Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


domenica 7 luglio 2013

I morti di Reggio Emilia - I morti del luglio 1960

 


  

Scheda a cura di Girolamo De Michele

Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra. Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).

Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l'incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di "legge ed ordine". La sua designazione segna un punto di svolta all'interno di un'acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall'astro nascente della DC Aldo Moro, che nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l'operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l'invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un "governo del Presidente" che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un "gollismo italiano" caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del "partito-Gladio": Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all'immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).

Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti "ragazzi dalle magliette a righe"), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.

Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti - è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo".

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano "Modugno" grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue".

Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: "Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due". Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l'attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani - tra i quali è Rovacchi - a resistere: "La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l'altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo".

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell'ospedale, testimonia di "feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro". Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".

La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che "è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali". Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per "non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti": la polizia continua a sparare ad altezza d'uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all'impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti". Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino". Ma il governo è ormai nell'angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l'accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l'incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell'agente Celani. Il 14 luglio la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l'agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.



Fonte:

venerdì 5 luglio 2013

EGITTO: GOLPE DEI MILITARI, DESTITUITO MORSI

Dal blog http://bob-fabiani.blogspot.it/ di Bob Fabiani:

mercoledì 3 luglio 2013

La drammatica giornata in Egitto si è conclusa nel modo previsto: alla fine l'esercito egiziano - che era già schierato nelle piazze e nelle strade del Paese da giorni - è intervenuto e, così, l'ennesimo golpe aveva inizio.
Alle 16,30 locali, scadeva il drammatico ultimatum dei militari nei confronti del presidente Morsi. Dal canto suo, il presidente della Fratellanza Musulmana, ha rifiutato con fermezza e sdegno, di dimettersi. Non ha ceduto nè alle richieste del movimento Tamarrod - i ribelli - nè alle richieste esplecite dei militari. I vertici militari egiziani appresa la volontà del presidente, a quel punto si muovevano di conseguenza, informando, seccamenta Morsi: "Da questo momento, Morsi, non è più il presidente".

-LA ROAD MAP DEI MILITARI.

Nel drammatico "messaggio televisivo alla nazione", il ministro della Difesa annunciava queste parole: "Da questo momento è sospesa la Costituzione si provvederà alla formazione di un Governo Tecnico e, subito dopo si provvederà a indire elezioni presidenziali". 
Così terminava lo stillicidio di supposizioni e di possibili scenari alla crisi egiziana e, la linearità della road map dei militari non lascia dubbi anche se, non tutto è chiaro al Cairo in questo momento. Le incognite ci sono perchè, in realtà in questa difficile situazione, non è possibile fare previsioni; bisognerà vedere intanto, cosa accadrà nella notte egiziana, si dovrà verificare se, l'appello dei militari sarà accolto da tutti gli egiziani. I militari, nel loro intervento alla televisione di Stato hanno fatto sapere chiaro e tondo che, non saranno tollerati atti di violenza anche se, hanno tenuto a precisare il diritto degli egiziani di protestare: soltanto che i militari pretendono che le proteste si svolgano in modo civile e senza violenze. Se così non sarà, l'esercito reprimerà con la massima durezza tutti coloro che non si atterranno a questo "ordine". Tuttavia, l'incognita maggiore, è costituita dai Fratelli Musulmani: cosa faranno questa notte? Come si muoveranno nelle prossime ore e nei prossimi giorni? A tal proposito, destano molte preoccupazioni le parole da loro usate, non appena Morsi è stato destituito dall'esercito: "Reagiremo" hanno fatto sapere a caldo e, questa non è una notizia positiva.
Se da un lato, il golpe che si è consumato oggi, 3 luglio 2013, in Egitto non può essere del tutto una buona notizia, bisogna però registrare la reazione, del tutto imprevedibile, di Piazza Tahrir. Appena terminato l'intervento dei militari in televisione, la piazza, ha inscenato i fuochi d'artificio. Si tratta di una notizia di portata storica: nessuna presa di potere da parte dei militari, in Egitto, era mai stata salutata con questo entusiasmo popolare. Non deve sorprendere più di tanto questa reazione: i vertici militari sono stati abili nel tenere in considerazione le richieste della piazza e della persone e, il fatto che, tutte le richieste del movimento Tamorrod siano state accolte è un segno che lascia ben sperare.

-L'ORA DEL GOLPE.

