrà luogo il lunedì mattina. […]
Arrivati a Lambrate, trovo la cassa mortuaria sotto una volta del cimitero, sola, abbandonata.
Con il mio arrivo si avvicinano molte persone, tutte con un garofano rosso in mano. Gli operai che avevano diviso le fatiche con mio figlio, quando faceva il muratore, erano tutti lì, con il pianto negli occhi. Erano stati loro a trovare i fiori e lo sa Iddio dove, perché al lunedì il cimitero è chiuso, per cui non arrivano i mezzi pubblici e non ci sono banchetti di fioristi. Ma loro li avevano trovati e distribuiti alle persone presenti.
Ed erano tante, malgrado le previsioni ed il desiderio delle autorità che avrebbero voluto fare le cose alla chetichella. Ad un certo punto, dopo il lancio dei garofani nella fossa i compagni si sono riuniti, col pugno alzato, a cantare sommessamente l’Internazionale. Allora, in quel preciso istante, molte persone, di idee anche opposte, si sono avvicinate al gruppo e si sono unite con le loro voci al coro.
[…]Spesso pensavo a quella Daniela di cui mio figlio si dichiarava innamorato, avrei tanto voluto conoscerla, parlarle, ma come fare? Fra tutte le brigaste arrestate quale poteva essere? Cercavo di immaginarmela.
Un mattino, precisamente il 22 febbraio 1983, mi arriva una lettera dal carcere di Voghera.
“Gentile signora, se avessi seguito l’istinto avrei scritto questa lettera qualche mese fa ma un sacco di preoccupazioni che mi rimbalzavano nella mente di volta in volta, mi hanno impedito di farlo. La paura più grande è quella di riaprire ferite comunque non rimarginabili, di far riemergere sentimenti e sensazioni incancellabili, le stesse che con grande sforzo si tenta quotidianamente di razionalizzare e nascondere e soffocare nei meandri più reconditi del pensiero e della memoria. Ho amato Maurizio profondamente e questo filo che mi accomuna a lei contiene in sé il motivo che mi ha spinta a scriverle.
La mia intenzione è quella di renderla partecipe dell’amore genuino nato tra me e Maurizio e sviluppatosi nel tempo, nella maniera più felice possibile. Ci siamo conosciuti, amati, plasmati giorno per giorno a vicenda, ci siamo dati e abbiamo dato insieme il massimo di noi stessi e ciò che mi fa felice anche oggi è l’essere stata il soggetto di quell’amore, così come lo è stata diversamente lei. Vorrei trovare altre parole e suoni in grado di comunicare tutta la bellezza di quell’amore ma non le conosco e forse non esistono. Sono sicura, però, che lei saprà cogliere da questa mia il dolore che si sa esiste senza bisogno di dirglielo, ma almeno un po’ della gioia vissuta. Un abbraccio con tanto affetto.”
Dopo questa missiva ci siamo scritte per tutto il tempo in cui è rimasta prigioniera. Non solo, ma ho ottenuto il permesso di andarla a trovare. Non saprei raccontare la prima volta, davanti a quell’immenso carcere bianco, in mezzo ai campi, con un carro armato che faceva il giro dell’isolato e tante guardie carcerarie con grossi cani lupo. Come sono entrata nel cortile, ho sentito un coro di voci:
- Vittoria, Vittoria, ciao!
Le voci venivano da lontano, io non vedevo le ragazze, ma forse loro vedevano me. Mi sono sentita commuovere fino alle lacrime. Erano in sei o sette dietro ai vetri. Le ho guardate tutte: belle, carine, spavalde. […] Per cinque anni sono andata regolarmente a trovare Daniela, prima a Voghera e poi a San Vittore. Mi sono legata a lei come se fosse mia figlia. […]
_Vittoria Dilda Biscaro, “L’ultimo caduto della Walter Alasia”, Milano 1992. Frammenti di un dattiloscritto dell’Archivio Progetto Memoria
Quando entrò in clandestinità non lo vidi più. Lessi della sua morte sul giornale, andai al funerale.
C’erano i garofani rossi e cantammo l’Internazionale. Ma erano gli anni ottanta, tempo di tradimenti.
Il cielo era livido come il cuore di tutti noi.
Là presenti a testimoniare che quel ragazzo che era morto era stato capace di sognare.
Non aveva difetti? Ne aveva. Ma è morto giovane, non ho fatto in tempo a riconoscerli.”
_Rossella Simone, testimonianza al Progetto Memoria_
entrambi i testi sono tratti da “Sguardi ritrovati” , vol. 2 del Progetto Memoria _Ed. Sensibili alle Foglie 1995_

