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Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 11 gennaio 2014

E' MORTO IL CRIMINALE SIONISTA ARIEL SHARON

11/1/2014 

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Qudsn.ps. Fonti mediche israeliane hanno da poco annunciato la morte dell’ex presidente del governo d’occupazione Ariel Sharon, dopo che nei giorni scorsi le sue condizioni di salute erano peggiorate e dopo otto anni di coma trascorsi in diversi ospedali israeliani.  
Il giornale israeliano “Yediot Ahronot” ha dichiarato nel proprio sito Internet che “dopo otto anni di coma s’è fermato il cuore di una delle personalità israeliane più importanti ad aver gettato le basi per la costruzione dello stato d’Isralele. Egli è l’ottantacinquenne Ariel Sharon, ex primo ministro”.  
Ha aggiunto che “Sharon fu uno dei principali capi militari nella storia dello stato d’Israele. Dopo la sua lotta contro la malattia ed il grave peggioramento delle condizioni di salute s’è arreso alla morte.”  
Ariel Sharon è nato a Kfar Malal il 26 febbraio del 1928.
Suo padre emigrò dalla Russia in Israele dopo la prima guerra mondiale. Sharon, che aveva una sorella maggiore, iniziò come giocatore del Maccabi Tel Aviv, ed influenzato dalla vita dei genitori, alte personalità militari russe, s’arruolò nelle fila dell’esercito israeliano.
Prese parte ai massacri organizzati con atrocità dalle bande sioniste contro i villaggi arabi di Gerusalemme e non. Nel 1942 entrò nell’Haganà inziando così la sua lunga carriera militare, in cui ricoprì importanti incarichi nella polizia nel 1947. All’età di vent’anni fu comandante di plotone e compì il massacro di Wadi al-Latrun a Gerusalemme occupata, nel quale riportò gravi ferite. Una volta guarito divenne ufficiale dei servizi segreti nell’unità che ha combattuto a Falluja, nell’interno della Palestina occupata, e nel 1950 si trasferì nella brigata Golani diventando comandante di una squadra segreta di ricognizione. Nel 1951 fu nominato ufficiale dei servizi segreti presso la direzione generale, e nel 1952 svolse un ruolo importante nel comando della zona settentrionale del paese, guadagnandosi così il grado di capitano. Successivamente si dedicò agli studi, ottenendo una laurea in Storia e in Studi sul Medio Oriente presso l’università ebraica. 
Yediot Ahronot ha affermato che Sharon fu “una persona controversa sia in Israele che fuori di esso. Alcuni israeliani vedono in lui un eroe, altri un ostacolo al processo di pace. Altri ancora lo descrivono come un criminale di guerra dato il ruolo militare avuto nell’invasione israeliana del Libano meridionale nel 1982.  
Nel 1983 fu costretto a dimettersi dalla carica di ministro dell’Esercito dopo che la Commissione speciale israeliana per le indagini sul massacro di Sabra e Shatila stabilì che egli non fece abbastanza per prevenirlo.
Nel 2001 vinse le eleizoni israeliane con una maggioranza schiacciante adottando posizioni politiche più moderate, e nel 2004 avviò il piano di disimpegno unilaterale israeliano dalla Striscia di Gaza.
Nel 2006 entrò in coma dopo un ictus cerebrale.   
Sharon fu accusato della responsabilità di numerosi crimini tra cui:  
  • il massacro di Qibiya nel 1953
  • L’uccisione e la tortura dei prigionieri egiziani nel 1967
  • l’invasione di Beirut
  • il massacro di Sabra e Shatila
  • Le incursioni nella moschea di al-Aqsa nel 2000
  • il massacro di Jenin nel 2002
  • l’operazione “scudo difensivo”
  • l’omicidio di diversi membri della resistenza palestinese, primo fra tutti quello dello sheykh Ahmad Yasin, fondatore di Hamas.

Traduzione di Salvatore Michele Di Carlo


 © "Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it" 






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mercoledì 3 luglio 2013

ISTANBUL: I GIUDICI SALVANO GEZI PARK. PER ORA






Istanbul: i giudici salvano Gezi Park. Per ora 


Primo stop per i progetti faraonici del premier Erdogan e dell’Akp: un tribunale di Istanbul blocca i lavori a Gezi Park, anche se la decisione finale arriverà entro due mesi. Il vicepremier Atalay accusa la ‘diaspora ebraica’ di manovrare le proteste.


