Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


venerdì 17 maggio 2013

Iniziative a Roma per la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia

Iniziative per la giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia
16/May/2013

La giornata contro l’omofobia e la transfobia rimane nel nostro paese di scottante attualità perché le persone lesbiche, gay, bisessuali e trans sono ancora prive di diritti e di tutele e subiscono quotidianamente discriminazioni, violenze, aggressioni, bullismo e mobbing.
Una condizione aggravata dalla incapacità delle isituzioni di offrire risposte adeguate e politiche coerenti di lotta a ogni tipo di discriminazione.
Per questo motivo il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli coglie questa occasione per ricordare le tante vittime di omofobia e transfobia e per sensibilizzare al problema, con una particolare attenzione al mondo della scuola e della formazione e un occhio a quelle realtà, come quella di tanti Paesi africani, dove le persone omosessuali e trans subiscono ancor più forti persecuzioni sociali e legali.
Di seguito le iniziative che organizziamo o alle quali  prendiamo parte:- in occasione del 17 maggio il Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli lancia un video di contrasto a omofobia e transfobia e in ricordo di tutte le vittime.
Il video sarà lanciato in giornata e presentato durante la serata di Muccassassina.
- alle ore 10 presso la Biblioteca del Senato la Ministra per le Pari Opportunità, Josefa Idem, incontra le associazioni lgbtq;
- dalle ore 11.00 alle ore 13.00 Amnesty International e il Circolo Mario Mieli si confronteranno sul tema del bullismo omotransfobico con gli studenti del Liceo Orazio. Durante l’evento saranno presentati lavori degli studenti e la ricerca sul bullismo nelle scuole condotta dal Circolo
- alle ore 14.30 saremo al sit in di protesta contro omofobia e transfobia , convocato da varie Associazioni lgbtq, davanti all’Ambasciata d’Uganda,  in Viale Giulio Cesare, 71
- alle ore 16:30 saremo ospiti dell’ISSR Istituto Statale per Sordi di Roma in occasione dell’evento “Segni di Cinema” – Via Nomentana 54/56  – ingresso libero www.issr.it
-  alle ore 16.30 incontro/confronto sul tema degli Stermini Dimenticati, promosso dall’Opera Nomadi – Via Aldo Manunzio 91 (zona Testaccio);
- in serata Muccassassina ospita Amnesty International per lanciare assieme un’azione di denuncia sulla gravità di omofobia e tranfobia nei paesi africani.
- sabato 18 maggio alle ore 18, presso il circolo ANPI Roma “Ragazze della Resistenza”, “La Mia Resistenza”, incontro con Andrea Maccarrone, presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli.
Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli

Andrea MaccarronePresidente 3297488791
Uffico Stampa 3487708437


Fonte:

mercoledì 15 maggio 2013

"C'ERA UNA VOLTA LA PALESTINA": ANCHE IN ITALIA SI CELEBRA LA NAKBA

 


 

Il 15 maggio di ogni anno il popolo palestinese della diaspora commemora la 'catastrofe' del 1948: le violenze, le distruzioni e l’espulsione forzata di oltre 800 mila persone dalla propria terra, in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele. Anche a Roma un’iniziativa per non dimenticare. 




