Avrebbe dovuto essere ucciso e tirato fuori
dal mio grembo a pezzi, perché all’ultimo momento il ginecologo si è
reso conto che ho l’osso iliaco storto e il bambino non riusciva a
venire fuori. Mi hanno tagliata, mi hanno messo metà forcipe da sveglia
perché dovevano lasciarmi le forze per le spinte, visto che non si
poteva più procedere al taglio cesareo.
E’ nato, e solo la Madonna sa come. Era il 4 maggio 1957 […]

Il ’68 lui lo vive da ragazzo romantico, ammirava i ragazzi del
Movimento Studentesco e spesso li seguiva nelle manifestazioni. Per lui
erano degli eroi, ma in mezzo alla calca un giorno si piglia una
manganellata da un poliziotto. Non doveva essere stato un gran colpo,
non m’ha chiesto di fargli impacchi e in più si sentiva importante:
aveva partecipato alla guerriglia. […]
Siamo nei primi anni ’70. Il liceo classico Berchet era uno dei più
quotati di Milano e nella classe del mio Maurizio c’erano i rampolli
delle migliori famiglie della città.
Ogni tanto marinava la scuola perché voleva stare con i facchini,
accanto agli uomini di fatica che lavoravano all’ortomercato o
trasportava cassette insieme a loro.
Un giorno, dopo tanta fatica il capoccia gli mette in mano la metà della
cifra pattuita. Maurizio si ribella ed incita gli altri alla ribellione
dicendo che quello era sfruttamento dei padroni verso i lavoratori. Una
coltellata gli ha fatto un sette sulla camicia, fortunatamente senza
ferirlo. Da quel momento non c’è più stata pace […]
Un pomeriggio, era il periodo della morte di Allende, mio figlio mette
le scarpe da tennis e se ne va in fretta prima che gli possa chiedere
dove va. Ricordo che il tempo era brutto, pioveva e mi seccava che si
andasse a prendere un malanno. Torna per la cena e mi dice che deve
uscire di nuovo, di non aspettarlo perché rientrerà tardi. A notte fonda
rientra, bagnato come un pulcino.
- Dove sei stato? Che hai fatto?
- Mamma io non ho fatto nulla, però ho assistito ad una cosa grossa, domani lo saprai dalla tv.
In quella notte era avvenuto l’incendio della Face Standard, per
protesta contro gli americani che avevano favorito la fine di Allende.
Maurizio si rese conto che i compagni non andavano bene, parlavano di
rapine per finanziare il movimento e il mio ragazzo non voleva passare
da ladro.
Insomma il comportamento degli autonomi lo aveva deluso. […] Io mi
ricordo che ogni giorno aumentavano le simpatie e il proselitismo a
causa della pubblicità che alcuni giornali davano alle azioni
terroristiche.[…]
Durante l’anno faceva il muratore e metteva da parte i soldi per girare l’Europa durante le vacanze.
E’ stato in Portogallo, quando c’è stata la rivoluzione dei garofani,
per rendersi conto che nulla era cambiato, la musica era sempre la
stessa. La rivoluzione -diceva- non si può farla con i fiori.
Anche in Spagna era stato ospite di ragazze basche, le sue vacanze erano politiche. […]
Intanto è arrivata la cartolina: lo Stato lo chiamava a fare il suo
dovere. Mi aspettavo l’obiezione di coscienza, sarebbe stata in
carattere con il personaggio, invece fa domanda per entrare nei
paracadutisti. Questo suo desiderio di imparare a paracadutarsi e ad
usare le armi nasceva da una ormai radicata speranza nella rivoluzione.
Mi dispiaceva che fosse così lontano a fare il soldato e che soffrisse
per tante cose che non andavano ma per me è stato un periodo di calma.
Potevo dormire senza l’angoscia della perquisizione, senza il timore che
mio figlio finisse morto ammazzato.
Si vede che io di pace non dovevo averne perché alla fine del servizio
militare, quando Maurizio torna, mio marito si ammala e in breve
muore.[…]

Maurizio
inizia un lavoro politico con i compagni del quartiere. Lavora insieme a
Democrazia Proletaria. Scrive articoli, prepara relazioni, alcune sere
va alle assemblee e si va avanti così. Per me la scuola e per lui lo
studio di giorno e la politica, che non rende niente, la sera.
Gli domando se ha intenzione di farsi mantenere dalla madre per tutta la
vita, in attesa di una rivoluzione che non verrà mai.[…] Io con mio
figlio ho parlato, ho ricevuto le sue confidenze e ho tentato di
convincerlo a considerare pericolose illusioni i suoi ideali ma, alla
fine, è riuscito lui a farmi condividere in parte i suoi ideali di
giustizia, di uguaglianza, di fraternità.
