Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 10 agosto 2012

10 AGOSTO 1944: I QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

È l'alba di giovedì 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore a Milano, vengono prelevati dalle proprie celle e caricati su un camion. Sono Umberto Fogagnolo, partigiano arrestato per aver affrontato un repubblichino durante un selvaggio pestaggio ad un operaio, Domenico Fiorani, socialista, Vitale Vertemati, collegamento tra varie bande partigiane, Giulio Casiraghi,tornato dal confino ed addetto alla ricezione dei messaggi da Londra, Tullio Galimberti,disertore e gappista, Eraldo Soncini,già ricercato dall'8 settembre ed infine catturato dalle SS, Andrea Esposito, partigiano garibaldino, Andrea Ragni, catturato durante un'operazione per recuperare armi, Libero Temolo, sappista, Emilio Mastrodomemico, comandante dei Gap, Salvatore Principato, di Giustizia e Libertà, Renzo del Riccio,antifascista scampato alla deportazione, Angelo Poletti, partigiano presso la Isotta Fraschini, V10 agostoittorio Gasparini, curatore di una radio trasmittente clandestina e Gian Antonio Bravin, gappista del III gruppo.
Alle sei e dieci del mattino i quindici antifascisti vengono fatti scendere in Piazzale Loreto, e vengono giustiziati da un plotone di esecuzione della legione autonoma Ettore Muti, corpo militare della Rsi, operante soprattutto tra il milanese ed il cuneese,tristemente famoso per la quantità e la ferocia di crimini e rastrellamenti perpetrati.
La strage di Piazzale Loreto viene compiuta come rappresaglia per un attentato compiuto tre giorni prima contro un camion tedesco, che era parcheggiato in Viale Abruzzi. Nell'attentato non era rimasto ucciso nessun soldato tedesco, ma avevano invece perso la vita sei cittadini milanesi.
Nonostante il bando di Kesserling preveda rappresaglie solo nel caso di morti tedeschi (in particolare prevede che vengano fucilati dieci italiani per ogni tedesco ucciso), il capitano delle SS Theodor Saevecke pretende la fucilazione di quindici antifascisti in seguito all'attentato del 7 agosto, e compila egli stesso la lista dei condannati a morte.

Dopo la fucilazione i cadaveri dei quindici antifascisti vengono lasciati sotto il sole per tutto il giorno. Un cartello con scritto "Assassini" è posto al loro fianco, e i fascisti della Ettore Muti rimangono a controllare che nessuno vi si avvicini, impedendo ai parenti di portare via i corpi, e continuando ad insultare i corpi. Solo in tarda serata, grazie alla mediazione del cardinale Schuster, i corpi vengono finalmente lasciati alle proprie famiglie.
Sui alcuni cadaveri verranno ritrovate, nascoste nelle tasche interne dei vestiti e vergate con scrittura incerta su minuscoli pezzi di carta, lettere ai familiari e ai compagni, scritte pochi momenti prima della fucilazione.

"Il mio ultimo pensiero è per voi, W Italia", Umberto Fogagnolo10 agosto 2
"Pochi istanti prima di morire a voi tutti gli ultimi palpiti del mio cuore. W l'Italia", Domenico Fiorani
"Il mio pensiero alla mia cara moglie e ai miei cari figli, il mio corpo alla mia fede", Giulio Casiraghi
"Siamo a San Vittore ci mandano in Germania forse per me è finita, ma voi dovete continuare la lotta anche per il vostro paparino che vi bacia bacia bacia sempre tanto", Eraldo Soncini
"TEMOLO LIBERO coraggio e fede sempre fede ai miei adorati sposa e figlio e fratelli, coraggio coraggio ricordatevi che io vi ho sempre amato abbracci vostro Libero", Libero Temolo


Ai quindici di Piazzale Loreto di Salvatore Quasimodo
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d'un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell'ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.


Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2279-10-agosto-1944-i-quindici-di-piazzale-loreto

giovedì 9 agosto 2012

Mahmoud Darwish, 13 marzo1941 - 9 agosto 2008, il poeta della lotta palestinese



Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d'usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

                        Mahmoud Darwish

 Fonte:

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/mahmoud-darwish-13-marzo1941-9-agosto-2008-il-poeta-della-lotta-palestinese 

mercoledì 8 agosto 2012

Marcinelle, 56 anni fa la tragedia dei minatori

Il Belgio ricorda il 56/mo anniversario della tragedia di Marcinelle, in cui persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani. L'ex miniera di carbone di Bois du Cazier è anche patrimonio mondiale dell'umanità.
Marcinelle
  •  Il Belgio ricorda il 56/mo anniversario della tragedia di Marcinelle, in cui persero la vita 262 minatori di cui 136 italiani. La cerimonia si è tenuta come sempre nell'ex miniera di carbone di Bois du Cazier, che dal primo luglio scorso non è più solo luogo della memoria per onorare i minatori che vi persero la vita, ma anche patrimonio mondiale dell'umanità riconosciuto dall'Unesco. La tragedia di Marcinelle, avvenuta l'8 agosto del 1956, è diventata nel tempo un simbolo importante non solo della storia dell'emigrazione italiana - è stata la sciagura più grave dopo quella avvenuta in un'altra miniera, quella di Monongah, in West Virginia (Usa) - ma anche del processo di integrazione europea. Nel secondo dopoguerra furono 140mila gli italiani che, insieme a migliaia di donne e bambini, partirono per il Belgio.