di Cecilia Dalla Negra 

Al-Nakbah in arabo, significa "catastrofe", e si potrebbe utilizzare per descrivere le calamità naturali. Come i terremoti o gli uragani, che arrivano all’improvviso, spazzando via tutto quanto è caro e conosciuto. Fenomeni inaspettati, capaci di distruggere una casa, sradicare un albero, spazzare via un intero villaggio.
In Palestina, Al-Nakbah è una giornata, e insieme un ricordo lungo 65 anni. 
Sul calendario la data è quella del 15 maggio 1948, il giorno seguente alla proclamazione dello Stato di Israele: quando ebbe inizio quello che da più parti viene erroneamente definito "l’esodo" della popolazione palestinese, ma che fu in realtà un’espulsione forzata, scandita al ritmo di massacri, abitazioni date alle fiamme, villaggi rasi al suolo e oggi scomparsi dalle carte geografiche di chi, con la forza, si impadronì di una terra che non era "senza un popolo". 
C’era una volta la Palestina, abitata da 1 milione e 400 mila persone distribuite in 1300 fra piccole città e villaggi rurali.
E c’erano le milizie sioniste, che dai primi insediamenti coloniali costruiti già nel corso del lungo mandato Britannico, si mossero per espellere quante più persone era possibile, in vista della spartizione territoriale che di lì a poco sarebbe avvenuta.
Quella che avrebbe dovuto vedere la nascita di due Stati, uno dei quali ancora oggi attende di essere riconosciuto dalla comunità internazionale. 
A partire dal 15 maggio del ‘48 oltre 800 mila palestinesi furono cacciati dalle proprie terre: 9 le città completamente cancellate, oltre 500 i villaggi distrutti.
Gli episodi di violenza si moltiplicarono rapidamente: dal massacro di Deir Yassin contare il numero delle vittime non è stato più possibile. Si stima che possano essere state circa 15mila, cui vanno ad aggiungersi le migliaia di profughi costretti a cercare rifugio nei vicini paesi arabi, in cui sono sorti campi di fortuna divenuti negli anni la loro casa. 
A distanza di 65 anni da quel giorno i rifugiati palestinesi vivono ancora in quei campi, mentre Israele si è impadronito del 78% del territorio della Palestina storica, a discapito di quel 55% che le Nazioni Unite gli avevano assegnato.
Nel restante 22%, nel quale sarebbe dovuto sorgere lo Stato palestinese, è ancora oggi in vigore un assedio (sulla Striscia di Gaza) e un regime di occupazione militare, che ha assunto il controllo di gran parte della Cisgiordania, attraverso un sistema di apartheid articolato in insediamenti coloniali, strade riservate ai soli cittadini ebrei, e un Muro che ha annesso ulteriore territorio. 
Sui terreni espropriati ai palestinesi attraverso ordini militari sono stati costruiti in questi anni 140 insediamenti - illegali secondo il diritto internazionale - nei quali vivono e lavorano 650 mila coloni.
Il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, sancito dalla risoluzione Onu 194, non è mai stato rispettato. 
Anche per questo la Palestina e la sua 'catastrofe' restano un ricordo vivo nel cuore di chi oggi vive in diaspora, che commemorerà la giornata del 15 maggio come ogni anno.
Tanti gli eventi previsti nelle città italiane: il principale a Roma, organizzato dalla Comunità Palestinese locale (e promosso da Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, Rete italiana ISM, Assopace Italia e Ingegneria senza Frontiere).
Una serata che si svolgerà nel quartiere di san Lorenzo, nella quale si alterneranno musiche, letture e spettacoli teatrali, oltre agli interventi degli attivisti e dei giovani palestinesi del Children and Youth Center del campo profughi di Shatila (Beirut), in questi giorni a Roma per un progetto di scambio culturale organizzato dall’Associazione per la Pace.
Testimonianze, danze tradizionali e cibo palestinese, per commemorare insieme la Nakba e ricordare una Palestina che c’era, e c’è ancora. 

(In foto/ La locandina dell’evento romano, realizzata da Ilaria Vescovo che ringraziamo per la gentile concessione) 

14 maggio 2013 


Fonte:

http://www.osservatorioiraq.it/cera-una-volta-la-palestina-anche-in-italia-si-celebra-la-nakba