Fonte:

http://baruda.net/2011/10/27/la-storia-di-maurizio-biscaro-morto-per-scappare-allarresto-nell83-e-di-sua-madre/

Gerardino Diglio

12 novembre 2012


 Di Valentina Perniciaro


Oggi ricorre un anniversario silenzioso.
Silenzioso come gli altri 625. Sono 625 persone uccise alle spalle,
crivellate dal piombo dei proiettili di una pistola di ordinanza.
Sempre e solo colpiti alla schiena.
Perché non si sono fermati ad un posto di blocco, o perché viaggiavano in una macchina che non si è fermata ad un ALT di un poliziotto, o di un Carabiniere ( o spesso di un agente in borghese).
625 nomi.
Oggi ricorre l’anniversario di Gerardino Diglio,
che con i suoi 13 anni di vita doveva essere veramente un pericolo per questo Stato.
Un pericolo così ingestibile da essere risolto con 3 colpi di pistola conficcati nella sua schiena.
Era a bordo di una macchina con altri 3 amici: l’auto era rubata, all’alt sono andati dritti.
Raffica di mitra e un bambino di 13 anni muore.
In nome dello Stato Italiano.
In nome dell’ articolo 53  del codice penale e Legge 22 Maggio 1975, n. 152, conosciuto come Legge Reale.


Fonte:


http://baruda.net/2012/11/12/a-gerardino-diglio-crivellato-dallo-stato/

lunedì 12 novembre 2012

Lividi e sangue… gli ultimi tre giorni di Cristian De Cupis

13 dicembre 2011


I buchi nella ricostruzione sulla fine del 36enne, “morto nel sonno” a Viterbo. Cosa è accaduto dopo la stesura del verbale? Perché quel “giro” di ospedali? I vestiti restituiti in parte alla famiglia: mancano quelli a contatto con le ferite.
La sciarpa della Roma stretta al collo, sopra le ecchimosi e i lividi che scendono dalla nuca alle spalle, gli occhi chiusi per sempre, quello sinistro piuttosto gonfio e tumefatto, come un pò tutta quella parte del viso che è violacea. Altre ecchimosi sul fianco sinistro e vasti ematomi sulle mani, letteralmente devastate. Almeno quattro ferite di forma circolare e di una certa profondità nella parte frontale del cranio, una lesione su quella parietale sinistra e un’altra più profonda dietro, sulla nuca, da cui deve essere uscito molto sangue, visto che sul giubbino - lavato o comunque smacchiato da qualcuno - restano degli aloni rossi. L’ultima immagine di Cristian De Cupis, un destino nel cognome, assomiglia un pò ai suoi ultimi tre giorni, sghemba, poco nitida, violenta. Ma è proprio quell’alone opaco che rende così dura la fine piuttosto strana di un uomo che pure era abituato a remare controcorrente e senza paracadute.
Ha perso la madre che era ancora un bambino, non ha mai avuto un vero padre, e all’età in cui si prende la patente si era già infilato sulla sua cattiva strada, già molto scivolosa. Dentro e fuori da caserme, celle e comunità: detenuto a Regina Coeli, Rebibbia, poi Terni, Viterbo, Velletri, Secondigliano, alternando periodi di cura ad Amelia da Pierino Gelmini, a Bologna, Ravenna, Milano, ma anche a San Patrignano, l’ultima volta, nel luglio scorso, due mesi e poi fuori, perché Cristian non ce la faceva più a passare da una prigione a un centro di recupero.
Denunce, verbali, carabinieri, polizia. Piccoli furti per racimolare qualche soldo per la dose, e dopo la dose daccapo coi furti, e via così per settimane, mesi, anni. Non ne faranno un santino, ma certo non meritava di diventare un fascicolo per omicidio colposo sul tavolo di un magistrato. Tocca a Stefano D’Arma, pm di Viterbo, e forse tra poco a un suo collega di Roma dove potrebbe essere trasferita l’inchiesta, cercare di capire come e perché è morto Cristian De Cupis.
A cominciare da quella mattina di un mese fa, il 9 novembre, all’incontro tra Cristian e gli agenti della Polfer al binario 10. Sono le 7.45, Termini brulica di pendolari e studenti. “Esco per lasciare un po’ di curriculum”, aveva detto uscendo di casa alla Garbatella, dove viveva da sempre con la zia e la nonna. Sperava in un lavoro nuovo e in una vita nuova, dopo aver pagato l’ultimo conto con la legge. Quello che è successo da lì in poi, però, al momento è tutto scritto in un verbale della Polfer.
E in quelle poche pagine, più dubbi che certezze. I tre poliziotti che lo hanno arrestato raccontano che stavano assistendo una persona colta da malore, quando De Cupis ha preso ad apostrofare uno di loro, minacciando lui e i suoi colleghi. Lo avrebbe colpito con un pugno e poi strattonato per il cinturone, prima di essere immobilizzato e caricato di peso sul veicolo elettrico. La scena non dura molto, dieci minuti o poco più, e passa inosservata, tra la gente che arriva, tolto l’avvocato che è l’unico testimone oculare. Fatto sta che alle otto Cristian è già negli uffici della Polfer.
Ci rimarrà sei ore, fino alle 14: un tempo notevole, anche per un arresto a seguito di “resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento aggravato”. Soprattutto, un tempo vuoto, perché nessuno sa cosa sia successo là dentro e perché Cristian ci sia rimasto ben oltre la stesura del verbale, fatta alle 11. Su quei fogli, gli agenti annotano anche atti di autolesionismo da parte di De Cupis che tra l’altro, scrivono, “danneggia le manette sbattendole al muro”.
Verso le 14 lo portano via con l’ambulanza, equipaggio 803, una volante al seguito, con direzione policlinico Umberto I. Dove, però, non lo prendono, nonostante passi oltre un’ora prima che entri al Santo Spirito: perché non resta al Policlinico? E che fa prima di essere condotto altrove? Forse c’entra la sua sieropositività? Gli ospedali che hanno reparti per infettivi, a Roma, sono appunto l’Umberto I, il Gemelli, lo Spallanzani, poi come carceri c’è Rebibbia, che ha un reparto ad hoc, e Regina Coeli, attrezzata alla meglio.
Cristian aveva fatto un check-up due giorni prima allo Spallanzani, dove era sotto controllo medico, ed era tutto a posto. Pesava 86 chili e voleva mettersi a dieta: più che florido, per uno con quei problemi. Inoltre, per la legge 135/90, “l’accertata infezione da Hiv non può costituire motivo di discriminazione”. Significa che De Cupis, per le sue condizioni cliniche, aveva diritto ad essere accolto e ricoverato ovunque, a Roma: invece è finito addirittura a Viterbo. Fatto sta che entra al pronto soccorso del Santo Spirito alle 15.15 (ed esce alle 18.52), con lesioni alla spalla e all’emitorace sinistro, oltre che al bacino e al cuoio capelluto.
Racconta di essere stato percosso e i medici descrivono almeno tre episodi di “amnesia post traumatica” connessi a perdita di memoria. Gli fanno Tac, ecografia e raggi X, ma è tutto negativo: certo, per un codice verde è un bel po’ di roba, un trattamento di lusso vien quasi da dire.
Negative anche le risposte a cocaina, cannabis e anfetamine. Cristian è positivo alle benzodiazemine e gli viene prescritto il Rivotril in gocce. Sul referto viene scritto che è in trattamento con metadone, ma la famiglia smentisce e nemmeno al Sert, a quanto pare, risulta. Lo ricoverano in medicina generale, dove rimarrà per un giorno, prima di essere trasferito al Belcolle, nella struttura di medicina protetta.
Chi ha deciso quel trasloco e perché? E che succede a Cristian in quelle 24 ore? Il suo avvocato di fiducia, Davide Verri, viene avvisato alle 17, ossia 9 ore dopo il fermo sul binario: non è stata certo una comunicazione tempestiva. L’udienza di convalida viene fatta venerdì 11, ma quando il giudice entra in aula Cristian non c’è. Da Viterbo dicono che “non è trasportabile”, eppure la sera prima lo avevano portato via dal Santo Spirito. Chi ha disposto quel trasferimento?
E perché? Eppure, perfino per i medici del Belcolle è tutto ok, anche se poi fanno una parziale retromarcia: De Cupis era inquieto e nervoso, altro che uno che fischietta sotto alla doccia prima di mettersi a letto, contento per la prospettiva dei domiciliari. E ai familiari, i medici avrebbero confermato che le percosse ci sono state, e che verosimilmente sono state il motivo del ricovero. Cristian - dicono - muore alle 5 e mezza di sabato 12 novembre, “morto nel sonno” dicono, ma quando la zia Maria e il fratello Claudio vedono il cadavere, cominciano ad avere qualche dubbio. I tempi dilatati diventano frenetici. Già il lunedì, pur con un fascicolo aperto in Procura, si fa l’esame autoptico. Ci sono i familiari ma non c’è il loro consulente: un’assenza che potrebbe avere un peso.
Secondo le prime conclusioni dell’autopsia eseguita da Maria Rosa Aromatario, medico della Sapienza, sul cadavere non c’erano lesioni di organi interni. Però non c’è neppure il motivo per cui Cristian è steso su quel tavolo della morgue, perché “l’arresto cardiaco” è - diciamo - l’effetto meccanico, e non la causa, di ogni decesso. Di certo, le foto scattate con un telefonino non depongono a favore di una morte improvvisa e naturale. E di certo non vengono restituiti la gran parte degli indumenti che Cristian indossava: non c’è traccia della maglietta, della felpa, degli slip e dei calzini. Tornano alla famiglia solo il giubbino, i pantaloni e le scarpe, ossia gli abiti non a contatto con le parti interessate dalle ferite. E restano le domande, molte. La più grande di tutte: cosa è successo a Cristian, 36 anni, tre giorni dopo essere uscito di casa per cercare lavoro?

