Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


domenica 10 novembre 2013

ARAFAT AVVELENATO

I palestinesi indicano come mandante Israele. Sanno pero' che la lenta uccisione del leader dell'Olp può essere stata compiuta solo dalla mano di qualcuno che gli era vicino.

venerdì 8 novembre 2013 10:00

 

AGGIORNAMENTO ORE 13
Ramallah - Alla conferenza stampa dell'Anp sull'avvelenamento di Yasser Arafat, Il capo della commissione palestinese d'inchiesta Tawfiq Tirawi ha detto che Israele e' l'unico sospettato e che saranno seguite tutte le strade anche giudiziarie per arrivare alla conferma definitiva dell'avvelenamento di Arafat, morto nel 2004 per cause rimaste sino ad oggi misteriose.


di Michele Giorgio - Il Manifesto 

  Gerusalemme, 8 novembre 2013, Nena News - «I vertici dell'Anp hanno sbagliato, dovevano essere protagonisti sin dal giorno della morte di Yasser Arafat di una iniziativa forte volta a far piena luce sulle cause della sua malattia. Invece sono rimasti indietro, hanno esitato, hanno scelto il basso profilo, facendosi superare dalle inchieste giornalistiche. Per i leader dell'Anp questa vicenda potrebbe rivelarsi molto dannosa». L'ex ministro Ghassan al Khatib, ora analista politico, rispondendo alle domande del manifesto mette il sale sulla ferita aperta dalla pubblicazione del rapporto preparato dagli esperti svizzeri che hanno esaminato e analizzato la salma riesumata dell'uomo che per oltre 40 anni è stato il simbolo della causa palestinese. Perchè la conferma «all'83%» giunta da Losanna che Arafat è stato avvelenato con il polonio non mette sotto accusa soltanto Israele che nega il suo coinvolgimento ma viene indicato dai palestinesi come «mandante dell'assassinio» di Mister Palestina.

Sotto pressione sono anche i leader dell'Anp e dell'Olp che scelgono di rimanere in silenzio. Ai palestinesi nei Territori occupati non sfugge il più inquietante dei tanti aspetti misteriosi di questa vicenda: Israele, dicono, ha ordinato ma la mano che ha avvelenato Arafat è sicuramente palestinese. La mano di qualcuno che doveva essere vicino al presidente mentre viveva, di fatto confinato, nel suo ufficio di Ramallah. «C'era una decisione del governo israeliano di non toccarlo (Arafat)», sostiene Ranan Gissin, un collaboratore dell'ex premier israeliano Ariel Sharon, il nemico implacabile del leader palestinese. «Se qualcuno lo ha avvelenato - aggiunge - era certo uno dei suoi collaboratori». E' forte perciò l'attesa per la conferenza stampa che stamani terrà alla Muqata di Ramallah, un ex capo dell'intelligence, Tawfiq Tirawi, responsabile della commissione che, almeno sulla carta, ha seguito l'accertamento medico e chimico delle cause della morte di Arafat.

Non tanto per conoscere i particolari del rapporto preparato dagli specialisti svizzeri già largamente anticipato dalla tv qatariota al Jazeera, quanto per sapere quali passi l'Anp e l'Olp intendono fare. La popolazione palestinese e la base di Fatah, il partito guidato per decenni da Arafat e, dal 2004 in poi, da Abu Mazen, fanno una sola richiesta: una inchiesta internazionale per individuare e punire il mandante e l'esecutore dell'avvelenamento mortale. Una richiesta legittima.

Per l'assassinio dell'ex premier libanese Rafiq Hariri (febbraio 2005) infatti è stata avviata un'indagine internazionale che fa capo al "Tribunale speciale per il Libano". A maggior ragione dopo la conferenza stampa tenuta ieri dagli esperti esperti svizzeri che tra frasi prudenti e una linea esageratamente cauta, hanno comunque confermato che l'avvelenamento resta la causa quasi certa della morte di Arafat. «I palestinesi attendono di vedere in azione i loro leader, vogliono vederli impegnati a portare avanti una causa di giustizia e verità in nome di un uomo che è stato un simbolo per una intera nazione», spiegava ieri sera il politologo Hani al Masri.

