Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 20 dicembre 2013

Lampedusa lo sa, e noi pure!


Mercoledì 18 Dicembre 2013 14:12


Gli ultimi giorni sono stati densi di sgomento verso quanto accade all'interno dei CIE e dei CARA del nostro paese. Un impiccato e, soprattutto (per l'impatto mediatico che ha avuto), una scena di disinfestazione che sembra venire dai peggiori racconti sulle carceri di ogni tempo e luogo, accompagnati dalla notizia dell'ennesima morte in mare di stamattina: questo il freddo resoconto di tre avvenimenti registrati in Sicilia. Il primo al CARA di Mineo, il secondo al CIE di Lampedusa e il terzo a largo della stessa isola.
Lo scandalo urlato al Tg2 piuttosto che dai politicanti intervistati, da Alfano alla Boldrini, assume tutte le fattezze della sorpresa, dello sgomento: del punto di vista di chi evidentemente finge di non sapere. Sentire tutte le voci che reggono in piedi il sistema di carcerazione dei migranti indignarsi per quanto accaduto è quanto di più orrido possa esistere di fronte a sofferenze umane così grandi e a pratiche carcerarie che evidentemente sono la prassi e non l'eccezione all'interno di posti come il CIE di Lampedusa. Sentire Alfano assicurare che i responsabili pagheranno le conseguenze rende ben chiaro quale sia il risultato a cui tendono queste dimostrazioni di stupore, cioè, legittimare ancora una volta le politiche di chiusura delle frontiere allo spostamento delle persone.
Ecco, se questo è il prodotto dello stupore e dello sgomento verso le immagini passate in televisione, bisogna riuscire a non stupirsi e a metabolizzare quelle immagini per sintetizzare una rabbia che sia diretta verso chi progetta e permette che realtà come queste esistano quotidianamente. Noi non possiamo fingere di non sapere: sappiamo benissimo quello che accade ogni giorno nel Mediterraneo e dentro CIE e CARA, e sappiamo pure che le brutalità che si registrano al loro interno sono tanto sistemiche quanto l'esistenza stessa di questi centri. Sono luoghi tenuti appositamente ai margini dei nostri territori, posti al riparo da sguardi indiscreti e telecamere (evidentemente non del tutto al riparo), utilizzati per controllare gli spostamenti dei migranti e disciplinare i loro comportamenti.
Il problema del CIE di Lampedusa, infatti, non è l'uomo con la pompa che irriga il negretto come si faceva col DDT ad inizio del '900 negli USA, come il problema dei morti in mare non è lo scafista che lucra qualche migliaio di euro sulla vita dei migranti. O meglio questi sono corollari rispetto al centro del problema.
Sembra di poter riproporre la domanda retorica, fatta all'indomani del naufragio a largo di Lampedusa solo pochi mesi fa, circa la responsabilità ultima delle centinaia di migliaia di morti nel Mediterraneo. Bene, allora come oggi, la responsabilità va cercata nelle stesse sedi: tra le fila dei fautori di politiche anti-immigrazione che impongono le traversate su barconi di fortuna e prevedono la presenza di veri e propri lager sul territorio di questo paese e della fortezza Europa.
Sia ben chiaro che le responsabilità politiche ricadono a valanga su tutti i coinvolti. La disinvoltura con cui si lanciano i vestiti dei detenuti nel video in questione rende particolarmente odioso il secondino malcelato dietro l'etichetta di operatore. Ma la responsabilità in capo a lui, quanto a tutte le associazioni coinvolte in questo tipo di lavoro a sostegno dei centri, sarebbe stata la stessa se avesse svolto il suo compito con attenzione e gentilezza. E questo perché il suo compito, il suo infame lavoro, come quello di tutti coloro che stanno nella filiera di questi posti, permette l'esistenza stessa di queste pratiche e delle politiche che vi stanno dietro.
Il problema dei CIE, dei CARA e di tutte queste carceri speciali per immigrati non sta nelle situazioni di degrado o nella brutalità degli atteggiamenti al loro interno. Sta nella loro stessa esistenza, nel disegno criminale che ci sta dietro, e che implica di per sé degrado e brutalità. Sta nella scelta politica di criminalizzare i migranti proprio in quanto migranti, in tutte quelle pratiche tese a rendere lo straniero inferiore sia per status giuridico che per soggettività, subalterno alle dinamiche del mercato del lavoro e alle relazioni umane in genere in quanto costantemente ricattabile. E tutto inizia proprio da questi lager, posti in cui trascorrere fino ad un anno e mezzo per il solo fatto di non essere nato italiano, cioè con sangue italiano, figlio di italiani certificati da un atto di nascita o da una carta d'identità.
Se proprio dobbiamo stupirci, quindi, ci stupiamo per la sfacciataggine dimostrata da Alfano e Boldrini, non che neanche quelle fossero inaspettate per chi ha imparato a conoscere i comportamenti di governanti tanto colpevoli quanto ipocriti, ma perché è uno stupore che porta a una rabbia sicuramente meglio indirizzata e più proficua.



Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/10046-lampedusa-lo-sa-e-noi-pure 



Qui il video dei migranti dei migranti sogliati nudi e "disinfestati" nel centro di accoglienza di Lampedusa:



martedì 17 dicembre 2013

SIRIA: STRAGE SENZA PRECEDENTI AD ALEPPO. SALE A 125 IL BILANCIO DELLE VITTIME DOPO IL RAID CON GLI ELICOTTERI

lunedì 16 dicembre 2013

 

Dal blog di Sebastiano Nino Fezza:

 

 http://ninofezzacinereporter.blogspot.it/

Il regime di Assad è accusato di aver condotto un attacco micidiale contro alcune zone della città di Aleppo in mano ai ribelli. Ci sono oltre cento morti tra i quali molti bambini.



Il bilancio del raid con gli elicotteri lanciato dall’aviazione siriana su alcune zone controllate dai ribelli ad Aleppo è salito a 125 morti. Lo rende noto al-Jazeera, aumentando così il bilancio di 76 morti, tra cui 28 bambini, denunciato in precedenza dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.
Gli abitanti stanno ancora cercando di recuperare i corpi dalle macerie il giorno dopo che gli elicotteri del regime hanno lanciato barili pieni di esplosivo sulle zone della città in mano ai ribelli. L’Aleppo Media Centre, una rete di attivisti attivi sul campo, ha definito ”senza precedenti” il raid sulla città.
“I barili di esplosivo non sono come bombe. Il loro impatto non è preciso, perché piombano a terra senza nessun sistema di guida, ed è per questo che provocano un gran numero di vittime “, dice Abdel Rahman direttore dell’Osservatorio Siriano per i diritti civili. “Gli apparecchi sono costituiti da fusti di metallo che hanno uno strato di calcestruzzo al loro interno, così che che causano tanto la distruzione quanto la morte”...
(IL Journal)
 




lunedì 16 dicembre 2013

SIRIA, RAID FA STRAGE DI CIVILI AD ALEPPO. LE ONG: "FRA LE VITTIME CI SONO 14 BAMBINI"...



 
 

domenica 15 dicembre 2013  

 

Dal blog di Sebastiano Nino Fezza

http://ninofezzacinereporter.blogspot.it/

 
 
 
ALEPPO - Nuova strage di bambini in Siria, dove secondo gli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti dell'uomo (ong vicina all'opposizione) raid aerei condotti nelle ultime ore su alcune aree di Aleppo dalle forze governative avrebbero causato almeno 22 morti. Fra le vittime, stando alla stessa fonte, si contano 14 bambini. «L'aviazione siriana ha lanciato bidoni esplosivi i quali hanno ucciso 22 persone, inclusi 22 bambini e un adolescente», riferisce l'ong. I bombardamenti sono segnalati nei quartieri di Haydariye, Ared al-Hamra e Sakhur, in una città tuttora tagliata dalla linea del fronte, nella sanguinosa guerra civile tra milizie ribelli e forze fedeli al regime del presidente Bashar al-Assad. Intanto miliziani jihadisti di Al Nusra e salafiti hanno occupato stanotte il villaggio cristiano siriano di Kanaye imponendo alla popolazione di obbedire alla sharia e alle donne di indossare il velo islamico, pena l'immediata fucilazione. Un abitante ha dato l'allarme tramite l'arcivescovo emerito di Aleppo, monsignor Giuseppe Nazzaro, che ha contattato l'Ansa. «Temiamo - ha detto il presule - che la popolazione sia costretta a fuggire in massa o a convertirsi all'Islam se non vuol essere massacrata»...
 

