Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


sabato 29 giugno 2013

EGITTO NEL CAOS, 7 I MORTI. USA PREOCCUPATI, DOMANI CORTEO ANTI MORSI

 29 giugno 2013 
 
Egitto nel caos, 7 i morti. Usa preoccupati, domani cortei anti Morsi © LaPresse
 
Washington (Usa), 29 giu. (LaPresse/AP) - Torna a infiammarsi l'Egitto. In vista della protesta nazionale contro Mohammed Morsi indetta dall'opposizione per domani, per le strade di diverse città si sono fronteggiati sostenitori e oppositori del presidente e molte sedi dei Fratelli musulmani sono state incendiate. Il bilancio degli scontri di questa settimana è di sette morti e almeno 85 feriti. Due delle vittime sono morte ieri ad Alessandria e una di loro è uno studente americano, che stava fotografando gli scontri in piazza Sidi Gabr. Domani ricorre l'anniversario dell'insediamento di Morsi alla presidenza e l'opposizione scenderà in piazza in tutto il Paese per chiederne le dimissioni, ma anche i sostenitori dei Fratelli musulmani scenderanno possibilmente in piazza. Intanto, mentre l'Egitto si prepara al peggio, gli Stati Uniti hanno diramato un avvertimento in cui invitano i cittadini americani a evitare i viaggi non essenziali in Egitto a causa della situazione di incertezza. Il dipartimento di Stato ha autorizzato "un numero limitato di membri dello staff diplomatico non essenziale" dell'ambasciata Usa al Cairo a lasciare l'Egitto insieme alle loro famiglie. E Obama dal Sudafrica ha fatto sentire la sua voce, dicendo che gli Usa sono preoccupati per le proteste in Egitto e stanno lavorando per proteggere l'ambasciata e i consolati Usa nel Paese.


L'EGITTO SI PREPARA ALLE PROTESTE DI DOMANI. L'opposizione intende portare nelle piazze domani milioni di persone contro Morsi. Ha fatto sapere infatti di avere raccolto 15 milioni di firme a favore delle dimissioni del presidente, cioè circa due milioni in più del numero di cittadini che ha eletto Morsi. Gli alleati del presidente, da parte loro, si sono detti pronti a difenderne il mandato anche "con il sangue" se necessario, dal momento che si tratta del primo presidente eletto liberamente. I cittadini, in un Paese che soffre già di blackout e carenza di carburanti, si stanno preparando al peggio facendo incetta di beni di prima necessità in modo da essere pronti nel caso in cui le manifestazioni dovessero degenerare e protrarsi a lungo. Vicino agli edifici chiave e ad alcune case sono state erette barricate e recinzioni e alcuni gruppi di cittadini si sono già organizzati per pattugliare i quartieri nel caso in cui si verifichino falle nella sicurezza. Al Cairo si prevede che le proteste si concentreranno nella zona del palazzo presidenziale, nel quartiere di Heliopolis. Già ieri gli oppositori si sono radunati davanti all'edificio, oltre che a piazza Tahrir, mentre i sostenitori si sono raccolti nella piazza antistante la moschea di Rabia el-Adawiya, non lontano dal palazzo.


GLI SCONTRI E LE VITTIME, MORTO UN GIOVANE AMERICANO. Violenti scontri si sono verificati ieri ad Alessandria, al Cairo e in diverse località del Delta del Nilo, a nord della capitale, come Samanod, Tanta e Bassioun. Ad Alessandria i disordini, con colpi d'arma da fuoco, sono scoppiati nei pressi della sede dei Fratelli musulmani, cui fa capo Morsi, la cui sede è stata incendiata dai manifestanti. Qui sono morte due persone, una delle quali è un cittadino statunitense, e i feriti sono almeno 85. Il dipartimento di Stato Usa ha identificato la vittima come il 21enne Andrew Pochter, uno studente originario Chevy Chase, in Maryland, che frequentava il Kenyon College di Gambier, in Ohio, e si trovava in Egitto per uno stage in una ong. A comunicare la sua identità è stata la portavoce del dipartimento di Stato, Marie Harf, che è intervenuta dal Medioriente dove si trova al seguito del segretario di Stato John Kerry.