Abu Mazen è perciò chiamato a prendere posizione sul caso-Arafat. Da Gaza il movimento islamico Hamas lo incalza sollecitando l'interruzione immediata dei negoziati con Israele dopo la pubblicazione del rapporto sull'avvelenamento di Arafat. Il presidente dell'Anp però ha le mani legate. Riprendendo lo scorso luglio le trattative, si è impegnato per almeno nove mesi a non fare ricorso ad alcuna corte internazionale per denunciare Israele. Qualcuno sussurra che a gettare un salvagente ad Abu Mazen a questo punto potrebbero essere i risultati degli esami, simili a quelle fatti dagli svizzeri, che hanno effettuato sulla salma di Arafat due team di esperti francesi e russi. Dovessero fornire esiti molto diversi la vicenda rientrerebbe nel limbo in cui è rimasta per nove anni.

Non si arrenderà in ogni caso Suha Tawil, la controversa vedova di Arafat. Pochi giorni prima della morte del marito, denunciò quelli che a suo dire intendevano «metterlo nella tomba prima del tempo», in riferimento a non meglio precisati alti dirigenti dell'Anp. Parole che fecero infuriare quella che poi sarebbe diventata la nuova leadership palestinese. Descritta dai suoi detrattori come superficiale e avida, accusata di aver preteso un generoso vitalizio dall'Olp, Suha Tawill comunque ha avuto il merito di aver chiesto sempre e gran voce in tutti questi anni che si facesse piena luce sulla morte del leader palestinese. Altri hanno scelto il silenzio.Nena News 



Fonte:


martedì 5 novembre 2013

MUORE DETENUTO PALESTINESE, ANP ACCUSA ISRAELE

Il ministro palestinese Qarake: il prigioniero non e' stato curato in tempo e con terapie adeguate nel carcere di Meggiddo.

martedì 5 novembre 2013 10:54


della redazione

 
Gerusalemme, 5 novembre 2013, Nena News - L'Anp di Abu Mazen lancia oggi pesanti accuse a Israele in seguito al decesso, avvenuto la scorsa notte, di un detenuto palestinese, Hassan Turabi, 22 anni. Il giovane soffriva di leucemia ed era stato rilasciato solo pochi giorni fa di fronte alla gravita' delle sue condizioni.

Turabi, originario di un villaggio vicino Nablus, era stato arrestato all'inizio dell'anno e il ministro palestinese per i prigionieri Issa Qarake ha accusato le autorita' del carcere israeliano di Meggiddo di non aver predisposto in tempo cure adeguate per il detenuto e di essere percio' responsabili della sua morte.

"Aveva cominciato a star male subito dopo il suo arresto ma gli israeliani non lo hanno mai curato fino a quando, lo scorso marzo, ha avuto un collasso", ha spiegato Qarake.

Il ministro ha notato che con la morte di Turabi salgono a cinque i prigionieri politici palestinesi morti in detenzione o liberati solo negli ultimi giorni di vita: Zuheir Libbada, Ashraf Abu Tharee, Arafat Jaradat, Maysara Abu Hamdiyya e Hasan Turabi. Nena News 




Fino:

sabato 2 novembre 2013

2 novembre 1917 - 2 novembre 2010: Balfour a Gaza + link di un articolo di Cecilia Dalla Negra sulla Dichiarazione Balfour

Dal blog http://guerrillaradio.iobloggo.com/ di Vittorio Arrigoni:


11/11/2010

Il mio pezzo di ieri per Infopal.it:


Il 2 novembre del 1917 sir Arthur James Balfour con la sua dichiarazione di adesione al progetto sionista di occupazione e colonizzazione della Palestina, dava il via ad un secolo di pulizia etnica dei palestinesi.
the balfour declaration
Per commemorare questo infausto giorno, che a distanza di 93 anni continua a ripercuotersi in epidemia di distruzione, di privazione di diritti e terra, di incarcerazione di esistenze e intere città,per ribellarci all’idea di come un potenza occupante abbia potuto avallare una catastrofe tale,muniti solo delle nostre bandiere e di un megafono martedì scorso siamo andati con alcuni volontari di Beit Hanoun a manifestare dinnanzi ai cecchini di Erez:




Così Saber al-Zanin, coordinatore dei volontari di Local Initiative:
Siamo qui oggi dinnanzi al confine Nord della Striscia di Gaza a protestare contro la creazione della “buffer zone”, tramite la quale Israele ci ha sottratto di fatto il 35 % delle terre coltivabili. Oggi è il 2 novembre 2010, nello stesso giorno 93 anni fa il governo britannico dette via libero al progetto sionista per la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Qui nella terra dei nostri nonni, la terra degli ulivi, è passato di generazione in generazione il messaggio di respingere con tutte le nostre forze la promessa fatta dal Regno Unito ai sionisti,  tramite quella disgustosa dichiarazione di da Arthur Balfour. Dopo 93 anni la nostra generazione sta ancora aspettando che giustizia sia fatta e che i diritti sottratti ai nostri nonni ci siano restituiti. A dispetto di tutti i paesi che cospirano con Israele contro di noi, che ne sono complici,  la nostra resistenza è ancora attiva e i nostri diritti radicati su quella terra che ci è stata rubata. Ringraziamo tutti coloro, dal di fuori dalla Palestina ci sostengono, la solidarietà internazionale che in questi mesi si è dimostrata attiva con i convogli, le flotte di navi e qualsiasi dimostrazione in nostro favore in Europa e negli Stati Uniti. Apprezziamo e siamo fieri dei cittadini inglesi che solidarizzano con la nostra causa ma vogliamo ricordare loro che il loro governo, passato e presente, e’ una delle principali cause della nostra miseria. Quindi prima di arrivare a Gaza invitiamo gli attivisti inglesi  a ribellarsi al loro governo ancora oggi complice dei sionisti d’Israele”.
Un messaggio, quello di Saber, colto in pieno da Adie Mormech , compagno di Manchester dell’International Solidarity Movement. Adie ritiene che la gente del suo Paese ha il dovere di riparare ai torti del coinvolgimento britannico alla pulizia etnica della Palestina:
"Il ruolo del governo britannico come sostenitore d’Israele e’ molto simile a come la Gran Bretagna ha contribuito al sistema dell'apartheid in Sud Africa. Fortunatamente molti cittadini britannici si sono mobilitati contro il regime dell'apartheid, appoggiando il boicottaggio al governo razzista sudafricano fino alla sua estinzione. Oggi in Gran Bretagna e in tutto il mondo il movimento di boicottaggio, disinvestimento e di sanzioni verso Israele cresce progressivamente mentre la comunità internazionale continua a permettere a Israele  di mantenere Gaza sottoposta ad una sorta di assedio medievale, la Cisgiordania e Gerusalemme occupate e i palestinesi sotto persistente regime di e discriminazione e pulizia etnica. Come è avvenuto per il Sud Africa, sta alle persone di coscienza in tutto il mondo unirsi al movimento fino a quando Israele non rispetterà il diritto internazionale e permettera’ ai palestinesi gli stessi diritti umani di qualsiasi altro popolo".
Allontanandoci da Erez abbiamo sentito poco distante da noi i rumori sordi di spari provenienti dalle torrette di sorveglianza al confine: alla fine della giornata si conteranno 2 civili gambizzati dai cecchini israeliani.
Il giorno dopo, una sottaciuta nuova dichiarazione di Balfour veniva firmata, questa volta non dai britannici  bensi’ da Obama, col sangue palestinese.
Una nave da guerra statunitense al largo del mediterraneo lanciava un missile teleguidato verso il centro di Gaza city e uccideva il miliziano Muhamad Jamal Nimnim, di 27 anni.
Il primo assassinio “mirato” targato USA nella Striscia di Gaza. 
Restiamo Umani,
Vittorio Arrigoni da Gaza city 