sabato 14 dicembre 2013

MALTEMPO A GAZA

Dal blog di Silvia Todeschini: http://libera-palestina.blogspot.it/

  
sabato 14 dicembre 2013


A causa del maltempo, a Gaza, ci sono vie di comunicazione interrotte, intere aree allagate, centinaia di famiglie evacuate, numerosi feriti e quattro morti. L'assedio e l'occupazione sioniste contribuiscono ad aggravare la situazione per decine di migliaia di persone.








La principale via di comunicazione tra nord e sud della striscia di Gaza si chiama strada Salaheddin, e, in questi giorni, è molto difficile da percorrere perché è allagata. Il microbus che parte da Gaza, per arrivare a Rafah, deve riuscire ad evitare profonde pozze d'acqua, e le evita passando da una corsia all'altra, scavalcando lentamente e faticosamente l'aiuola che le divide. Alcune auto sono bloccate, perché l'acqua troppo alta arriva al motore e le mette fuori uso; ci sono carretti tirati da asini, che camminano con le zampe in acqua.



Il quartiere di Rafah dove abita Khaled Sadi el-Alul si chiama el-Madakha. Lui vive con le sue 3 mogli, 11 figli e 6 figlie in una casa fredda e umida: quando si respira si vede il fiato. Il velo che porta in testa la prima moglie di Khaled, in controluce, sembra fumare, perché è umido e col calore del corpo l'acqua di cui è intriso evapora; questa donna è particolarmente sensibile al freddo, perché soffre d'asma ed è diabetica. Anche Khaled dovrebbe evitare le basse temperature, perché due settimane fa, potando un albero, è caduto e si è rotto una costola; essa è andata a perforare il polmone ed è stata necessaria un'operazione per drenare il sangue da quest'ultimo. Alcune finestre e il tetto della casa sono stati distrutti durante l'attacco israeliano chiamato piombo fuso, ed il tetto è stato rimpiazzato con una lastra ondulata di Eternit, che costa poco, ma che, si sa, contiene amianto che è cancerogeno.



Khaled racconta che, nella notte tra giovedì e venerdì, a mezzanotte a casa dormivano tutti. Avevano sentito che pioveva, ma non sembrava una pioggia forte, e non c'era elettricità, quindi erano al buio. Dormivano per terra, e si sono svegliati perché il materasso era umido, l'acqua è arrivata fino a cinque centimetri sopra il materasso, così hanno chiamato la protezione civile, ma la protezione civile ha risposto che tutta Gaza era in emergenza alluvione, e che quindi non potevano fare nulla; così hanno chiamato il 109, da cui hanno risposto che avrebbero mandato un mezzo della municipalità, ma questo mezzo non si è mai visto. L'acqua di cui erano invasi era acqua fognaria, hanno dovuto aprire il tubo fuori casa, per far si che l'acqua defluisse nel cortile. Poi hanno dovuto fare un buco nel muro che separa il giardino dallo spazio davanti alla porta della cucina, per lasciarla correre: tutto al buio e senza corrente. “Abbiamo passato delle ore orribili” spiega la prima moglie di Khaled “in tre ore abbiamo svuotato l'acqua che si era accumulata in casa con dei secchi. Potete ancora sentirne la puzza!” Questa famiglia è solo un esempio di cosa comporta il maltempo qui a Gaza, e sicuramente non è il caso peggiore. Khaled ha esclamato, prima di lasciarci, “preghiamo Allah perché faccia terminare l'assedio! Avessimo l'elettricità, quando succede qualcosa del genere, almeno potremmo vedere e capire cosa accade!”