Un flusso di cui fecero parte anche i genitori dell'attuale primo ministro belga, Elio Di Rupo, partiti nel '47 da Valentino, in Abruzzo, allo volta dei pozzi minerari valloni. Nel ricordare Marcinelle, Di Rupo ha sottolineato che la tragedia provocò una «sorta di comunione che ha migliorato l'integrazione degli italiani in Belgio». «In quel momento, il mondo è cambiato», perché «gli italiani avevano pagato con il loro sangue la riuscita dell'economia belga», ha raccontato Di Rupo, che all'epoca dell'incidente al Bois du Cazier era bambino. Allora chi partiva dall'Italia in cerca di lavoro era gente che «non aveva scelta» e si è ritrovata in un «Paese sconosciuto del Nord» a lavorare nelle miniere «un pò come degli schiavi», ricorda il leader socialista che, ultimo di sette fratelli e orfano di padre all'età di un anno, ha portato avanti con onore il percorso dell'emigrante di San Valentino arrivato in Belgio con una valigia di legno.

IN ITALIA

«Vorrei rendere omaggio ai 262 minatori, 136 dei quali erano italiani, che l'8 agosto 1956 persero la loro vita in quella miniera», ha detto il Presidente del Senato, Renato Schifani, in una dichiarazione. «Il sacrificio di questi uomini è stato ed è ancora oggi per tutti noi emblema di una generazione che, spinta ad emigrare alla ricerca di un futuro migliore, si è trovata spesso a confrontarsi con condizioni difficili di vita e di lavoro. È il ricordo - aggiunge il presidente Schifani - di un martirio che si è fatto storia, ma che al contempo rinnova la sua attualità ogni volta che i fatti di cronaca ci danno testimonianza di nuovi incidenti sui luoghi di lavoro».

«Il nostro impegno - sottolinea - per garantire ai lavoratori condizioni ambientali sempre più sicure e rispettose della dignità umana e per evitare il ripetersi delle inaccettabili morti bianche deve fare tesoro di questa memoria storica. È un dovere irrinunciabile che ricade su ciascuno di noi, come dipendenti o imprenditori, cittadini o membri delle istituzioni rappresentative». «Nell'auspicio - conclude il presidente del Senato - che specialmente i giovani sappiano fare tesoro dell'abnegazione dei minatori di Marcinelle, porgo ai familiari delle vittime il mio commosso pensiero». 


domenica 5 agosto 2012

HIROSHIMA E NAGASAKI


Hiroshima  6 AGOSTO - ORE 8.15.17

QUESTI I PRIMI SINTETICI COMUNICATI STAMPA CHE INORRIDIRONO IL MONDO:


"Washington, 6 agosto - Il presidente Truman ha annunciato oggi che sedici ore fa aerei americani hanno sganciato sulla base giapponese di Hiroshima il pi� grande tipo di bombe finora usate nella guerra, la "bomba atomica", pi� potente di ventimila tonnellate di alto esplosivo. Truman ha aggiunto: "Con questa bomba noi abbiamo ora raggiunto una gigantesca forza di distruzione, che servir� ad aumentare la crescente potenza delle forze armate. Stiamo ora producendo bombe di questo tipo, e produrremo in seguito bombe anche pi� potenti"
(Comunic.Ansa, 6 agosto 1945, ore 20,45)

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" Guam, 8 Agosto - Il corrispondente della Reuter da Guam riferisce le impressioni del testimone oculare del lancio della prima bomba atomica. Il colonnello Paul V. Tibbits, pilota della "superfortezza volante" che ha sganciato su Hiroshina la bomba atomica, ha dichiarato; "E' difficile credere a quello che vedemmo. Sganciammo la bomba alle  9.35 precise (ora giapponese) e ci allontanammo al pi� presto possibile dall'obiettivo per evitare gli effetti dell'esplosione. Si lev� una tremenda colonna di fumo che fece scomparire completamente alla vista Hiroshima".
Al ritorno dalla sua missione il colonnello Tibbits � stato decorato".

(Comun. Ansa, 8 agosto, ore 03.30)


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"Tokyo - 8 Agosto - Radio Tokyo informa che la bomba atomica ha letteralmente polverizzato tutti gli esseri viventi che si trovavano a Hiroshima. I morti e i feriti sono assolutamente irriconoscibili e le autorit� non sono in grado di fornire dati  circa il numero approssimativo delle vittime. La citt� � un immenso cumulo di rovine" (Prima pagina del Corriere Lombardo, dell'8 agosto 1945).