Fonte:

venerdì 1 novembre 2013

Portogallo, in migliaia oggi davanti al Parlamento per protestare contro i tagli

01/11/2013 16:03    Autore: fabrizio salvatori 
 
Migliaia di portoghesi hanno manifestato oggi davanti al parlamento per protestare contro i severi tagli alla spesa pubblica previsti nel bilancio 2014, che il parlamento si appresta a votare in prima lettura. "Governo fuori legge", "il bilancio e' un furto" e "Basta la troika" si poteva leggere sui cartelli dei dimostranti che avevano come obiettivo la coalizione di centro destra al potere e la troika Ue-Bce-Fmi.
"Per il governo e' arrivata l'ora di andarsene" scandivano i manifestanti che hanno risposto all'appello della Cgtp, principale confederazione sindacale portoghese, vicina al partito comunista.
La bozza di bilancio, la cui versione finale sara' votata il 26 novembre, prevede risparmi ed entrate supplementari pari a 3,9 miliardi di euro, equivalenti al 2,3% del pil. Secondo il governo, la legge di bilancio permettera' al Paese di concludere nel giugno 2014, come previsto, il programma di rigore e riforme negoziate con l'Unione europea e il Fondo monetario internazionale nel magio 2011, in cambio di un prestito di 78 miliardi di euro.
La Corte europea dei diritti umani proprio ieri ha dichiarato irricevibile il ricorso presentato da due impiegati pubblici portoghesi che nel 2012 si erano visti ridurre, rispettivamente di 172 e 227 euro le due mensilita'. La decisione del governo portoghese di tagliare la tredicesima e quattordicesima mensilita' della pensione degli impiegati pubblici per un periodo di tre anni, per far fronte alla crisi economica, non ha leso i loro diritti, ha detto la Corte di Strasburgo sottolineando che la riduzione della pensione "e' stata una restrizione proporzionata sul diritto di proprieta' dei ricorrenti”. “Visti gli eccezionali problemi finanziari che il Portogallo doveva affrontare in quel momento e la natura temporanea del taglio delle pensioni – ha formulato la corte - il governo portoghese ha ben bilanciato gli interessi generali e quelli relativi alla protezione dei diritti dei singoli". La Corte ha ricordato inoltre che l'articolo primo del protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che sancisce il diritto alla proprieta', "permette agli Stati membri di ridurre l'ammontare delle pensioni quando questo e' nell'interesse pubblico e fin tanto che lo Stato bilancia correttamente i vari diritti in gioco".


Fonte:

ISRAELE UCCIDE QUATTRO PALESTINESI A GAZA

Feriti anche 5 soldati israeliani mentre cercavano di far saltare un tunnel. Raid aereo contro un'altra galleria. A Gaza si ferma la centrale elettrica.

venerdì 1 novembre 2013 09:19

 
AGGIORNAMENTO ORE 15.30

I Comitati di Resistenza Popolare e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) affermano di aver colpito il territorio israeliano con razzi e colpi di mortaio, in risposta all'uccisione la scorsa notte di quattro palestinesi. Il portavoce militare israeliano non conferma.

-------------------------------------------------------------------------------- della redazione
Roma, 1 novembre 2013, Nena News - È di almeno quattro palestinesi morti e cinque militari israeliani feriti il bilancio di una notte di scontri al confine tra la Striscia di Gaza e Israele.

Secondo la ricostruzione fatta dall'agenzia francese Afp, un'esplosione ha ferito i militari israeliani mentre si apprestavano a far saltare una parte di un tunnel a est di Khan Younis costruito da combattenti di Hamas e scoperto nei giorni scorsi.

L'Esercito israeliano, sempre secondo questa ricostruzione, aveva attraversato il confine con diversi carri armati per un'operazione di distruzione del tunnel, lungo circa tre chilometri, che dal villaggio di Abbasan al-Saghira, vicino Khan Younis, arriva a circa tre chilometri dal kibbutz Ein Hashlosha, nel Negev occidentale.

Negli scontri a fuoco che sono esplosi poco dopo le truppe israeliane hanno ucciso quattro uomini delle brigate "Ezzedin al Qassam", il braccio armato di Hamas.

