Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


sabato 3 novembre 2012

Monti resuscita il ponte sullo stretto e si piega alle lobby dei costruttori



Di CARLO LANIA

02.11.2012

Protestano comitati e associazioni ambientaliste: «Decisione pilatesca, il governo ci ripensi» Dopo averlo archiviato con la legge di stabilità, il governo contraddice se stesso e proroga di due anni di deroghe.

Stop al Ponte sullo Stretto di Messina. Anzi no. Il governo fa una repentina marcia indietro sulla già annunciata messa in soffitta del progetto del ponte che dovrebbe collegare la Sicilia alla Calabria. L'addio all'opera pubblica era stato dato con l'accantonamento nella legge di stabilità di 300 milioni di euro per il pagamento della penale dovuta al Consorzio che avrebbe dovuto realizzarlo, ma nel consiglio dei ministri della scorsa notte il governo ci ha ripensato. Se davvero ci sarà, lo stop al Ponte non verrà dato prima di due anni, tempo necessario - spiega una nota di palazzo Chigi - per «verificarne la fattibilità tecnica e la sussistenza delle effettive condizioni di bancabilità». Nel frattempo non si starà però con le mani in mano, anzi si potrà continuare a cementificare: «In ogni caso - prosegue infatti Palazzo Chigi - durante il periodo di proroga, previa deliberazione del Cipe, potranno comunque essere assicurati sui territori interessati interventi infrastrutturali immediatamente cantierabili, a patto che presentino una funzionalità autonoma e siano già compresi nel progetto generale». Il sospetto è che la decisione sia frutto sia delle pressioni fatte in questi giorni dalla lobby del Ponte, sia della scelta di non spendere oggi, in piena crisi economica e con il governo che taglia i fondi anche ai malati di Sla, i 300 milioni già stanziati. Rimandando la patata bollente al prossimo governo, Monti/bis o no che sia.
Comunque stiano le cose, la retromarcia non è piaciuta a opposizione e associazioni ambientaliste, che nei giorni scorsi avevano salutato come un successo la decisione di mettere finalmente la parola fine a una storia decennale. Nella notte, invece, la brutta sorpresa del rinvio. «E' una decisione sbagliata, anzi è una non-decisione» scrive su Facebook Nichi Vendola. «Pensavamo fosse un capitolo finito - prosegue il leader di Sel e governatore della Puglia - pensavamo fosse chiaro che il progetto è insostenibile e irrealizzabile. Invece no. Il centrosinistra ha un'altra decisione da prendere con urgenza non appena sarà al governo del Paese».
In effetti l'addio al Ponte sembrava essere davvero definitivo. Lo stesso ministro dell'Ambiente Corrado Clini, nelle scorse settimane, aveva spiegato la contrarietà del governo alla realizzazione dell'opera, al punto da definanziarne la costruzione. Invece, complice la notte, l'ultimo consiglio dei ministri ha fatto slittare tutto di altri due anni. Motivando perdipiù la scelta come se le spiegazioni date solo qualche giorno prima non fossero mai state dette: «Tale decisione - spiega infatti palazzo Chigi - è motivata dalla necessità di contenimento della spesa pubblica, vista anche la sfavorevole congiuntura economica internazionale. Ed è in linea con la proposta della Commissione europea dell'ottobre 2011 di non includere più questo progetto nelle linee strategiche sui corridoi trans-europei». «Qualora in questo periodo di tempo non si giungesse a una soluzione tecnico-finanziaria sostenibile - prosegue la nota - scatterà la revoca ex lege dell'efficacia di tutti i contratti in corso tra la concessionaria Stretto di Messina spa e il contraente generale, con il pagamento delle sole spese effettuate e con una maggiorazione limitata al 10%».
Due anni durante i quali non è detto che non si continuino a spendere soldi. «Tenere in piedi il progetto del Ponte - denuncia infatti il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini - significa continuare a pagare studi e magari costruire inutili opere di collegamento a un'opera che mai verrà costruita». L'associazione chiede quindi al governo di bocciare il progetto e procedere, subito dopo, a «sciogliere la Società Stretto di Messina». Critico anche il Wwf, che parla di «decisione pilatesca». «Il governo, dopo ben nove anni di studi, visto che il progetto preliminare è stato presentato nel 2003 ha già oggi tutti gli elementi per chiudere con il progetto, con il General Contractor, senza pagare penali, e con quell'ente inutile che è la Stretto di Messina spa», scrive l'associazione. Di «schiaffo all'Italia onesta» parla invece Angelo Bonelli. «Com'è possibile - si chiede il presidente dei Verdi - che un governo che taglia i fondi per l'assistenza ai malati di Sla non cancelli immediatamente un'opera che costerà più di 8,5 miliardi di euro e che rappresenta la sagra dello spreco e dell'inutilità».
Dal centrodestra si leva invece la voce soddisfatta dell'ex ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli: «E' certo - dice - che se il centrodestra tornasse a guidare il paese il Ponte sarebbe realizzato perché è un'opera che serve alla Sicilia, al Sud, all'Europa».