OBAMA: PREOCCUPATI, PROTEGGERE AMBASCIATA USA. Dal Sudafrica, dove si trova in visita insieme alla moglie e le figlie, Barack Obama ha fatto sentire la sua voce. Gli Stati Uniti, ha detto, sono preoccupati per le proteste in Egitto e stanno lavorando per proteggere l'ambasciata e i consolati Usa nel Paese.


USA INVITANO AMERICANI A EVITARE VIAGGI IN EGITTO. L'amministrazione Obama ha lanciato nella notte un avviso ai cittadini americani chiedendo loro di evitare i viaggi non essenziali in Egitto a causa della situazione di incertezza nel Paese. L'avvertimento è stato diffuso poche ore dopo la notizia dell'uccisione del cittadino Usa ad Alessandria. Il dipartimento ha anche autorizzato "un numero limitato di membri dello staff diplomatico non essenziale" dell'ambasciata Usa al Cairo a lasciare l'Egitto insieme alle loro famiglie finché le condizioni non miglioreranno. Questo provvedimento non richiede a nessuno di partire, ma incoraggia il personale a farlo permettendo di muoversi a spese del governo.


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 http://www.lapresse.it/mondo/europa/egitto-nel-caos-7-i-morti-usa-preoccupati-domani-cortei-anti-morsi-1.355429

UN ALTRO MORTO E ALMENO DIECI FERITI NEGLI SCONTRI CON I MILITARI TURCHI

28.06.2013 Giornata ancora all'insegna degli scontri, ma in un'altra regione della Turchia.
A sud est, infatti, nella città di Lice, vicina alla più conosciuta Diyarbakir, una persona ha perso la vita. Si tratta di Medeni Yıldırım, ragazzo di 18 anni, ucciso durante una manifestazione con i compagni contro la costruzione di una nuova caserma militare nella città. 
Gli slogan erano forti ma assolutamente pacifici: "non vogliamo la guerra, vogliamo la pace".
Si parla di almeno 10 feriti negli scontri con i militari turchi.
E' la quinta vittima durante le manifestazioni in questo mese di giugno che sembra non finire mai...

Il gruppo hacker "RedHack" ha appena hackerato il sito dell'amministrazione di Lice per condannare l'accaduto:


http://www.lice.gov.tr/

Se in questo momento provate ad accedere vi comparirà la pagina seguente:
 
 Che il ragazzo possa riposare in pace.

 

Andrea Mazzone
 
 
Fonte:
 http://andreamazzone.blogspot.it/2013/06/shock-una-nuova-vittima.html

venerdì 28 giugno 2013

Monza, morire di prigione a ventidue anni

39 giorni di carcere sono costati a Francesco prima sedici chili poi la morte. La madre chiama Acad e dice: «Così non può essere naturale» [Checchino Antonini] 

giovedì 27 giugno 2013 13:40

di Checchino Antonini

Francesco Smeragliuolo, 22 anni, arrestato il 1° maggio scorso per una rapina. 39 giorni di carcere gli sono costati prima sedici chili e poi la vita stessa. E' morto nel carcere di Monza sabato 8 giugno e sua madre, Giovanna D'Aiello, vorrebbe vederci chiaro. Per questo s'è rivolta ad alcune associazioni come Antigone, A buon diritto e Acad, l'associazione contro gli abusi in divisa, appena costituita con l'obiettivo di fornire un numero verde per le denunce di malapolizia.

Alcuni attivisti di Acad avranno oggi stesso un colloquio con la donna.

«Sono sicura che non è morto di morte naturale, i suoi organi erano sani. Dopo averlo visto a colloquio in carcere, il lunedì prima della sua morte (3 giugno, ndr) avevo fatto presente che mio figlio stava male. Ha perso sedici chili in un mese. Avevo chiesto lo mettessero in una struttura adeguata, che lo aiutassero. Lui non aveva problemi di salute. Se aveva sbagliato, doveva rispondere per quello che aveva fatto, ma non è giusto che sia morto così. Voglio sapere cosa è successo, voglio la verità».

