Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


lunedì 22 luglio 2013

In memoria di Naji Al-Ali


Il più popolare e influente cartoonist politico palestinese viene ucciso davanti alla sua abitazione a Londra. L'assassino è sconosciuto, anche se l'agenzia di intelligence israeliana, il Mossad, è il primo sospettato.


Ideatore dell'Handala, nacque nel 1937 in un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l'ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano.
«Lì, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un'unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore»
Agli inzi degli anni cinquanta, Naji si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro. Come casa aveva una tenda offertagli dall'UNRWA nel campo profughi di Chatila. Negli anni ’50, dopo vari spostamenti nei paesi arabi in cerca di lavoro, tornò in Libano e si iscrisse all' "Accademia delle Belle Arti" di Beirut. Durante gli studi fece esperienza politica, che fu causa di ben sei arresti, ma ben presto abbandonò il partito ritenendosi non adatto alla militanza partitica.
Negli anni a seguire orientò il suo talento artistico verso forme d’arte come la “caricatura”, già utilizzata come "mezzo di comunicazione" durante la sua prigionia. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l'arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta.
Naji Al-Ali riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste. In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefissato. La sua coerenza ed onestà intellettuale infatti lo costrinsero all’esilio dal mondo arabo e la sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò.
Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.
 

 
«Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall'Oceano Atlantico fino al Golfo. I miei personaggi sono pochi, il ricco e il povero, l'oppressore e gli oppressi... e non mi sembra che la realtà si discosti molto da questo».

Naji Al-Ali (Galilea 1937 / Londra 1987)




Fonte:



Il più popolare e influente cartoonist politico palestinese viene ucciso davanti alla sua abitazione a Londra. L'assassino è sconosciuto, anche se l'agenzia di intelligence israeliana, il Mossad, è il primo sospettato.
Ideatore dell'Handala, nacque nel 1937 in un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l'ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano.
«Lì, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un'unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore»
Agli inzi degli anni cinquanta, Naji si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro. Come casa aveva una tenda offertagli dall'UNRWA nel campo profughi di Chatila. Negli anni ’50, dopo vari spostamenti nei paesi arabi in cerca di lavoro, tornò in Libano e si iscrisse all' "Accademia delle Belle Arti" di Beirut. Durante gli studi fece esperienza politica, che fu causa di ben sei arresti, ma ben presto abbandonò il partito ritenendosi non adatto alla militanza partitica.
Negli anni a seguire orientò il suo talento artistico verso forme d’arte come la “caricatura”, già utilizzata come "mezzo di comunicazione" durante la sua prigionia. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l'arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta.
Naji Al-Ali riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste. In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefissato. La sua coerenza ed onestà intellettuale infatti lo costrinsero all’esilio dal mondo arabo e la sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò.
Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

«Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall'Oceano Atlantico fino al Golfo. I miei personaggi sono pochi, il ricco e il povero, l'oppressore e gli oppressi... e non mi sembra che la realtà si discosti molto da questo».
- See more at: http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/memoria-di-naji-al-ali#sthash.NBlQWih1.dpuf
Il più popolare e influente cartoonist politico palestinese viene ucciso davanti alla sua abitazione a Londra. L'assassino è sconosciuto, anche se l'agenzia di intelligence israeliana, il Mossad, è il primo sospettato.
Ideatore dell'Handala, nacque nel 1937 in un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l'ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano.
«Lì, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un'unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore»
Agli inzi degli anni cinquanta, Naji si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro. Come casa aveva una tenda offertagli dall'UNRWA nel campo profughi di Chatila. Negli anni ’50, dopo vari spostamenti nei paesi arabi in cerca di lavoro, tornò in Libano e si iscrisse all' "Accademia delle Belle Arti" di Beirut. Durante gli studi fece esperienza politica, che fu causa di ben sei arresti, ma ben presto abbandonò il partito ritenendosi non adatto alla militanza partitica.
Negli anni a seguire orientò il suo talento artistico verso forme d’arte come la “caricatura”, già utilizzata come "mezzo di comunicazione" durante la sua prigionia. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l'arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta.
Naji Al-Ali riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste. In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefissato. La sua coerenza ed onestà intellettuale infatti lo costrinsero all’esilio dal mondo arabo e la sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò.
Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

«Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall'Oceano Atlantico fino al Golfo. I miei personaggi sono pochi, il ricco e il povero, l'oppressore e gli oppressi... e non mi sembra che la realtà si discosti molto da questo».
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Ideatore dell'Handala, nacque nel 1937 in un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.
Negli anni quaranta Asciagiara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l'ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano.
«Lì, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un'unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore»
Agli inzi degli anni cinquanta, Naji si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro. Come casa aveva una tenda offertagli dall'UNRWA nel campo profughi di Chatila. Negli anni ’50, dopo vari spostamenti nei paesi arabi in cerca di lavoro, tornò in Libano e si iscrisse all' "Accademia delle Belle Arti" di Beirut. Durante gli studi fece esperienza politica, che fu causa di ben sei arresti, ma ben presto abbandonò il partito ritenendosi non adatto alla militanza partitica.
Negli anni a seguire orientò il suo talento artistico verso forme d’arte come la “caricatura”, già utilizzata come "mezzo di comunicazione" durante la sua prigionia. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l'arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta.
Naji Al-Ali riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste. In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefissato. La sua coerenza ed onestà intellettuale infatti lo costrinsero all’esilio dal mondo arabo e la sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò.
Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

«Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall'Oceano Atlantico fino al Golfo. I miei personaggi sono pochi, il ricco e il povero, l'oppressore e gli oppressi... e non mi sembra che la realtà si discosti molto da questo».
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19 LUGLIO IN CLAREA, LA LUNGA NOTTE DEI NO TAV: ARRESTI E VIOLENZE SUI MANIFESTANTI

 
21 luglio 2013 at 22:48

Mattia 17 anni e il pestaggio (VIDEO)



ADG-polizia-violenta 

Qui di seguito il racconto di Mattia, giovane No Tav 17enne che venerdì è stato tra i fermati dalle forze dell’ordine durante la passeggiata notturna, ma che dopo qualche ora è stato rilasciato con una denuncia a piede libero.
Arrivato nel tardo pomeriggio al presidio di Venaus, dopo essere stato dimesso dall’ospedale di Rivoli, ci ha raccontato di quelle drammatiche ore lasciandoci poi con una promessa: tornerò presto!
Buona guarigione Mattia, giovane No Tav!






Fonte:

http://www.notav.info/post/mattia-17-anni-e-il-pestaggio-video/ 





  20 luglio 2013 at 22:23

No Tav, la denuncia dell’attivista pisana: “Manganellate, insulti e palpeggiamenti da parte delle forze dell’ordine”



da huffingtonpost.it

conferenza stampa dei no tav a susa ---Alessandro Contaldo/Photonews--- 

“Da quando mi hanno fermata a quando mi hanno portata all’interno del cantiere sono stati dieci minuti di follia. Ho ricevuto una manganellata in faccia, mi hanno toccata nelle parti intime e mi hanno insultata”. A parlare, durante la conferenza stampa organizzata dal movimento No Tav a Susa (Torino), è Marta Camposana, attivista pisana di 33 anni che è stata denunciata per resistenza.
“Le forze dell’ordine – ha raccontato – ci hanno chiusi con due cariche e bersagliati con una pioggia di lacrimogeni. Poi sono stata colpita da una manganellata alle spalle e trascinata a terra. Una volta nel cantiere ho detto che avevo bisogno di un medico, ma mi hanno nuovamente insultata e portata al pronto soccorso soltanto quattro ore dopo, alla fine delle procedure in questura, dove mi hanno denunciata solo perché avevo del Maalox e dei limoni per contrastare i lacrimogeni”.
“Gli arrestati della scorsa notte sono degli eroi”, ha sostenuto poi Nicoletta Dosio, portavoce del movimento No Tav, durante la conferenza stampa successiva agli scontri al cantiere di Chiomonte. ”Ero presente anche io – ha aggiunto – e le forze dell’ordine hanno sparato lacrimogeni ad altezza d’uomo anche sulla gente che defluiva. E’ stata usata violenza inaudita. Oggi siamo qui per dire basta”. Secondo Dosio, i pubblici ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaudo erano presenti all’interno del cantiere “soltanto per convalidare arresti già decisi”.


Fonte:

http://www.notav.info/top/no-tav-la-denuncia-dellattivista-pisana-manganellate-insulti-e-palpeggiamenti-da-parte-delle-forze-dellordine/

20 luglio 2013 at 19:24 

Libertà per gli arrestati No Tav!


def 

Una violenza preannunciata quella della Questura che ieri sera, non appena è partita la passeggiata notturna da Giaglione, già emanava farneticanti comunicati paventando lo spauracchio del black block travisato tra i manifestanti valligiani.
Una violenza preordinata quella delle forze dell’ordine, che caricano  con la celere i No Tav ancora distanti dalle reti e completamente a freddo. Lo fanno all’interno di un sentiero di montagna strettissimo e pericoloso dove la gente cade, viene calpestata e poi ferita, ripetutamente, dai manganelli di ordinanza e inseguita addirittura nei boschi (già affumicati dai fumi illegali sparati dalla polizia). Da segnalare all’interno del cantiere la presenza dei due mastini della procura che hanno l’ossessione dei No Tav, Padalino e Rinaudo, erano li per caso oppure già sapevano che avrebbero fatto degli arresti?
Ci sono molti anziani tra i più di cinquecento manifestanti, sono loro i primi a non farcela a scappare e gruppi di più giovani provano a frapporsi: tra di loro troviamo i 7 arrestati di cui la Questura di Torino, per mano del vendicativo Petronzi, si vanta.
Ennio, Luke, Matthias, Piero, Marcello, Gabriele e Alberto sono i sette arrestati di questa notte di violenza, notte in cui il movimento No Tav ha dimostrato una volta in più cosa vuol dire lottare e resistere tutti insieme, anche nei momenti difficili.
La presenza delle forze dell’ordine all’interno del cantiere è quella delle grandi, anzi grandissime occasioni, con numerosi mezzi e uomini a disposizione degli esaltati questurini. Come scritti poc’anzi, li troviamo subito fuori dalle reti e la loro intenzione è chiara: vogliono picchiare e fare male.
Ci riusciranno perché oggi contiamo 63 feriti tra i No Tav, escludendo da questo conto le semplici contusioni e intossicazioni da gas lacrimogeni che oramai non fanno più testo.
Oggi alle 15.00 al presidio internazionale di Susa il Movimento No Tav ha denunciato con forza, attraverso una conferenza stampa, la notte appena trascorsa.
Parole di rabbia verso chi si è macchiato dei reati più infamanti, come nel caso di Marta compagna Pisana rilasciata in mattinata che, catturata con gli altri, mentre veniva brutalmente pestata è stata molestata, sessualmente, dai celerini.
C’è anche il caso di Mattia, ragazzo 17enne che per due ore è stato picchiato dalla polizia ed è tornato in presidio solo nel tardo pomeriggio, per lui come per Marta un denuncia a piede libero ma nessun arresto.
Stiamo raccogliendo racconti e testimonianze di questa notte, ma ciò che è importante sottolineare è che il movimento ha dimostrato una volta di più che anche in una situazione difficile si diventa un’unica forza, compatta, in grado di resistere e anche di contrattaccare.
La Questura questa volta si è tolta il dente avvelenato e noi, consapevoli di aver di nuovo visto la vera faccia del potere, o meglio di chi lo serve, ci stringiamo attorno agli arrestati, rilanciando a  tutte le iniziative che già da stasera animeranno quest’estate di lotta in Valsusa.
La lotta No Tav non si arresta!
Liberi tutti, liberi subito!