Da tre giorni i figli di Khaled non vanno a scuola, perché la scuola elementare del quartiere è allagata: sarebbe meglio dire che si è formato un lago e che la scuola sembra galleggiare in esso, il che la rende raggiungibile solo in barca. Anche il campo da calcio di fronte alla scuola ha l'aspetto di un lago rettangolare. L'acqua nei giorni scorsi arrivava fino al primo piano delle case, e 10 famiglie, per un totale di 70-80 persone, sono state evacuate con delle barche mentre si calavano dalle finestre del primo piano delle loro abitazioni. Alcune sono state prelevate venerdì sera, ed altre giovedì mattina, e sono state portate in una scuola vicina che serve da rifugio. Ma non sono casi isolati.



Reuters riporta infatti che, secondo il ministero dell'informazione, 5246 persone sono state evacuate e disposte in rifugi o nelle scuole. Sempre secondo Reuters, il numero di feriti dovuti al maltempo (che includono quelli feriti da oggetti che cadono o dai danneggiamenti alle povere case della striscia, o dagli incidenti stradali causati dalle pozze) è arrivato a 100. Inoltre, la stessa fonte riporta di un morto, un ragazzo di 22 anni, deceduto per aver respirato i gas di un fuoco che aveva acceso per riscaldare la sua casa. Noor Harazeen riporta su facebook i nomi di tre bambini morti per assideramento: Wardaa Al-Emawi, di 3 anni; Malak Al-Shaer, di 2 anni; Lamees Fojo, di 3 anni. Tutto questo è aggravato dalla mancanza di corrente elettrica, che servirebbe tra l'altro anche per pompare le acque reflue, e dal fatto che, come riportato da Ma'an, Israele ha aperto le dighe a est di Gaza inondando la Gaza Valley.
 
 
Il tetto in Ethernit

hanno aperto il tubo all'esterno per fare uscire l'acqua

hanno fatto un buco nel muro per far defluire l'acqua

Parte della famiglia di Khaled

Il livello raggiunto dall'acqua nel giardino





IL PIANO PRAWER NON E' PASSATO

Il piano di trasferimento dei beduini del Naqab è al momento sospeso. Analisi dei possibili scenari futuri e la lezione della mobilitazione palestinese. 

venerdì 13 dicembre 2013 15:06



di Roberto Prinzi

 
Roma, 13 dicembre 2013, Nena News - Il Piano Prawer almeno per ora non è passato. Ad annunciarlo è stato uno dei suoi architetti, l'ex ministro israeliano Benny Begin, in una conferenza stampa convocata ieri nel Quartiere Generale della Difesa a Tel Aviv. Begin ha detto che il premier Netanyahu ha accettato la sua proposta di bloccare il disegno di legge ma non ha precisato se il piano sarà del tutto accantonato o se è solo temporaneamente sospeso.

Begin, figlio del famoso leader di destra Menachem, non ha nascosto l'insoddisfazione ed il fastidio per la dura opposizione al suo piano: "Destra e sinistra, ebrei ed arabi insieme, hanno sfruttato la sofferenza dei beduini riscaldando l'ambiente per un tornaconto politico". Begin si è poi difeso da quanti lo avevano criticato perché, a loro dire, non aveva ascoltato la popolazione beduina nell'elaborare il Piano. Durante la scrittura del progetto di legge, infatti, "abbiamo ascoltato più di 1000 beduini e in seguito alle loro osservazioni abbiamo introdotto dei cambiamenti".

"Io personalmente" - ha aggiunto - "ne ho incontrati 600, e non li abbiamo sentiti, ma ascoltati attentamente". Il parlamentare del Likud (destra) ha rivendicato con orgoglio di aver "fatto il massimo" affinché il piano diventasse legge, ma pragmaticamente ha aggiunto: "a volte bisognare guardare in faccia la realtà".

Le parole di Begin di ieri non sorprendono. Tre giorni fa, infatti, il parlamentare aveva negato le dichiarazioni del governo dopo le partecipate proteste della comunità palestinese d'Israele il 30 novembre scorso. Allora il primo ministro Netanyahu disse che il piano sarebbe stato eseguito perché era stato "accettato dalla comunità beduina". Intervenendo alla Commissione della Knesset degli Interni e dell'Ambiente, Begin era stato risoluto: "Io voglio che sia chiaro che, contrariamente a quanto è stato riportato nelle scorse settimane, io non ho mai detto che i beduini sono favorevoli al mio piano. Non lo potrei mai dire perché non gliel'ho mai presentato. Gli emendamenti apportati alla legge non sono stati presentati agli abitanti. Pertanto non è possibile sapere se le modifiche abbiano incontrato il loro favore. Non sono capace di stabilire quanto [i beduini, ndr] sostengano la legge".