«Io mi rivolgerò a tutti, non mi fermo qui - ha proseguito - perché la morte di Francesco deve servire da monito per tanti ragazzi. Avrei voluto che morisse tenendo la sua mano nella mia. E invece è andata in questo modo atroce».

Esclusa l'ipotesi del suicidio. In una lettera recente alla fidanzata Francesco pensava "ai tanti progetti insieme". L'autopsia, disposta dal magistrato, avrebbe escluso che la morte sia avvenuta per cause violente o per intossicazione da farmaci o droghe. Il responso è stato il solito: "decesso causato da arresto cardiocircolatorio".

Dalla Casa circondariale nessuna spiegazione sul decesso, avvenuto nel pomeriggio di sabato 8 giugno. Il giovane si sarebbe sentito male ed è stato attivato il 118 in codice rosso. La direttrice si è limitata a dire: «C'è un'indagine in corso, bisogna attendere l'esito». Il 22enne di Cesano era stato tratto in arresto il primo maggio per una rapina avvenuta in una farmacia di Binzago, e dopo un inseguimento dei carabinieri fino a Cormano, dove si era schiantato contro un muro.

Le domande si rincorrono: fu pestato al momento dell'arresto? E che tipo di attenzioni ha potuto ricevere mentre si trovava in cella? Francesco ne avrebbe parlato con sua madre.

Sovraffollamento, scarsa applicazione della legge Smuraglia sul lavoro per i detenuti, scarso personale di polizia penitenziaria: la casa circondariale di Monza è una delle "carceri d'oro" degli anni '80, costruita con materiali scadenti a prezzi gonfiati. E ci piove dentro. Il teatro e la cappella sono inagibili. In molti laboratori e spazi ci sono infiltrazioni. Ha riferito un esponente grillino che l'ha visitato in aprile che: «Dentro l'istituto sono vietati cellulari, tablet, computer, chiavette USB, radio, qualunque mezzo per comunicare con l'esterno non solo per gli ospiti, ma anche per agenti, operatori, medici, insegnanti, educatori e visitatori. Anche la struttura del carcere è isolata dal resto della città».

In nessun caso potrà dirsi naturale la morte di un ventiduenne che perde sedici chili in 39 giorni di prigione. 




Fonte:


mercoledì 26 giugno 2013

71 DETENUTI MORTI PER TORTURE SUBITE NELLE CARCERI ISRAELIANE


 26/6/2013

palestinianprisoners 

Al-Khalil (Hebron) – InfoPal. “Israele pratica la tortura sistematicamente e deliberatamente contro i prigionieri palestinesi, e con il benestare della magistratura. Qui non si tratta di comportamenti individuali, come invece dichiarano i leader israeliani”. Lo rende noto il Centro di studi Asra Filastin (Prigionieri della Palestina), in un comunicato diramato in occasione della Giornata internazionale contro la tortura, che cade oggi, 26 giugno.
Il centro ha sostenuto le sue accuse citando le relazioni del Comitato pubblico contro la Tortura, che a loro volta, confermano che più di 900 denunce sono state mosse da ex detenuti palestinesi, liberati negli ultimi anni, che affermano di aver subito torture durante la detenzione. Il centro ha aggiunto che nessun caso è stato indagato e i responsabili sono tuttora liberi, il che prova la complicità delle istituzione giudiziarie con gli apparati di sicurezza, con il via libera, dato ai responsabili degli interrogatori, all’uso di metodi proibiti di tortura contro i palestinesi, per ottenere informazioni.
Il rapporto ha affermato che Israele legittima la tortura in nome della legge, “permettendo ai criminali della sicurezza interna, lo Shabak, di seviziare i prigionieri, senza alcun rispetto per la dignità umana, il tutto con la copertura dei tribunali israeliani, che garantiscono l’immunità ai responsabili degli interrogatori, nel caso venissero denunciati”. “Ciò rappresenta un esplicito invito a perpetrare l’uso delle torture, vietate a livello internazionale, contro i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane”, ha aggiunto il centro. Il rapporto si è concluso affermando che la politica in questione  ha portato alla morte di 71 prigionieri, l’ultimo dei quali è stato Arafat Jaradat, da Hebron, la cui principale causa di morte è stata la tortura.