Fonte:

domenica 21 luglio 2013

NO TAV, NO MUOS, SINDACATI DI BASE E CENTRI SOCIALI LANCIANO LA CAMPAGNA PER L'AMNISTIA SOCIALE. ADERISCI ANCHE TU!



Ormai siamo all’emergenza. L’intensità e la capillarità degli attacchi repressivi e preventivi mossi contro il semplice dissenso sociale crescono ogni giorno di più. Tutto ciò avviene mentre al deficit di legittimazione delle rappresentanze istituzionali si aggiunge anche la loro desovranizzazione di fronte all’azione di organismi sovranazionali come la Troika o le agenzie di rating che programmano il “pilota automatico”. Quanto più gli esecutivi sono svuotati di poteri reali (i parlamenti fanno parte del decoro da tempo), tanto più si incrementano i margini di intolleranza dei governi e si riducono gli spazi di agibilità politica per chiunque è costretto a dover subire le conseguenze di drastiche politiche economiche e sociali supportate da minacciose politiche penali. Sì, perché a quanto pare l’unica materia sovrana rimasta nelle mani dei governi è lo strumento della penalità. Perseguo, giudico e condanno, ergo come Stato nazionale esisto ancora.
E’ chiaro che di fronte ad una situazione del genere ogni forma di azione collettiva dovrà misurarsi, volente o nolente, con questo tipo di problema. Lo sa bene persino uno come Beppe Grillo che fresco di un 25% di consensi elettorali, cioè 2/3 di quelli espressi, ha dovuto rinunciare ad un presidio davanti a Montecitorio, vivamente sconsigliato dai vertici del Viminale. Un disegno di legge depositato in parlamento mira a sanzionare pesantemente ogni forma di contestazione sonora di piazza. Quanto basta per capire qual è il clima.
Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare il più possibile le maglie che la contengono. Non c’è critica dell’attuale società liberista che possa aver successo senza una contemporanea rimessa in discussione dell’apparato penale che la sostiene. Riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, ma ancor di più la forma mentis che ispira l’azione della magistratura, ovvero l’idea che la materia sociale, l’azione collettiva, sia una questione di ordine pubblico se non di chiara eversione. Per farlo bisogna scardinare l’impalcatura giustizialista costruita negli ultimi decenni. Da qui l’esigenza, condivisa oggi, di aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.


Qui sotto le condivisioni fino ad ora pervenute

Adesioni collettive
ACAD, Associazione contro abusi in divisa onlus, Acoustic Impact, gruppo musicale, ASP (Associazione Solidarietà Proletaria), Assalti Frontali, gruppo musicale, ATTAC Italia, Azione antifascista Teramo, Banda Bassotti, gruppo musicale, BandaJorona, gruppo musicale, Baracca Sound, gruppo musicale, Blocchi Precari Metropolitani, Roma,Centro sociale 28 maggio, Rovato (BS), Coordinamento regionale dei Comitati NoMuos, Comitato Amici e Familiari Davide Rosci, Comitato di Quartiere Torbellamonaca, Roma, Comitato Piazza Carlo Giuliani-Genova, Communia, Spazio di mutuo soccorso, Roma, Confederazione COBAS, Confederazione COBAS Pisa, Confederazione COBAS Terni, Consiglio Metropolitano di Roma, CPOA Rialzo, Cosenza, CSA Depistaggio, Benevento, CSA Germinal Cimarelli, Terni, CSOA Angelina Cartella, Reggio Calabria, Ginko (Villa Ada Posse) & Shanty Band, gruppo musicale, ISM-Italia, Ital Noiz Dub System, gruppo musicale, L@p Asilo 31-Laboratorio per l’Autorganizzazione Popolare Asilo 31, Benevento, LOA Acrobax, Lavoratori Autorganizzati Ministero dell’Economia e delle Finanze, Legal Team Italia, Madri per Roma città aperta, Movimento No Tav, Occupazioni Precari Studenti OPS area Castelli romani, Osservatorio sulla repressione, Radici nel cemento, gruppo musicale, Radio Maroon, gruppo musicale, RAT-Rete Antifascista Ternana, Redgoldgreen, gruppo musicale, Rete Bresciana Antifascista, Rete 28 aprile Fiom-opposizione Cgil, Spazio Popolare Occupato S. Ermete, Pisa, Terradunione, gruppo musicale, Tribù Acustica, gruppo musicale, Unione Sindacale di Base, USB Umbria coordinamento Regionale, Wu Ming – scrittori, 99 Posse, gruppo musicale