La Sesta Corte amministrativa di Istanbul ha respinto oggi un ricorso presentato dal governo dell’Akp (Partito per la Giustizia  e lo Sviluppo), in particolare dal Ministero della Cultura, contro la sospensione provvisoria dei lavori a Gezi Park decisa a fine maggio dai magistrati. La corte si é limitata a non accogliere la richiesta di revoca della sospensiva ed entro due mesi ha annunciato una decisione sul merito della distruzione di Gezi Park. Se il tribunale di Istanbul dirà no al governo di Recep Tayyip Erdogan il piccolo parco adiacente alla enorme Piazza Taksim resterà un parco e non verrà distrutto per far posto a una moschea, ad un centro commerciale e alla ‘ricostruzione’ di alcune moschee ottomane. Un progetto fortemente voluto dal sindaco della città e dal premier Erdogan e contro il quale a fine maggio erano scesi in campo alcuni collettivi e gruppi di artisti, intellettuali e attivisti che si erano accampati nel parco per bloccare le ruspe che già avevano iniziato i lavori di sbancamento nonostante la sospensiva del Tribunale Amministrativo. Il feroce intervento della Polizia contro le poche centinaia di manifestanti che si erano mobilitati a difesa del Gezi Parki aveva scatenato una vasta e trasversale protesta popolare sfociata in enormi manifestazioni represse altrettanto selvaggiamente dalla Polizia e dalla Gendarmeria, il cui saldo finora è di almeno 5 morti, migliaia di feriti e arrestati.

Stando a quanto riporta il quotidiano Hurriyet, la decisione è stata votata a maggioranza dai membri della Corte, trovando contrario il presidente. Il coordinamento di realtà sociali riunite in ‘Taksim Solidarietà’ ha salutato il pronunciamento del tribunale amministrativo come una grandissima vittoria, frutto della grande mobilitazione popolare contro la gentrificazione del centro di Istanbul e i piani speculativi dell’Akp a cui si sono legate le proteste di vasti settori sociali contro le difficoltà economiche, il tentativo di imporre una legislazione improntata alla moralità islamista, la mancanza di libertà di espressione, stampa e manifestazione, la destabilizzazione della vicina Siria.

Il no, seppur momentaneo, alle pretese del governo di Ankara, costituisce un primo importante stop alle mire politico-economiche del premier Erdogan, che nonostante la vasta e trasversale contestazione continua a puntare sull’asse con alcune potenti lobby economiche per ottenere l’appoggio necessario a cambiare la costituzione, trasformando la Turchia in una Repubblica Presidenziale, e farsi quindi eleggere il prossimo anno capo dello Stato con pieni poteri.

Anche oggi un esponente di punta dell’esecutivo è tornato ad accusare ‘forze straniere’ di essere dietro le proteste contro l’Akp. A esternare quanto Erdogan ha ripetuto più volte in queste settimane è stato oggi il vicepremier, Besir Atalay. “Gli incidenti di Gezi Park sono stati orchestrati dalla diaspora ebraica, che ha avuto un ruolo attivo in questi eventi" ha detto Atalay, citato dal quotidiano Hurriyet. Il vicepremier ha anche rilanciato le accuse contro le "forze straniere", senza dettagliare ulteriormente, come pure contro i media internazionali. Tutti attori di una "cospirazione" che ha funzionato "bene", ma che non riuscirà nel "tentativo di bloccare il cammino verso la Grande Turchia".  

 

Fonte:


martedì 29 gennaio 2013

ISRAELE E LA PALESTINA DIETRO LE SBARRE

Quattro prigionieri proseguono lo sciopero della fame. Ashraf Abu Dhra muore dopo una detenzione di sei anni. E Ramallah denuncia Israele alle Nazioni Unite. 


martedì 29 gennaio 2013 09:15



dalla redazione

Betlemme, 29 gennaio 2013, Nena News - La battaglia degli stomaci vuoti non si è mai fermata. Prosegue lo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. E mentre Samer Issawi digiuna da oltre 180 giorni, e Jazzer Ezzidine, Yousef Yassin e Tarek Qa'adan da quasi 60 giorni, c'è chi muore per le condizioni di vita dietro le sbarre.

Pochi giorni fa, Ashraf Abu Dhra è morto dopo cinque mesi dal rilascio. Aveva 29 anni, di cui gli ultimi sei e mezzo passati nel carcere israeliano di Ramle, in isolamento. Ad ucciderlo potrebbe essere stata la mancanza di cure mediche: malato di distrofia muscolare, Ashraf non è stato mai autorizzato dall'amministrazione carceraria ad accedere ad adeguati trattamenti. Una mancanza che lo ha costretto su una sedia a rotelle e, poco tempo dopo la sua liberazione, lo ha portato alla morte.

Nel 2008, l'associazione israeliana Physicians for Human Rights aveva presentato una petizione ad un tribunale israeliano nella quale si chiedeva di imporre alla prigione di Ramle il ricovero di Ashrag: la corte ha approvato la richiesta, ma la clinica del carcere ha sempre ignorato la sentenza giudicando le cure "non necessarie".

Secondo i dati forniti dalle associazioni per la tutela dei prigionieri, dal 1967 - anno di inizio dell'occupazione militare dei Territori Palestinesi - oltre 200 detenuti sono morti nelle carceri israeliane. Oltre 800mila palestinesi sono stati arrestati negli ultimi 46 anni, il 40% della popolazione maschile palestinese e il 20% di quella totale. Non c'è famiglia che non abbia avuto o abbia tuttora un suo membro dietro le sbarre di una prigione israeliana.