"Londra, 8 settembre - Riferendo le ultime cifre rese note alle autorit�, la Domei ha dichiarato oggi che 254.000 persone sono rimaste vittime della bomba ad Hiroshima. 60.000 sono morte bruciate istantaneamente, 60.000 per ferite, 10.000 sono scomparse, 14.000 sono gravemente colpite e 100.000 leggermente. Soltanto 6.000 dei 250.000 abitanti della citt� sono rimasti incolumi. (Comun. Ansa. 8 settembre 1945, ore 18.25).
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Nagasaki, 9 agosto, ore 12.00


"Guam, 9 agosto - A  mezzogiorno di oggi, ora giapponese, Nagasaki � stata attaccata con una o pi� bombe atomiche. La notizia � stata data da uno speciale comunicato del generale Spaatz, il quale aggiunge che, secondo quanto ha riferito l'equipaggio, i risultati sono eccellenti" (Comun. Ansa, 9 agosto 1945, ore 09.45)
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"Londra, 5 settembre - Il corrispondente speciale della Reuter, Peter Burchett, telegrafa  che quanti sono ancora vivi senza nessuna ragione apparente, la loro salute comincia a declinare. Perdono l'appetito. I loro capelli cadono. Il loro corpo si cosparge di macchie azzurrognole. Le orecchie, il naso e la bocca cominciano a sanguinare. E poi muoiono" (Comun. Ansa, 5 settembre, ore 21,15)
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Più tardi in un messaggio agli intellettuali italiani Einstein ha scritto: « Il nostro mondo è minacciato da una crisi la cui ampiezza sembra sfuggire a coloro che hanno il potere di prendere le grandi decisioni, per il bene o per il male. La potenza scatenata dell'atomo ha tutto cambiato salvo il nostro modo di pensare, e noi stiamo scivolando così verso una catastrofe senza precedenti. Perché l'umanità sopravviva, un nuovo modo di pensare è ormai indispensabile".

Fonte:



 

sabato 4 agosto 2012

Francesco Mastrogiovanni: "il maestro più alto del mondo"






