Comunque io potevo comprendere questo desiderio di pulizia, questa
voglia di una società più giusta, questa delusione per il comportamento
dei partiti politici, ma le azioni violente no, quelle non le ho mai
comprese, non le ho mai giustificate.
[…]Mi stupisce in quel periodo la sua prudenza. Non si faceva vedere in
giro, non fa mai una fotografia e si fa crescere i baffi spioventi alla
mongola. E’ un comportamento di persona che non vuol lasciare nulla
dietro di sé, non vuole essere identificata. […] Maurizio mi sta
cercando. E infatti lo vedo. Sono molto brusca, incattivita dal suo
comportamento e gli chiedo chi vuol prendere in giro!
- Dove sei e con chi, si può sapere?
- Sono con le Brigate Rosse.
Queste parole mi arrivano come uno schiaffo d’acqua gelida.
- Verrò a riconoscerti all’obitorio- è la mia raggelante profezia.
Ora che Maurizio si è confessato viene spesso a casa, di nascosto dai
compagni. Cerca di non incontrare gente, e quando torno da scuola, se
non trovo lui in casa, trovo un suo scritto. Le lettere che ci
scrivevamo purtroppo le ho distrutte perché temevo da un momento
all’altro la perquisizione, ed ora vorrei averle perché erano belle,
erano interessanti, anche se per indicare l’organizzazione, scriveva
“L’azienda”. In una sua lettera mi dava notizia del suo innamoramento
per una compagna di latitanza! Fra tante ragazze che ha conosciuto di
bell’aspetto, di buona famiglia, va ad innamorarsi di una brigatista!
Così ragionavo sul momento.
Poi, pensandoci bene, dicevo a me stessa che tramite quella ragazza la
sua vita di disperato forse diventava più sopportabile, forse riusciva a
godere ancora qualche gioia dell’amore e finivo per simpatizzare con
questa sua innamorata.
[…]
Prende un libro di poesie di Prévert dalla biblioteca e si confida:

- Mamma ho bisogno di nutire l’anima e l’intelletto.
Sono le sue ultime parole.
Lo accompagno all’ascensore. Mi abbraccia. Ci scambiamo un bacio e io gli dico:
- Tesoro attento a venerdì, c’è l’allineamento degli astri: porta disgrazia.
Sorride della mia superstizione e, scuotendo la testa, se ne va. […]
Intanto arriva venerdì notte 13 novembre 1982. Verso le sei e mezza
suona il campanello. So già chi può essere: c’è una perquisizione in
vista, quella è l’ora canonica. Domando: Chi è?
- Carabinieri, aprite!
Prendo fiato, poi apro la porta. Come bolidi si infilano in casa col
mitra spianato molti carabinieri in borghese. Girano per tutta la casa,
guardano in tutti gli angoli, poi il comandante mi fa sedere e mi
interroga.
- Ha una foto di suo figlio?
- No. Ho solo questa che gli è stata fatta da militare, mentre cavalca.
La guarda, e poi mi chiede di telefonare. Sono spaventatissima, hanno individuato Maurizio e lo stanno cercando.
- Dov’è suo figlio?
- In Inghilterra per lavoro, ma per l’amor di Dio che cosa è successo?
- Nulla, signora, solo che suo figlio non è in Inghilterra. Chiami il suo avvocato perché dobbiamo fare una perquisizione.
- No, non ho l’avvocato e non ne ho bisogno, in casa non c’è nulla di compromettente.
Entrano nella camera del mio Maurizio e con un’occhiata il comandante fa
capire ai suoi uomini che devono comportarsi educatamente. […]
Lunedì mattina, molto presto, corro a comperare i giornali.
Al ritorno in cortile incontro un vicino di casa che sconsideratamente mi grida:
- E’ suo figlio quello che è caduto dal sesto piano di Cinisello!
Arrivano intanto alcune mie colleghe […] e anche l’alto ufficiale dei
Carabinieri che aveva comandato il blitz di Cinisello e che era venuto a
far la perquisizione. Gli dico:
- Perché non mi ha detto che mio figlio era morto? Avrei autorizzato il
prelievo dei suoi organi, perché lui, che era generoso, ne sarebbe stato
contento.
Chissà, forse non sarebbe stato possibile, perché credo che il corpo del
mio Maurizio sia rimasto a terra tutta la notte e cioè fino a quando
non è arrivato il magistrato per constatarne il decesso. […]
Ho cominciato ad attendere una chiamata per il riconoscimento del
cadavere che era stato portato all’obitorio di Monza. Passano i giorni,
rotolano via lenti e dolorosi. Nessuno mi chiama. Non so chi mi
riferisce che qualcuno a Radio Popolare dice che quel povero cadavere è
stato abbandonato, nessuno si presenta per il riconoscimento. ma cosa
posso fare io, a chi mi presento? Mentre sono disperata a pensare al da
farsi un caro amico mi propone di portarmi a Monza dal mio Maurizio.