7 PALESTINESI UCCISI E 52 FERITI DA RAID ISRAELIANI


domenica 11 novembre 2012 09:02


I feriti sono stati 52 tra i quali donne e bambini. I raid sono andati avanti per tutto il giorno. I palestinesi hanno risposto sparando razzi. 



Gaza, 11 novembre 2012, Nena News - E' salito a 7 il bilancio di palestinesi uccisi dalle forze armate israeliane nelle ultime ore. I feriti sono almeno 52, tra i quali donne e bambini. Alle cannonate di ieri sparate da carri armati israeliani che hanno fatto quattro morti, si sono aggiunti raid aerei a nord e a est di Gaza city hanno ucciso altri tre palestinesi.
Si tratta del bagno di sangue più alto in un solo giorno registrato da diversi mesi a questa parte.

Gli attacchi sono avvenuti in particolare a Shujaia (a est di Gaza city) e nella zona orientale del distretto di Khan Yunis. I morti sono Ahmed al Derdsawi, Mohammed Abu Hrara, Osama Abu Hrara (fratello di Mohammed), Ahmed Khaled Abu Kas, Mohammed Abed e Mohammed Shwikani.

«Le forze di occupazione non la passeranno liscia per aver preso di mira obiettivi civili», ha avvertito Taher Nuni, portavoce del movimento islamico Hamas che governa Gaza. I palestinesi accusano Israele di aver aperto il fuoco intenzionalmente su diverse abitazioni e sottolineano che quattro dei morti di ieri erano civili.

I combattenti palestinesi hanno risposto al fuoco israeliano sparando 36 razzi verso il sud dello Stato ebraico dove le autorità locali hanno proclamato lo stato d'emergenza e invitato la popolazione civile a tenere aperti i rifugi. Secondo fonti di stampa, due civili israeliani sarebbero rimasti leggermente feriti nelle ultime ore.

Da parte israeliana si riferisce che il pesante cannoneggiamento è scattato dopo che un veicolo militare era stato colpito da un razzo anticarro sparato dai palestinesi lungo le linee di confine (quattro soldati feriti). L'attacco alla pattuglia è stato successivamente rivendicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp).

Il cannoneggiamento di ieri e della scorsa notte segue il mitragliamento israeliano che tre giorni fa aveva ucciso un ragazzino di 13 anni nei pressi di Khan Yunis. Nena News


Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=40645&typeb=0&Salito-a-7-bilancio-palestinesi-uccisi-da-attacchi-Israele

sabato 10 novembre 2012

Delitto Rostagno, è scomparso un proiettile...