 
Di Daniele Nalbone
Fonte: Liberazione, 20 settembre 2009
 
Quella di Francesco Mastrogiovanni, per le forze dell'ordine "noto anarchico", per i suoi alunni "il maestro più alto del mondo", è una storia di ordinaria persecuzione e di quotidiana repressione.
Una vita fatta di mille difficoltà, di tragedie messe alle spalle ma che lasciano un segno indelebile nella testa. Un'esistenza precaria fino all'ultimo giorno di libertà. Una storia di quelle che non vorresti mai raccontare ma che, come ci spiega il suo caro amico e compagno, il professore-editore anarchico Giuseppe Galzerano, «devi farlo, per rendere giustizia a Franco e far si che quanto gli è accaduto non si ripeta a nessun altro».
Liberazione è stato il primo giornale nazionale a denunciare la morte di Franco, deceduto nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Luca di Vallo della Lucania alle 7,20 di martedì 4 agosto. Pochi giorni dopo una mail inviata dal professor Galzerano ci ha fatto capire che qualcosa, in quella morte, non era chiara. Franco è stato ricoverato il 31 luglio per un trattamento sanitario obbligatorio. In quattro giorni è passato dalla calda spiaggia di San Mauro Cilento, dove stava trascorrendo le vacanze, al freddo marmo dell'obitorio dell'ospedale di Vallo della Lucania. Arresto cardiaco causato da un edema polmonare, hanno detto i medici. Ma c'è qualcosa di più che colpisce la nostra attenzione: Francesco Mastrogiovanni era salito agli onori della cronaca nei primi anni settanta per la morte di Carlo Falvella, giovane neofascista, vicepresidente del Fuan salernitano, ferito a morte durante l'aggressione dell'anarchico Giovanni Marini. Per capire in quale scenario sia morto il "maestro più alto del mondo", non possiamo fare altro che partire alla volta del Cilento per conoscere i parenti e i compagni. Il 9 settembre, nello splendido scenario di Castellabate è in programma la rassegna "Finisterre Plus", video, musica e performance dedicata a William Burroughs. "La cosa più pericolosa da fare è rimanere immobili". Un titolo, una frase, che spiega perché a Burroughs è stato accostato il racconto degli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni.
Ombra e violenza. Un resoconto dettagliato, quello fatto dal professor Galzerano e dall'ex sindaco di Montecorice, Giuseppe Tarallo, amico e compagno di Franco, che sembra costruito appositamente sullo sfondo persecutorio di una delle opere dello scrittore americano. Purtroppo, però, questa volta siamo al cospetto di una "storia vera" iniziata nel lontano 7 luglio 1972. Insieme a Giovanni Marini e Gennaro Scariati, Franco stava passeggiando sul lungomare di Salerno. Quel giorno era pieno di fascisti che da giorni cercavano di provocare Marini per avere la "scusa" di un'aggressione. Le sue indagini, all'epoca si diceva "controinformazione", sullo strano incidente stradale che il 27 settembre 1970 aveva provocato la morte sulla Roma-Napoli di cinque giovani anarchici calabresi, nei pressi di Ferentino, davano fastidio. Annalisa Borth, Giovanni Aricò, Angelo Casile, Francesco Scordo e Luigi Lo Celso si stavano recando a Roma per consegnare ai compagni della capitale i risultati di una loro inchiesta sulle stragi fasciste che avevano iniziato a insanguinare il paese, in particolare sul deragliamento del "Treno del Sole" Palermo-Milano del 22 luglio del 1970, nei pressi della stazione di Gioia Tauro. Giovanni Marini aveva scoperto che alla guida dell'autotreno, che procedeva a fari spenti, c'era un camionista con simpatie fasciste e che lo scontro avvenne precisamente all'altezza di una villa di Valerio Borghese. Erano iniziati a insinuarsi i primi dubbi sulla casualità dell'episodio. «Da allora su di lui incombeva una sentenza di morte alla quale sarebbe sopravvissuto per quasi trent'anni», spiega oggi il professor Galzerano. Giovanni, Franco e Gennaro si stavano recando a teatro. Ridiscendendo via Velia si trovano davanti a due giovani missini: Carlo Falvella e Giovanni Alflinito armati di lame. Franco accelera il passo per andare a parlare con loro. Dai racconti e dalle testimonianze del processo emerge come tentò di far da paciere ma, per tutta risposta, ricevette una coltellata ad una coscia da Alflinito e stramazzò a terra. I due compagni intervennero immediatamente e, nella rissa che ne seguì, Giovanni riuscì a disarmare Falvella ferendolo a morte con la sua stessa arma. Si costituì il giorno stesso mentre Franco venne trasportato in ospedale. Gennaro, invece, sarà immediatamente scarcerato perché minorenne. Da quel giorno il caso Marini finì su tutti i giornali: Giovanni era, per tutti, un mostro. «Per punizione», racconta il professor Galzerano, «peregrinava incessantemente da un carcere all'altro e a Caltanissetta venne rinchiuso in una cella senza luce da dove non smise mai di denunciare le aberranti condizioni di vita riservate ai carcerati». Per motivi di ordine pubblico il processo venne spostato da Salerno proprio a Vallo della Lucania. Marini viene condannato in primo grado a dodici anni (pena poi ridotta a nove in appello), Mastrogiovanni viene assolto ma allora per lui inizierà l'inferno. Un inferno in camicia nera fatto di minacce, telefonate minatorie, continue ritorsioni che lo porteranno ad emigrare al nord. A metà degli anni ottanta si trasferisce a Sarnico, sul lago di Iseo, in provincia di Bergamo, dove, per quindici anni, insegna nelle scuole elementari della zona. Ma la sua fama di "pericoloso anarchico" lo accompagnerà anche lassù. Il merito, questa volta, è delle forze dell'ordine che, con una nota, comunicano ai colleghi bergamaschi di non perderlo d'occhio. Inizia, così, una seconda fase di persecuzioni: questa volta condotta della forze dell'ordine.Alla fine degli anni novanta decide di fare ritorno a Castelnuovo Cilento.