giovedì 1 novembre 2012

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo del 1922 a Bologna. Primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate, di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. Dopodiché gli sposi si trasferiscono a Bologna.
Lo stesso Pasolini dirà di se stesso: "Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della societa' italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unita' d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, cio' non le impedi' affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma"
Nel 1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido. Visti i numerosi spostamenti, l'unico punto di riferimento della famiglia Pasolini rimane Casarsa. Pier Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si accentuano i contrasti col padre. Guido invece vive in una sorta di venerazione per lui, ammirazione che lo accompagnerà fino al giorno della sua morte.
Nel 1928 è l'esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico.

Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano. Negli anni del liceo dà vita, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini e Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per la discussione di poesie.
Conclude gli studi liceali e, a soli 17 anni si iscrive all'Università di Bologna, facoltà di lettere. Collabora a "Il Setaccio", il periodico del GIL bolognese e in questo periodo scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, "Poesie a Casarsa".
Partecipa inoltre alla realizzazione di un'altra rivista, "Stroligut", con altri amici letterati friulani, con i quali crea l' "Academiuta di lenga frulana".

L'uso del dialetto rappresenta in qualche modo un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse. Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento, in senso dialettale, della cultura.
Scoppia la seconda guerra mondiale, periodo estremamente difficile per lui, come si intuisce dalle sue lettere. Viene arruolato sotto le armi a Livorno, nel 1943 ma, all'indomani dell'8 settembre disobbedisce all'ordine di consegnare le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa. La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versuta, al di là del Tagliamento, luogo meno esposto ai bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi. Qui insegna ai ragazzi dei primi anni del ginnasio. Ma l'avvenimento che segnerà quegli anni e' la morte del fratello Guido, aggregatosi alla divisione partigiana "Osoppo".
Nel febbraio del 1945 Guido venne massacrato, insieme al comando della divisione osavana presso le malghe di Porzus: un centinaio di garibaldini si era avvicinata fingendosi degli sbandati, catturando in seguito quelli della Osoppo e passandoli per le armi. Guido, seppure ferito, riesce a fuggire e viene ospitato da una contadina. Viene trovato dai garibaldini, trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprà della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato. La morte di Guido avrà effetti devastanti per la famiglia Pasolini, soprattutto per la madre, distrutta dal dolore. Il rapporto tra Pier Paolo e la madre diviene così ancora più stretto, anche a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:
Nel 1945 Pasolini si laurea discutendo una tesi intitolata "Antologia della lirica pascoliniana (introduzione e commenti) e si stabilisce definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.
In questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 si avvicina al PCI, cominciando la collaborazione al settimanale del partito "Lotta e lavoro". Diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa, ma non viene visto di buon occhio nel partito e, soprattutto, dagli intellettuali comunisti friulani. Le ragioni del contrasto sono linguistiche. Gli intellettuali "organici" scrivono servendosi della lingua del novecento, mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo senza fra l'altro cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto ciò risulta inammisibile: molti comunisti vedono in lui un sospetto disinteresse per il realismo socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura borghese.
Questo, di fatto, è l'unico periodo in cui Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica, anni in cui scriveva e disegnava manifesti di denuncia contro il costituito potere demoscristiano.