domenica 5 maggio 2013

Bobby Sands: una storia di disciplina, dignità ed unità


Scritto da 

 "Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato." da Il diario di Bobby Sands
“Discipline, dignity and unity”. Disciplina, dignità ed unità. Così titolava il numero di An Phoblacht (mensile pubblicato dal partito Sinn Féin in Irlanda ed il cui titolo significa “La Repubblica”) di domenica 3 maggio 1981. La disciplina, la dignità e l'unità a cui ci si riferiva erano quelle dei militanti dell'IRA rinchiusi da anni nel carcere di alta sicurezza di Long Kesh, vicino a Belfast, dove a lungo sono stati vittime di violenze ed atroci torture. Il gruppo di detenuti nel marzo dello stesso anno aveva preso la decisione, guidati da Bobby Sands, di iniziare uno sciopero della fame che li avrebbe condotti alla morte nel caso il Primo Ministro della Gran Bretagna, una Margaret Thatcher eletta da poco al suo primo mandato, non avesse riconosciuto loro lo status di prigionieri politici.
Bobby Sands, Ufficiale Comandante dei prigionieri dell'IRA detenuti a Long Kesh, ed i suoi compagni dal momento in cui furono rinchiusi nel blocco H (riservato ai militanti dell'IRA) avevano richiesto di essere riconosciuti come prigionieri politici: la lotta che stavano combattendo, assieme ad altri migliaia e migliaia di persone, era una lotta di liberazione e di riscatto dai soprusi che la popolazione irlandese era costretta a subire da parte degli unionisti fedeli alla Corona di Sua Maestà nell'Ulster. Ad una netta disuguaglianza sociale ed economica che divideva cattolici da protestanti, si aggiunsero discriminazioni civili (ad esempio sul diritto di voto) e violenze. Il tutto, ricordiamocelo, con ancora aperta la ferita della separazione dell'Ulster dal resto dell'Irlanda.
La loro richiesta, quindi, era semplicemente quella di veder riconosciuta la propria incarcerazione come fatto politico e non come semplice punizione. Questo status che venne fortemente negato dal Governo britannico: avrebbe significato dare legittimità alla battaglia dell'IRA e riconoscere l'esistenza di disuguaglianze e discriminazioni. I prigionieri si organizzarono quindi portando avanti una serie di proteste: si rifiutarono inizialmente di indossare le divise del carcere non essendo, appunto, carcerati come gli altri, ed in seguito di lavarsi. Queste forme di protesta non riuscirono a smuovere minimamente la posizione di Margaret Thatcher. I prigionieri decisero quindi di passare allo sciopero della fame. Dobbiamo precisare, per comprendere a pieno la loro lotta, che lo sciopero della fame è considerato da coloro che si battono per un'Irlanda unita e repubblicana un gesto pieno di significato: rimanda alla Great Famine, durata dal 1845 al 1852 circa e durante la quale migliaia e migliaia di irlandesi morirono di stenti ed emigrarono. Non fu una carestia vera e propria: un fungo particolare distrusse quasi totalmente le piantagioni di patate, alimento principale per la popolazione povera (in quasi totalità cattolica), mentre navi mercantili britanniche continuavano a depredare l'isola per i portare avanti i proprio affari.
La scelta di lasciarsi morire dignitosamente di stenti presa dal gruppo di detenuti si ricollegava quindi alla storia dell'indipendenza irlandese e serviva a ribadire il motivo per il quale si trovavano incarcerati.
Così, il primo giorno di marzo del 1981 iniziò la staffetta: il primo ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands e alla sua morte seguirono gli altri, con disciplina, dignità ed unità.
La lotta dei prigionieri del Blocco H ricevette attenzione non solo dagli abitanti di Irlanda e Regno Unito ma da tutto il mondo. Bobby Sands fu addirittura eletto deputato nel Parlamento nella circoscrizione di Fermanagh – South Tyrone, senza riuscire ovviamente a prendere il proprio posto.

Bobby Sands morì il 5 maggio del 1981, dopo sessantasei giorni senza cibo. La sua condotta fu di esempio e diede la forza a tutti e nove i prigionieri che intrapresero lo sciopero dopo di lui.
La sua è una storia di una coerenza e di un coraggio che lasciano senza parole. L'amore per il proprio Paese, per la propria storia e per la propria libertà, mai conosciuta veramente, che animavano Bobby e gli altri ragazzi sono gli stessi che oggi spingono i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane ad intraprendere la stessa forma di protesta. Dopo gli altri prigionieri che avevano cominciato a rifiutare il cibo lo scorso inverno, l'ultimo è stato Samer al Issawi, che ha interrotto il suo sciopero, avendo raggiunto, un accordo col governo, lo scorso 23 aprile.
Se è vero che quello di indipendenza irlandese è un movimento molto peculiare, per i successi ottenuti dalle sue organizzazioni (IRA e Sinn Féin), per la sua matrice apertamente socialista e per il livello di radicamento che ha sempre avuto, da una parte è facile tracciare una linea rossa che unisce i guerriglieri dell'IRA ai militanti indipendentisti palestinesi a quelli del PKK curdo. E questo significa che qualcosa da imparare da Bobby Sands e gli altri che lo hanno preceduto ce lo abbiamo anche noi: disciplina, dignità ed unità.


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martedì 30 aprile 2013

Dal 30 aprile 1977 a oggi: Madres de plaza de Mayo

http://www.puertodebuenosaires.com/images/casarosada4.jpg 






di Sabatino Annecchiarico (*)

Hebe denunciò i responsabili. Denunciò i militari. Denunciò la Chiesa. Denunciò le aziende transnazionali. Denunciò i corrotti avvocati. Denunciò il silenzio di quelli che non erano innocenti. Reclamò in ogni istanza la «comparsa in vita» dei cari, non solo egoisticamente i suoi, quelli di tutti. Socializzò la battaglia per i diritti negati. Soprattutto per quelli che non avevano voce. Oggi è la presidente dell’Associazione delle Madres de Plaza de Mayo. In quella irreale realtà dell’autunno del ’77 solo persone pazze, o di eccezionale coraggio, erano in grado di alzare la testa, di alzare la voce. Fu un giovedì d’aprile di quell’anno che un gruppuscolo di donne con il capo coperto da un fazzoletto bianco si diedero appuntamento nella Plaza de Mayo, storica piazza antistante alla casa di governo, occupata dai militari.