Agli agenti del paese non sembra vero: ora avranno di che divertirsi. Per Franco la divisa diventa un incubo quotidiano che si trasforma in realtà il 5 ottobre 1999. Quel giorno per lui scattano le manette. Tutto inizia dall'ennesima, immotivata provocazione. Una multa per divieto di sosta a Vallo Scalo. Franco compie l'errore di mandare a quel paese un agente. Immediato l'arresto. Immancabili le botte nel commissariato. L'accusa è pesante: resistenza aggravata e continua nonché lesioni personali. Ovviamente Franco risponde con una controdenuncia per arresto illegale, lesioni personali, abuso di autorità e calunnia. Per lui scattano gli arresti domiciliari presso l'abitazione familiare, a Castelnuovo Cilento. Una beffa: il compito di controllarne l'osservanza viene affidato agli stessi carabinieri denunciati. Inizia il tormento al punto che diverse volte chiederà di tornare in carcere. Ma quando tutto sembra volgere per il meglio con il proscioglimento da ogni accusa, per Franco inizia la terza fase di persecuzione: quella dello Stato. Alla fine venti anni di angherie, soprusi, minacce, botte, lasciano il segno. Psicologicamente fragile, Franco si sente perseguitato. Ogni volta che incrocia una divisa, entra nel panico. Per due volte il sindaco di Castelnuovo firma la richiesta per un trattamento sanitario obbligatorio. Esperienza traumatica che Franco riesce a superare continuando ad insegnare. Adora i bambini e i bambini adorano questo maestro altissimo. Le uniche proteste dei genitori sono perché è poco severo. Di certo non una minaccia. Ma così non la pensa il sindaco di Pollica Acciaroli, Giuseppe Vassallo che ha formati contro di lui il Tso fatale. Il 30 luglio Franco si trovava nella località turistica cilentana quando, per l'ennesima volta, viene inseguito dai carabinieri. In preda al panico scappa. La pattuglia desiste. Il maestro trova rifugio nel bungalow del campeggio Club Costa Cilento. Un luogo tranquillo, per lui. Circondato da amici e persone che lo stimano come la signora Licia, la proprietaria del camping, che, di tanto in tanto, gli lascia i nipotini. Ma la mattina seguente l'incubo delle forze dell'ordine ritorna, prepotente. Arrivano sul posto una quindicina di carabinieri, una pattuglia dei vigili urbani, un medico dell'ospedale di Vallo della Lucania. Voglio portare Franco in ospedale. Il maestro scappa dalla finestra, si getta in mare, a nuoto raggiunge una secca. Per oltre due ore resta in acqua. Sopraggiunge anche una motovedetta della guardia costiera per avvertire i bagnanti che "è in corso una caccia all'uomo". Stremato, si arrende. Raggiunge la spiaggia, chiede una sigaretta, si fa una doccia. E' tranquillo. Consapevole di ciò che lo aspetta. Eppure, gli vengono fatte tre iniezioni. Sale sull'ambulanza e il suo ultimo messaggio è per la signora Licia. «Se mi portano a Vallo, non ne esco vivo». E così sarà. Dopo quattro giorni di Tso muore per un infarto causato da edema polmonare. Una morte naturale, "normale", dicono dall'ospedale. Ma dall'autopsia emergono particolari inquietanti. Franco aveva diversi lividi sul corpo e segni di lacci su polsi e caviglie. Era stato legato per tutti e quattro i giorni di Tso, anche se sulla cartella clinica non c'è traccia della contenzione. Ci rechiamo all'ospedale di Vallo per parlare con i medici. Nessuno apre bocca. Nessuno ha visto niente, anche se quattordici, fra medici e infermieri, sono tutt'ora sotto inchiesta. Tutti tacciono anche quando facciamo notare che le sbarre alle finestre e le porte del reparto chiuse a chiave non sono "normali". Chiediamo di parlare con i vertici dell'ospedale per avere dei chiarimenti che, puntualmente, non arrivano. «Quello che succede di sopra, non lo so» ci spiega, come se niente fosse, il vicedirettore. Ogni nostra domanda è un secco «no comment». Neanche quando domandiamo se avesse avuto notizia di una rissa al piano di sopra, cosa che spiegherebbe la contenzione (anche se non protratta per quattro giorni) e i lividi. «Quello che succede di sopra...». Certo, i dirigenti dell'ospedale non lo sanno. Rassicurante. Sta di fatto che un maestro elementare, che ha vissuto tutta la sua vita di precario insegnante, perseguitato da fascisti, forze dell'ordine, amministratori locali in quanto "noto e pericoloso anarchico", in poche ore è passato dalla calda spiaggia di Acciaroli al freddo marmo dell'obitorio dell'ospedale di Vallo della Lucania. Tutto per un trattamento sanitario obbligatorio deciso da un sindaco che non voleva avere problemi in una località che ha appena ottenuto la bandiera blu d'Europa e millanta di essere il paese di Ernest Hemingway. Come chiosa il professor Galzerano, «un falso storico senza precedenti».