Erano le 19 al Cairo quando l'esercito annunciava: "Il Golpe militare è cominciato". La situazione in Egitto è molto confusa e certezze non ce ne sono: i militari sapranno tenere fede alla road map da loro annunciata nel discorso televisivo alla nazione? A questa domanda, in questo momento mentre scrivo, non è possibile rispondere; solo le prossime ore potranno chiarire in quale direzione andrà l'Egitto.
Dalle 19 ora locale, di questa drammatica giornata, l'esercito ha provveduto a circondare con barriere e filo spinato, il palazzo dove lavora Morsi, il presidente destituito: questa parte del Cairo è isolata dal resto della città.
Tuttavia, il momento più drammatico di tutta la giornata, è stato quando, l'esercito annunciava la road map e, nel passaggio, in cui i militari, hanno accusato Morsi condannandolo a un anno di carcere. Nello stesso passaggio, il ministro della Difesa faceva sapere che sarà direttamente la Corte Costituzionale a guidare la transizione verso le prossime elezioni.
Terminava così l'anno di governo di Morsi e, per l'Egitto ora inizia una nuova fase, nell'incertezza e sotto l'occhio attento e vigile dei militari: spetterà ancora una volta al movimento, riunito in modo compatto sotto il cartello Tamarrod, il compito di vigilare per continuare la rivoluzione iniziata nel 2011.

(Fonte.:ahnam;aljazeera,alarabiya/english)
Bob Fabiani
Link
-tamarod.com;
-www.aljazeera.com;
-http://english.alarabiya.net;
-www.ahnam.com


Le voragini di San Berillo

Le voragini di San Berillo
 
Carlo Lo Giudice
Italy 10'
Sinossi Nel centro di Catania, tra banche e negozi, ci sono tre enormi voragini profonde trenta metri e larghe più di cento. E' ciò che rimane dello sventramento dello storico quartiere di S. Berillo, un tempo il cuore pulsante della città, raso al suolo a partire dal 1956 e ricostruito solo in parte. Una delle operazioni immobiliari più grosse della storia europea del dopoguerra e che da mezzo secolo è al centro di interessi politico-affaristici, sotto gli occhi dei cittadini ormai assuefatti allo scempio. Le voragini hanno ospitato negli ultimi anni una comunità di Bulgari. Il minidoc segue la storia di due di loro, Boian e Sansa, marito e moglie, che dopo nove anni di vita in baracca sono stati sgomberati nel mese di aprile. #italianslum
Scheda Tecnica Italia 2013

durata 10'
Regia Carlo Lo Giudice
Montaggio Chiara Russo
produzione ZaLab
con il sostegno di Open Society Foundation




Fonte:

http://www.zalab.org/progetti-it/52/#.UdXz0W1Ggm0 

mercoledì 3 luglio 2013

IL 3 LUGLIO 2011, I SUOI 4357 LACRIMOGENI SPARATI E LA TORTURA SU UN RAGAZZO

Dal blog baruda.net di Valentina Perniciaro:

3 luglio 2013

Due anni fa a quest’ora il cielo azzurro sopra quelle montagne non aveva nulla di minaccioso,
anzi ci aveva accolti a migliaia da tutta Italia, così come i paeselli inerpicati, i tetti di lavagna, l’odore del pane fresco e poi quello dei boschi, sempre più fitto.



 
Due anni fa eravamo in tanti a resistere alla violenza di Stato, ad una militarizzazione di un territorio inaccettabile e stupratrice, a migliaia e migliaia di lacrimogeni lanciati a colpirci in faccia o comunque sul corpo.
Quel giorno non cercavano il morto, cercavano i nostri occhi, cercavano di mutilarci e soffocarci. Di farci capire che quelle montagne ormai son proprietà del filo spinato e degli anfibi, degli alberi tirati giù, dei cantieri fantasma, dei loro appalti milionari, del saccheggio della terra:
volevano farci capire che dobbiamo sparire, ridurci a pulviscolo nell’aria, permettere ai loro cingoli e alle trivelle di mangiare la nostra terra e il futuro dei nostri figli:
4357 lacrimogeni lanciati.
Se penso a metterli tutti in fila, visto che bel candelotto hanno questi Cs, si costruirebbe un lungo percorso tossico, di rappresaglia collettiva.
Non ce li dimentichiamo quei quattromila lacrimogeni ad appestare quei boschi, a limitare la respirazione, a farci sputare a terra l’odio per voi e la gioia infinita di essere tutti insieme:
tutti insieme contro la devastazione e il saccheggio che cercate di portare avanti impunemente nei territori, nelle nostre vite, nei posti di lavoro, nelle scuole.
Una sola cosa avete capito chiara, e da prima di quel giorno: “A sarà düra”


Fonte:



Qui http://baruda.net/2011/07/06/val-susa-ma-quali-black-bloc/ il racconto di Valentina su quella giornata di due anni fa che potete leggere anche in quest'altro link del mio vecchio sito, non più attivo, che esiste solo come archivio elettronico: http://parolenude.iobloggo.com/233/val-susa-ma-quali-black-block/&cid=286736