  Sabato 10 Novembre 2012 10:22 

 Un proiettile calibro 38, trovato la sera del 26 settembre 1988 a Lenzi, sul luogo in cui è stato assassinato il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, è scomparso. 
I periti - Emanuele Paniz e Santi Gatti - nominati dalla Corte di assise di Trapani per eseguire una superperizia balistica hanno comunicato che nel plico ricevuto dal tribunale di Trapani manca un proiettile, già periziato dalla polizia scientifica. Al momento non è chiaro dove e quando il reperto sia stato smarrito. Si sa soltanto che due scatoloni, contenenti il materiale balistico, sono stati ricevuti dal tribunale di Trapani privi di leggenda e sigilli. Entrambi i contenitori, infatti, erano chiusi con del comune scotch da imballaggio.
L'UDIENZA DEL 6 LUGLIO - Il contenuto è stato esaminato in aula nel corso dell'udienza dello scorso 6 luglio ed è ancora da verificare se già in quella data mancasse il proiettile. Tutto il contenuto è stato riconfezionato, depositato nell'ufficio corpi di reato e, successivamente, consegnato ai due periti.

Fonte:

http://www.marsala.it/antimafia/il-caso-rostagno/item/63493-delitto-rostagno-%C3%A8-scomparso-un-proiettile.html

giovedì 8 novembre 2012

BAMBINO DI 11 ANNI UCCISO DA ELICOTTERI ISRAELIANI A GAZA

 
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=4303996951694&set=a.1254176228082.2039717.1039837289&type=1&theater


E' una serata triste e tragica, Gaza dice addio ad uno dei suoi figli Hamid Abu Dagkah 11 anni, rimasto ucciso dopo che elicotteri israeliani lo hanno colpito più volte. Vorrei chiedere a coloro che sostengono IDF e Israele dove stanno la giustizia e l'umanità in questo. Hamid stava giocando con alcuni amici q
uando è stato colpito, non era armato, non aveva missili con sè, portava soltanto amore, speranza e libertà, sentimenti che le forze sioniste uccidono in tutti i bambini. Che dio benedica la sua anima e dia conforto alla sua famiglia.

Hani Silman Salamah

Traduzione di Alessandra Capone (Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese)


Its so mourn and tragic Evening, Gaza is saying Good by for one of her sons Hamid Abu Dagkah 11 years Old. He murdered after his body got some shots from the Helicopters . I want to Ask the People who are supporting IDF and Israel where is the Justice and Humanity in this. Hamid was Playing with his friends when he got the shots ,He was not carrying weapons or Missiles, He was carrying love, hope and freedom. IDF killed all these things in all the Gazans children. God Bless his soul and give Patient to his Family.

ANCORA UNA VOLTA LA MARINA MILITARE ISRAELIANA ATTACCA I PESCATORI DELLA STRISCIA DI GAZA

Israele, contravvenendo a leggi e consuetudini internazionali, impone limiti sempre più ristretti alle imbarcazioni dei pescatori della striscia Gaza. Purtroppo vicino a terra, per questioni di basso fondale e di inquinamento, non è possibile pescare abbastanza per sostentare le proprie famiglie.
Questa mattina, un gruppo di 4 pescherecci, si è spinto, in cerca di pesce, oltre il limite attualmente imposto di 3 miglia nautiche.
Sono stati subito attaccati da due navi della marina militare israeliana: uno dei pescherecci, fatto segno di colpi di arma da fuoco di avvertimento, trovandosi il percorso sbarrato è stato costretto a rientrare immediatamente.
Gli altri tre pescherecci, riusciti momentaneamente a sganciarsi, hanno superato le 6 miglia nautiche, dove hanno gettato le reti.
Le navi della marina militare, quando li hanno raggiunti, li hanno attaccati con i cannoni ad acqua, dato che a bordo vi erano anche degli internazionali, tra cui la nostra Rosa Schiano.
I pescatori hanno chiesto di lasciare il tempo di ritirare le reti, che sarebbero subito rientrati, ma la marina militare ha continuato nella sua azione di disturbo.
Le barche hanno dovuto quindi rientrare sotto il limite delle tre miglia, e purtroppo non è stato possibile recuperare il pescato.
Seguendo il tracking della battuta di pesca via GPS è possibile osservare, ancora una volta, come il limite di navigazione sia imposto non per ‘ragioni di sicurezza’ dello stato di israele, ma per colpire, assieme a tutto il resto, anche l’economia di pesca della Striscia di Gaza.

Fonte:

http://www.freedomflotilla.it/2012/11/08/ancora-una-volta-la-marina-militare-israeliana-attacca-i-pescatori-della-striscia-di-gaza/