Sarebbe stata impiegata anche l'aviazione nell'area del campo profughi di Khan Younis e voci non confermate hanno riferito che pure le navi israeliane al largo della Striscia avrebbero colpito la costa di Gaza.

L'area degli scontri è la stessa in cui lo scorso 13 ottobre sarebbe stata scoperta una fitta rete di tunnel e quello che i soldati stavano per distruggere sarebbe dovuto servire, secondo la versione israeliana, per condurre "attacchi terroristici e rapimenti".

Ad aggravare la situazione c'e' anche lo stop della principale centrale elettrica di Gaza che stamani ha esaurito le scorte di combustibile. L'erogazione della corrente elettrica nelle abitazioni sara' ulteriormente ridotta: dalle otte ore quotidiane si scendera' a quattro. Gaza riceve da Israele e dall'Egitto una quantita' di corrente elettrica insufficiente a sopperire le necessita' minime del milione e 700 mila palestinesi che vi abita e ha bisogno dell'elettricita' prodotta dalla sua centrale. Nena News




Fonte:

LIBERATO IL PRIGIONIERO POLITICO PATISHTA'N

su Latino America Express
Autore: Fabrizio Lorusso

Data:2013-11-01




 




Dopo 13 anni di prigionia il professore messicano Alberto Patishtán, indigeno dell’etnia tzotzil detenuto politico nel Chiapas, è stato rilasciato da poche ore in seguito alla decisione del presidente Enrique Peña Nieto che su twitter ha annunciato la concessione della grazia. Questa possibilità è stata aperta solo pochi giorni fa, il 29 ottobre scorso, da un provvedimento legislativo motivato proprio dal caso dell’insegnante e militante chiapaneco, quindi è la prima volta che si applica in questa modalità. La figura giuridica era prevista dall’articolo 89 della costituzione messicana, ma la legge è venuta a specificarne i termini. La Camera e il Senato hanno approvato una modifica al Codice Penale Federale secondo cui il capo del governo avrà la facoltà di concedere la grazia, chiamata “indulto” nel testo messicano, a una persona  per qualunque delitto di tipo federale o di tipo comune “quando esistono indizi sostanziali di violazioni gravi ai diritti umani della persona sentenziata” e le autorità stabiliscono che “non rappresenta un pericolo per la tranquillità e la sicurezza pubbliche”.
Dopo l’invio del testo da parte delle camere l’esecutivo l’ha promulgato immediatamente. Il documento aggiunge quindi un secondo comma, un comma “Bis”, all’articolo 97 del codice penale e stabilisce che “in modo eccezionale, per iniziativa propria o di una delle camere del parlamento, il titolare del potere esecutivo potrà concedere la grazia” e quando siano state esaurite tutte le altre possibilità giuridiche interne. Quindi la misura prevista dal parlamento è di tipo individuale ed è più simile a una grazia presidenziale che a un’amnistia o a un indulto.
Di fatto non è stata riconosciuta formalmente l’innocenza del professore, ma la violazione dei suoi diritti e del dovuto processo. In questo senso la lotta continua e ora i suoi comitati di appoggio chiederanno la riparazione del danno allo stato. Inoltre ci sono oltre 8mila indigeni detenuti nel paese che potrebbero venirsi a trovare nella stessa situazione del professore del Chiapas perché non hanno avuto un giusto processo o non hanno ottenuto un interprete-traduttore dalle loro lingue materne allo spagnolo. E c’è già chi invoca un’amnistia che superi questa situazione e valga per tutte le persone nelle condizioni del professore tzotzil.
La reale volontà politica di far fronte a questa emergenza della giustizia e del sistema penale si vedrà nei prossimi mesi, se il caso della grazia a Patishtán non rimarrà una semplice eccezione nel triste panorama carcerario messicano. In questo caso molto emblematico la pressione mediatica ha portato a una “risoluzione” accettabile che, come è successo nel marzo scorso con la francese Florence Cassez, aiuterà Peña Nieto a migliorare la sua immagine internazionale come “difensore” dei diritti e delle garanzie individuali. Il presidente, dopo le repressioni violente delle manifestazioni del 2 ottobre, del primo settembre, del 10 giugno 2013 e del 1 dicembre 2012, ha bisogno di mettere sul piatto qualche moneta per i diritti umani. La tenuta di tale immagine, ripulita per l’occasione, si vedrà quando e se verranno affrontati e risolti altri casi meno noti.
Il provvedimento sembra arrivare proprio mentre aumentano le critiche contro il governo per l’assenza di una strategia anticrimine, il che significa che c’è continuità con la gestione precedente e con la politica di militarizzazione del conflitto, e per le decine di migliaia di omicidi e femminicidi di quest’anno (oltre 15mila morti ufficialmente e, secondo la rivista Zeta, oltre 13mila decessi legati ai narcos): serviva dunque un colpo mediatico, senza nulla togliere all’opportunità e giustezza della decisione.
Patishtán era accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque, in Chiapas, stato confinante a sud col Guatemala. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone. Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.
Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici così come lo sono stati numerosi altri diritti fondamentali dell’ormai ex-detenuto. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione. Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe era quella di cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte avrebbe potuto obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza sarebbe dipesa comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e avrebbe previsto un iter di vari anni.
In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Ma anche per la sua salute la lotta continua e il Profe è attualmente in cura per asportare un’altra parte di quel tumore. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non aveva ancora vinto la sfida contro l’ingiustizia. Con la decisione di liberarlo lo stato ammette di aver violato i suoi diritti fondamentali e di non aver saputo condurre un processo giusto nei suoi confronti. I grandi perdenti della vicenda sono il sistema giudiziario e il penale, incapaci di emendare i propri errori e di correggere il tiro. Il perdente è la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli”. Patishtán aveva dichiarato di non voler chiedere la grazia, ma questa è arrivata comunque grazie alla nuova norma e alle forti pressioni nazionali e internazionali.
Di seguito un articolo riassuntivo sul caso del profe Alberto Patishtán pubblicato sul quotidiano l’Unità del 20 ottobre 2013 – In PDF a questo Link - Più dettagli a questo link su Carmilla.