  Foto di Valentina Perniciaro _tonnellati di CS a frammentazione nei boschi_




Foto di Valentina Perniciaro _Lacrimogeni sparati addosso_




Foto di Valentina Perniciaro _il cavalcavia da dove lanciavano sassi e lacrimogeni_

Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_ Foto di Valentina Perniciaro _l'assedio nel bosco_




Qui il video della conferenza stampa di Fabiano, un ragazzo torturato dalle forze dell'ordine in Val di Susa il 3 luglio 2011:





Qui invece avevo riportato l'articolo dal sito dei No Tav dove si parla per la prima volta della quantità di lacrimogeni usati lanciati quel giorno:

ISTANBUL: I GIUDICI SALVANO GEZI PARK. PER ORA






Istanbul: i giudici salvano Gezi Park. Per ora 


Primo stop per i progetti faraonici del premier Erdogan e dell’Akp: un tribunale di Istanbul blocca i lavori a Gezi Park, anche se la decisione finale arriverà entro due mesi. Il vicepremier Atalay accusa la ‘diaspora ebraica’ di manovrare le proteste.


La Sesta Corte amministrativa di Istanbul ha respinto oggi un ricorso presentato dal governo dell’Akp (Partito per la Giustizia  e lo Sviluppo), in particolare dal Ministero della Cultura, contro la sospensione provvisoria dei lavori a Gezi Park decisa a fine maggio dai magistrati. La corte si é limitata a non accogliere la richiesta di revoca della sospensiva ed entro due mesi ha annunciato una decisione sul merito della distruzione di Gezi Park. Se il tribunale di Istanbul dirà no al governo di Recep Tayyip Erdogan il piccolo parco adiacente alla enorme Piazza Taksim resterà un parco e non verrà distrutto per far posto a una moschea, ad un centro commerciale e alla ‘ricostruzione’ di alcune moschee ottomane. Un progetto fortemente voluto dal sindaco della città e dal premier Erdogan e contro il quale a fine maggio erano scesi in campo alcuni collettivi e gruppi di artisti, intellettuali e attivisti che si erano accampati nel parco per bloccare le ruspe che già avevano iniziato i lavori di sbancamento nonostante la sospensiva del Tribunale Amministrativo. Il feroce intervento della Polizia contro le poche centinaia di manifestanti che si erano mobilitati a difesa del Gezi Parki aveva scatenato una vasta e trasversale protesta popolare sfociata in enormi manifestazioni represse altrettanto selvaggiamente dalla Polizia e dalla Gendarmeria, il cui saldo finora è di almeno 5 morti, migliaia di feriti e arrestati.

Stando a quanto riporta il quotidiano Hurriyet, la decisione è stata votata a maggioranza dai membri della Corte, trovando contrario il presidente. Il coordinamento di realtà sociali riunite in ‘Taksim Solidarietà’ ha salutato il pronunciamento del tribunale amministrativo come una grandissima vittoria, frutto della grande mobilitazione popolare contro la gentrificazione del centro di Istanbul e i piani speculativi dell’Akp a cui si sono legate le proteste di vasti settori sociali contro le difficoltà economiche, il tentativo di imporre una legislazione improntata alla moralità islamista, la mancanza di libertà di espressione, stampa e manifestazione, la destabilizzazione della vicina Siria.

Il no, seppur momentaneo, alle pretese del governo di Ankara, costituisce un primo importante stop alle mire politico-economiche del premier Erdogan, che nonostante la vasta e trasversale contestazione continua a puntare sull’asse con alcune potenti lobby economiche per ottenere l’appoggio necessario a cambiare la costituzione, trasformando la Turchia in una Repubblica Presidenziale, e farsi quindi eleggere il prossimo anno capo dello Stato con pieni poteri.

Anche oggi un esponente di punta dell’esecutivo è tornato ad accusare ‘forze straniere’ di essere dietro le proteste contro l’Akp. A esternare quanto Erdogan ha ripetuto più volte in queste settimane è stato oggi il vicepremier, Besir Atalay. “Gli incidenti di Gezi Park sono stati orchestrati dalla diaspora ebraica, che ha avuto un ruolo attivo in questi eventi" ha detto Atalay, citato dal quotidiano Hurriyet. Il vicepremier ha anche rilanciato le accuse contro le "forze straniere", senza dettagliare ulteriormente, come pure contro i media internazionali. Tutti attori di una "cospirazione" che ha funzionato "bene", ma che non riuscirà nel "tentativo di bloccare il cammino verso la Grande Turchia".  