Fonte:

http://www.reti-invisibili.net/francescomastrogiovanni/




venerdì 3 agosto 2012

ROVESCISMO STORICO SULLA STRAGE DELL'ITALICUS















  


Giovedì 26 Gennaio 2012 08:15 

 di  Sergio Cararo

I fascisti ci riprovano e la “nota agenzia” Adn/Kronos gli dà ampio spazio. Rovesciare la storia della strage dell’Italicus dell’agosto 1974 e addossare la colpa…al PCI!! La fonte? Il fascista Mario Tuti, accusato della strage, killer nero fuori e dentro le carceri italiane che si è fatto sdoganare dai "democratici". Un vergognoso tentativo di manipolazione della storia.
Un vergognoso servizio della “nota agenzia” Adn/Kronos, ieri è rimbalzata in diverse redazioni. Vi proponiamo il servizio così come riportato dall’agenzia. Il nostro punto di vista lo troverete alla fine di questo strampalata e vergognosa operazione di “rovesciamo storico”.

Scrive l’Adn(Kronos di mercoledì 25 gennaio:


La strage dell'Italicus? ''E' l’unica dove ci sono molti e concordanti indizi su una commistione tra servizi segreti deviati e, questa volta, non i soliti partiti governativi, o il Movimento Sociale…ma il Partito Comunista''. Parola di Mario Tuti, che per quell'eccidio che il 5 agosto del 1974 fece 12 morti e una cinquantina di feriti è stato processato, condannato e poi assolto.
Ma questa non è la sola rivelazione dell’uomo nero del terrorismo neofascista degli anni Settanta. In un'intervista rilasciata a Pino Casamassima e pubblicata sul blog di Ugo Tassinari '”Fascinazione'', Tuti mette in relazione la bomba esplosa all’uscita di una galleria di San Benedetto Val di Sambro sul treno partito da Roma e diretto al Brennero con l'omicidio di Alceste Campanile, dietro la quale, sostiene, ''ci sono implicazioni innominabili''. Su Campanile, dice l'ex terrorista, la verità, ''quella vera, porta dritto dritto all’Italicus''.
Insomma, secondo Tuti, ricostruisce Casamassima, nell’attentato all’Italicus sarebbe coinvolto il Pci, e Alceste Campanile sarebbe stato soppresso ''perché sa troppo e non ci si può fidare di uno come lui, fra l’altro eccessivamente esuberante ed esposto a Reggio Emilia''.
Per sostenere questa Tuti porta alcuni elementi a sostegno della sua tesi, che, a suo avviso, vengono a comporre un puzzle che lascia poco spazio ai dubbi. ''Nel corso del processo in cui ero imputato - racconta - venne fuori un biglietto della polizia di Reggio Emilia che facendo riferimento ad una fonte confidenziale, e quindi protetta anche di fronte alla magistratura, riproponeva per la strage dell’Italicus una pista legata ad ambienti dell’intellighenzia di sinistra di quella città, e che era già stata indicata all’inizio delle indagini, ma poi lasciata cadere''.
''Quando le persone indicate in quel biglietto furono chiamate a testimoniare, una di queste, tale Scolari, docente nella facoltà frequentata da Alceste, e dirigente del Partito Comunista, si suicidò durante la notte, impiccandosi e lasciando un biglietto molto confuso, in cui ricordava appunto la sua dedizione al partito e l’angoscia per la citazione a testimoniare'', sottolinea l'ex terrorista secondo cui ''alla base di quel gesto estremo doveva esserci qualcosa di molto grave e sporco''. Anche perché, sottolinea, ''tutti i giornali e i telegiornali diedero ampio rilievo alla notizia. Non solo, ma lo stesso processo per l’Italicus venne sospeso perché il pubblico ministero era corso a Reggio Emilia per consultarsi coi suo colleghi''. Poi, ''quel biglietto coi nomi è sparito''.
''I risultati sono sotto gli occhi di tutti - aggiunge - Furono prese le misure necessarie per far cadere ogni cosa: infatti, nessuno menzionò più l’episodio di Scolari e, se ci fai caso, quella dell’Italicus è la strage meno ricordata di tutte'' perché ''è l’unica dove ci sono molti e concordanti indizi su una commistione tra servizi segreti deviati'' e ''partito comunista''. D'altra parte, aggiunge, ''quando un colonnello dei carabinieri si prende senza battere ciglio una condanna a 4 anni per proteggere la loro 'traduttrice' iscritta al partito comunista, nonché compagna di un resistente greco, come l’Aiello…''.
Per Tuti, dunque, ricomponendo il ''puzzle che comprende il suo professore suicida, il biglietto del padre in cui coinvolgeva appartenenti al Pci, l’oscuramento mediatico di quella strage, il colonnello dei carabinieri e, infine, le plurime e discordanti confessioni di Bellini'' emerge chiaramente ''la storia vera dell’Italicus e di Alceste Campanile''.
Tornando alla pista nera dell’Italicus, l'ex terrorista racconta: ''Dopo la mia assoluzione nel processo di primo grado, come richiesto anche dallo stesso pubblico ministero e dalle parti civili delle vittime, che non conclusero contro di noi - a parte le parti civili istituzionali come il comune di Bologna, il cui avvocato, Montorsi, ex ufficiale dei carabinieri, sarà poi indagato insieme a Gelli -, in Appello, dopo le dichiarazioni dei cosiddetti pentiti neri, vale a dire Calore, Vinciguerra, Bonazzi, Izzo: tutti concordi nell’escludere non solo la mia colpevolezza per la strage, ma anche il semplice coinvolgimento coi servizi o la massoneria, venni invece condannato! Formidabile, no?''.
E aggiunge: ''Mentre dopo l’assoluzione per l’Italicus venni mandato nei cosiddetti 'braccetti della morte' che erano il grado estremo di durezza repressiva in Italia, tipo Guantanamo per intenderci, stranamente, dopo la condanna in Appello per un delitto così grave e infamante, venni mandato nel miglior carcere d’Italia: Porto Azzurro! Quasi una sorta di scambio, che, implicitamente, mi diceva: “tieniti la condanna, tanto da qui con un paio d’anni di buona condotta esci...”.
Quella che avete appena letto è la “marchetta” dell’Adn/Kronos al fascista Mario Tuti e ai suoi sdoganatori "democratici".

Dal 20 febbraio 2004 Mario Tuti è in regime di semilibertà nel carcere di Civitavecchia dove deve rientrare la sera per dormire. A decidere il nuovo regime carcerario dell'ex terrorista nero, condannato a due ergastoli per tre omicidi e a 14 anni di reclusione per la rivolta di Porto Azzurro, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Firenze. Ora Tuti lavorerà in una comunità di recupero di tossicodipendenti a Civitavecchia e resterà consulente dell'Arci di Livorno, con cui ha collaborato negli ultimi tre anni per la realizzazione di prodotti multimediali. Il 20 gennaio 2000 il tribunale di sorveglianza di Milano aveva dichiarato inammissibile l' istanza di semilibertà presentata dal terrorista di destra. L'1 dicembre 2001, di nuovo, il tribunale di sorveglianza di Firenze respinge la richiesta di semilibertà, ritenendo necessario sperimentare prima la strada della concessione di permessi. Il 28 dicembre 2002, Tuti esce di nuovo, in permesso di 4 ore, e visita il museo "Fattori" di Livorno accompagnato dall'ex militante di Prima Linea Marco Solimano, presidente della sezione livornese dell'Arci. La causa della scarcerazione di MarioTuti sarà perorata anche da Luigi Manconi.