L’autunno australe a Buenos Aires si fa sentire. Il forte vento gelido che soffia dall’Atlantico arriva in città dal sudest assieme alle fitte piogge che bagnano persino le ossa; sono le caratteristiche climatiche di quella passionale città già culla del tango. Uscire in piazza in quella stagione, fare una passeggiata all’aria aperta, sono ricordi attaccati nella memoria dell’estate appena trascorsa.
Ma quell’aprile del 1977 il freddo era diverso, era strano. Era un freddo nero. Un freddo che calava per fermarsi silenziosamente nell’anima della gente fino colpirla in profondità. Là, dove fa male. Dove si addormenta il cervello e si rallenta persino il tango. Un freddo, che per fortuna, sono in pochi a conoscerlo.
Poco più di un anno prima, ovvero appena iniziato l’autunno del ‘76, i militari colpirono duramente la dignità, e non solo, degli argentini. Con la brutale forza delle armi avevano preso il 24 marzo di quell’anno il controllo del governo del Paese con l’obiettivo d’imporre politiche socioeconomiche in sintonia con i piani del neoliberismo del Fondo Monetario Internazionale e delle aziende transnazionali. Da allora il freddo della morte, del terrore, dell’impotenza, aveva invaso ogni angolo della vita quotidiana per eliminare ogni possibile resistenza popolare a quelle politiche neoliberiste. Si scrissero, in questo modo, le più tragiche pagine della storia contemporanea argentina, oggi nota in tutto il mondo.
Un anno dopo quel tragico inizio dell’autunno più lungo argentino, Buenos Aires già era tenebrosamente sorda, cieca, incapace di reagire davanti a migliaia di suoi figli scomparsi nel nulla. Per le strade, nelle case, in ogni angolo della città non si parlava per paura. Non ci si guardava per paura. Non si ascoltava per paura. La morte e i militari erano gli unici due soggetti che padroneggiavano su tutto l’esistente in quella lugubre città. I cervelli delle persone sembrava come se fossero addormentati per ipotermia in un assurdo tran-tran quotidiano dove tutto sembrava normale. Macabramente normale. Si cominciava a parlare, con sorriso schizofrenico, dell’imminente mondiale di calcio del ’78. Si festeggiava quell’evento. Gli affari dei militari e delle grandi imprese fiorirono a dismisura. Le aziende transazionali godevano, in quel cupo freddo sociale, una delle migliori primavere di infiniti e sproporzionati arricchimenti; arricchivano senza alcun disturbo e in piena fratellanza con i militari, ogni disfacimento del Paese era consentito pur di arraffare ricchezze.
In quell’assurda alienazione mentale, collettiva quasi inconscia di cui soffriva la popolazione, lo strano freddo autunnale aveva addormentato ogni senso umano, inclusa la dignità. In quell’habitat i Ford Falcon di colore verde oliva, ovvero le macchine in dotazione agli
«squadroni della morte», sfrecciavano liberamente per le strade di Buenos Aires con ignota destinazione. Portando dentro il grosso bagagliaio un altro bottino di guerra appena preso. Un’altra persona pronta alla tortura e alla scomparsa. Un altro desaparecido. E nessuno vedeva, nessuno parlava. Tutti si rifiutavano di ascoltare il frastuono di quelle potenti macchine costruite nello stabilimento argentino della Ford, nella località di General Pacheco, a pochi chilometri dalla periferia nord si Buenos Aires.
In quegli anni di dittatura militare erano in vigore leggi simili a quelle del ventennio fascista italiano. Una di queste era che non si potevano radunare più di tre persone in aree pubbliche, quanto meno in quella memorabile piazza già nota a numerose rivoluzioni sin dal 1810.
Per burlare questa legge, le coraggiose e ancora anonime donne dei fazzoletti bianchi cominciarono a girare, camminando silenziosamente con passo ritmato da tanta disperazione, attorno alla piramide centrale della piazza. I passanti le guardavano, i militari le insultavano quando non usavano le maniere forti, la violenza. Queste donne, che all’inizio appena superavano la decina, furono picchiate dai militari sotto gli sguardi impauriti o apatici dei passanti che sottovoce commentavano
«chissà cosa hanno fatto, meglio tenersi alla larga». Alcune di loro finirono nei Ford Falcon e della loro sorte nulla più si seppe. Queste donne chiedevano la sorte dei loro cari, dei loro figli scomparsi nel nulla.
In quel gelido autunno pervaso dall’impotenza prodotta dalla strategia del terrore scientificamente pianificata sulla popolazione, nessuno vedeva, nessuno ascoltava, nessuno parlava. Solo loro, queste donne, le mamme di quei figli scomparsi avevano visto. Avevano visto tutto quello che tutti avevano visto ma che nessuno vedeva. Avevano udito quello che tutti avevano udito, ma che nessuno udiva. Avevano detto quello che tutti si rifiutarono di dire. Furono solo loro, le donne, le uniche in quella società di
machos a riscaldare la temperatura di quel gelido autunno.
Hebe di Bonafini, mamma casalinga di due figli desaparecidos è una di loro. Una di queste donne che con tanta dignità e coraggio affrontarono, da sole, i militari. Lei, Hebe, alzò la voce in nome di tante mamme anonime che si trovavano nella stessa condizione. Instancabile in prima fila mettendo assieme alle altre mamme le uniche cose che aveva a disposizione, ovvero il coraggio, la voce e il proprio corpo. Non fu possibile fermarla, fermarle.
Oggi non è più casalinga, è una delle più prestigiose mamme riconosciuta mondialmente per la tenace resistenza alla dittatura e per la forte dignità. Assieme a migliaia di mamme che si aggregarono da tutto il Paese all’Associazione è stata protagonista della ricostruzione della dignità di quel tessuto sociale già fortemente smembrato. Poi, alla guida delle Madres è stata decisiva nello spostare l’asse delle sorti del Paese, ribaltandone l’ignominiosa situazione sociale. Gli argentini ripresero coraggio, cominciarono a vedere, a sentire e a dire. Hebe sempre in prima fila. I militari sono stati sconfitti, oggi non ci sono più. Hebe è lì, in piazza dal 30 aprile 1977 e al comando dell’Associazione sin dal 1979, anno della loro fondazione in piena dittatura post mondiale di calcio.