Parole che non lasciano spazio ad elaborate congetture e che mettono per l'ennesima volta in imbarazzo il governo israeliano che per settimane aveva ripetuto che il Piano Prawer/Begin aveva già incassato il sostegno della popolazione beduina. Alle dichiarazioni di Begin avevano fatto seguito quelle di Yariv Levin (anche lui del Likud) secondo cui il piano attuale non avrebbe avuto la maggioranza all'interno del governo. Non avendo così i numeri necessari per l'approvazione della legge alla seconda e terza lettura, il governo avrebbe preferito ieri sospendere il piano evitando una clamorosa debacle parlamentare.
 
Il Piano Prawer
 

Il Piano Begin-Prawer, introdotto per la prima volta nel 2011, è un progetto del governo israeliano di estrema destra che prevede la distruzione di 35 villaggi beduini non riconosciuti da Tel Aviv (e di conseguenza privati delle infrastrutture basilari e sotto costante minaccia di demolizione), l'espulsione e il trasferimento forzato di 70.000 beduini palestinesi in nuove township e la confisca di oltre 800.000 dunam di terra [un dunam corrisponde all'incirca a mille metri quadrati].

Il piano ha suscitato sin dall'inizio le dure critiche della popolazione locale, delle associazioni della società civile e dell'intera comunità palestinese. Sono state organizzate tre partecipate giornate di protesta (l'ultima delle quali il 30 novembre) duramente represse dalla polizia. Molti attivisti israeliani e palestinesi hanno sottolineato come sia stata proprio la violenza del 30 novembre ad avere attirato l'attenzione ("tardiva") dei media israeliani.

Ma se opposizione c'è stata da parte della sinistra dentro e fuori la Knesset, non bisogna sottovalutare la contrarietà al piano espressa anche da settori dell'estrema destra di governo. Secondo i falchi, infatti, "l'offerta [ai beduini, ndr] è troppo generosa". Soprattutto se viene "ceduta" ad una popolazione che è considerata dagli estremisti di destra "voce di minoranza" (nel migliore dei casi) e "popolazione occupante che cospira con i palestinesi della Cisgiordania per prendere possesso della terra degli ebrei" (nel peggiore).
 
Le reazioni politiche

 
Alla notizia della sospensione del Piano Prawer, la sinistra parlamentare e non, le ONG e l'intera comunità palestinese hanno esultato. Adalah, il centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele, ha definito il ritiro del progetto come "il maggior risultato nella storia della comunità palestinese d'Israele". Tuttavia, nonostante la gioia, Adalah mantiene la concentrazione alta: "La cancellazione della proposta di legge è solo un inizio. La lotta al Piano Prawer continua. I piani del governo per il Naghev porteranno alla demolizione, evacuazione e confisca delle case e delle terre dei beduini, tra cui il villaggio di Atir Umm al-Hieran, che saranno distrutti per essere sostituiti da una colonia ebraica e da una foresta".
Non trattengono la soddisfazione la sinistra parlamentare e i politici arabi. Dov Khanin (Hadash) si è augurato che "questo successo possa rappresentare la fine di un lungo capitolo nello scontro tra lo Stato ed i cittadini beduini e segni l'inizio di un dialogo tra le due parti". Anche Meretz (sinistra sionista) con Rozin ha esultato: "Tiro un sospiro di sollievo insieme agli abitanti del Neghev, i beduini e gli ebrei, per il congelamento del Piano Prawer. E' tempo d'investire i soldi che lo stato voleva sprecare per il trasferimento dei beduini per collegare i villaggi all'acqua, all'elettricità e alle altre infrastrutture". Un raggiante Tibi (Lista Araba Unita) ha lodato il coraggio delle migliaia di palestinesi scese in strada per "difendere la loro terra".
Tra i falchi del governo se la battaglia è persa non lo è la guerra. Miri Regev (Likud) è come suo solito chiarissima: "E' importante arrivare a regolamentare la situazione nel Neghev. Ho detto che bisogna porre fine alla conquista della terra dello Stato da parte dei beduini". "La legge che è arrivata alla Knesset" - ha aggiunto - "subirà delle modifiche in base al documento di intesa che è stato rivelato in commissione due settimane fa". Sarebbe interessante sapere se quella intesa con i beduini di cui parla è la stessa che Begin, suo collega di partito, ha negato categoricamente ieri.
 
