Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


domenica 2 febbraio 2014

APPROVATA LA CARTA DI LAMPEDUSA

La Carta di Lampedusa

Testo approvato a Lampedusa l’1 Febbraio 2014

 

PREAMBOLO


La Carta di Lampedusa è un patto che unisce tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti, nei modi, nei linguaggi e con le azioni che ogni firmatario/a riterrà opportuno utilizzare e mettere in atto.
La Carta di Lampedusa è il risultato di un processo costituente e di costruzione di un diritto dal basso che si è articolato attraverso l’incontro di molteplici realtà e persone che si sono ritrovate a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014, dopo la morte di più di 600 donne, uomini e bambini nei naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013, ultimi episodi di un Mediterraneo trasformatosi in cimitero marino per le responsabilità delle politiche di governo e di controllo delle migrazioni.
La Carta di Lampedusa non è una proposta di legge o una richiesta agli stati e ai governi.
Da molti anni le politiche di governo e di controllo dei movimenti delle persone, elemento funzionale alle politiche economiche contemporanee, promuovono la disuguaglianza e lo sfruttamento, fenomeni che si sono acuiti nella crisi economica e finanziaria di questi primi anni del nuovo millennio. L’Unione europea, in particolare, anche attraverso le sue scelte nelle politiche migratorie, sta disegnando una geografia politica, territoriale ed esistenziale per noi del tutto inaccettabile, basata su percorsi di esclusione e confinamento della mobilità, attraverso la separazione tra persone che hanno il diritto di muoversi liberamente e altre che per poterlo fare devono attraversare infiniti ostacoli, non ultimo quello del rischio della propria vita. La Carta di Lampedusa afferma come indispensabile una radicale trasformazione dei rapporti sociali, economici, politici, culturali e giuridici - che caratterizzano l’attuale sistema e che sono a fondamento dell’ingiustizia globale subita da milioni di persone - a partire dalla costruzione di un’alternativa fondata sulla libertà e sulle possibilità di vita di tutte e tutti senza preclusione alcuna che si basi sulla nazionalità, cittadinanza e/o luogo di nascita.
La Carta di Lampedusa si fonda sul riconoscimento che tutte e tutti in quanto esseri umani abitiamo la terra come spazio condiviso e che tale appartenenza comune debba essere rispettata. Le differenze devono essere considerate una ricchezza e una fonte di nuove possibilità e mai strumentalizzate per costruire delle barriere.
La Carta di Lampedusa assume l’intero pianeta come spazio di applicazione di quanto sancisce, il Mediterraneo come suo luogo di origine e, al centro del Mediterraneo, l’isola di Lampedusa. Le politiche di governo e di controllo delle migrazioni hanno imposto a quest’isola il ruolo di frontiera e confine, di spazio di attraversamento obbligato, fino a causare la morte di decine di migliaia di persone nel tentativo di raggiungerla. Con la Carta di Lampedusa si vuole, invece, restituire il destino dell’isola a se stessa e a chi la abita. È a partire da questo primo rovesciamento dei percorsi fino ad oggi costruiti dalle regole politiche ed economiche predominanti, che la Carta di Lampedusa vuole muoversi nel mondo.
Indipendentemente dal fatto che il diritto dal basso proclamato dalla Carta di Lampedusa venga riconosciuto dalle attuali forme istituzionali, statali e/o sovrastatali, ci impegniamo, sottoscrivendola, ad affermarla e a metterla in atto ovunque nelle nostre pratiche di lotta politica, sociale e culturale.
La Carta di Lampedusa è divisa in due parti che rispecchiano la tensione tra i nostri desideri e le nostre convinzioni e la realtà del mondo che abitiamo. La Parte Prima elenca i nostri principi di fondo da cui muoveranno tutte le lotte e le battaglie che si svilupperanno a partire dalla Carta di Lampedusa. La Parte Seconda risponde invece alla necessità di confrontarsi con la realtà disegnata dalle attuali politiche migratorie e di militarizzazione dei confini, con il razzismo, le discriminazioni, lo sfruttamento, le diseguaglianze, i confinamenti e la morte degli esseri umani che esse producono, affermando, rispetto a tale realtà, i punti necessari per un suo complessivo cambiamento.