Il 15 ottobre del 1949 viene segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne avvenuta, secondo l'accusa nella frazione di Ramuscello: è l'inizio di una delicata ed umiliante trafila giudiziaria che cambierà per sempre la sua vita. Dopo questo processo molti altri ne seguirono, ma è lecito pensare che se non vi fosse stato questo primo procedimento gli altri non sarebbero seguiti.
E' un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la DC, e Pasolini, per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale rappresenta un bersaglio ideale. La denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla destra che dalla sinistra: prima ancora che si svolga il processo, il 26 ottobre 1949.
Pasolini si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro apparentemente senza uscita. La risonanza a Casarsa dei fatti di Ramuscello avra' una vasta eco. Davanti ai carabinieri cerca di giustificare quei fatti, intrinsecamente confermando le accuse, come un'esperienza eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale: ciò non fa che peggiorare la sua posizione: espulso dal PCI, perde il posto di insegnante, e si incrina momentaneamente il rapporto con la madre. Decide allora di fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato e insieme alla madre si trasferisce a Roma.
I primi anni romani sono dificilissimi, proiettato in una realtà del tutto nuova e inedita quale quella delle borgate romane. Sono tempi d'insicurezza, di povertà, di solitudine.
Pasolini, piuttosto che chiedere aiuto ai letterati che conosce, cerca di trovarsi un lavoro da solo. Tenta la strada del cinema, ottenendo la parte di generico a Cinecittà, fa il correttore di bozze e vende i suoi libri nelle bancarelle rionali.
Finalmente, grazie al poeta il lingua abbruzzese Vittori Clemente trova lavoro come insegnante in una scuola di Ciampino.
Sono gli anni in cui, nelle sue opere letterarie, trasferisce la mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata della borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un doloroso processo di crescita. Nasce insomma il mito del sottoproletariato romano.
Prepara le antologie sulla poesia dialettale; collabora a "Paragone", una rivista di Anna Banti e Roberto Longhi. Proprio su "Paragone", pubblica la prima versione del primo capitolo di "Ragazzi di vita".
Angioletti lo chiama a far parte della sezione letteraria del giornale radio, accanto a Carlo Emilio Gadda, Leone Piccioni e Giulio Cartaneo. Sono definitivamente alle spalle i difficili primi anni romani. Nel 1954 abbandona l'insegnamento e si stabilisce a Monteverde Vecchio. Pubblica il suo primo importante volume di poesie dialettali: "La meglio gioventu'".
Nel 1955 viene pubblicato da Garzanti il romanzo "Ragazzi di vita", che ottiene un vasto successo, sia di critica che di lettori. Il giudizio della cultura ufficiale della sinistra, e in particolare del PCI, è però in gran parte negativo. Il libro viene definito intriso di "gusto morboso, dello sporco, dell'abbietto, dello scomposto, del torbido.."
La Presidenza del Consiglio (nella persona dell'allora ministro degli interni, Tambroni) promuove un'azione giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti. Il processo da' luogo all'assoluzione "perche' il fatto non costituisce reato". Il libro, per un anno tolto alle librerie, viene dissequestrato. Pasolini diventa però uno dei bersagli preferiti dai giornali di cronaca nera; viene accusato di reati al limite del grottesco: favoreggiamento per rissa e furto; rapina a mano armata ai danni di un bar limitrofo a un distributore di benzina a S. Felice Circeo.
La passione per il cinema lo tiene comunque molto impegnato. Nel 1957, insieme a Sergio Citti, collabora al film di Fellini, "Le notti di Cabiria", stendendone i dialoghi nella parlata romana, poi firme sceneggiature insieme a Bolognini, Rosi, Vancini e Lizzani, col quale esordisce come attore nel film "Il gobbo" del 1960.
In quegli anni collabora anche alla rivista "Officina" accanto a Leonetti, Roversi, Fortini, Romano', Scalia. Nel 1957 pubblica i poemetti "Le ceneri di Gramsci" per Garzanti e, l'anno successivo, per Longanesi, "L'usignolo della Chiesa cattolica". Nel 1960 Garzanti pubblica i saggi "Passione e ideologia", e nel 1961 un altro volume in versi "La religione del mio tempo".