Chi è MarioTuti, pezzo da novanta del terrorismo fascista in Italia?

Ma chi è il fascista Mario Tuti? Era un noto fascista di Empoli. Tuti viene arrestato il 28 luglio 1975 per l'omicidio di due poliziotti, uccisi mentre perquisivano la sua abitazione, nell'ambito di un 'inchiesta sul Fronte nazionale rivoluzionario (di aperta ispirazione fascista). Il Fronte Nazionale Rivoluzionario venne fondato da Mario Tuti nei primi mesi del 1972 ed era attivo soprattutto in Toscana: Il Fnr  si rifaceva al fascismo “rivoluzionario” e agli ideali della Repubblica Sociale Italiana. Rappresenta un punto di rottura tra la vecchia guardia del fascismo golpista e la nuova generazione che punta adopporsi anche con le armi al sistema. La formazione si sciolse in seguito alla perquisizione e al ritrovamento dell'arsenale del gruppo a casa dello stesso Tuti nel 1975, che si conclude con l'uccisione di due agenti di polizia e con la fuga di Tuti, il quale verrà poi arrestato sei mesi dopo. Condannato all'ergastolo, durante la detenzione nel carcere di Novara uccide Ermanno Buzzi, un altro fascista riconosciuto colpevole per la strage di Brescia (maggio 1974) e ritenuto un delatore. Condannato per l'attentato ai treni della linea Firenze-Roma e per quello all'Italicus, Tuti viene assolto in appello per il primo e, per il secondo, la cassazione confermerà l'assoluzione della corte d'assise di appello.
L’attentato sul treno Italicus dell’agosto1974 (12 morti) viene rivendicato con un volantino dall’organizzazione militare fascista Ordine nero che proclama: “Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”. Giancarlo Esposti era un fascista che era stato ucciso il 30 maggio 1974 dai carabinieri in un campo paramilitare a Pian Del Rascino, nelle montagne sopra Rieti. La polizia era informata da tempo che Mario Tuti fosse un fascista con progetti chiaramente eversivi e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage dell’Italicus era proprio lui. Risultato: la denuncia venne archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era…. il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia P2. Solo all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre poliziotti andati per arrestarlo suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. Tuti riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il killer fascista viene arrestato.