PARTE PRIMA


LIBERTA’ DI MOVIMENTO
La Carta di Lampedusa afferma la libertà di movimento di tutte e tutti.
Riconoscendo che la storia umana è storia di migrazioni, ma che le migrazioni sono oggi anche elemento essenziale del neoliberismo e del sistema economico capitalista; riconoscendo che le politiche migratorie sono oggi tra i meccanismi principali attraverso cui si ridefiniscono le divisioni di classe e riemergono i rapporti e le asimmetrie coloniali tra gli stati; affermando l’ipocrisia di ogni retorica politica che promuove l’obiettivo dichiarato di arrestare la mobilità dei e delle migranti; consapevoli che il diktat di muoversi nel mondo seguendo le necessità dell’economia globale è un imperativo che riguarda una grande parte degli esseri umani, mentre la libertà di farlo seguendo un proprio progetto di vita è un privilegio a cui ha accesso una parte minoritaria della popolazione mondiale; riconoscendo che il modo in cui vengono regolati i percorsi migratori crea forme di inclusione e di esclusione che producono condizioni giuridiche, sociali ed economiche gerarchicamente diversificate per milioni di persone che si muovono nel mondo, ma alle quali è preclusa la libertà di determinare i propri percorsi,
La carta di Lampedusa afferma che non può essere accettata nessuna divisione tra gli esseri umani tesa a stabilire, di volta in volta, chi, a seconda del suo luogo di nascita e/o della sua cittadinanza, della sua condizione economica, giuridica e sociale, nonché delle necessità dei territori di arrivo, sia libero di spostarsi in base ai propri desideri e bisogni, chi possa farlo soltanto in base a un’autorizzazione, e chi, infine, per poter compiere quello stesso percorso, debba accettare di subire pratiche di discriminazione, di sfruttamento e violenza anche sessuali, di disumanizzazione e mercificazione, di confinamento della propria libertà personale, e di rischiare di perdere la propria vita.
LIBERTA’ DI SCELTA
Osservando come le politiche di governo e di controllo delle migrazioni funzionino anche attraverso dispositivi volti a incanalare il percorso migratorio delle singole persone, bloccandole in alcuni paesi, respingendole nei paesi di attraversamento, o riportandole nei paesi di primo arrivo, e condizionino in questo modo le loro possibilità di scegliere liberamente il loro percorso, il loro luogo di residenza e/o di modificare in qualsiasi momento tale scelta,
La Carta di Lampedusa, slegando il concetto di spazio da ogni logica di proprietà e privatizzazione, inclusa quella propria della tradizione degli stati nazionali, afferma la libertà di ogni essere umano di scegliere il luogo in cui abitare e la conseguente libertà di opporsi e battersi per rimuovere gli ostacoli che a essa si frappongono. Tale libertà si riferisce anche ai/alle minorenni adolescenti che vanno considerati/e in quanto persone consapevoli, pur nella necessità di garantire per essi/e ogni forma di tutela legata alla loro minore età.
LIBERTA’ DI RESTARE
Dichiarando che i conflitti armati, le catastrofi climatiche e l’ingiustizia globale che devastano gran parte del pianeta sono fenomeni connessi all’attuale modello economico; osservando come, in nome di una crescita economica che non tiene conto della preservazione ambientale e del futuro di tutte le persone, la produzione è delocalizzata dove il profitto può sfuggire ad ogni regola, le risorse sono sfruttate e redistribuite in modo sempre più iniquo; affermando che, anche quando migrare appare una scelta intimamente connessa alla vita privata delle persone, essa non è mai del tutto scindibile dal contesto ambientale e sociale in cui matura; constatando che le diseguaglianze e le ingiustizie economiche violano la libertà di restare anche di milioni di genitori cui viene di fatto impedito di crescere i/le propri/e figli/e, anche bambini e minori adolescenti, in una condizione di prossimità perché la migrazione della madre, del padre o di entrambi, o dei minori da soli, diventa a volte il solo modo di garantire per essi/e le condizioni di vita a cui aspirano;
A.La Carta di Lampedusa afferma la libertà di restare come libertà di tutti/e di non essere costretti/e ad abbandonare il paese in cui si nasce o che si abita quando non si sceglie di farlo. La Carta di Lampedusa afferma altresì la libertà di lottare, promuovere, costruire tutte le iniziative necessarie a rimuovere ogni forma di sfruttamento, assoggettamento economico, politico, militare e culturale che impedisca l’esistenza autonoma, libera, indipendente e pacifica di tutte le persone che abitano il mondo.
Osservando come i dispositivi di respingimento formali e informali, le pratiche di identificazione, detenzione e confinamento, i percorsi autorizzati ma condizionati, e l’attribuzione di status differenziati, impediscano a chi migra di farlo con la libertà di scegliere dove arrivare e dove restare,
B. La Carta di Lampedusa afferma la libertà di restare come libertà di abitare qualsiasi luogo, diverso da quello di nascita e/o di cittadinanza, anche una volta che le persone abbiano lasciato il proprio paese, e di costruire in tale luogo il proprio progetto di vita.
Riconoscendo nelle norme che oggi condizionano il diritto di soggiorno al possesso di riconoscimenti formali di produttività economica uno strumento di ricatto e differenziazione degli status giuridici e delle possibilità di vita delle persone,
La Carta di Lampedusa afferma che la libertà di restare nel paese che si è scelto una volta che si è lasciato il proprio non può in alcun modo essere subordinata allo svolgimento di attività lavorativa riconosciuta e autorizzata sulla base delle necessità del mercato del lavoro dei luoghi di arrivo. La Carta di Lampedusa afferma inoltre che la libertà di restare e di costruire il proprio progetto di vita nel luogo in cui si è scelto di abitare implica l’assenza di ogni sfruttamento e un accesso alla salute, alla casa, al lavoro e all’istruzione, alla comunicazione e all’informazione, anche e soprattutto giuridica, senza nessuna discriminazione, così come la rimozione di ogni ostacolo, in ogni ambito dell’esistenza, che possa impedire l’esercizio di tale libertà.
LIBERTA’ DI COSTRUZIONE E REALIZZAZIONE DEL PROPRIO PROGETTO DI VITA IN CASO DI NECESSITA’ DI MOVIMENTO
Riconoscendo che la produzione cronica e strutturale di conflitti, nonché delle catastrofi climatiche e ambientali, così come economiche e sociali, determina l’immediata necessità di abbandonare il luogo in cui essi si sviluppano,
La Carta di Lampedusa afferma che ogni essere umano che si trovi nella necessità di muoversi dal suo paese di nascita e/o di cittadinanza, o dal paese in cui ha scelto di vivere, in ragione di ogni tipo di persecuzioni individuali e/o collettive, già avvenute o potenziali, ha la libertà di scegliere il luogo in cui stabilirsi e di ricongiungersi in tale luogo con le persone che appartengono al proprio nucleo affettivo. Ciò non deve in alcun modo essere messo in contrapposizione con la libertà di movimento, di restare e di scelta del luogo in cui abitare delle persone che non vivono tali condizioni.
La Carta di Lampedusa afferma che in tali casi a tutte e tutti deve essere riconosciuta e garantita immediatamente la possibilità di potersi muovere in sicurezza, senza condizionamenti e impedimenti.
La Carta di Lampedusa afferma inoltre che in tali casi a tutte e tutti devono essere garantite tutele giuridiche, economiche, sociali, culturali ed esistenziali lungo tutti i paesi attraversati nel loro percorso. Le stesse tutele, nonché l’accesso alla condivisione dello spazio e delle risorse, vanno garantiti nei luoghi in cui le persone avranno scelto di stabilirsi affinché possano costruire e realizzare il loro progetto di vita. Tali tutele dovranno essere loro garantite anche nel caso in cui decidano di cambiare il luogo in cui abitare.
LIBERTA’ PERSONALE
La Carta di Lampedusa afferma che nessun essere umano, in nessun caso, può essere privato della libertà personale, e quindi confinato o detenuto, per il fatto di esercitare la libertà di muoversi dal luogo di nascita e/o di cittadinanza, o la libertà di vivere e di restare nel luogo in cui ha scelto di stabilirsi.
LIBERTA’ DI RESISTENZA
La Carta di Lampedusa afferma la Libertà di tutte e di tutti di resistere a politiche tese a creare divisione, discriminazione, sfruttamento e precarietà degli esseri umani, e che generano diseguaglianza e disparità.
Constatando inoltre come le attuali politiche di governo e di controllo delle migrazioni siano uno dei principali strumenti per creare tali condizioni,
La Carta di Lampedusa afferma la Libertà di tutti e di tutte di resistere a tali politiche nella loro complessità, così come nei loro specifici meccanismi di funzionamento, che si tratti dell’istituto dei campi di contenimento e/o detenzione, dei confini, dei permessi di soggiorno legati ai contratti di lavoro, delle pratiche di deportazione, espulsione e respingimento, di non parità nell’accesso al lavoro e alla casa, di sfruttamento della forza lavoro migrante, di precarizzazione delle condizioni di vita e di lavoro, delle politiche di selezione e contenimento della mobilità in base all’economia di mercato, delle politiche dei visti, delle politiche delle quote, delle pratiche di militarizzazione dei territori e del mare per controllare e impedire la mobilità degli esseri umani.
La Carta di Lampedusa afferma inoltre la libertà e il dovere di disobbedire a ordini ingiusti.