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martedì 29 ottobre 2013

SUDAFRICA: LIBERATE MARWAN BARGHOUTI




Formata in Sudafrica una commissione internazionale, con Desmond Tutu e Ahmed Kathrada, per promuovere iniziative per la liberazione del piu' noto dei prigionieri palestinesi.

immagine dal sito Maannews
 immagine dal sito Maannews 

 martedì 29 ottobre 2013 09:50

 della redazione
 
Roma, 29 ottobre 2013, Nena News - Israele libera questa sera un altro gruppo di prigionieri politici palestinesi nel quadro delle intese volte, almeno in apparenza, a favorire il successo del negoziato con i palestinesi. Il premier Netanyahu continua però ad opporsi alla scarcerazione di Marwan Barghouti, il più famoso e popolare, tra la sua gente, dei palestinesi rinchiusi nelle sue carceri. A sostegno della liberazione del detenuto palestinese si è tenuta ieri una conferenza a Città del Capo, in Sudafrica.

L'incontro, al quale ha partecipato anche Luisa Morgantini, già vicepresidente dell'Europarlamento, si è chiuso con la formazione di una commissione internazionale incaricata di promuovere iniziative per la scarcercazione immediata di Barghouti.
Della commissione fanno parte anche i premi Nobel Desmond Tutu e Ahmed Kathrada, compagno di cella del leader sudafricano anti-apartheid Nelson Mandela.

«Marwan Barghouti è il prigioniero politico palestinese più importante e famoso, un simbolo della missione del popolo palestinese per la libertà, una figura che unisce e un sostenitore della pace basata sul diritto internazionale», si legge nella dichiarazione finale della conferenza.

La cerimonia ha avuto luogo all'interno della cella in Robben Island, sulla costa orientale del Sud Africa, dove Nelson Mandela ha scontato la sua lunghissima pena detentiva inflittagli dal regime di apartheid che esisteva nel suo paese. Il carcere è poi diventato un museo attirando visitatori da tutto il mondo. Nena News 



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