Adesioni individuali
Alessandro Dal Lago, Alessandra Magrini (AttriceContro), Roma, Alfredo Tradardi, coordinatore ISM-Italia, Alfonso Perrotta, Roma, Andrea Bitonto, Anna Balderi, Ladispoli, Antonino Campenni, ricercatore Università della Calabria, Antonio Musella, giornalista, Napoli, Assia Petricelli, Beppe Corioni, Bianca «la Jorona» Giovannini, musicista, Carlo Bachschmidt, consulente tecnico processi G8, Carlo Pellegrino, medico chirurgo, Caterina Calia, avvocato, Roma, Cesare Antetomaso, giuristi democratici, Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, Claudia Urzi, insegnante, Claudio Dionesalvi, insegnante, Cosimo Maio, Benevento, Cristiano Armati, scrittore, Daniele Catalano, Daniela Frascati, scrittrice, Davide Rosci, detenuto per i fatti del 15 ottobre 2011, Dario Rossi, avvocato, Genova, Daniele Sepe, musicista, Davide Steccanella, avvocato, Milano, Donatella Quattrone, blogger, Don Vitaliano Della Sala, parroco, Elena Giuliani, sorella di Carlo Giuliani, Emanuela Donat Cattin, Milano, Emidia Papi, Usb, Enrico Contenti, ISM-Italia, Ermanno Gallo, scrittore, cittadino, Erri De Luca, scrittore, Fabio Giovannini, scrittore e autore televisivo, Federico Mariani, Roma, Federico Micali, Francesca Panarese, Benevento, Francesco Barilli, coordinatore reti-invisibili.net, Francesco Caruso, ricercatore Università della Calabria, Francesco Romeo, avvocato, Roma, Franco Coppoli, Cobas Terni, Franca Gareffa, Dipartimento sociologia Università della Calabria, Franco Piperno, docente di Fisica, Università della Calabria, Fulvia Alberti, regista, Gabriella Grasso, Milano, Gigi Malabarba, Gilberto Pagani, avvocato, presidente Legal Team Italia, Giovanni Russo Spena, responsabile giustizia Prc, Giulio Bass, musicista, Giulia Inverardi, scrittrice, Giulio Laurenti, scrittore, Giuseppina Massaiu, avvocato,  Roma, Guido Lutrario, Usb Roma, Gualtiero Alunni, portavoce Comitato No Corridoio Roma-Latina, Haidi Gaggio Giuliani, Comitato Piazza Carlo Giuliani, Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione, Laura Donati, Lello Voce, poeta, Lorenzo Guadagnucci, giornalista, Comitato Verità e Giustizia per Genova, Luciano  Muhlbauer, Ludovica Formoso, praticante avvocato, Roma, Luigi Fucchi, coordinamento regionale USB Umbria, Manlio Calafrocampano, musicista, Marco Arturi, Rete 20 aprile, Torino, Bersani, Attac Italia, Marco Clementi, storico, Marco Rovelli, scrittore e musicista, Marco Spezia, Tecnico della sicurezza su lavoro, Sarzana (SP), Mario Battisti, Roma, Mario Pontillo, responsabile carceri Prc, Massimo Carlotto, scrittore, Michele Baronio, attore, Mc Shark, Terradunione, musicista, Michele Capuano, regista-scrittore, Michele Vollaro, storico e giornalista, Miriam Marino, scrittrice, Rete ECO, AMLRP, Nicoletta Crocella, responsabile edizioni Stelle Cadenti, Nunzio D’Erme, Paolo Caputo, ricercatore Università della Calabria, Paolo Di Vetta, Blocchi Precari Metropolitani, Paolo Persichetti, insorgenze.wordpress.com, Paolo “Pesce” Nanna, comico periferico, Paola Staccioli, Osservatorio sulla repressione, Pino Cacucci, scrittore, Rasta Blanco, musicista, Renato Rizzo, segreteria romana Unione Inquilini, Roberto Ferrucci, scrittore, Roberto Vassallo, Direttivo CGIL Milano, RSU FIOM Almaviva Milano, Rodolfo Graziani, poeta, Salvatore Palidda, Università di Genova, Sergio Bellavita, portavoce nazionale Rete 28 aprile Fiom, Sergio Bianchi, casa editrice DeriveApprodi, Serge Gaggiotti (Rossomalpelo), cantautore, Sergio Riccardi, Silvia Baraldini, Simonetta Crisci, avvocato Roma, Stefano Poloni, Milano, Tamara Bartolini, attrice, Tatiana Montella, avvocato, Tiziano Loreti, Bologna, Vincenzo Brandi, ingegnere, ISM-Italia, Valentina Perniciaro, blogger baruda.net, Valerio Evangelisti, scrittore, Bologna, Valerio Mastandrea, attore, Valerio Monteventi, Bologna, Vincenzo Miliucci, Cobas, Vittorio Agnoletto, Wsw Wufer, musicista