Ad oggi, gennaio 2013, Israele tiene dietro le sbarre 4.656 prigionieri politici palestinesi: 310 di loro sono incarcerati in detenzione amministrativa - senza processo né accuse ufficiali - e 193 sono minorenni (di cui 23 hanno meno di 16 anni). Tredici detenuti sono membri del Consiglio Legislativo Palestinese, il parlamento dell'Autorità Palestinese.

Le condizioni di detenzione sono pessime. Come riportato da Addameer, la più importante associazione palestinese per la difesa dei prigionieri politici, i detenuti sono soggetti a diverse forme di tortura, tra cui l'isolamento prolungato, interrogatori di 12 ore, deprivazione del sonno e minacce di morte contro familiari.

A tutela dei prigionieri politici palestinesi è intervenuta anche l'ANP: ieri il ministro per i Prigionieri, Missa Qaraqe, ha annunciato l'invio di una lettera al Consiglio di Sicurezza dell'Onu contenente una denuncia ufficiale contro le autorità israeliane per le disumane condizioni di vita nelle carceri e le misure detentive illegali a cui sono sottoposti i detenuti palestinesi.

"La lettera sottolinea la situazione critica dei prigionieri in sciopero della fame che potrebbero morire in qualsiasi momento - ha spiegato il ministro - Se si permetterà che questo accada, si tratterà di un nuovo crimine per mano israeliana. Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe discutere di tutte le questioni: le condizioni di salute, l'assenza di processi equi e in alcuni casi la totale mancanza di processi, il divieto di ricevere le visite dei familiari; le aggressioni all'interno delle carceri, l'isolamento, la detenzione amministrativa e la detenzione di minori". Nena News
 Fonte:


sabato 17 novembre 2012

STRISCIA DI GAZA: IL BILANCIO DELLA MATTANZA SALE A 30 VITTIME E OLTRE 300 FERITI

16/11/2012

 

Gaza – InfoPal. Il bilancio dei bombardamenti israeliani contro la Striscia di Gaza, nella serata di venerdì 16 novembre, è di altri 6 palestinesi uccisi e numerosi feriti.
Il computo della mattanza è dunque di 30 vittime e oltre 300 feriti.
Ismail Qandil, 24 anni, un combattente delle brigate al-Qassam, ala militare di Hamas, è stato ucciso in un raid aereo contro Khan Younis.
Un altro uomo è stato ucciso nel quartiere di Zaytoun, nella città di Gaza.
Nel campo di al-Maghazi, nel centro della Striscia di Gaza, la famiglia Abu Jalal ha perso quattro membri, tra cui un comandante sul campo delle Qassam, Ahmed Abu Jalal.
Una donna, Tahrir Suleiman, 22 anni, è morta per le ferite riportate nella mattina, a seguito di un bombardamento contro Beit Lahiya.
Tra i circa 300 feriti, 100 sono bambini, donne e anziani. 30 persone sono gravi.

 
Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it

mercoledì 11 luglio 2012

MAHMOUD AS-SARSAK E' LIBERO



Gaza – InfoPal. Dopo 3 anni di detenzione in Israele, sotto lo status di combattente illegale, le autorità d’occupazione hanno liberato Mahmoud as-Sarsak, giocatore della nazionale di calcio palestinese.
As-Sarsak aveva sopportato uno sciopero della fame lungo più di tre mesi, 96 giorni per l’esattezza, e aveva segnato un triste record nella storia delle proteste per mezzo della privazione dell’alimentazione.


Il palestinese, 28 anni, risiede a Rafah (Gaza Sud). Il giorno dell’arresto avrebbe dovuto raggiungere la sua squadra nel campo profughi di Balata (Nablus). Al valico di Beit Hanoun (Erez) fu fermato dai soldati israeliani – era il 25 luglio 2009 -, e fu posto dapprima in detenzione amministrativa (senz’accusa e prorogabile ad oltranza, ndr) e poi sotto lo status di combattente illegale.
Il suo rilascio avviene in base a un’intesa raggiunta da as-Sarsak e le autorità carcerarie contro la fine dello sciopero.
Trasportato al valico di Erez, Mahmoud è stato accolto da migliaia di concittadini di Gaza. Ora si trova all’ospedale ash-Shifa, a Gaza.

 

Le parole della madre di Mahmoud, Umm al-’Abd: “Grazie a Dio per la pazienza e per questa vittoria. Sono orgogliosa di mio figlio per questa sfida, per la Palestina e per il suo ruolo nello sport palestinese. Egli ha onorato la sua famiglia, la nazione palestinese tutta e ci ha fatto più eroi liberi e dignitosi nella nostra lotta verso la vittoria e la liberazione”.

Fonte:

© "Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it"