 
© Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

martedì 25 giugno 2013

Sfratto selvaggio

Martedì 25 Giugno 2013 08:50 



Polizia e ufficiali giudiziari sfrattano senza preavviso per evitare i picchetti e la resistenza popolare organizzata. E' accaduto a Milano, sta accadendo oggi a Roma.
Ieri a Milano, per la prima volta, in via Sella Nuova, è stato eseguito uno sfratto senza preavviso che la settimana scorsa, di fronte ad un presidio numeroso, era stato rinviato  fino a settembre. A Roma stamattina è in corso uno sfratto senza preavviso in via dei Pioppi 18 a Centocelle dopo che nei giorni scorsi i picchetti antisfratto ne avevano impedito l'esecuzione. Gli attivisti dei movimenti di lotta per la casa stanno convergendo sul posto.

Una modalità simile sta avvenendo anche in altre città come Torino dove gli ufficiali giudiziari e la questura stanno mettendo in essere per eludere i presidi di difesa autorganizzati dai comitati di lotta per il diritto all'abitare e dai sindacati di lotta.
Questo sfratto si inserisce nell'emergenza abitativa che sta dilagando in tutta Italia e che a Milano ha visto nel 2012 4924 sfratti esecutivi.
Il comune di Milano per l' ennesima volta ha voltato le spalle, non inviando né assistenti sociali né un delegato del Comune che desse una sistemazione alternativa anche temporanea alla persona sfrattata, un uomo di 56 anni cardiopatico e con invalidità al 50%.
A partire dagli sgomberi delle case popolari alle migliaia di sfratti e pignoramenti, che vengono eseguiti per morosità incolpevole, Pisapia e la sua giunta è responsabile di questi anni di governo della città, in cui non esiste nessuna volontà politica che vada a risolvere questo emergenza o quantomeno ad arginarla, ad iniziare da un blocco immediato di sgomberi e sfratti .
Ieri mattina oltre a svolgere questo sfratto, hanno voluto fare di più: hanno portato in questura un delegato del sindacato ASIA USB riconosciuto per il suo ruolo di attivista a difesa del diritto alla casa. La scusa era la mancanza di documenti ma il fine era quello intimidatorio, non è accettabile che le istituzioni non riconoscano il ruolo dei sindacati  che difendono diritti essenziali come la casa ma che non sono disposti ad essere concertativi, al servizio  dei poteri forti.
"Evidentemente hanno paura delle forme organizzate di difesa della casa che stanno nascendo in tutta Italia, sfrattati, sgomberati e solidali che si mettono in gioco per difendere il proprio e l'altrui diritto di avere una casa, sindacati metropolitani che si organizzano dal basso per lottare difendere e conquistare diritti" scrivono in un comunicato comune la Usb di Milano, il Comitato Abitanti di San Siro e l'Asia.



Caso Rasman, l’ipotesi del cordino attorno al collo

25 giugno 2013

Riccardo Rasman, il giovane morto nella sua casa di via Grego 38 a Borgo San Sergio nel 2006, per la cui tragica vicenda i tre poliziotti Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giovanni De Biasi sono stati condannati in appello a sei mesi per omicidio colposo, sarebbe stato strangolato con un cordino stretto attorno al collo e alla bocca.

Per questa ipotesi - che lascia intravvedere anche l’accusa possibile di omicidio preterintenzionale e che è suffragata da alcune perizie medico legali - ieri il giudice Luigi Dainotti ha disposto un supplemento dell’indagine a carico dei vigili del fuoco Marino Sisti e Vanni Sadocco, che parteciparono all’intervento degli agenti della squadra volante. In pratica il giudice Dainotti, nell’accogliere parzialmente l’opposizione alla richiesta di archiviazione degli avvocati Giovanni Di Lullo e Claudio Defilippi che assistono la famiglia Rasman nella sua battaglia, ha ordinato al pm Pietro Montrone di disporre un accertamento tecnico su un pezzo di corda trovato nella casa di Rasman. Questo per verificare se vi siano tracce del dna dell’uomo. In questo caso sarebbe confermato che Rasman era stato non solo legato ai piedi e alle mani come emerso nel processo a carico dei poliziotti, ma anche da una corda che appunto lo ha stretto mortalmente al collo e al volto impedendogli di respirare.