Fonte:


sabato 20 luglio 2013

Stefano Frapporti


Fonte: https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiDNIWvZmBvVJ1482Fn5FF6tul-7u4qySc24A8WDOSWj4JYZRw3iQiwW4psM7xJZY3nWBQ4cZKC6SlCw1kyI4QHEXZEUiyfCNCYNI3odteSUIE3Elj7AS1V8gTlvOPdr57uS1Id5EggDt5e/s400/frapp01.






Dal blog http://frapportistefano.blogspot.it/

 


sabato 12 dicembre 2009


I FAMILIARI DI STEFANO CONTESTANO LA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE DA PARTE DEL PROCURATORE DOTT. DE ANGELIS 

 


Sin dall’inizio di questa tragica vicenda noi abbiamo espresso pubblicamente la nostra dubbiosità sull’operato della giustizia, ma in fondo un filo di speranza rimaneva comunque.

Ora anche quel filo è svanito.

Leggendo le motivazioni con le quali è stata richiesta l’archiviazione al caso da parte del dott. De Angelis ci sentiamo veramente delusi, sfiduciati, ma soprattutto offesi per quello che ci è stato accreditato. Così scrive il procuratore: “le considerazioni elencate nella memoria depositata nell’interesse dei fratelli di Frapporti Stefano in cui per un verso si sostiene in punto di diritto l’illegittimità dell’arresto e per altro verso, addirittura, si insinua, in punto di fatto la commissione di gravi delitti ad opera dei carabinieri, con allusioni che rasentano i limiti della calunnia”.

Riguardo a queste considerazioni, ci teniamo a precisare che il nostro comportamento è stato dall’inizio fin troppo corretto, ma rimane evidente che colpiti da un simile dolore nessuno potrà mai vietarci di pensare, dubitare, porci delle domande e di esprimere le nostre perplessità sui tanti lati oscuri che avvolgono questa tragedia.

Per noi la vita ha un valore inestimabile e la morte lascia un grande vuoto incolmabile.

Per questo motivo riteniamo incomprensibile che il dott. De Angelis chieda l’archiviazione, senza aver svolto alcuna indagine sulla parte iniziale di questa vicenda, ossia la più importante: l’arresto di Stefano, sentendo almeno la versione dei testimoni oculari che peraltro danno una versione, sull’operato dei carabinieri, completamente diversa da quella che gli stessi hanno stilato nei verbali.

E’ invece documentato che le uniche indagini sono state effettuate sull’operato delle guardie carcerarie. Ed anche qui apprendiamo versioni che si contraddicono con quelle dichiarateci verbalmente dalle stesse il giorno seguente l’accaduto.

Sarebbero ancora tante le domande senza risposta e non certo di meno importanza ma per il momento ci sembra che bastino…



I fratelli: Ida, Marco e Claudio




Fonte:




 


sabato 5 settembre 2009


 Giustizia: morte in carcere di un incensurato, nessuno ne parla 


Stefano Frapporti era un muratore di 48 anni di Rovereto. È morto circa un mese fa, nel carcere di quella città, suicidatosi tramite impiccagione con il cordino elastico del pantalone di una tuta. Era stato fermato, al ritorno dal lavoro, da due agenti in borghese con il pretesto di una sua infrazione in bicicletta; pare che i due, invero, stessero indagando sul presunto spaccio di hashish in un bar lì vicino.Frapporti, perquisito senza esito, avrebbe confessato spontaneamente di detenere nella sua abitazione una certa quantità della stessa sostanza; e dunque sarebbe stato lì condotto, senza testimoni e, con tutta probabilità, senza un mandato di perquisizione. La casa, poi, non sarebbe stata "perquisita" dal momento che al mattino seguente non vi era segno alcuno della ricerca che gli agenti vi avrebbero svolto, come se Frapporti avesse indicato loro dove fossero i 99 grammi di hashish ritrovati.Egli avrebbe firmato un modulo con cui rinunciava ad avvertire i suoi famigliari dell’arresto; in seguito la sua richiesta di un contatto con sua sorella sarebbe stata rifiutata a causa di quel brogliaccio. Alcuni poliziotti penitenziari lo descrivono ancora tranquillo e pronto alla battuta alle 23.30, l’ora in cui avrebbe fatto ingresso in cella. Poco dopo veniva rinvenuto cadavere. I familiari, avvertiti il giorno seguente, hanno potuto vedere il suo corpo solo 48 ore dopo.Di questa storia si sono occupate le "solite" testate giornalistiche e i "soliti" ambienti: ovvero è stata raccontata nel mondo antiproibizionista e tra chi si occupa di carcere. Questa storia, che pure ha suscitato molta emozione tra i concittadini del Frapporti, è rimbalzata in questo microcosmo e non più oltre: ovvero non la conosce quasi nessuno.Non è la prima volta che ci occupiamo di morti in carcere avvenute in circostanze poco chiare. Ma questa vicenda chiama in causa, ancor prima, una legge (la Fini-Giovanardi) irrazionale e criminogena, ottusa e crudele, che finisce col penalizzare indiscriminatamente comportamenti diversi, assimilando consumo e spaccio.E chiama in causa, poi, una amministrazione penitenziaria sempre più incapace di custodire in sicurezza i detenuti, specie chi varca la soglia del carcere per la prima volta (è qui che è maggiore la percentuale dei suicidi). Infine. Se la ricostruzione dei fatti fosse davvero quella indicata all’inizio di questo articolo, chiediamo: qualcuno è in grado di motivarne la totale assurdità? Perché in assenza di una spiegazione diversa, il dubbio di un carcere incapace di garantire l’incolumità di quanti vi sono reclusi, senza tutela e senza diritti, si fa sempre più incalzante. E temibile.