PARTE SECONDA


SMILITARIZZAZIONE DEI CONFINI
Considerando che, tra i paesi dell’Unione Europea, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi, Italia, Spagna e Svezia, sono tra i dieci maggiori esportatori di armi nel mondo; che un’altissima percentuale di queste viene importata proprio da quei paesi in situazioni di conflitto e/o accusati di violare diritti umani e libertà democratiche, dai quali le persone fuggono; riconoscendo che le attuali politiche di governo e controllo delle migrazioni comportano un processo di militarizzazione dei territori interni e delle zone di confine degli stati, inclusi quelli da cui si vogliono bloccare o filtrare le partenze, spesso mascherato dalla retorica dell’umanitario o fatto passare per un semplice dispositivo di sicurezza o di vigilanza; riconoscendo che l’isola di Lampedusa ha assunto un ruolo centrale in questo processo e che la militarizzazione tesa al controllo dei confini e delle migrazioni si intreccia con la militarizzazione dei territori a scopi bellici e di difesa degli interessi economici predominanti; constatando che la militarizzazione così intesa comporta specifiche forme di violenza aggiuntiva sui corpi, tra cui la violenza sessuale, in particolare sui corpi delle donne, e osservando come la militarizzazione, producendo morte, comporti spesso la sparizione dei corpi, imponendo forme di affetto e lutto dimezzate per parenti e amici,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità dell’immediata abolizione di tutte le operazioni legate alla militarizzazione dei territori e alla gestione dei dispositivi di controllo dei confini, sia militari che civili, incluso l’addestramento militare ai respingimenti e al controllo della mobilità delle persone in territorio internazionale.
La Carta di Lampedusa afferma quindi la necessità della completa riconversione delle risorse sino ad oggi investite e stanziate in tal campo per assicurare percorsi di arrivo garantito delle persone che migrano per necessità, nonché per scopi sociali rivolti a tutte e tutti.
Considerando che il nesso umanitario-securitario attraverso il quale gli stati impediscono ai e alle migranti di arrivare nello spazio europeo, o intervengono nelle modalità del loro arrivo, è uno dei meccanismi fondamentali della militarizzazione dei territori interni e delle zone di confine degli stati, inclusi quelli da cui si vogliono bloccare o filtrare le partenze,
La Carta di Lampedusa afferma l’immediata necessità di abolire:
il sistema Eurosur, appositamente concepito per implementare i meccanismi di controllo atti a impedire l’accesso dei e delle migranti nei territori degli stati dell’Unione europea;
l’’agenzia europea Frontex, appositamente concepita per contrastare l’arrivo delle e dei migranti nei territori degli stati dell’Unione europea, e le sue missioni attualmente in corso;
tutte le operazioni dell’Unione europea e dei suoi stati membri, sia che si svolgano in zone di confine (come l’operazione italiana Mare Nostrum iniziata nel 2013) sia che prevedano l’intervento in stati non membri dell’Unione europea (come l’operazione Eubam avviata in Libia nel 2013);
tutti i sistemi di controllo, comunicazione e gli apparati bellici (sistemi elettronici e satellitari, radar, droni, sistemi di controllo biometrico, mezzi aeronavali) volti al controllo delle migrazioni e/o alla militarizzazione dei territori con scopi di guerra e affermazione degli interessi economici dominanti;
tutte le barriere materiali, con particolare riferimento ai muri e alle barriere fisiche che attorniano l’Unione europea e che si espandono nei territori degli stati confinanti con il fine di impedire la libertà di movimento.
Inoltre, per il ruolo che la militarizzazione assume nello specifico contesto siciliano, La Carta di Lampedusa esige la cessazione immediata:
• dell’uso della base di Sigonella per il transito di reparti specializzati delle forze armate USA utilizzati per l’addestramento delle forze di polizia e armate dei regimi africani;
• del ruolo strategico della base Sigonella per il comando e la gestione di droni di proprietà delle forze armate USA e NATO anche in funzione di vigilanza e sostegno alle operazioni di controllo e contrasto delle migrazioni;
• delle procedure per l’installazione di una delle stazioni terrestri del MUOS a Niscemi che avrà, tra gli altri, il compito strategico di coordinare gli utenti mobili, tra cui droni, nelle operazioni di sorveglianza del Mediterraneo e respingimento dei e delle migranti in regime di extraterritorialità.
LIBERTA’ DI MOVIMENTO II
Riaffermando la Libertà di movimento così come definita nella Prima parte,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di abolire immediatamente il sistema dei Visti che, impedendo a una parte della popolazione mondiale di muoversi liberamente, e istituendo una mobilità selettiva, costringe tutti/e coloro che non possono ottenere un visto a rischiare la vita nel tentativo di attraversare le frontiere, o ad attraversarle con modalità che comportano forme di discriminazione nell’accesso ai diritti una volta raggiunto lo spazio europeo.
Constatando che negli accordi economici e di aiuto allo sviluppo l’Unione europea impone ai paesi considerati a rischio migratorio il controllo e la militarizzazione dei loro confini, così come la riammissione dei e delle migranti espulsi/e dall’Unione europea e che abbiano transitato sul loro territorio; considerando che tale imposizione diviene criterio di negoziazione delle quote di ingresso dei loro cittadini sul territorio dell’Unione europea,
La Carta di Lampedusa afferma l’esigenza di eliminare il principio delle clausole migratorie da tutti gli accordi e che i paesi a cui esso viene imposto rifiutino tale principio nelle negoziazioni, nonché di contrastare le attuali politiche europee di vicinato, liberando le relazioni tra i popoli e tra gli stati da ogni forma di strumentalizzazione ai fini del controllo delle migrazioni.
Rilevando come le attuali politiche migratorie dell’Unione europea tendano a legare la possibilità del soggiorno legale delle persone nei suoi stati membri alle esigenze del mercato del lavoro, sino a prevedere un nesso inscindibile tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro; individuando in questo legame l’origine di ogni possibilità di ricatto sui lavoratori e le lavoratrici migranti da parte dei datori di lavoro, possibilità questa che comporta la limitazione dei diritti e delle tutele per tutti/e i lavoratori e le lavoratrici,
La Carta di Lampedusa afferma l’immediata necessità di svincolare definitivamente il diritto di ingresso, di soggiorno e di permanenza sui territori degli stati membri al possesso di un rapporto di lavoro.
Rilevando come il sistema delle quote di ingresso, adottato dagli stati membri dell’Unione europea e stabilito prevalentemente sulla base delle loro necessità economiche, sia uno dei principali meccanismi di clandestinizzazione delle persone,
La Carta di Lampedusa afferma l’immediata necessità di abolire il sistema delle quote, nonché la necessità di riconoscere il diritto al soggiorno a tutti e tutte coloro che abbiano già fatto ingresso sul territorio europeo, superando definitivamente la logica delle sanatorie. La Carta di Lampedusa afferma inoltre la necessità di abrogare i limiti qualitativi (legati a criteri di reddito e di abitazione) e quantitativi (legati al numero e all’età delle persone da ricongiungere) attualmente imposti al ricongiungimento familiare. Rispetto alle persone minorenni la Carta di Lampedusa sostiene il principio dell’interesse prevalente del/della minorenne relativamente a qualunque scelta o decisione lo/la riguardi; sostiene la presunzione della minore età e la necessità di eliminare l’utilizzo di pratiche mediche invasive volte all’accertamento della stessa; promuove l’attivazione immediata della tutela e di tutti gli strumenti tesi a garantire alla/al minorenne l’esercizio di ogni diritto. In tutti i momenti del percorso migratorio delle persone minorenni, inoltre, le operazioni di assistenza e di accompagnamento non devono essere espletate dalle forze militari o di polizia, bensì da personale qualificato e competente. In tutti i momenti del percorso migratorio ogni persona, se posta di fronte ai rappresentanti di qualsiasi ente o istituzione deve essere messa nelle condizioni effettive di comprendere quello che gli sta accadendo, di essere informata dei propri diritti, di essere ascoltata, di farsi comprendere nella propria lingua e di partecipare alle decisioni che la riguardano.
La Carta di Lampedusa afferma la necessità dell’immediata abrogazione delle norme che direttamente o indirettamente configurano come reato l’ingresso e/o il soggiorno qualificato come irregolare, nonché dell’immediata abrogazione delle figure di reato che direttamente o indirettamente criminalizzano il soccorso, l’accoglienza e l’ospitalità dei migranti a prescindere dalla regolarità del loro ingresso e del loro soggiorno.
LIBERTA’ DI SCELTA II
Riaffermando la Libertà di scelta così come definita nella Prima parte,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di abrogare tutte le norme nazionali e internazionali, con particolare riferimento alla normativa europea che discende dal trattato di Schengen, che limitano la libertà di movimento, di restare e di scegliere dove vivere dei cittadini europei e di quelli provenienti dai cosiddetti paesi terzi, anche nella loro specificità di richiedenti protezione internazionale.
La Carta di Lampedusa afferma in particolare la necessità dell’immediata abrogazione del Regolamento di Dublino, e di tutte le sue successive modifiche, che impone alle e ai migranti di fare richiesta di protezione internazionale nel primo stato membro in cui fanno ingresso, impedendo in tal modo alle persone di portare a compimento il proprio progetto di vita. In questo senso si ribadisce la libertà di scelta delle e dei richiedenti protezione internazionale in ordine al paese presso cui chiederla, posta la necessità che tutti gli stati raggiungano standard parimenti elevati di protezione e accoglienza con sanzioni tempestive ed efficaci a carico degli stati membri che non ottemperino agli standard.