Il contesto del 1974: quel plumbeo clima da colpo di stato

La ricostruzione storica di un personaggio come Mario Tuti, rilanciata dall’Adn/Kronos e dalla “fascisteria”, rovescia completamente il contesto politico della strage sul treno Italicus arrivando a sostenere che sia stato il Pci a organizzare l’attentato sul treno. Durante il 1974 ed anche nell’agosto di quell’anno, il Pci e la sinistra rivoluzionaria italiana avevano ben altri problemi di cui preoccuparsi: il clima da colpo di stato che è aleggiato nel paese durante buona parte del 1974. Chi ha vissuto quel periodo lo ricorda bene perché ha dovuto dormire fuori in casa diverse notti. Chi è più giovane è bene che sappia.
I reduci del tentato golpe di Borghese del dicembre 1970 infatti non erano stati bloccati dalle autorità ed erano andati avanti fino a tutto il 1974 nel programmare piani d’attacco contro il sistema istituzionale. Queste manovre si svolgono prevalentemente a Roma, dove il gen. Miceli, capo dei servizi segreti, aveva avuto qualche sentore dei movimenti di Borghese, e dove nella trama cospirativa s’è trovata traccia di cattolici legati ad ambienti del Vaticano e di individui collegati alla P2, come denunciato alla magistratura romana dal Ministero dell’interno Taviani nel 1974 e 1975. Si è anche parlato di un golpe di destra che si sarebbe dovuto realizzare a Roma proprio nell’agosto 1974 dopo la strage dell’Italicus, ma che poi viene accantonato a seguito delle dimissioni in quell’agosto del presidente americano Nixon.
Paolo Emilio Taviani, democristiano, membro di Gladio e all’epoca ministro dell’Interno così descrive in sede di Commissione Parlamentare sulle stragi  l’allarme sul clima da colpo di stato nel 1974:
“Debbo fare un cenno, sia pure breve, del falso allarme nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1974. Quella notte io dormii nella scuola della Pubblica sicurezza di Moena. Poco prima delle quattro mi chiamò al telefono il Capo di Gabinetto: avvertiva che circolavano strane voci a Roma di possibile colpo di Stato. Cinque minuti dopo mi ritelefona che forse si trattava di falso allarme. Chiamai il Vice capo della polizia. Mi disse che erano balle: una voce proveniente dallo Stato Maggiore dell'Esercito. Poco dopo il Capo di Gabinetto confermò: falso allarme. All'alba mi chiamò Rumor. Lo rassicurai. Mi disse che gli aveva telefonato Nenni: che alcuni socialisti erano andati a dormire fuori casa. Il falso allarme era derivato da un equivoco: alcuni alti ufficiali della Scuola di guerra di Civitavecchia si erano ritrovati a cena a Santa Marinella. Avevano discusso sul problemi finanziari dei quali dovevano riferire al loro Ministro. C'è da osservare ancora oggi come il clima fosse pesante. Non somigliava a quello del Cile prima dell'avvento di Pinochet? La guardia forestale di Borghese, rientrata in caserma dal Ponte Mollo, non ricordava il colpo di Stato operetta di Santiago precedente quello vero? Riconobbi tuttavia di aver commesso un errore a condurre con me in Trentino il Capo della polizia. Da allora egli restò sempre a Roma quando io mi spostavo fuori dalla capitale”  (resoconto audizione Commissione Stragi del 1/7/1997)
Un anno prima, nell’estate 1973, era stato scoperto il piano golpista della Rosa dei Venti. Coinvolti ufficiali dell’esercito e dei carabinieri italiani e ufficiali in servizio presso le basi Nato del Nordest. Nel dicembre 1973 viene dichiarato lo stato d’allerta nelle caserme italiane. Il 28 maggio 1974 c’è strage alla manifestazione sindacale antifascista in piazza della Loggia a Brescia. Il  4 agosto 1974 c’è la strage dell’Italicus. Impossibile invece fare qui un elenco completo delle aggressioni fasciste, degli assalti, dei piccoli attentati, degli accoltellamenti…
In questo clima, il 14 novembre 1974 Pasolini firma sul Corriere della sera un articolo intitolato “Che cos’è questo golpe?”. Scrive Pierpaolo Pasolini “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti…».
Un documento riservato dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia
Un documento riservato e ufficiale nel carteggio tra l’ambasciata in italia e il Dipartimento di Stato Usa, rivela cose interessanti. L’ambasciatore Usa in Italia, Volpe, è a colloquio con due importanti notabili della DC: Bernabei (allora presidente della Rai) e Bartolomei (capogruppo),entrambi strettissimi collaboratori di Fanfani. I tre discutono della situazione politica italiana e tutti si dicono preoccupati dell’impatto delle misure di austerity sul paese e del fatto che un eventuale opposizione dei sindacati e del Psi alle misure antipopolari, agevoli l’ingresso del Pci nel governo che non veniva più ritenuto un tabù anche da settori degli industriali. Nei  mesi precedenti c’era stata la strage fascista a Brescia e la sconfitta del blocco moderato-rezionario nel referendum per il divorzio. L’ambasciatore Volpe evidenziò come anche le vicende del terrorismo neofascista che avevano insanguinato l’Italia negli ultimi mesi
erano considerate da Bernabei perlopiù come espedienti che rischiavano di dare maggiore potere contrattuale al Pci. «In più – riportò l’ambasciatore – [Bernabei] sostenne che i recenti casi di terrorismo in Italia giocavano direttamente a favore dei comunisti. Le pressioni combinate della sconfitta referendaria, dell’attività terroristica attribuita ai neofascisti, e la pressione dei sindacati stanno tutte lavorando insieme per spingere alcuni leader
economici (e.g., Agnelli e altri industriali del Nord) ed alcuni (non specificati) leader dei partiti repubblicano e liberale così come molti del Psi a concludere che un governo di “Salvezza nazionale” a sei partiti sia l’unica via d’uscita. Comunque, entrambi i collaboratori di Fanfani esitarono nell’indicare importanti democristiani che potrebbero favorire un soluzione di questo tipo”.
(Fonte: Document Number: 1974ROME07690; Draft Date: 05 JUN 1974; C O N F I D E N T IA L; FM AMEMBASSY ROME TO SECSTATE WASHDC 5174; Subject: FANFANI COLLEAGUES VIEW ITALIAN STITUATION DARKLY; Drafter: n/a. Firmato Volpe. Cfr. in appendice: Documento 18)
Infine, ma non per importanza, l'uccisione del giovane di sinistra Alceste Campanile a Reggio Emilia, sempre nel 1974, non c'entra assolutamente niente con la vicenda dell'Italicus. Ci sono state innumerevoli inchieste ufficiali e ufficiose con polemiche feroci anche negli ambienti del Pci reggiano ed emiliano, ma in nessuna occasione - anche quelle più controverse - è mai venuto fuori nessun collegamento con la vicenda della strage dell'Italicus. La ricostruzione di Tuti è surreale e del tutto strumentale, un pò come quella che sostiene che Mussolini fosse un "grande statista".

Fonte:

mercoledì 1 agosto 2012

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci»

Dal blog http://insorgenze.wordpress.com di Paolo Persichetti:


agosto 1, 2012


Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi.
L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi». Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.
«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»
L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.
La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato con l’Fplp di George Abash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos, che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 facesse ancora base a Parigi, nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.
Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.
Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla (Di Vittorio era passato per Parigi dopo esser stato respinto alla frontiera inglese); l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna, profondamente religiosa, ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.
Chi era Di Vittorio, ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.


L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna
Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità il 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.
Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:
«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».
Infine nella corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.

COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!
Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2012/08/01/strage-di-bologna-daniele-pifano-sbugiarda-il-deputato-fli-enzo-raisi-mauro-di-vittorio-non-ha-mai-fatto-parte-del-collettivo-del-policlinico-o-dei-comitati-autonomi-operai-di-via-dei-volsci/