Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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venerdì 6 settembre 2013

5-8 settembre 1974: le occupazioni di S.Basilio. La polizia uccide Fabrizio Ceruso

Domenica 06 Settembre 2009 16:05 

san_basilio.jpgRoma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all'estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
L'incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.
Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.
Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di "tregue", accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l'occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l'unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.
Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L'assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.
Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell'Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli. 

Alfredo Simone
 


 Fonte:
 




giovedì 8 agosto 2013

Roma: distrutta la targa per Valerio Verbano

  • Scritto da  Redazione Contropiano
Roma: distrutta la targa per Valerio Verbano

E' stata ritrovata frantumata in mille pezzi, tutti dispersi a terra, la targa in memoria di Valerio Verbano al Parco delle Valli, zona verde nell'area a nord est di Roma, nel quartiere di Montesacro. La notte scorsa, i soliti noti hanno prima distrutto due panchine di legno del parco e poi hanno completamente distrutto l'insegna in ricordo del giovane militante dell’Autonomia Operaia assassinato da un commando dei Nar il 22 febbraio del 1980 nella casa dove viveva con i genitori, in Via Monte Bianco, sotto i loro occhi.
A trentatrè anni di distanza nessuno è stato processato e condannato per uno degli omicidi politici più efferati compiuti dall'estrema destra fascista nella capitale contro un giovanissimo studente "colpevole" di essere antifascista e di aver raccolto in un dossier dettagliate informazioni, evidentemente scomode, sulle relazioni che intercorrevano tra i neofascisti e settori della politica.

La targa che dà il nome alla via interna al parco venne inaugurata nel 2006, in occasione del 26/mo anniversario dell’omicidio, dall'allora sindaco di centrosinistra Walter Veltroni.
Di seguito il comunicato diffuso da alcune realtà sociali e territoriali di Roma Nord:
1targaverbano"L'ennesimo atto di sfregio alla memoria e alla figura di Valerio Verbano e a tutta la città di Roma, a tutti gli antifascisti e le antifasciste: è stata distrutta la lapide all'interno del Parco delle Valli dedicata alla memoria di Valerio e inaugurata da Carla Verbano. 
Un gesto vigliacco e barbaro, figlio della cultura dell'odio neofascista, un gesto che s'inserisce nel quadro delle aggressioni di stampo squadrista nel territorio del III municipio, portate avanti da gruppi e organizzazioni i cui voti il Pdl e il centrodestra non hanno disdegnato all'ultima tornata elettorale. 
La targa in questione con ipocrisia definiva Valerio vittima della "violenza", come se questa possa essere neutra, chiediamo invece che finalmente la targa possa dire la verità esplicitando la matrice della violenza che ha assassinato Valerio. Per questo parteciperemo al consiglio municipale che si terrà proprio oggi a Piazza Sempione alle ore 14 e invitiamo tutt@ a partecipare".

Astra 19 Spa, Lab! Puzzle, Palestra Popolare Valerio Verbano, Centro di Cultura Popolare Tufello, Sinistra Anticapitalista III Municipio

             
Ultima modifica il Giovedì, 08 Agosto 2013 12:12 
 
 
 
 
 
 
 
Fonte:
 