LIBERTA’ DI RESTARE II
Riaffermando la libertà di restare come definita dalla Prima parte,
Rilevando come uno dei principali strumenti di subordinazione e di controllo dei e delle migranti sia lo stretto legame tra il diritto di soggiorno e l’espletamento di più o meno complessi adempimenti burocratici; rilevando come le norme che regolano tali adempimenti rappresentino in diversi paesi una vera e propria legislazione separata e differenziata che costruisce figure giuridiche a diritti ridotti e sempre subordinati alla tutela dei confini delle nazioni e degli interessi degli stati suddetti,
La Carta di Lampedusa afferma l’immediata necessità di eliminare ogni presupposto che, nelle norme o nelle prassi, renda ineguale l’accesso ai diritti riconosciuti sulla base della cittadinanza, sia per ciò che concerne l’accesso al welfare, sia per quanto riguarda i meccanismi che regolano l’accesso al lavoro, sia per ciò che concerne i diritti politici, compreso il diritto di voto così come gli atti di stato civile. Ritiene altresì immediata la necessità di ridurre gli adempimenti richiesti per formalizzare la presenza in un determinato luogo a un mero accertamento, qualunque sia la propria cittadinanza, e la necessità di sottrarre tali funzioni al Ministero dell’Interno ed alle forze di Polizia.
A. Diritto al lavoro:
Sottolineando come interi settori del mercato del lavoro in Europa si basino sullo sfruttamento della manodopera migrante e che, come nel caso del lavoro domestico e di cura prestato soprattutto da donne migranti, la sua disponibilità a basso costo e a diritti ridotti contribuisca a superare i deficit delle istituzioni pubbliche, ma anche a permettere la loro deresponsabilizzazione; affermando come le forme di sfruttamento neoschiavistico generalizzate nei confronti delle e dei migranti implichino anche forme di ricatto e violenza, sia fisica che psicologica, inclusa quella di genere e sessuale; constatando come venga costantemente precluso l’accesso a numerose professioni per donne e uomini a partire da una segmentazione del mercato del lavoro sulla base dell’ origine e/o della cittadinanza; rilevando come a tali aspetti si aggiunga in molti casi il mancato riconoscimento dei titoli di studio posseduti e delle competenze acquisite (siano esse documentate o meno) e quindi di fatto la cancellazione e la negazione di percorsi di vita personali e professionali,
La Carta di Lampedusa afferma che il diritto all’accesso a tutte le professioni e a un lavoro libero da ogni sfruttamento, da svolgersi in condizioni di sicurezza e rispetto della persona in tutte le sue dimensioni, debba essere garantito a tutti e a tutte senza discriminazione alcuna. Tale diritto va garantito a parità di salario e nel rispetto delle norme contrattuali - costantemente violate anche dalla delocalizzazione strumentale della produzione e della forza lavoro - soprattutto laddove ciò implichi una revisione del sistema economico e sociale dei paesi interessati nella direzione di una più equa redistribuzione delle risorse e dei servizi.
B. Diritto all’abitare:
Rilevando come l’esercizio del diritto ad abitare sia oggi compromesso per una parte significativa della popolazione e si riveli quindi stratificato sulla base del reddito e spesso discriminatorio rispetto alla cittadinanza delle persone; considerando come il pieno esercizio del diritto all’abitare sia preliminare alla possibilità di esercitare altri diritti come quelli politici e altre libertà come quella di costruire il proprio progetto di vita nel territorio in cui si vive; rilevando come nel caso di alcune minoranze e di alcuni gruppi definiti su base nazionale, religiosa, sociale e/o economica, il diritto all’abitare sia costantemente violato dal loro confinamento in determinati spazi e luoghi separati dal resto del contesto urbano e designati a questo scopo sulla base di pregiudizi discriminatori che costringono spesso i membri di queste minoranze e di questi gruppi a modificare il proprio stile e il proprio progetto di vita; constatando l’accertata disponibilità di un numero considerevole di immobili, di proprietà sia pubblica che privata, lasciati in abbandono, inutilizzati o sottoutilizzati, e non destinati al soddisfacimento del diritto all’abitare,
La Carta di Lampedusa afferma il diritto di ogni essere umano di ottenere, conquistare e costruire la possibilità di abitare in un luogo adeguato al proprio progetto di vita e rispettoso di tutte le dimensioni, sempre sociali e relazionali, in cui possa realizzarsi la sua esistenza.
C. Diritto di cura e di accesso al welfare
Affermando come la piena realizzazione delle persone e dei loro progetti di vita non può che avvenire all’interno di un sistema di interdipendenze con gli/le altri/e e con la società tutta, e che tali interdipendenze divengono più significative in alcune fasi della vita, come la gravidanza, la genitorialità, l’infanzia o la vecchiaia, nonché in alcune condizioni dell’esistenza, come la malattia o la disabilità; constatando come l’attuale accesso alle politiche pubbliche e sociali che garantiscono la sostenibilità di queste interdipendenze discrimini sulla base della cittadinanza, del genere, e dello status sociale, economico e giuridico delle persone,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di garantire un accesso senza discriminazioni alle strutture sanitarie, alle cure mediche, e alle prestazioni monetarie e in termini di servizi, compresi quelli per la maternità e per l’infanzia, indispensabili per il pieno esercizio del diritto di ogni persona a ricevere e a dare cura.
D. Diritto all’istruzione
Affermando come un accesso non discriminatorio ai saperi, alla conoscenza e all’istruzione attraverso percorsi di apprendimento garantiti per tutti e tutte sia alla base della possibilità di costruire il proprio progetto di vita e della realizzazione delle persone in tutte le loro dimensioni; constatando come le politiche attuali ostacolino in alcuni paesi questo accesso, sulla base di prassi e normative che lo subordinano al possesso di determinati status giuridici, economici e sociali; affermando come l’apprendimento della lingua del paese in cui si sceglie di vivere sia un diritto fondamentale di ognuno/a in quanto condizione essenziale per poter realizzare il proprio progetto di vita; affermando che, in ogni caso, l’apprendimento e la conoscenza della lingua del paese in cui si sceglie di vivere non debbano mai essere adottati a livello istituzionale come criteri selettivi e come requisiti per l’ottenimento e il rinnovo dei permessi di soggiorno,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di rimuovere tutti gli ostacoli che discriminano rispetto all’accesso ai saperi, alla conoscenza, all’istruzione, e all’apprendimento delle lingue del paese in cui si vive e delle lingue materne, nonché ai contesti relazionali in cui questo accesso può avvenire e arricchirsi, di assicurare il riconoscimento dei titoli di studio e della qualità dei percorsi formativi e professionali, ove necessario integrandoli, e di cancellare tutte le prassi e le normative che nei diversi paesi creano percorsi di istruzione separati e differenziati sulla base della cittadinanza o dello status giuridico, sociale ed economico.
Rilevando come le risorse pubbliche per la fruizione e la produzione dell’arte e della cultura sono di fatto spesso non accessibili, la Carta di Lampedusa afferma il diritto di tutte e tutti ad accedere alle risorse pubbliche, ai fondi e agli spazi pubblici per l’arte e la cultura.
E. Diritto alla preservazione e alla costruzione del proprio nucleo familiare e affettivo
Affermando la libertà di ciascun essere umano di costituire un nucleo familiare e/o affettivo con le persone con cui sceglie di farlo, nel rispetto della loro libertà, a prescindere dalla loro cittadinanza e dal loro status giuridico, economico e sociale, nonché dall’orientamento sessuale; rilevando come la possibilità di costruire o preservare il proprio nucleo familiare e affettivo sia spesso subordinata alle condizioni economiche e sociali delle persone, che si rivelano ancora più significative nel caso dei e delle migranti, solitamente inclusi a diritti ridotti nel mercato del lavoro e nel sistema sociale delle politiche pubbliche,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di cancellare tutte le ingerenze istituzionali che, attraverso la produzione di prassi, dispositivi di controllo e normative, limitano e/o inibiscono la libertà delle persone di preservare e costruire il proprio nucleo familiare e affettivo, e che introducono all’interno di quest’ultimo differenze di status, giuridico e non solo, specie nel caso dei matrimoni tra cittadini o cittadine di uno stato membro dell’Unione europea e persone che non lo sono, o di matrimoni tra persone entrambe non cittadine di stati membri.
La Carta di Lampedusa afferma inoltre la necessità di riconoscere ai fini del rispetto dell’unità familiare e affettiva e anche per ciò che riguarda le procedure amministrative di ingresso e soggiorno, le unioni di fatto tra cittadini o cittadine di uno stato membro dell’Unione europea e persone che non lo sono, o tra persone entrambe non cittadine di stati membri.
F. Diritto alla partecipazione sociale e politica
Considerando come ad oggi milioni di persone vivano stabilmente sul territorio del paese che abitano senza avere accesso alla vita politica e sociale dello stesso, a causa di ostacoli normativi e burocratici, nonché di condizioni economiche, ambientali e abitative,