I possibili scenari

 
Per ora, dunque, il progetto di "reinsediamento/trasferimento" (a seconda di chi parla) dei beduini è fermo. Tre sono gli scenari ipotizzabili al momento. Un primo più favorevole ai beduini: Netanyahu rinuncia all'idea di "pulizia etnica" del Neghev e si accontenta di proseguire l'attuale politica (magari incaricando un'altra commissione che però potrebbe impiegare molto tempo, se non anni, per arrivare a qualche decisione). Questa opzione sarebbe leggermente migliore dell'applicazione del Progetto Prawer per i beduini ma continuerebbe a condannarli ad una vita di stenti, precarietà, paura, ad appelli ai tribunali intervallati dalla distruzione delle loro case - come i casi al-Araqib e Umm al-Hiran dimostrano.

Questo primo scenario è il più facile da realizzare e creerebbe al governo pochi problemi con la Corte Suprema Israeliana. Tuttavia, le dichiarazioni di Regev e di Levin, l'estremismo di Casa Ebraica e del Ministro degli Esteri Lieberman di Yisrael Beitenu sembrano lasciare poco spazio a questa prima opzione. Una seconda ipotesi potrebbe vedere i falchi del governo prendere il sopravvento sulle voci "moderate" della coalizione di Netanyahu. In un contesto del genere maggiori sarebbero le pressioni sul premier per un nuovo e più radicale piano di sradicamento con poca o nessuna compensazione per i beduini.

Gli ostacoli alla realizzazione di questo piano potrebbero essere rappresentati dagli elementi più "moderati" (si legga pragmatici) del governo e dalle reazioni della Corte Suprema. Bisogna però ricordarsi che, come è accaduto con gli "infiltrati" pochi giorni fa, il governo Netanyahu ha saputo facilmente aggirare la sentenza della Corte Suprema con alcuni emendamenti che hanno cambiato di poco i principi della prima bozza contro gli immigrati.

L'eventuale coinvolgimento dei media mainstream non dovrebbe rappresentare un problema per i sostenitori di questo secondo scenario a meno che la repressione operata da Tel Aviv non dovesse rivelarsi estremamente brutale. Escludendo poche voci di dissenso, la stampa e la televisione locale, infatti, non si lamentano più di tanto quando non sono coinvolti ebrei (il fatto che siano rimasti in silenzio, o, nel migliore delle ipotesi, abbiano coperto gli eventi relativi al Piano Prawer con riluttanza ne è una dimostrazione).
Il terzo scenario, il più difficile da realizzare visto l'attuale governo di estrema destra, è che Netanyahu apra un immediato dialogo con i beduini, riveda i piani fatti dai leader locali e dalle ONG e inizi a riconoscere i villaggi del Neghev ed i diritti basilari dei loro abitanti. Difficile che si realizzi in pratica soprattutto se si tiene conto che il conciliatorio e "moderato" Begin di questi giorni è l'ideatore del piano ed esponente dello stesso partito di estrema destra dove militano falchi come Regev.
 
Il lascito della lotta anti-Prawer

 
Qualunque sia lo scenario che si verrà a creare la sospensione del Piano Prawer è un grande successo raggiunto innanzitutto da chi lotta dal basso. Pertanto è comprensibile che la comunità palestinese la rivendichi come una sua "vittoria": i palestinesi della Palestina storica hanno ostacolato la proposta di legge marciando e lottando uniti subendo la brutale repressione della polizia israeliana (15 manifestanti sono ancora in prigione) e, in alcuni casi, della stessa Autorità Palestinese.
Le tre giornate anti-Prawer hanno inoltre ribadito quanto sia profondo il divario tra palestinesi e i loro governanti. I primi lottano per mantenere la propria presenza sulla loro terra, i secondi svendono i pochi dunam rimasti per assicurarsi una piacevole e tranquilla vecchiaia. Non è solo Prawer contro cui i palestinesi stanno lottando. Non lo stanno facendo solo per i beduini e per il Neghev o per la "nuova Nakba" in corso.