Abbiamo perduto tutto il pomeriggio, però sono riuscita a fare questo
riconoscimento.
I giorni passano e non si riesce a fare il funerale. L’impresa di pompe funebri mi dice:
- Signora, se fosse morto un cane avrebbero più riguardo. Attendiamo l’ordine non so da chi. […]
Trascorrono altri giorni, poi finalmente mi avvertono che il funerale avrà luogo il lunedì mattina. […]
Arrivati a Lambrate, trovo la cassa mortuaria sotto una volta del cimitero, sola, abbandonata.
Con il mio arrivo si avvicinano molte persone, tutte con un garofano
rosso in mano. Gli operai che avevano diviso le fatiche con mio figlio,
quando faceva il muratore, erano tutti lì, con il pianto negli occhi.
Erano stati loro a trovare i fiori e lo sa Iddio dove, perché al lunedì
il cimitero è chiuso, per cui non arrivano i mezzi pubblici e non ci
sono banchetti di fioristi. Ma loro li avevano trovati e distribuiti
alle persone presenti.

Ed
erano tante, malgrado le previsioni ed il desiderio delle autorità che
avrebbero voluto fare le cose alla chetichella. Ad un certo punto, dopo
il lancio dei garofani nella fossa i compagni si sono riuniti, col pugno
alzato, a cantare sommessamente l’Internazionale. Allora, in quel
preciso istante, molte persone, di idee anche opposte, si sono
avvicinate al gruppo e si sono unite con le loro voci al coro.
[…]Spesso pensavo a quella Daniela di cui mio figlio si dichiarava
innamorato, avrei tanto voluto conoscerla, parlarle, ma come fare? Fra
tutte le brigaste arrestate quale poteva essere? Cercavo di
immaginarmela.
Un mattino, precisamente il 22 febbraio 1983, mi arriva una lettera dal carcere di Voghera.
“Gentile signora, se avessi seguito l’istinto avrei scritto questa
lettera qualche mese fa ma un sacco di preoccupazioni che mi
rimbalzavano nella mente di volta in volta, mi hanno impedito di farlo.
La paura più grande è quella di riaprire ferite comunque non
rimarginabili, di far riemergere sentimenti e sensazioni incancellabili,
le stesse che con grande sforzo si tenta quotidianamente di
razionalizzare e nascondere e soffocare nei meandri più reconditi del
pensiero e della memoria. Ho amato Maurizio profondamente e questo filo
che mi accomuna a lei contiene in sé il motivo che mi ha spinta a
scriverle.
La mia intenzione è quella di renderla partecipe dell’amore genuino nato
tra me e Maurizio e sviluppatosi nel tempo, nella maniera più felice
possibile. Ci siamo conosciuti, amati, plasmati giorno per giorno a
vicenda, ci siamo dati e abbiamo dato insieme il massimo di noi stessi e
ciò che mi fa felice anche oggi è l’essere stata il soggetto di
quell’amore, così come lo è stata diversamente lei. Vorrei trovare altre
parole e suoni in grado di comunicare tutta la bellezza di quell’amore
ma non le conosco e forse non esistono. Sono sicura, però, che lei saprà
cogliere da questa mia il dolore che si sa esiste senza bisogno di
dirglielo, ma almeno un po’ della gioia vissuta. Un abbraccio con tanto
affetto.”
Dopo questa missiva ci siamo scritte per tutto il tempo in cui è rimasta
prigioniera. Non solo, ma ho ottenuto il permesso di andarla a trovare.
Non saprei raccontare la prima volta, davanti a quell’immenso carcere
bianco, in mezzo ai campi, con un carro armato che faceva il giro
dell’isolato e tante guardie carcerarie con grossi cani lupo. Come sono
entrata nel cortile, ho sentito un coro di voci:
Le voci venivano da lontano, io non vedevo le ragazze, ma forse loro
vedevano me. Mi sono sentita commuovere fino alle lacrime. Erano in sei o
sette dietro ai vetri. Le ho guardate tutte: belle, carine, spavalde.
[…] Per cinque anni sono andata regolarmente a trovare Daniela, prima a
Voghera e poi a San Vittore. Mi sono legata a lei come se fosse mia
figlia. […]
Quando entrò in clandestinità non lo vidi più. Lessi della sua morte sul giornale, andai al funerale.
C’erano i garofani rossi e cantammo l’Internazionale. Ma erano gli anni ottanta, tempo di tradimenti.
Il cielo era livido come il cuore di tutti noi.
Là presenti a testimoniare che quel ragazzo che era morto era stato capace di sognare.
Non aveva difetti? Ne aveva. Ma è morto giovane, non ho fatto in tempo a riconoscerli.”
_Rossella Simone, testimonianza al Progetto Memoria_
entrambi i testi sono tratti da “Sguardi ritrovati” , vol. 2 del Progetto Memoria _Ed. Sensibili alle Foglie 1995_