La Carta di Lampedusa afferma che ogni persona, indipendentemente dalla sua cittadinanza, dal suo status giuridico, sociale o economico, deve potere, se lo desidera, partecipare pienamente allo spazio pubblico e sociale del luogo in cui vive, e avere pieno accesso agli ambiti in cui tale partecipazione si manifesta, inclusi quelli elettorali e rappresentativi delle istituzioni democratiche ai livelli locali, nazionali e sovranazionali.
G. Affermazione di un linguaggio della non discriminazione nel rispetto di tutte e tutti
Constatando come ad oggi la retorica xenofoba e apertamente razzista, che trova ampia diffusione nello spazio pubblico e nei media di tutte le categorie, nonché quella propria del razzismo differenziale che guarda alle culture come forme statiche e immutabili, favoriscano le discriminazioni giuridiche, economiche e sociali; affermando come le numerose forme con cui si manifesta il razzismo mediatico siano strettamente connesse con le forme di razzismo istituzionale che limitano, attraverso normative e prassi, l’accesso ai diritti sulla base dell’origine e/o della cittadinanza delle persone; constatando l’uso ormai diffuso e normalizzato anche nei testi di legge di termini come “clandestino”, che rinviano a stereotipi e pregiudizi criminalizzanti e, in generale, l’utilizzo di espressioni e toni stigmatizzanti e discriminatori nei confronti di persone in base alla loro reale o presunta origine e/o appartenenza sociale, culturale o religiosa; rilevando come tali processi di criminalizzazione e stigmatizzazione vengano messi in atto attraverso la costante negazione del diritto di parola e del diritto all’auto-rappresentazione e all’auto-narrazione dei migranti all’interno dei media e degli spazi pubblici, producendo di conseguenza un’informazione parziale e unilaterale; ribadendo come la spettacolarizzazione del momento dell’arrivo dei migranti, sull’isola di Lampedusa come in molte altre frontiere d’Europa, con l’utilizzo di un linguaggio allarmistico e securitario - che travisa la realtà dei fenomeni e cancella le storie delle persone - contribuisca ad acuire fenomeni di razzismo e di discriminazione,
La Carta di Lampedusa esprime una visione politica di relazione tra le persone che non dipenda in alcun modo dalla loro origine e/o cittadinanza, nonché dalla loro reale o presunta appartenenza culturale o religiosa, e la necessità di combattere ogni linguaggio fondato su pregiudizi, discriminazioni e razzismo, comunque si manifesti, in ogni contesto e in ogni luogo.
H. Nuove forme di cittadinanza
Constatando come l’istituto della cittadinanza si sia rivelato dalla nascita degli stati-nazione un meccanismo inclusivo ma, al contempo, fortemente esclusivo, tanto da trasformare l’accesso ai diritti, anche a quelli sanciti come universali, in un privilegio legato allo status giuridico; constatando come ad oggi l’Unione europea non abbia introdotto alcun criterio innovativo nell’accesso alla cittadinanza europea che potesse dare a essa una portata inclusiva, ma abbia limitato la sua attribuzione ai soli individui che già possedevano una delle cittadinanze degli stati membri; considerando altresì come nel processo di allargamento dell’Unione europea si sia costituita una gerarchia interna alle diverse cittadinanze in base agli stati membri di appartenenza,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di riconoscere l’esercizio pieno di pari diritti a chiunque si trovi nello spazio europeo a prescindere dalla sua cittadinanza, e la necessità immediata del riconoscimento di una cittadinanza europea basata sullo ius soli.
La Carta di Lampedusa afferma in ogni caso la necessità di elaborare nuove modalità di relazione tra istituzioni e persone, basandole sulla residenza e non più sull’appartenenza nazionale.
LIBERTA’ DI COSTRUZIONE E REALIZZAZIONE DEL PROPRIO PROGETTO DI VITA IN CASO DI NECESSITÀ DI MOVIMENTO II
Ribadendo la Libertà di movimento, di costruzione e realizzazione del proprio progetto di vita in caso di necessità di movimento così come affermato nella Prima parte,
Rifiutando le politiche umanitarie messe in atto dalle strutture statali, sovrastatali e dalle organizzazioni internazionali, in quanto politiche che si fondano sul presupposto di riconoscere a una parte degli esseri umani una ridotta possibilità di movimento; bloccano le persone che si muovono per necessità nelle zone di prima sicurezza, o comunque condizionano i loro percorsi, con il risultato di costringere migliaia di esseri umani a condizioni di vita precarie e di sussistenza nei campi per lunghi periodi o in modo permanente; favoriscono le scelte dell’Unione europea in materia di asilo tese a delocalizzare o esternalizzare la protezione trasferendo le persone su base selettiva (resettlement) o impedendo il loro arrivo in Europa (regional protection program); si configurano come il risvolto delle politiche di guerra, di militarizzazione e di sfruttamento economico dei territori,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di costruire percorsi di arrivo garantito immediato per chi lascia il territorio di nascita e/o di cittadinanza e/o di residenza, per sfuggire a guerre, persecuzioni individuali o collettive, catastrofi climatiche e ambientali, così come economiche e sociali, senza che ciò in alcun modo venga messo in contrapposizione con la libertà di movimento delle persone che non vivono tali condizioni. La Carta di Lampedusa afferma che nel periodo necessario a costruire tali percorsi occorre che tutti rispettino in modo assoluto gli obblighi di soccorso sanciti a livello internazionale, senza conflitti di competenza geografica e senza quei ritardi che nel tempo hanno prodotto migliaia di morti; deve essere inoltre garantita l’immediata tutela delle e dei richiedenti protezione internazionale, sin dal primo contatto con le autorità dello stato membro a prescindere da dove e come tale contatto si determina (anche nelle acque o nelle aree internazionali).
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di sospendere immediatamente ogni pratica di respingimento formale e informale alle frontiere interne ed esterne dell’Unione europea.
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di mettere fine alle politiche di esternalizzazione dell’asilo, con cui l’Unione europea demanda la competenza della protezione internazionale agli stati di transito delle persone che si muovono per necessità. In questa prospettiva anche nelle situazioni di emergenza sopra elencate deve essere garantito alle persone il diritto di scelta per come è definito in questa Carta.
Pur riconoscendo la specificità dei percorsi di chi si muove per necessità, la Carta di Lampedusa rifiuta i criteri che regolano le verifiche di status e che, nella prassi, impongono alle persone di dimostrare le ragioni della loro migrazione al fine di potere accedere a determinati diritti.
La Carta di Lampedusa afferma inoltre la necessità che nei territori di arrivo siano messe in campo tutte le iniziative necessarie ad assicurare la possibilità di inserimento immediato dei e delle richiedenti protezione internazionale e dei e delle rifugiati/e nel tessuto economico e sociale.
La Carta di Lampedusa afferma la necessità di mettere fine al sistema di accoglienza basato su campi e centri per costruire invece un sistema condiviso nei diversi territori coinvolti, del Mediterraneo e oltre, basato sulla predisposizione, in ogni luogo, di attività di accoglienza diffusa, decentrata e fondata sulla valorizzazione dei percorsi personali, promuovendo esperienze di accoglienza auto-gestionaria e auto-organizzata, anche al fine di evitare il formarsi di monopoli speculativi sull’accoglienza e la separazione dell’accoglienza dalla sua dimensione sociale. La programmazione degli interventi sociali di prima accoglienza, successivi all’arrivo, deve tenere conto della costituzione familiare e parentale, preservando in ogni condizione la continuità delle relazioni genitoriali, di parentela e affettive.
LIBERTA’ PERSONALE II
Riaffermando la Libertà personale come definita dalla Prima parte,
Rilevando come le politiche migratorie impongano, all’interno dei territori degli stati membri dell’Unione europea e ai loro confini, il sistema della detenzione amministrativa dei e delle migranti privi/e di permesso di soggiorno, così come il sistema di confinamento diffuso per i/le richiedenti protezione internazionale in spazi che presentano tutte le caratteristiche di luoghi di detenzione per i periodi di espletamento delle pratiche volte all’ottenimento dello status di rifugiato/a; constatando come le politiche di governo e di controllo delle migrazioni dell’Unione europea siano riuscite a diramare la pratica della detenzione e del confinamento delle e dei migranti e delle e dei richiedenti protezione internazionale anche negli stati non membri dell’Ue;
Denunciando tutte le morti e le violenze avvenute all’interno dei centri di detenzione e confinamento su tutto il territorio dell’Unione europea e dei paesi in cui è esternalizzato il controllo delle frontiere; morti e violenze su cui non è mai stata fatta chiarezza e che sono rimaste impunite;
Ribadendo l’impossibilità di qualunque riforma di tali luoghi, constatando le loro funzioni simboliche e poliziesche di criminalizzazione, così come di costruzione dell’inferiorizzazione giuridica, economica e sociale dei e delle migranti, e rilevando altresì l’ingente dispendio di risorse pubbliche destinate a tale sistema, ed erogate a soggetti che speculano sulle vite dei e delle migranti,
La Carta di Lampedusa afferma la necessità dell’immediata abrogazione dell’istituto della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i centri, comunque denominati o configurati, e delle strutture di accoglienza contenitiva - siano essi legalmente istituiti secondo leggi vigenti, o semplici decreti e regolamenti, o informalmente preposti alla detenzione e al confinamento delle persone - e la conversione delle risorse fino ad ora destinate a questi luoghi a scopi sociali rivolti a tutti e a tutte.