La generazione Oslo sta rivendicando una nuova gestione del potere, sta gridando di essere unità al di là delle appartenenze di partito, di non svendere la terra per la quale generazioni di palestinesi sono morti e poeti ed intellettuali ne hanno declamato e cantato la bellezza. Indicano ai loro governanti quale è la strada da seguire soprattutto nelle ore in cui a Ramallah il delegittimato Abbas continua a "dialogare per la pace".

Insomma non bisogna chiedersi soltanto se Prawer passerà ma quanto ancora l'Autorità Palestinese e gli sceriffi di Hamas a Gaza resteranno asserragliati nei loro fortini. La bomba sociale è un fiume in piena. La solidarietà ai prigionieri, la lotta di Bab al-Shams e l'orgoglio dei palestinesi d'Israele - gli "stranieri nella loro terra" - sono un grido di libertà al di là dei risultati ottenuti, al di là dei cupi scenari che sono all'orizzonte. Lo slogan "Prawer non passerà" cantato dalle migliaia di manifestanti in Galilea, nel Naqab, a Ramallah e Gaza è un messaggio di rivendicazione politica, di esistenza e di appartenenza e non è esagerato definirlo di rivolta.

Il giovane poeta e giornalista Alì Mawasi ha sintetizzato perfettamente il senso di queste giornate: "Con la rabbia, sì con la rabbia, con la nostra unità nazionale: da Gerusalemme, dalla Galilea, dal Triangolo, dalla Cisgiordania, da Gaza ed il Neghev. Il piano è caduto ma non ancora il progetto sionista. Ci sarà una quarta giornata di rabbia, perché ogni nuovo piano dovrà cadere. Ora cambiamo lo slogan: Prawer non è passato!". Nena News





Fonte:


 

martedì 10 dicembre 2013

BLOCCATE LE RUSPE DI #EXPO2015

ruspa2

E’ successo questa mattina poco dopo le 7. Nel freddo e tra la bruma del nord-ovest milanese una cinquantina di abitanti del Gallaratese, del comitato No Canal e della rete No Expo sono entrati nel cantiere della Via d’Acqua nel parco di Trenno e hanno bloccato i lavori. La ruspa aveva iniziato a scavare ieri pomeriggio proprio mentre cittadini e comitati stavano protestando sotto al palazzo del Comune di Milano. Una beffa.
Lavori iniziati senza alcuna comunicazione ufficiale su tipo e quantità di inquinanti contenuti nei terreni dentro cui scorreranno i 30/40cm d’acqua dei 20km di canale che collegherà la Darsena con il sito di Expo. E con tanto di veleni declassati dal Commissario unico Giuseppe Sala, lo abbiamo raccontato qui.
Alla fine del presidio di ieri davanti a Palazzo Marino il sindaco Giuliano Pisapia è sceso a parlare con alcuni rappresentanti del comitato No Canal. Pisapia, dicono dal comitato, ha sostanzialmente ammesso di aver sottovalutato un progetto molto costoso (90 milioni di euro) e che impatterà negativamente su quattro parchi cittadini, ma che ora non può fare niente perchè l’opera è gestita direttamente dal Commissario di Expo spa Sala con i poteri di “speciali” di deroga dati dal governo Letta.
La rabbia tra i cittadini di zona è alta e questa mattina si è materializzata nel blocco della ruspa. Il presidio nel corso della mattinata è cresciuto di numero, la promessa: portare la protesta sotto alla sede di chi decide, Expo spa.

Le foto dal cantiere di Trenno bloccato questa mattina, via @ufo_inthesky e @LMonocrom


ruspa7
ruspa1
ruspa2
ruspa4
ruspa5
ruspa6






Fonte:

http://www.milanox.eu/bloccate-le-ruspe-di-expo2015/