Nel 1961 realizza il suo primo film da regista e soggettista, "Accattone". Il film viene vietato ai minori di anni diciotto e suscita non poche polemiche alla XXII mostra del cinema di Venezia. Nel 1962 dirige "Mamma Roma". Nel 1963 l'episodio "La ricotta" (inserito nel film a più mani "RoGoPaG"), viene sequestrato e Pasolini e' imputato per reato di vilipendio alla religione dello Stato. Nel '64 dirige "Il vangelo secondo Matteo"; nel '65 "Uccellacci e Uccellini"; nel '67 "Edipo re"; nel '68 "Teorema"; nel '69 "Porcile"; nel '70 "Medea"; tra il '70 e il '74 la triologia della vita, o del sesso, ovvero "Il Decameron", "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte"; per concludere col suo ultimo "Salo' o le 120 giornate di Sodoma" nel 1975.
Il cinema lo porta a intraprendere numerosi viaggi all'estero: nel 1961 e', con Elsa Morante e Moravia, in India; nel 1962 in Sudan e Kenia; nel 1963 in Ghana, Nigeria, Guinea, Israele e Giordania (da cui trarrà un documentario dal titolo "Sopralluoghi in Palestina").
Nel 1966, in occasione della presentazione di "Accattone" e "Mamma Roma" al festival di New York, compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti; rimane molto colpito, soprattutto da New York. Nel 1968 e' di nuovo in India per girare un documentario. Nel 1970 torna in Africa: in Uganda e Tanzania, da cui trarrà il documentario "Appunti per un'Orestiade africana".
Nel 1972, presso Garzanti, pubblica i suoi interventi critici, soprattutto di critica cinematografica, nel volume "Empirismo eretico".
Essendo ormai i pieni anni settanta, non bisogna dimenticare il clima che si respirava in quegli anni, ossia quello della contestazione studentesca. Pasolini assume anche in questo caso una posizione originale rispetto al resto della cultura di sinistra. Pur accettando e appoggiando le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene in fondo che questi siano antropologicamente dei borghesi destinati, in quanto tali, a fallire nelle loro aspirazioni rivoluzionarie.

Tornando ai fatti riguardanti la produzione artistica, nel 1968 ritira dalla competizione del Premio Strega il suo romanzo "Teorema" e accetta di partecipare alla XXIX mostra del cinema di Venezia solo dopo che, come gli viene garantito, non ci saranno votazioni e premiazioni. Pasolini è tra i maggiori sostenitori dell'Associazione Autori Cinematografici che si batte per ottenere l'autogestione della mostra. Il 4 settembre il film "Teorema" viene proiettato per la critica in un clima arroventato. L'autore interviene alla proiezione del film per ribadire che il film è presente alla Mostra solo per volontà del produttore ma, in quanto autore, prega i critici di abbandonare la sala, richiesta che non viene minimamente rispettata. La conseguenza è che Pasolini si rifiuta di partecipare alla tradizionale conferenza stampa, invitando i giornalisti nel giardino di un albergo per parlare non del film, ma della situazione della Biennale.
Nel 1972 decide di collaborare con i giovani di Lotta Continua, ed insieme ad alcuni di loro, tra cui Bonfanti e Fofi, firma il documentario 12 dicembre. Nel 1973 comincia la sua collaborazione al "Corriere della sera", con interventi critici sui problemi del paese. Presso Garzanti, pubblica la raccolta di interventi critici "Scritti corsari", e ripropone le poesia friulana in una forma del tutto peculiare sotto il titolo di "La nuova gioventu'".
La mattina del 2 novembre 1975, sul litorale romane ad Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida, scopre il cadavere di un uomo. Sarà Ninetto Davoli a riconoscere il corpo di Pier Paolo Pasolini. Nella notte i carabinieri fermano un giovane, Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana" alla guida di una Giulietta 2000 che risulterà di proprietà proprio di Pasolini. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all'evidenza dei fatti, confessa l'omicidio. Racconta di aver incontrato lo scrittore presso la Stazione Termini, e dopo una cena in un ristorante, di aver raggiunto il luogo del ritrovamento del cadavere; lì, secondo la versione di Pelosi, il poeta avrebbe tentato un approccio sessuale, e vistosi respinto, avrebbe reagito violentemente: da qui, la reazione del ragazzo.
Il processo che ne segue porta alla luce retroscena inquietanti. Si paventa da diverse parti il concorso di altri nell'omicidio ma purtroppo non vi sarà arriverà mai ad accertare con chiarezza la dinamica dell'omicidio. Piero Pelosi viene condannato, unico colpevole, per la morte di Pasolini.
Il corpo di Pasolini è sepolto a Casarsa.