di Luigi Manconi e Andrea Boraschi



L’Unità, 4 settembre 2009




Fonte:


mercoledì 17 luglio 2013

Dario Bertagna

Mercoledì 17 Luglio 2013 04:55 


Il 17 Luglio del 1988 Dario Bertagna, militante dei Reparti Comunisti d’Attacco (gruppo attivo in Lombardia), muore suicida all’età di 317 luglio8 anni nel carcere di Busto Arsizio.
Nato a Comerio (Bergamo) nel 1950, Dario Bertagna si trasferisce in provincia di Milano per lavorare come impiegato in una ditta di produzione di vernici; è proprio in fabbrica che inizia il suo percorso politico.
Avvicinatosi inizialmente al sindacato, ben presto comincia a percepire con insofferenza quella che lui chiamava “arrendevolezza del vertice del sindacato” e le logiche della mediazione, arrivando in breve alla rottura e alla scelta di intraprendere altri percorsi di lotta.
Così scrive di lui Giulio Petrilli, suo compagno di cella a San Vittore: “Lui non se ne faceva capace che chi imponeva la produttività, il sacrificio, la logica di lottare, ma portando sempre il profitto all’azienda, erano quelle le persone che a parole si dicevano comuniste. Questa cosa per lui era totalmente inammissibile, da lì maturò la scelta della lotta armata”.
E sono sempre le sue parole a descriverlo come una persona riservata e molto sensibile, a tratti reticente ma che amava intraprendere discussioni interminabili durante l’ora d’aria del carcere.
Dalla fine degli anni ’70 iniziano le indagini e gli arresti nei confronti dei Reparti Comunisti d’Attacco, attivi soprattutto nella lotta al sistema carcerario italiano; fra le 24 persone inquisite c’è anche Dario Bertagna, che viene arrestato a Milano il 23 giugno del 1980 (nello stesso anno il gruppo cessa di esistere).
Malgrado la marginalità delle prove a suo carico, viene condannato a 15 anni di detenzione per partecipazione a banda armata nell’ambito del processo Rossi-Tobagi; inizialmente portato per qualche mese nel carcere penale di Fossano, è poi trasferito a San Vittore alla fine del 1980.
Qui Dario constata da subito la differenza tra i due complessi carcerari: nel secondo raggio di San Vittore si trovano soprattutto detenuti politici, cosicché l’ambiente favorisce da subito la continuazione del suo impegno all’interno del carcere.
Il 2 giugno del 1988 viene trasferito nuovamente, questa volta a Busto Arsizio; è qui che qualche settimana dopo si toglie la vita impiccandosi con un lenzuolo.

Di seguito il volantino distribuito davanti al carcere a pochi giorni dalla sua morte:


I Compagni del movimento e i familiari dei detenuti, Volantino, 23 luglio 1988, Busto Arsizio
“Domenica scorsa, 17 luglio, il compagno Dario Bertagna si è tolto la vita nel carcere di Busto Arsizio, dopo aver scontato 8 anni di galera per reati politici. Malgrado la marginalità delle responsabilità penali, nel processo che ha deciso la messa in collaborazione dei pentiti come Barbone e di altri imputati che hanno scelto la strada della collaborazione e l’abiura, Dario subì una condanna a 15 anni di carcere. E’ questa l’ennesima dimostrazione di come le leggi e le prassi giuridiche nate dall’emergenza abbiano legato l’entità della condanna all’identità politica e al comportamento degli imputati, malgrado le autorità e gli intellettuali più o meno di regime, insieme ai partiti, abbiano ripetuto fino alla noia che “tutto si è sempre svolto nella legalità e nel rispetto delle regole della democrazia.”
Dario non era né pentito né dissociato ed ha sempre lottato, con tutte le sue forze, per salvaguardare la propria dignità umana e la propria identità politica. Per 8 anni ha lottato contro la macchina di distruzione che è il carcere, in condizioni psicofisiche sempre più instabili, come i medici del carcere hanno avuto modo di constatare più volte. La sua morte, come tutte le morti avvenute in carcere, peserà come un macigno anche sui responsabili della disastrosa gestione dell’assistenza sanitaria, su quanti permettono che passino giorni e settimane prima di un ricovero, su chi tra la salute del detenuto e la sicurezza dell’istituzione sceglie sempre quest’ultima.
Oltre a tutto ci preme ricordare che non più di un mese fa il Tribunale di sorveglianza di Torino aveva negato a Dario la semilibertà, nonostante gli 8 anni di galera scontati, le sue precarie condizioni di salute e l’ottenimento di un posto di lavoro in una fabbrica del suo territorio. In carcere non avevano pesato sul suo contro gravi rapporti disciplinari o denunce. (…)
Con il suo ultimo gesto Dario ha gridato ancora una volta il suo rifiuto a piegarsi al patto infame che impone la svendita della propria dignità in cambio della scarcerazione.
Noi siamo oggi davanti al carcere di Busto Arsizio e poi in piazza per ricordare alla gente che l’angolo di barbarie costruito negli anni dell’emergenza e nel quale sono già morti troppi detenuti non deve continuare la sua opera di distruzione.”




Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2126-17-luglio-1988-muore-dario-bertagna 

martedì 16 luglio 2013

PIANO PRAWER, PALESTINA IN SCIOPERO

Oggi manifestazioni in tutto il Paese, da Gerusalemme a Ramallah, da Gaza a Jaffa, contro il Piano Prawer, l'espulsione e l'urbanizzazione dei beduini in Negev.

lunedì 15 luglio 2013 09:17



AGGIORNAMENTO ore 19
SCONTRI CON L'IDF A SAKHNIN, FOLLA A RAMALLAH BLOCCATA DALLA POLIZIA PALESTINESE

Nel villaggio di Sakhnin l'esercito israeliano ha disperso i manifestanti che avevano bloccato la strada principale lanciando gas lacrimogeni e acqua chimica.
A Ramallah i manifestanti hanno tentato di marciare verso il vicino insediamento israeliano di Beit El, ma sono stati fermati dalla polizia palestinese.

AGGIORNAMENTO ore 14.45
MANIFESTAZIONE A GAZA
Sono centinaia i gazawi scesi in piazza oggi a Gaza City contro il Piano Prawer: manifestazione davanti alla sede della Croce Rossa.

AGGIORNAMENTO ore 11.45
14 PALESTINESI ARRESTATI A BEER SHEVA
La polizia israeliana è intervenuta durante la marcia di protesta contro il Piano Prawer a Beer Sheva, arrestando almeno quattordici persone.




 GUARDA IL VIDEO CON LE CARICHE DELLA POLIZIA A BEERSHEVA



di Emma Mancini

  Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Oggi il popolo palestinese è in sciopero generale. Target della protesta protesta che si allargherà per tutta la Palestina storica nel corso della giornata di oggi è il Piano Prawer, il progetto di trasferimento forzato e di urbanizzazione di circa 40mila beduini del deserto del Negev da parte delle autorità israeliane, di distruzione di 45 villaggi e della confisca di oltre 850mila dunam di terre.

Ad indirlo è stato lo "High Follow-Up Committee for Arab Citizens of Israel", unione di organizzazione non governative e partititi politici che vede nell'implementazione del Piano Prawer l'ennesimo esempio di "ongoing Nakba", la catastrofe del popolo palestinese del 1948, quando le milizie sioniste uccisero ed espulsero 750mila persone: "Per i palestinesi, la Nakba non è stato un episodio successo 65 anni fa - spiega il Comitato organizzatore - È una tragedia che continua, una pulizia etnica e una colonizzazione che non si sono mai interrotte. L'implementazione il Piano Prawer, qualsiasi siano le giustificazioni date da Israele, andrebbe vista in questo contesto".

Da tempo le comunità beduine minacciate di espulsione protestano contro il progetto, con scioperi, manifestazioni e il coinvolgimento di associazioni israeliane per i diritti umani. Stavolta, però, la protesta dilaga in tutta la Palestina storica: dopo le prime manifestazioni ieri ad Haifa, oggi si parte alle 10 fuori dagli uffici governativi a Beer Sheva, per poi marciare verso la Ben Gurion University. Nel corso della giornata si terranno manifestazioni nei villaggi del Negev target del Piano, nelle città miste di Jaffa, Akka e Led, a Gerusalemme, nelle città della Cisgiordania (Nablus, Ramallah e Hebron), fino ad arrivare a Gaza.

"Non si tratta solo dei palestinesi del 1948 [come vengono chiamati coloro che vivono in quello che è oggi lo Stato di Israele, ndr], ma è una lotta di tutto il popolo contro lo stesso potere che ci divide, continua a colonizzare le nostre terre, che siano nei territori del 1967 o in quelli del 1948", continua il Comitato.

Il progetto disegnato dal Piano Prawer, che prende il nome dal funzionario del Ministero che lo ha ideato, ha come obiettivo ultimo la distruzione di 45 villaggi beduini non riconosciuti dallo Stato e il trasferimento della popolazione residente in "township", città costruite ad hoc dal governo. La pratica del trasferimento forzato perpetrata in Negev rientra, infatti, nella più vasta politica di giudaizzazione dello Stato di Israele, nell'obiettivo di concentrare il massimo della popolazione palestinese nello spazio più ridotto. Una politica che ha effetti concreti a Gerusalemme Est e nelle città miste, come Jaffa o Led.