Per aderire scrivi a info@lacartadilampedusa.org





Fonte:

http://www.meltingpot.org/La-Carta-di-Lampedusa-18912.html#.Uu6ENbSLXwg

sabato 1 febbraio 2014

CARA E CIE DI ROMA SOTT'ACQUA!



VI CHIEDIAMO UN AIUTO PER I NOSTRI FRATELLI RECLUSI NEL CARA E NEL CIE DI ROMA COLPITI DALL'ALLUVIONE. INVITATE TUTTI I VOSTRI AMICI A QUESTO EVENTO E CERCHIAMO DI DIFFONDERE SU BACHECHE, GRUPPI, SITI E BLOG QUESTO EVENTO NEL QUALE SPIEGA LE CONDIZIONI DEL CARA E DEL CIE. CI SARANNO AGGIORNAMENTI NELL'EVENTO APPENA CI SARANNO NUOVE INFO.
CHIUNQUE ABBIA DELLE INFORMAZIONI PUò MANDARLE PER MESSAGGIO A CHUCKY VECCHIOLLA... POI VERRANNO INSERITE NELL'EVENTO.

Nel bel mezzo del diluvio su Roma, una occhiata a chi sta dentro a delle gabbie. Intanto gli “ospiti” del Cara di Castelnuovo del Porto che, secondo quanto racconta una diretta di Radio Onda Rossa, sono stati lasciati chiusi dentro mentre l’acqua saliva e si son trovati costretti a cercare scampo sui tetti. Il Centro - costruito su una piana alluvionale del Tevere - è completamente allagato mentre un operatore è gravemente ferito a causa di un corto-circuito. Nonostante la situazione sia critica pure nella zona di Ponte Galeria, le gabbie continuano a rimanere chiuse. Questa mattina, anzi, c’è stata una protesta giacché da tre giorni nella baracche non c’è l’acqua calda e i soldati non volevano distribuire la colazione a chi, nel Centro, non sta facendo lo sciopero della fame: i prigionieri hanno ammassato un bel po’ di masserizie di fronte alla caffetteria e hanno appiccato un piccolo incendio. Spento l’incendio, il cibo è subito arrivato.

FONTE: http://www.autistici.org/macerie/?p=29946

ASCOLTA LA DIRETTA: http://www.ondarossa.info/newsredazione/cara-e-cie-situazione-difficile-danni-della-pioggia

Inoltre ci viene segnalata una situazione che potrebbe essere pericolosa nel CIE di Ponte Galeria: tutta la zona è in condizioni critiche ma al momento non ci sono dichiarazioni su come si intende garantire la sicurezza dei reclusi e delle recluse.
Antirazzist* invitano a chiamare il centralino del CIE di Ponte Galeria per sollecitare prese in carico della situazione ed intervento per la sicurezza delle recluse e dei reclusi.
Nr.centralino: 06/65854224

P.S.: La data dell'evento è casuale

EVENTO CREATO DA: Chucky Vecchiolla membro del Coordinamento Nazionale delle Lotte




SPAGNA: MIGLIAIA DI DONNE IN PIAZZA A DIFESA DELLA LEGGE SULL’ABORTO

Notizia scritta il 01/02/14 alle 16:42. Ultimo aggiornamento: 01/02/14 alle: 16:42


spagna aborto 




Grandi manifestazioni oggi in e in particolare a Madrid per protestare contro il progetto di legge del ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardón, che intende vietare l’aborto come libera decisione della donna, limitandone il ricorso ai casi di violenza sessuale o di grave rischio per la salute della donna. Il Tren de La Libertad, divenuto il simbolo di questa protesta, ha consegnato  il messaggio ‘Porque yo decido‘ al capo del governo Mariano Rajoy, alla ministra della Salute, servizi sociali e pari opportunità Ana Mato e al ministro Alberto Ruiz Gallardón, per esigere che venga mantenuta la legge attuale sulla salute sessuale e riproduttiva e sull’interruzione volontaria di gravidanza. Una legge che, nel 2012, ha portato alla riduzione di 6mila casi di aborto rispetto all’anno precedente. Manifestazioni si sono svolte anche in Italia e nel resto d’Europa nelle piazze ma anche davanti alle ambasciate spagnole, ai consolati e alle prefetture.