Memoriale tratto da Biografieonline.it

Fonte:

http://www.pierpaolopasolini.it/biografia.htm


"L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo". Pier Paolo Pasolini 
Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962















martedì 30 ottobre 2012

Morti sul lavoro: nuovo incidente all’Ilva, muore un ragazzo di 29 anni. Altri cinque morti in sol giorno e articoli correlati



Luca Mantini

Luca Mantini nasce a Firenze il 18 Ottobre 1949, da una famiglia di estrazione proletaria.
S19 ottobretudia all' Università di Firenze ed inizia il suo percorso politico in Lotta Continua. Viene arrestato per la prima volta nel ' 72 in seguito ad alcuni scontri con la polizia avvenuti a Prato, ad un comizio elettorale dell'Msi.
Viene condannato a due anni e 8 mesi di reclusione, che sconterà nel carcere di Firenze, per il lancio di alcune bottiglie molotov.

Mantini all' interno del carcere rifiuta di essere recluso insieme agli altri detenuti politici.
Preferisce la convivenza con i detenuti comuni, la maggioranza dei quali condannati per rapina.
In loro, Mantini individua una trasformazione, avvenuta proprio all'interno della realtà carceraria che li ha portati a politicizzarsi.
Con loro, Mantini forma il collettivo George Jackson, in onore al militante delle Pantere Nere che durante la reclusione in carcere iniziò la sua militanza, diventando marxista. Proprio alle Pantere Nere e alla loro teoria della centralità degli appartenenti al sotto-proletariato urbano che vivono ai margini della società e della legalità, Mantini ispirava le sue idee.
Il collettivo Jackson è la prima aggregazione di detenuti politicizzati. Alcuni di essi, insieme a Mantini, divengono dirigenti dei Nuclei Armati Proletari.

Il 29 Ottobre 1974 si scatena un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, durante un tentativo di rapina per autofinanziamento alla Cassa di Risparmio di Firenze.
Muoiono Luca Mantini e Giuseppe Sergio Romeo, i loro compagni Pietro Sofia e Pasquale Abatangelo vengono catturati mentre un quinto riesce a trarsi in salvo.

I Nap in seguito, con una telefonata anonima, rivendicano il tentato esproprio dalla banca.
Nei giorni seguenti vengono affissi sui muri di Firenze molti manifesti, scritti a mano e firmati "Autonomia Proletaria, Collettivo Autonomo Santa Croce e Collettivo Jackson", che danno notizia della morte di Luca Mantini e invitano ai funerali che si terranno il 31 ottobre.

L' 8 Luglio dell'anno successivo, la sorella di Luca, Anna Maria Mantini, viene uccisa da una squadra dell'antiterrorismo, in seguito ad una delazione.

Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2903-18-ottobre-1949-nasce-luca-mantini

lunedì 29 ottobre 2012

IL MASSACRO DI KAFR QASIM


File:Kafr Quasim Memorial, Israel.jpg

 Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Kafr_Quasim_Memorial,_Israel.jpg

 

Il 29 ottobre 1956, alcune unita' delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per il Triangolo di villaggi, giunti a Kafr Qasim, ingiunsero alla popolazione di restare in casa avendo ordinato che il coprifuoco cominciasse un'ora prima del solito. Piu' di 40 lavoratori che coltivavano i campi dei dintorni, giunti in ritardo in citta', furono fatti allineare e sparati alla schiena a bruciapelo. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto era possibile affinche' la verita' sulla strage restasse nascosta. Si parlo' di errore e si cercarono i colpevoli, che furono identificati in Lt.Daham e nel Maggiore Melindi: questi, colpevoli dell'omicidio di 43 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte di un terzo, e, alla fine, nel settembre 1960, Daham ebbe l'incarico di Ufficiale per gli Affari Arabi al municipio di Ramle.