Hebe María Pastor de Bonafini – il suo nome completo – è stata ricevuta da quasi tutti i capi di Stato. Ha fatto conferenze in numerose università nei cinque Continenti. Su lei, e sulle Madres, si sono scritti saggi, racconti e poesie in quasi tutte le lingue. L’università di Bologna conferisce il 17 ottobre del 2007 all’Associazione de Las Madres de Plaza de Mayo una laurea
ad honorem in Padagogia, e a ritirarla è Hebe con una delegazione di Madres. Nel 1999 riceve dall’Unesco il riconoscimento per l’Educazione alla pace. Quei militari dal 1983 invece non ci sono più: chi non è morto per anzianità, è in galera a scontare la pena.
Las Madres de Plaza de Mayo hanno fondato un’università, la Universidad Popular de Las Madres, in pieno centro della città, davanti al Parlamento argentino, in Plaza Congreso. Hanno creato una biblioteca, un bar letterario, un proprio giornale, una radio. Sono protagoniste della costruzione di case nei quartieri più poveri del Paese. Partecipano alla vita sociale, a ogni lotta popolare, attive nelle fabbriche ricuperate dai lavoratori, come il caso dell’ex italiana di ceramiche Zanon o dell’Hotel Bauen a 5 stelle, costruito per il corrotto mondiale del ’78, e tante altre. Per queste instancabili lotte, sempre in prima fila, arrivano per loro da tutto il mondo adesioni, collaborazioni e finanziamenti.
Anche se oggi i militari non ci sono più, rimangono tante cose da fare. Ed Hebe, a 81 anni d’età è lì, in prima fila:
«Noi siamo state partorite dai nostri figli […] e quando loro ci hanno lasciato noi ci siamo trasformate da casalinghe a rivoluzionarie. Oggi ci sentiamo così, perché la rivoluzione si fa quando si riesce a trasformare la società. Noi sappiamo che si può. Si può perché l’unica battaglia che si perde è quella che si abbandona».
Hebe lo sa, lo sanno Las Madres, lo sanno gli argentini, che solo allora quel forte vento gelido, che soffia dall’Atlantico e che arriva in città dal sudest, tornerà ad essere caldamente normale. E Cambalache, il tango proibito dai militari, si continuerà a ballerà liberamente nelle piazze della città.

(*) Questo articolo era già uscito sulla bella rivista on line «El Ghibli».


Fonte:




sabato 27 aprile 2013

Chernobyl




Tratto da "Gaia - Il Pianeta che vive" di Mario Tozzi, 2005.

La notte del 25 Aprile 1986 esplose il reattore nucleare di Chernobyl, in Ucraina, al confine con la Bielorussia. L'esplosione avvenne in seguito a gravi errori di valutazione, in seguito ad una esercitazione di simulazione di un incidente.