 

Fonte:


martedì 2 luglio 2013

HEBRON, GIOVANE PALESTINESE UCCISO DA SOLDATI ISRAELIANI

2/7/2013

Mutaz Sharawna 2 7 13 palinfo 

Al-Khalil (Hebron) – InfoPal. All’alba di martedì 2 luglio, il giovane palestinese, Mu’taz Idris Sharawna (19 anni), è deceduto negli scontri con le forze di occupazione, scoppiati nella cittadina di Dora, a sud di Hebron.
Fonti mediche e della sicurezza palestinese hanno riferito che il giovane sarebbe stato investito deliberatamente da un veicolo militare israeliano, a margine degli scontri scoppiati a Dora, all’alba di oggi.
Le fonti hanno spiegato che il giovane è caduto per terra dopo essere salito sul veicolo militare per piazzarvi una bandiera palestinese. Hanno aggiunto che il conducente l’avrebbe investito deliberatamente, mentre l’esercito israeliano ha tentato di ostacolare i soccorsi.
Dal canto suo, Walid Zallum,  direttore dell’ospedale pubblico di Hebron, ha riferito che il giovane è arrivato in ospedale in condizioni molto gravi, aggiungendo che i primi esami clinici hanno dimostrato che il giovane è stato colpito da un proiettile esplosivo, che gli ha trafitto la schiena fermandosi nell’addome, e danneggiando i suoi organi interni. Zallum ha comunque confermato che il giovane è stato investito.
Nel frattempo, le forze di occupazione hanno eretto numerosi posti di blocco agli ingressi della cittadina, intensificando la loro presenza. In queste ore prevale uno stato di alta tensione a Dora, mentre altri tre giovani sono stati arrestati dall’esercito israeliano, tra loro ci sarebbe anche il nipote della vittima, Bahaa’ Ismail Sharawna.

Foto di Pal.info


 © Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it


http://www.infopal.it/hebron-giovane-palestinese-ucciso-da-soldati-israeliani/ 

ABUSI SULLE DONNE IN PIAZZA TAHRIR

martedì 2 luglio 2013 09:07


 


Almeno 46 casi di violenza sessuale registrati al Cairo durante la manifestazione di domenica. Secondo l'ONU, il 99% delle egiziane ha subito molestie.

di Emma Mancini 
 

Roma, 02 luglio 2013, Nena News - Tornano le violenze sessuali, abusi contro le donne egiziane scese in piazza Tahrir domenica e di nuovo ieri contro il presidente Morsi.

Almeno 46 casi di violenza sessuale: a riportare i dati, relativi solo alle denunce sporte dalle donne abusate domenica 30 giugno è OpAntiSh, Operation Anti-Sexual Harassment, gruppo di volontari impegnato nelle piazze e nelle strade per prevenire le violenze e fornire sostegno nel caso di denuncia. "Uomini con dei bastoni, all'ingresso della stazione della metropolitana a Tahrir hanno attaccato delle donne".

Ieri erano centinaia di migliaia i manifestanti nella principale piazza della capitale: secondo il gruppo, ci sono stati almeno 17 casi di tentata violenza, in otto di questi sono intervenuti i volontari. Con le proteste, quindi, sono tornate le violenze, una vera e propria piaga negli ultimi mesi: dal secondo anniversario della rivoluzione egiziana, lo scorso 25 gennaio, ad oggi si sono moltiplicati i casi di violenza sessuale e abusi sulle donne che hanno preso parte alle manifestazioni. Violenze perpetrate da poliziotti, sostenitori di Morsi o semplici criminali.

Per questo in breve tempo sono nate delle vere e proprie ronde, squadre di difesa composte sia da uomini che da donne, per impedire gli stupri. E se ieri, ben 46 casi si sono registrati solo a Tahrir, nessuna denuncia è stata sporta nelle altre città dove si sono svolte manifestazioni. "Molti sono casi gravi che richiedono un trattamento fisico o psicologico", ha commentato Engy Ghozlan, una dei membri di OpAntiSh.

Che riceve il plauso del governo: il portavoce dei Fratelli Musulmani, Gehad al-Haddad, ha chiesto che vengano prese iniziative simile a OpAntiSh "per evitare che qualcosa accada ai cittadini durante le manifestazioni". Ma i volontari del gruppo rispediscono al mittente il consiglio: "Non crediamo nella presidenza e nelle preoccupazioni improvvise della Fratellanza sull'integrità delle donne e il loro diritto alla protezione, perché sappiamo quali sono le loro posizioni sull'uguaglianza di genere".

Secondo un rapporto pubblicato ad aprile dalle Nazioni Unite, il 99% delle donne egiziane ha subito nella sua vita almeno una forma di vessazione e abuso sessuale da parte di un uomo, dallo stupro alla molestia verbale. Una percentuale spaventosa a cui si tenta di porre un freno: oltre all ronde per la strada, sono nati gruppi - spesso online - per denunciare gli aggressioni e permettere alle donne di compiere un primo passo verso la denuncia ufficiale. Nena News




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