Le perizie effettuate sulle immagini del cadavere scattate subito dopo il fatto hanno evidenziato un ematoma di forma rettilinea e a livello delle guance una ecchimosi continua e netta che partiva dalle labbra senza interruzione fino a livello dei lobi auricolari. Questo cordino (conservato in una busta di nylon all’ufficio reperti del tribunale) avrebbe insomma contribuito in maniera determinante alla morte di Rasman causando il decesso per asfissia.

Ma c’è di più. Un altro elemento che sarà oggetto degli accertamenti disposti dal giudice potrebbe raccontare altri particolari sull’agonia del giovane. Rasman non solo era stato legato mani e piedi e poi forse al volto con il cordino. Ma per tenerlo fermo sarebbe stata utilizzata una sedia che gli era stata piazzata praticamente sopra allo scopo di ulteriormente immobilizzarlo. Sulla sua schiena infatti - così hanno raccontato le fotografie - sono state trovate alcune ferite da oggetto tondeggiante. E proprio in quella casa era stata segnalata negli atti la mancanza di una sedia. «È evidente che non ci si possa esimere dall’effettuare ulteriori indagini riguardo la responsabilità dei due vigili del fuoco che sicuramente si trovavano sul luogo del delitto ed hanno contribuito pacificamente all’ammanettamento», si legge nell’istanza accolta parzialmente dal giudice Dainotti. E poi ancora: «I vigili spontaneamente hanno preso l’iniziativa di utilizzare un cordino per legare le caviglie ed avrebbero pertanto potuto prendere ogni altra iniziativa esorbitando dalla propria funzione».


fonte: il piccolo 
 
 

lunedì 24 giugno 2013

ISRAELE APPROVA UN PIANO PER DEPORTARE I PALESTINESI DAI DINTORNI DI GERUSALEMME

24/6/2013

palinfo 

Al-Quds (Gerusalemme) – InfoPal. L’Amministrazione civile israeliana ha approvato un piano per la costruzione di nuove unità abitative, da destinare al reinsediamento dei profughi palestinesi della comunità beduina, che l’occupazione intende deportare dai dintorni di Gerusalemme. Lo ha rivelato, in un comunicato stampa diramato domenica 23 giugno, l’avvocato Bassam Bahr, presidente del Comitato della cittadina di Abu Dis per la difesa della terra e resistere agli insediamenti.
Bahr ha spiegato che “inizialmente, il progetto porterà alla deportazione di migliaia di beduini, sfollati dalle loro terre nel 1948, con l’obiettivo finale di deportare tutte le comunità beduine residenti nei dintorni della città di Gerusalemme, raggruppando loro in un nuovo campo, che sorgerà nell’area di Gerusalemme”.
L’avvocato ha aggiunto che il piano di costruzione “è la continuazione della politica di espansione coloniale e confisca delle terre palestinesi”. Ha sottolineato che l’occupazione considera la presenza dei beduini in quelle aree “un fattore che ostacola la sua politica in materia di insediamenti”.
Infine, Bahr ha assicurato che quest’ultima mossa israeliana cambierà radicalmente la vita dei beduini, aggiungendo che essi saranno rinchiusi in piccoli cantoni in condizioni invivibili. Ha continuato: “Il progetto sarà realizzato in prossimità della discarica di Abu Dis, un’area inadatta all’uso abitativo, secondo molte istituzioni internazionali”.
Circa un mese fa, uno studio condotto congiuntamente dall’Unrwa e dalla Ngo israeliana, Bimkom, ha rivelato che le politiche di deportazione dei beduini, avviate da Israele, hanno avuto un esito devastante sulla comunità in questione.

 © Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it