Il video mostra le fasi dell'incidente, la diffusione della nube tossica nell'intero pianeta, l'evacuazione di intere città e gli effetti terribili delle radiazioni sui primi soccorritori e sui soldati che costruirono il "sarcofago". Le crude immagini di repertorio ci danno un'idea della tragedia che si è consumata, i cui effetti sono visibili ancora oggi. Un vasto territorio è ancora totalmente contaminato e c'è un incremento esponenziale di tumori e leucemie nelle popolazioni limitrofe. Attualmente i più colpiti sono i bambini.

Il filmato si conclude con gli ancora insoluti interrogativi circa l'uso dell'energia nucleare, primo fra tutti il problema delle scorie, che nessuno è mai riuscito a risolvere

venerdì 19 aprile 2013

Ciro Principessa


  



Ciro Principessa

di Guido Panvini 

Il 1979 fu un anno particolare per la città di Roma. La campagna politico - militare delle Brigate rosse, infatti, culminata con l'uccisione di Aldo Moro, accelerò il processo di disgregazione e di riflusso dei movimenti collettivi protagonisti della stagione del '77.
Se da un lato intorno alla gestione del sequestro si registrò una spaccatura all'interno dei gruppi armati, con l'uscita, ad esempio, dalla colonna romana delle Br di due esponenti di spicco come Valerio Morucci e Adriana Faranda, dall'altro molti gruppi di militanti accentuarono la loro militarizzazione ingrossando le fila del movimento di lotta armata.
Ne scaturì, di conseguenza, un incremento di azioni, in molti casi mortali, ai danni di esponenti delle forze dell'ordine, di avversari politici o attivisti dei partiti politici della maggioranza governativa.
La reazione repressiva delle istituzioni, non di rado punitiva, coinvolgendo l'intero arco dei movimenti collettivi e sociali, privò la società civile di un'importante spazio politico, contribuendo, in questo modo, ad esasperare la dialettica delle armi.
Allo stesso tempo, costantemente sottovalutato, se non tollerato, il terrorismo neofascista, proprio nella città di Roma, riprendeva slancio e guadagnava consensi soprattutto tra la base giovanile del Msi.
Se l'egemonia militare rimaneva appannaggio dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar) guidati da Valerio Fioravanti, sul piano politico emergevano e si consolidavano i movimenti di Terza Posizione e "Costruiamo l'azione". Nonostante le indicazioni teoriche e le elaborazioni culturali espresse da queste formazioni, che miravano ad un'alleanza strategica di tutti i gruppi rivoluzionari in funzione antisistema, le azioni e gli omicidi contro i militanti di sinistra si inasprirono.
La tensione a Roma esplose con forza nei giorni successivi il primo anniversario dell'eccidio di Acca Larentia. Il 9 gennaio, ad esempio, un commando dei Nar assalì la sede dell'emittente Radio Città Futura, in via dei Marsi, nel popolare quartiere di San Lorenzo, lanciando molotov all'interno dei locali e ferendo con un mitra cinque donne che in quel momento stavano affrontando un dibattito alla radio. Nel pomeriggio esplosero due bombe: una all'interno della sezione del Pci di via del Boschetto e l'altra contro l'entrata secondaria della sede del quotidiano «Il Messaggero» in via dei Serviti.
Nella stessa sera un'azione di protesta contro una sezione Dc nel quartiere di Centocelle, effettuata da un gruppetto di neofascisti, finì in tragedia con l'uccisione di un giovane da parte delle forze dell'ordine che avevano aperto il fuoco contro gli assalitori.
Poco più tardi, nel quartiere Talenti, da una macchina in corsa furono sparati colpi di pistola contro un gruppo di ragazzi che sostavano davanti un bar, ritenuto luogo di ritrovo per gli attivisti di destra, che provocarono diversi feriti ed una vittima.
Il 19 aprile 1979 Claudio Minetti, estremista di destra e frequentatore del Msi di via Acca Larentia, entrò nella sede del Partito Comunista di via di Torpignattara, dove all'interno da tempo era stata allestita una piccola biblioteca, per chiedere un libro in prestito. Alla richiesta di esibire un documento di identità Claudio Minetti oppose il suo rifiuto e prese un libro da un tavolo scappando poi per la strada. Inseguito da due iscritti della sezione, il neofascista si voltò di scatto ferendo con un coltello Ciro Principessa, 23 anni, militante del Pci.
Arrestato dalla polizia dentro un bar dove si era rifugiato, Claudio Minetti risultò poi essere afflitto da gravi disturbi mentali. Questi, infatti, era figlio di Leda Pagliuca, a suo tempo convivente di Stefano Delle Chiaie, fanatica neofascista che viveva nel culto di Mussolini obbligando i suoi figli a condividere la sua fede. Per questo motivo, in passato, le autorità giudiziarie le avevano tolto l'affidamento di quattro figlie. Il fratello maggiore di Claudio Minetti, inoltre, si era suicidato due anni prima nel carcere di Regina Coeli mentre era in attesa di testimoniare al processo di Catanzaro per la strage di piazza Fontana. Per questa serie di motivi, la Corte d'Assise del Tribunale di Roma dichiarò non punibile Claudio Minetti perché ritenuto incapace di intendere e di volere e ne dispose il ricovero in un manicomio giudiziario per un periodo non inferiore ai dieci anni.
Ciro Principessa, le cui condizioni non sembrarono all'inizio essere molto gravi, morì in ospedale il 20 aprile.
Lo stesso giorno un ordigno ad alto potenziale scoppiò nella piazza del Campidoglio provocando gravi danni. L'attentato non provocò una strage per una casualità. Un'ora prima che scoppiasse la bomba, infatti, si era appena conclusa la seduta del consiglio comunale, mentre la piazza, solitamente affollata di turisti, era vuota a causa di un temporale. La bomba, composta da quattro chili e mezzo di tritolo e collocata sotto il portale del Palazzo Senatorio, al momento dell'esplosione ne divelse il portale, l'arcata e le colonne di sinistra, danneggiando poi il basamento del monumento equestre a Marco Aurelio.
Tra le tante telefonate che il giorno dopo rivendicarono l'attentato, una fece riferimento all'arresto di Claudio Minetti, il responsabile dell'omicidio di Ciro Principessa.
L'attentato al Campidoglio fu in seguito attribuito alla formazione neofascista "Movimento rivoluzionario popolare" (Mrp), nato dallo scioglimento del gruppo "Costruiamo l'azione". Con la stessa sigla vennero rivendicati un attentato contro il carcere di Regina Coeli il successivo 14 maggio e la mancata strage, per un difetto del timer che doveva innescare la bomba, di piazza Indipendenza, il 20 maggio, in occasione del raduno nazionale degli alpini a Roma.
Sul «Mrp» indagò, inoltre, Mario Amato, il giudice assassinato dai Nar il 23 giugno 1980.
Il Partito comunista organizzò in occasione dei funerali di Ciro Principessa una grande manifestazione. Il 24 aprile, infatti, fu allestita nella sezione del Pci di via Torpignattara una camera ardente, riempita per l'occasione di bandiere e drappi rossi. Nel tardo pomeriggio visitò la salma del ragazzo ucciso il segretario del partito Enrico Berlinguer. Poco più tardi partì dalla sezione un lungo corteo che passò per via Casilina e per via Prenestina fino ad arrivare a Porta Maggiore. Giunta nel quartiere di San Lorenzo la bara fu salutata da centinaia di persone che sui lati della strada cantavano "bandiera rossa". La manifestazione si sciolse poi in piazza del Verano dove fu allestito un palco per un comizio tenuto poco dopo dagli esponenti della Federazione romana del Pci.
Una lapide in via di Torpignattara ricorda oggi l'assassinio di Ciro Principessa.