 
Kufr Qassem”

un villaggio che sogna
il grano, i fiori della violetta
e lo sposalizio delle colombe.
Mieteteli in un solo colpo
mieteteli … mieteteli.
Un bosco d’ulivi
era sempre verde
era,   amore mio.
Certo, cinquanta vittime
fecero di essa al tramonto
un stagno rosso,
cinquanta vittime.
Amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.  
Ti dedico ogni cosa
l’ombra e la luce
l’anello dello sposalizio
e tutto cio' che desideri
ti dedico un giardino
di fichi e   ulivi.
Verro' da te come tutte le notti
introducendomi dalla finestra
e nel sogno
ti lancero' un gelsomino.
Non rimproverarmi
se tardero' un poco
loro, mi hanno fermato
o amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
“Kufr Qassem”
Sono tornato dalla morte
per vivere … per cantare
  lasciami prendere la mia voce
da una ferita incandescente
e aiutami sul rancore, che
semina spine nel mio cuore.
Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegno'
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere !

Mahmud Darwish

Fonte:

http://www.arabcomint.com/perchesuona.htm


.
[…] [La] poesia intitolata “L’assassinato n.48 […] parla della vittima numero 48 caduta nel massacro di Kufr Qasim. Gli assassini trovarono nel petto della vittima una lanterna di rose e una luna … e sul corpo una scatola di zolfanelli, un passaporto… e sul morbido braccio dei tatuaggi. Quindi, come si intuisce dalla poesia, la vittima era un giovane, che, come tutti i giovani di nobili sentimenti, pensava ad un futuro migliore e ad una vita colma di bene. Il poeta ci descrive un’ immagine della tragedia che avviluppò questo piccolo villaggio allorché il buio iniziò ad intensificarsi sul cielo della Palestina, sino ad avere il sopravvento sulla luce.



Assassinato n.48


Nel suo petto trovarono
una lanterna di rose
e una luna.

Giaceva morto su una pietra
trovarono … monetine
nella sua tasca,
e sopra di lui
una scatola di zolfanelli
e un passaporto.

Sul morbido braccio, invece,
c’erano dei tatuaggi.
La madre l’aveva baciato,
l’aveva pianto un anno dopo l’altro.

Spini cervini gli crebbero negli occhi
e le tenebre si addensarono.

Anche il fratello, quando crebbe,
e andò per le vie della città
cercandosi un lavoro, lo buttarono in cella.

Lui non possedeva un passaporto,
ma portava per le strade
una cassa di marciume… ed altre casse …

O bambini del mio paese:
cosi morì la luna !
 

Mahmud Darwish

Fonte:

domenica 28 ottobre 2012

IL MASSACRO DI DAWAYMECH



<<Il 28 ottobre, mezz’ora dopo la preghiera del mezzogiorno, ricorda il muhktar, venti autoblindo entrarono nel villaggio da Qubayba mentre i soldati  attaccavano simultaneamente dal fianco opposto. I venti uomini che difendevano il villaggio restarono paralizzati dal terrore. I soldati sulle autoblindo aprirono il fuoco con mitragliatori e mortai, facendosi strada nel villaggio su tra fianchi lasciando aperto il lato est per far uscire da lì 6000 persone in un’ora. Poiché non ci riuscirono, le truppe saltarono già dai veicoli e cominciarono a sparare alla cieca. Molti abitanti corsero a rifugiarsi nella moschea o fuggirono lì vicino in una caverna sacra chiamata Iraq al-Zagh. Arrischiatosi a tornare al villaggio il giorno successivo, il mukhtar scorse con orrore le pile di morti nella moschea – e molti di più sparsi per le strade -, uomini, donne e bambini, tra cui riconobbe il proprio padre. Quando andò alla caverna trovò l’entrata bloccata da dozzine di cadaveri. Il mukhtar contò che mancavano all’appello 455 persone, di cui circa 170 tra donne e bambini.
Anche i soldati ebrei che presero parte al massacro riferirono scene raccapriccianti: neonati col cranio spaccato, donne violentate o bruciate vive dentro casa, uomini uccisi a coltellate.>>

I. Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, Roma 2008, pp. 237-238.