Fonte:



 


giovedì 30 gennaio 2014

MAI PIU' CIE! 15 FEBBRAIO MANIFESTAZIONE A ROMA

Domenica 26 Gennaio 2014 16:37 

nocieMai più CIE – Diritti e accoglienza per tutti Sabato 15 febbraio 2014 corteo al Centro d'Identificazione ed Espulsione di Roma-Ponte Galeria 

Dopo le mobilitazioni dell’autunno per casa e reddito, la Roma Meticcia è tornata in piazza il 18 dicembre. Un corteo numeroso e determinato ha attraversato le strade della capitale nella “giornata internazionale dei migranti” per chiedere una legge organica che garantisca il diritto d’asilo, la chiusura dei CIE, un’accoglienza dignitosa contro il business delle cooperative a partire dal diritto all’abitare e l’abrogazione di tutti i provvedimenti legislativi in materia di immigrazione che minano la libertà e il diritto di scelta delle persone a muoversi e risiedere dove meglio credono. La mobilità transnazionale dei migranti sfida infatti le politiche neoliberali di austerity e confinamento, ponendo il tema della costruzione di un nuovo modello sociale, di una diversa modalità di vita in comune, che forza gli angusti confini degli stati nazionali ed al tempo stesso le retoriche bipartisan dell’accoglienza e del multiculturalismo. Mentre da piazza del Popolo qualche “forcone” rivendicava una “soluzione italiana” alla crisi, noi affermavamo con determinazione che “le lotte contro l’austerità non hanno frontiere”. Pochi giorni dopo in diversi nodi decisivi del sistema di governo dei flussi migratori esplodevano proteste auto-organizzate. A Mineo, nel CARA più grande d’Italia, i richiedenti asilo riprendevano la mobilitazione contro le condizioni di vita indegne e i tempi di attesa infiniti. A Lampedusa, i migranti intrappolati sull’isola e trattati come animali nel Centro di Prima Accoglienza chiedevano dignità e il trasferimento immediato. A Ponte Galeria, numerosi reclusi si cucivano la bocca e iniziavano uno sciopero della fame contro una detenzione ingiusta e illegittima e per la liberazione di tutti i migranti imprigionati nei Centri di Identificazione ed Espulsione. Anche nel dibattito politico le questioni connesse con le migrazioni e con il carattere meticcio della nostra società sono all’ordine del giorno dall’inizio dell’autunno appena trascorso. Da una parte, la Lega Nord e le formazioni neofasciste continuano a usare il colore della pelle di un ministro per promuovere una campagna razzista e dare visibilità alle posizioni anti-immigrati. Dall’altra, dopo ogni nuova strage in mare o "scandalo" sulla gestione dei CIE, i partiti di governo si lanciano in false dichiarazioni d’intenti, senza avere in realtà intenzione di modificare le politiche di controllo dell’immigrazione, se non in senso peggiorativo o per operazioni di facciata. La questione del reato di clandestinità e l’emendamento ipocrita appena approvato al Senato sulla materia ne sono l’ultima dimostrazione. In questo contesto, crediamo necessario mobilitarci per rivendicare dal basso una radicale trasformazione delle leggi che governano la vita di migliaia di cittadini migranti. In continuità con le proteste degli ultimi mesi dentro e fuori i CIE, chiediamo l’immediata chiusura di questi lager, dove migliaia di persone vengono detenute senza aver commesso alcun reato, dove i diritti fondamentali vengono calpestati quotidianamente. I CIE costituiscono uno degli ingranaggi del sistema di governo dei flussi migratori, che rende la popolazione migrante illegale e ricattabile, ai fini dello sfruttamento nel/del lavoro e nella/della vita e della collocazione in un ruolo subalterno nella società. I CIE hanno un costo umano e un costo economico - di soldi pubblici - che non abbiamo più intenzione di pagare. Al momento, oltre la metà dei CIE italiani sono stati chiusi grazie alle rivolte e alle proteste che li hanno interessati. È arrivato il momento di chiudere anche Ponte Galeria! Proprio oggi i cittadini migranti detenuti in quel luogo si sono cuciti nuovamente la bocca, ricominciando lo sciopero della fame: perché le promesse fatte dai rappresentanti delle istituzioni dopo la protesta di dicembre non sono state mantenute, perché i CIE non si possono riformare ma vanno chiusi per sempre. Vogliamo sostenere questa mobilitazione, aprendo una campagna condivisa e includente per mettere fine all’orrore di Ponte Galeria. Vogliamo farlo con i migranti auto-organizzati delle occupazioni, i movimenti per il diritto all’abitare, le reti e le associazioni anti-razziste, le comunità straniere e tutti coloro che credono che non debba esserci alcuno spazio per i CIE e per le leggi discriminatorie. Vogliamo avviare questa campagna nel mese di febbraio, anche verso un 1 marzo di mobilitazione meticcia che non lasceremo alle passerelle dei politici, recuperandone il significato originario della partecipazione e della pratica dei diritti messa in atto dai migranti.
Invitiamo tutti e tutte a partecipare a un’assemblea pubblica mercoledì 5 febbraio alle ore 17.00 al Nuovo Cinema Palazzo, per discutere insieme della campagna che ci porterà il 15 febbraio in corteo a Ponte Galeria per dire “mai più CIE” e “diritti e accoglienza x tutti”.

Reti antirazziste Movimenti per il diritto all'abitare

#cieNO

#FacciamoliUscire

#RomaMeticcia

Mercoledì 5 febbraio h. 17:00 Assemblea pubblica Nuovo Cinema Palazzo (piazza dei Sanniti 9A) Sabato 15 febbraio h.15:00 CORTEO AL CENTRO D’IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI ROMA #MAIPIUCIE chiudiamo Ponte Galeria





Fonte:


http://www.infoaut.org/index.php/blog/migranti/item/10429-mai-piu-cie-15-febbraio-manifestazione-a-roma 


ABUSI SESSUALI, STERILIZZAZIONI DI MASSA E DECINE DI MIGLIAIA DI BAMBINI MORTI NELLE SCUOLE CATTOLICHE RESIDENZIALI DEL CANADA DAL 1922 AL 1984 CON LA COMPLICITA' DELLE ALTRE CHIESE

Dal blog di Daniele Barbieri:

6 aprile 2010 

Con l’autorizzazione dell’autore, pubblico questa inchiesta di Marco Cinque uscita sul quotidiano «il manifesto» del 4 aprile 2010.  
 
Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette “scuole residenziali” cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l’opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, gli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. «È necessario che il mondo sappia quello che è successo», recitava una donna nativa in lacrime all’inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere.
Sia il governo canadese che il capo della Chiesa cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l’11 giugno 2008 il presidente del Consiglio dei ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficialmente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un’udienza con  Phil  Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso «il proprio dolore per l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa», che ha causato sofferenza «ad alcuni bimbi indigeni, nell’ambito del sistema scolastico residenziale canadese».  Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente  i peccati.  Se crimini sono stati commessi e ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge.
Ammontano almeno a 50mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua a essere tragica e i nativi  sono  ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni.  Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada.  Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l’esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell’area intorno a Vancouver.  Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all’Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate a ossa di maiale.
L’11 ottobre 2009, Annet si è recato a Roma per consegnare le richieste dei parenti delle vittime native ai vertici vaticani. A tutt’oggi, nessuna risposta è arrivata dalla Santa Sede.  Annet ha ufficialmente richiesto che il 15 aprile venga celebrato come giorno della memoria per l’olocausto dei nativi in Canada. L’autore di Unrepentant sarà di nuovo a Roma per presentare il suo documentario presso la Camera dei deputati, martedì 7 aprile, alle ore 14,30. Lo accompagneranno anche due anziani che hanno frequentato le Boarding School, in rappresentanza delle vittime native.
In attesa della sua visita gli abbiamo rivolto alcune domande:
Signor Annet, dall’inizio della sua denuncia pubblica, che sviluppi ci sono stati e quali le reazioni del governo canadese e del Vaticano?
La mia campagna è cominciata nel 1996, ma solo dal 2008 la Chiesa e il Governo canadese hanno cominciato a rispondere all’evidenza delle morti avvenute nelle scuole residenziali. I cattolici e le altre Chiese ancora si rifiutano di restituire i resti dei bambini che morirono sotto la loro responsabilità o di indicare i nomi dei responsabili. Le Chiese si nascondono dietro i loro avvocati e alle cosiddette “scuse” fatte dal Governo a nome di tutti. Nessuno è stato ancora processato o arrestato per quelle morti, anche se noi abbiamo dimostrato che più di 50.000 bambini indiani morirono lì.
Che risalto è stato dato a questa tragedia dai media canadesi, internazionali e anche italiani?
I media hanno generalmente ignorato questa storia, specialmente in Canada, dove questi crimini e le prove di questo genocidio sono deliberatamente censurati. In altri Paesi, i media ancora non si stanno occupando di questa storia, forse perchè il Canada dal punto di vista dei diritti umani ha la reputazione di Paese attento ed evoluto, cosa che non è. Ho inviato prove documentate e testimonianze dei crimini accaduti ai media per più di 10 anni, ma raramente le hanno pubblicate  e tantomeno trasmesse su radio o televisioni.
Ha mai ricevuto intimidazioni o minacce?
Ricevo regolarmente minacce di morte e di attentati. Ho perso il mio lavoro come pastore, la mia famiglia, il sostentamento. Sono stato aggredito fisicamente, picchiato, minacciato di azioni legali, sottoposto a campagne diffamatorie, censurato e molestato ad ogni livello.
In Europa e in Italia c’è una visione edulcorata, turistica e un po’ new-age dei nativi canadesi. Qual è la situazione reale nelle riserve e fra le comunità native?
Lavoro con diversi aborigeni a Vancouver e altre città canadesi, e nelle riserve indiane di tutto l’ovest canadese. La situazione è da terzo mondo: continue morti per malattia, malnutrizione, violenza, suicidi, e gli effetti delle scuole residenziali. C’è gente che muore e scompare tutti i mesi. È un piano per sterminare più indiani possibile e costringerli fuori dalle loro terre per arricchire le multinazionali.
In un documento, dodici anziani del Consiglio, in rappresentanza delle nazioni Cree, Haida, Metis, Squamish e Anishinabe hanno fatto una serie di richieste a papa Ratzinger e ai vertici vaticani, fra cui quella di presentarsi davanti al Tribunale internazionale sui crimini di guerra e sul genocidio in Canada. Che ne pensa?
Io sostengo le richieste di questi capi tribali al papa e credo che Joseph Ratzinger debba presentarsi davanti al Tribunale per i crimini di guerra per rispondere alle accuse di genocidio rivolte alla sua Chiesa. Il papa è direttamente implicato nella copertura dei crimini contro quei bambini, sin da quando scrisse la lettera al vescovo del Nordamerica ordinando di celare le aggressioni sessuali da parte di preti sui fedeli delle loro diocesi. Questo insabbiamento è lo stesso motivo per cui il mondo ancora conosce poco gli omicidi, le torture e le sterilizzazioni perpetrate per decenni nelle scuole residenziali indiane cattoliche in Canada.


IL CASO CANADESE
Dal Consiglio delle tribù sette domande al Vaticano
Le richieste rivolte a papa Ratzingher e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis.
1. Identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti in queste scuole cattoliche e ordinare che i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura.
2. Identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti.
3. Divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano e altri registri delle altre Chiese coinvolte.
4. Revocare le bolle pontificie “Romanus Pontifex” (1455) e “Inter Catera” (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo.
5. Revocare la politica del Vaticano, in parte formulata dall’attuale papa, che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.
6. Venire in Canada di persona per visitare i quartieri più poveri, dove abitano i sopravvissuti delle scuole residenziali e chiedere perdono a queste persone per il genocidio e per la politica messa in atto dalla sua Chiesa nei loro confronti, e giurare pubblicamente che tali azioni e politiche non si ripeteranno mai più.
7. Presentarsi davanti al Tribunale internazionale sui crimini di guerra e sul genocidio in Canada per rispondere alle accuse che lui e la sua Chiesa siano responsabili per la distruzione e la morte di milioni di Nativi Americani.


Il menù delle torture
Dai capelli strappati alle bastonate, dall’isolamento all’acqua ghiacciata
Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il 1922 e il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di soli cinque anni di età:
Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene dei bambini;
Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;
Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;
Costringerli a mangiare cibo pieno di vermi o rigurgitato;
Dire loro che i genitori erano morti o che stavano per essere uccisi;
Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente e sessualmente;
Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a quando non crollavano;
Immergerli nell’acqua ghiacciata;
Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;
Strappare loro i capelli dalla testa;
Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici in muratura o in legno;
Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste, bastoni, finimenti da cavallo, cinghie metalliche, stecche da biliardo e tubi di ferro;
Estrarre loro i denti senza analgesici;
Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né cibo;
Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai genitali e agli arti.


LE TESTIMONIANZE
«Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966». Steven H., St Paul’s Catholic day School, North Vancouver
«Nè io né nessuno dei miei fratelli potè avere figli dopo che fummo sottoposti ai raggi x nella scuola residenziale Carcross Angelican School, nello Yukon. Presero ognuno di noi e ci misero sotto la macchina a raggi x per 10-20 minuti. Proprio sulla zona pelvica. Avevo 10 anni. Io e i miei fratelli non avemmo mai figli». Steve John, Denè Nation, 7 giugno 2005
«Il primo a subire l’operazione fu il maggiore dei miei figli, quando aveva quattro anni. Era il 1975. Lo portarono via mentre io non ero in casa. Nel luglio del 1981 sterilizzarono il mio figlio più giovane, aveva nove anni. Lo portarono al Victoria General Hospital e lo tennero là per giorni. Nessuno dei due ragazzi può avere figli. Ci fecero questo perchè siamo discendenti dei capi originali, eredi di questi territori. Il governo sta ancora cercando di farci fuori». (Nomi non mostrati su richiesta) Vancouver Island, 18 maggio 2005
«Il dott. James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava 300 dollari per ogni donna che sterilizzava». Sarah Modeste, Cowichan Nation, Vancouver Island, 12 agosto 2000
«Mia sorella Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra del terzo piano della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo assumere un avvocato e così non venne mai fatto alcunché». Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto 1998
«Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i pastori lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico.. Il mio unico… Il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato». Rick La Vallee, Portage La Praire Residential School (Catholic Curch).
«Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti». Jasper Jospeh Port Hardy, British Columbia 10 novembre 2000
«Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’Intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri». (Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998)



Fonte:

http://danielebarbieri.wordpress.com/2010/04/06/marco-cinque-genocidio-canadese/



La responsabilità della Chiesa cattolica nel genocidio dei Nativi Americani è certa!




A questa pagina del sito http://www.nativiamericani.it/ 
è possibile vedere il documentario Unrepentant con i sottotitoli in italiano:

http://www.nativiamericani.it/?p=561