Bibliografia:

M. Galleni, Rapporto sul terrorismo, Le stragi, gli attentati, le sigle, 1969 - 1980, Rizzoli, Milano 1981.
Venti anni di violenza politica in Italia, 1969 - 1988, Ricerca Isodarco, Università degli Studi di Roma "La Sapienza", Roma 1992.
Federazione Romana del Pci, La violenza eversiva a Roma negli anni 1978 - 1982, Le proposte per l'ordine democratico, suppl. al n. 1 - 1983 di «Democrazia e diritto», Roma 1983.

Quotidiani utilizzati:
«Paese Sera», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Tempo», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Messaggero», del 20, 21 e 25/04/1979.
«l'Unità», del 20, 21 e 25/04/1979.
«Il Corriere della Sera», del 20, 21 e 25/04/1979.


Fonte:

giovedì 11 aprile 2013

BAHRAIN: TORNA IL GP DI F1, CRESCE LA REPRESSIONE

giovedì 11 aprile 2013 05:05
La polizia di re Hamad bin Isa al Khalifa ha lanciato una campagna di arresti di oppositori in citta' e villaggi in anticipo sul GP di Formula Uno.



di Michele Giorgio
  Roma, 11 aprile 2013, Nena News - Yousef Al Muhafedha, del Centro del Bahrain per i Diritti Umani, parla in fretta, desidera riferire tutto ciò che ha registrato nelle ultime ore. «E' in corso un'ondata di arresti in tutto il Bahrain - esordisce rispondendo alle nostre domande - almeno 50 persone sono finite in manette in vari villaggi, le ultime 20 a Sitra. La polizia ha fatto irruzione in decine di case, durante la notte, per intimidire e lanciare avvertimenti prima del Gran Premio di Formula Uno. La retata prosegue mentre noi parliano al telefono».