Dal canto suo il Piano Prawer prevede un complesso sistema di rimborsi, confisca di terre e trasferimenti forzati. Il timore delle comunità beduine è che a breve le autorità israeliane ricevano l'ok definitivo e procedano agli sgomberi. Secondo quanto previsto dal piano, i 40mila beduini che saranno cacciati dai loro villaggi "non riconosciuti" (e quindi privati finora di ogni tipo di servizio pubblico, acqua, elettricità, scuole, fognature) riceveranno in cambio dei risarcimenti risibili.

Ma a spaventare di più la popolazione beduina è il fondato timore di perdere il tradizionale stile di vita, una quotidianità semplice e fatta di contatto diretto con la natura. Al contrario, finiranno in città totalmente gestite dalle autorità israeliane dove dovranno rinunciare alle greggi e alla terra. Una conseguenza visibile nelle sette "township" che Tel Aviv ha già costruito e dove vivono 135mila beduini: il tasso di disoccupazione è alle stelle, mentre il tasso di educazione scolastica è dieci volte più basso della media israeliana. Nena News







Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81097&typeb=0&Piano-Prawer-la-Palestina-in-sciopero-VIDEO 

lunedì 15 luglio 2013

ISRAELE COSTRINGE ERITREI A CHIEDERE L'ESPULSIONE VOLONTARIA

Nuove procedure a Tel Aviv: all'immigrato viene fatta firmare la richiesta di deportazione volontaria. In aperta violazione del diritto internazionale e umanitario.

lunedì 15 luglio 2013 09:45

 
dalla redazione

Gerusalemme, 15 luglio 2013, Nena News - Nel giorno in cui il popolo palestinese indice lo sciopero generale contro le politiche di colonizzazione ed espulsione implementate da Israele, sotto l'occhio dei riflettori finiscono anche i migranti africani, categoria da tempo target del governo di Tel Aviv.

Ieri all'attenzione delle cronache israeliane sono giunte due notizie che dimostrano ancora una volta la politica di violazione sistematica dei diritti umani degli immigrati africani rifugiatisi in Israele. Ad essere accusato dalle organizzazioni per i diritti umani è in entrambi casi il governo.

Prima di tutto avrebbe rimpatriato con la forza 14 cittadini eritrei dopo averli obbligati a firmare un atto "volontario" di espulsione. Secondo le accuse mosse a Tel Aviv, i 14 eritrei sono stati fatti salire su un aereo ieri mattina, direzione Eritrea. Secondo quanto pubblicato dal quotidiano Ha'aretz, i funzionari israeliani seguono una precisa procedura: riprendono con la telecamera i migranti e il loro interprete e gli fanno dire e poi scrivere di volere lasciare Israele. Tali documenti vengono consegnati poi al tribunale che procede con l'espulsione.

Per ora non è giunto nessun commento ufficiale: l'Autorità per l'Immigrazione e i Confini si è limitata a dire che molti migranti sono degli infiltrati, che avviano le procedure per il diritto di asilo non perché effettivamente ne necessito, ma perché vogliono restare in Israele a tutti i costi. Eppure Israele è firmatario della Convenzione sullo Status del Rifugiato del 1951, convenzione che vieta il rimpatrio forzato di richiedenti asilo nei Paesi di origine dove rischiano seriamente per la propria vita.
Furiosa Amnesty International: "Se la scelta data ai richiedenti asilo è finire in un carcere israeliano a tempo indeterminato o essere torturati in Eritrea, beh, non si tratta di una vera scelta - ha commentato Sara Robinson, capo dell'ufficio per i rifugiati di Amnesty in Israele - Il governo deve rilasciarli dalla custodia cautelare e determinare se possiedono le caratteristiche per ottenere l'asilo politico".

Già dallo scorso anno è cominciato in Israele un processo di rimpatri forzati di migranti africani che ha provocato le proteste - minime - della comunità internazionale. Proteste a cui si aggiunsero quelle per un'altra vicenda, tornata a galla ieri dopo una prima denuncia lo scorso dicembre: molte donne immigrate affermarono di essere state obbligate ad assumere l'anticoncezionale Depo Provera, potente quanto pericoloso medicinale. Obiettivo: mantenere le famiglie straniere africane poco numerose.

Ieri la Commissione parlamentare per i diritti del bambino è stata informata che le accuse mosse dalle donne e dalle organizzazioni per i diritti umani saranno investigate da una speciale unità di inchiesta: dagli anni Novanta ad oggi, il tasso di natalità tra la comunità etiope in Israele è crollato del 50%, un dato che apre molte domande.

Per questo il procuratore di Stato, Yosef Shapira, ha deciso di aprire un'indagine per verificare la veridicità di tali dati e le loro ragioni, una decisione giunta dietro la pressione di alcune parlamentari israeliane. Nena News 




Fonte:

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=81099&typeb=0&Eritrei-costretti-a-chiedere-l%27espulsione-volontaria