Nota: questo massacro è avvenuto il 28 ottobre 1948. Quanto qui narrato da Pappe si basa sulla testimonianza, ampiamente confermata, del mukhtar Hassan Mahmoud Ihdeib.

sabato 27 ottobre 2012

Giovanni Ardizzone


 

Foto tratta da: 

Da una scheda a cura di Gianfranco Ginestri

Milano 27 ottobre 1962. - Giovanni Ardizzone nacque nel 1941 a Castano Primo, a nord di Milano; era figlio unico di una famiglia titolare di una farmacia. Quando fu ucciso aveva 21 anni, era iscritto al secondo anno della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Milano, e frequentava il collegio universitario Fulvio Testi, alle porte della città operaia di Sesto San Giovanni, alla periferia nord di Milano. Nell'ambiente studentesco e proletario apprese a conoscere e condividere gli ideali del movimento operaio ed arrivò ad essere un attivo militante comunista. Come in tante altre città italiane, sabato 27 ottobre 1962, in piena “crisi dei missili”, la Camera del Lavoro di Milano organizzò una grande manifestazione pacifista e di protesta contro l'aggressione imperialista degli Stati Uniti a Cuba. Dopo il discorso del segretario della CGIL, si formò un corteo che sfilò nelle vie del centro storico milanese. I manifestanti alzavano cartelli e striscioni, scandivano parole d'ordine e canzoni politiche: "Indipendenza per Cuba", "Cuba sì, yankee no", "Pace, Pace", "Disarmo", "Fuori le basi nordamericane"... Dopo l'arrivo del corteo in piazza del Duomo, il Comando della Polizia dette l'ordine di disperdere i manifestanti pacifisti. Il Terzo Battaglione della Celere, corpo speciale di intervento anti-manifestazioni, giunto appositamente da Padova, iniziò i caroselli con le jeep. Le camionette cariche di poliziotti si gettarono deliberatamente contro la testa del corteo, investendo lo studente Giovanni Ardizzone (davanti alla Antica Loggia dei Mercanti, di fronte al Duomo di Milano) e poco dopo altri due manifestanti: il muratore Nicola Giardino di 38 anni, e l’operaio Luigi Scalmana, di 57 anni. Giovanni Ardizzone morì nello stesso pomeriggio in ospedale; gli altri due feriti restarono in fin di vita per alcuni giorni, poi si salvarono. La popolazione milanese reagì all'aggressione poliziesca con lanci di pietre e bastoni, obbligando varie volte le jeep a ritirarsi. Durante gli scontri e specialmente nella caccia all'uomo attuata dalla polizia nelle vie adiacenti, ci furono altri feriti e arrestati. Nella notte tra il sabato e la domenica, gruppi di manifestanti giunsero alla spicciolata nel luogo dove era stato ucciso Giovanni Ardizzone, e dettero vita a un sit-in-non-stop. Domenica 28 ottobre 1962 una moltitudine sempre più impressionante di persone si concentrò in Piazza Duomo e dintorni, depositando fiori e cartelli che denunciavano gli autori dell'assassinio. Assurdamente, il ministero dell'interno e la stampa governativa e padronale cercarono di nascondere e mistificare l’assassinio, facendolo passare come “banale incidente stradale”. Lunedì 29 ottobre 1962 gli operai delle fabbriche milanesi entrarono in sciopero e furono sospese le lezioni nelle università e nelle scuole superiori al fine di potere partecipare alla protesta collettiva contro l’assassinio di Giovanni Ardizzone. Nella notte tra lunedì e martedì una immensa manifestazione collocò il ritratto del giovane caduto e molte corone di fiori nel vicino Sacrario dedicato ai Caduti della Resistenza, dove continuò il pellegrinaggio della popolazione milanese e lombarda. Una grande partecipazione vi fu pure al funerale di Giovanni Ardizzone, nel suo paese natale, Castano Primo, dove giunsero per l'estremo saluto oltre 5 mila persone. Anche in molte altre città italiane, dove nei giorni precedenti furono realizzate manifestazioni contro l’aggressione imperialista Usa a Cuba, ci furono scioperi nelle scuole superiori e nei posti di lavoro, e il popolo italiano scese ancora per le strade protestando contro l'assassinio dello studente di medicina ucciso a soli 21 anni per la libertà di Cuba e della Rivoluzione Cubana…
A Cuba Giovanni Ardizzone è molto amato e ricordato: a lui da molto tempo è dedicata la Facoltà Universitaria di Medicina ospitata presso l’ospedale dell'Isola della Gioventù, e una sua foto è esposta nell’aula magna di Nueva Gerona.

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