Per il secondo anno consecutivo la monarchia assoluta di Re Hamad bin Issa al Khalifa fa di tutto per impedire che l'opposizione possa "turbare" lo svolgimento del Gran Premio di Sakhir, la vetrina del Bahrain. E per il secondo anno consecutivo il circo della Formula Uno, dalla Ferrari alla Red Bull, finge di non sapere che in Bahrain sono negati diritti fondamentali, che la repressione ha fatto molte decine di morti e che nelle carceri ci sono attivisti che hanno soltanto chiesto riforme e uguaglianza tra tutti i cittadini. E se nel 2012, anche se solo per qualche giorno, ci fu qualche esitazione prima del Gran Premio, quest'anno tutto tace.

«Lo sport è un'altra cosa» e non deve essere coinvolto in questioni politiche, commentò qualche pilota lo scorso anno. Sono rimaste scolpite nella memoria di molti le parole di Nico Hulkenberg, driver nel 2012 della "Force India". «Non è giusto, siamo qui solo per correre e certe cose non dovrebbero accadere», disse Hulkenberg dopo che quattro membri della sua scuderia erano rimasti coinvolti in scontri tra dimostranti e polizia. Il pilota avrebbe dovuto indirizzare le sue critiche nei confronti del patron della Formula Uno Bernie Ecclestone che non rinuncerebbe mai al Gp in Bahrain. Gli affari vengono prima di tutto, i diritti dei popoli oppressi molto dopo. E tacciono anche gli Stati Uniti che nel Bahrain hanno la base della loro V Flotta.

Eppure la situazione in questo piccolo arcipelago del Golfo resta drammatica a poco più di due anni dalle proteste di Piazza della Perla represse nel sangue dalla polizia del re, con l'aiuto di truppe saudite e di agenti speciali degli Emirati. A poco o a nulla è servito il «dialogo nazionale» avviato nei mesi scorsi dalla monarchia con la parte più moderata dell'opposizione. Anzi, sottolineano gli attivisti della rivolta più giovani, il dialogo si sta trasformando in una copertura per il regime di fronte all'opinione pubblica internazionale.

Le denunce fatte da Yousef Al Muhafedha hanno trovato una immediata conferma nel comunicato diffuso ieri da Human Rights Watch. «Questa nuova ondata di arresti e il modo in cui viene condotta sollevano nuovi interrogativi sulla reale intenzione delle autorità del Bahrain di procedere sulla strada delle riforme», ha scritto Sarah Leah Whitson, responsabile per il Medio Oriente di HRW. Dal primo aprile, aggiunge l'attivista dei diritti umani, la polizia ha effettuato 30 raid a Dar Khulaib, Shahrakan, Madinat, Hamad e Karzakkan, villaggi e cittadine situate a breve distanza dal circuito di Sakhir. E non possono passare inosservate anche le pesanti condanne al carcere inflitte nei confronti di minorenni, processati assieme agli adulti, come denuncia un altro importante centro per i diritti umani, Amnesty International. Il 4 aprile Ibrahim al-Moqdad, 15 anni, e Jehad Salman, 16 anni, sono stati condannati a 10 anni di carcere dall'Alta Corte di Manama con l'accusa di tentato omicidio e di aver dato fuoco ad un'automobile.

Restano nel frattempo in prigione tre noti attivisti dei diritti umani del Bahrain: Nabil Rajab, Abdulhadi al Khawaja e sua figlia Zainab al Khawaja. Quest'ultima, una blogger molto nota (@angryarabiya), ha osservato un lungo lungo sciopero della fame in cella, che ha interrotto tre giorni fa. Dal carcere Zainab di recente ha scritto una lettera sulla figura e l'impegno di Martin Luther King, suo ispiratore, rivolta in particolare agli Stati Uniti alleati di re Hamad. «Nella cella sovraffollata e sporca dove vivo, sento le parole di questo grande leader americano, la cui inflessibile dedizione alla moralità e la giustizia ne fecero il grande leader che era. Ammiro la sua saggezza e mi chiedo se anche il popolo degli Stati Uniti sia all'ascolto».



Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=70870&typeb=0&Bahrain-torna-il-GP-di-F1-cresce-la-repressione-