giovedì 11 aprile 2013

11 aprile 1979: tre compagni autonomi muoiono a Thiene


Giovedì 11 Aprile 2013 07:17 
Verso le 17 dell’11 aprile 1979, a Thiene, in provincia di Vicenza, esplode un ordigno in un appartamento in via Vittorio Veneto 48.
11 aprile
Muoiono dilaniati dall’esplosione tre militanti dei Collettivi Politici Veneti, Maria Antonietta Berna (22 anni), Angelo Del Santo (24 anni) e Alberto Graziani (25 anni). L’esplosione è provocata dallo scoppio accidentale della pentola a pressione piena di polvere di mina, con cui stanno preparando un ordigno. In quei giorni ci furono decine di azioni e incendi in risposta all'arresto di centinaia di compagni del movimento comunista veneto e non solo avvenuto il 7 aprile dello stesso anno.
L’intestatario dell’appartamento, Lorenzo Bortoli, anch’egli militante dei CPV, viene arrestato insieme ad altri tredici militanti nell’inchiesta apertasi in seguito all'esplosione.
Lorenzo Bortoli morirà suicida in carcere il 19 giugno 1979. 
Il 12 aprile 1979 i tre giovani vengono ricordati in un volantino intitolato “Ci sono morti che pesano come piume e vite che pesano come montagne”. I tre militanti , dice il comunicato, “sono morti esprimendo la rabbia, l’odio, l’antagonismo di classe contro questo Stato, contro questa società fondata ed organizzata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo”. 
Il  13 aprile è il giorno dei funerali di Maria Antonietta Berna, sepolta a Thiene, e di Angelo Del Santo che sarà seppellito in una frazione vicina, a Chiuppano; qui la polizia ha militarizzato l’intera area, impendendo l’accesso al cimitero. Parecchie centinaia di giovani riescono comunque ad avvicinarsi alla chiesa utilizzando piccole strade che passano attraverso i campi, per dare l’ultimo saluto al militante morto. 
Il 14 aprile 1979 vengono celebrati a Sarcedo i funerali di Alberto Graziani. Parecchie centinaia di persone, dopo aver superato i posti di blocco posti dalle forze dell’ordine intorno alla città, lo salutano in silenzio a pugno chiuso.


domenica 7 aprile 2013

7 aprile 1979: quando lo Stato si scatenò contro i movimenti

Dal blog di Paolo Persichetti, http://insorgenze.wordpress.com/ 

dicembre 21, 2010

Ogni volta che apre bocca Maurizio Gasparri ci ricorda che esiste il Cottolengo. Ma questo non è sempre un buon motivo per ignorare le sue sortite. La sua richiesta di scatenare contro il movimento “arresti preventivi”, l’accusa di “assassini potenziali” rivolta contro i manifestanti, danno voce in realtà a settori consistenti degli “apparati dello Stato” e pezzi di opinione pubblica reazionaria. I tentativi di dialogo con le forze di polizia sponsorizzati in questi giorni da alcuni giornali ed esponenti politici, come Veltroni, la ricerca di una mediazione con i manifestanti, mostrano tuttavia che negli apparati esistono linee diverse.
Liquidare l’offensiva repressiva lanciata dal presidente dei senatori Pdl, uno dei più servili maggiordomi del Berlusconismo che da ministro ebbe il compito di varare una riforma del sistema televisivo scritta dagli uffici studi di Mediaset, come un rigurgito fascista sarebbe un grave errore. Il nuovo “sette aprile” chiesto a gran voce dall’ex missino, fratello di un generale dell’Arma dei carabinieri, non fu uno strumento di repressione ripreso dal ventennio mussoliniano, ma un dispositivo di repressione giudiziario-poliziesco e politico-culturale, messo a punto dal partito comunista italiano, sostenuto con feroce coerenza dal giornale fondato e direto da Eugenio Scalfari. Il fatto che oggi sia un ex-post sempre fascista a reclamarlo chiama in causa gli eredi del Pci sparpagliati un po’ ovunque, nel Pd, nella Federazione della sinistra, in Sel o nell’Idv, alcuni persino nel Pdl. Se oggi chi milita in queste formazioni pensa che evocare il 7 aprile sia prova di fascismo, deve spiegarci perché allora venne congeniato quel modello di repressione dei movimenti e perché fino ad oggi non ne ha mai preso le distanze

 

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010

Chi ha definito un rigurgito fascista la richiesta di un «nuovo 7 aprile» fatta da Maurizio Gasparri, cioè di «una vasta e decisa azione preventiva» da scatenare  contro i centri sociali ritenuti, a suo dire, i responsabili degli scontri avvenuti il 14 dicembre scorso a Roma, non ha detto una cosa giusta. Pietro Calogero, il pm di Padova che congeniò il teorema accusatorio firmando i primi 22 ordini di cattura che diedero via al blitz contro il gruppo dirigente dell’area dell’Autonomia operaia, tra cui Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, non era fascista. L’intera inchiesta, in realtà, fu preparata e supportata dal sostegno politico diretto del partito comunista, dall’azione di un suo dirigente locale, Severino Galante, dal lavoro riservato della sezione “Affari dello Stato” diretto da Ugo Pecchioli, dalla funzione di raccordo tra magistratura e sistema politico svolta da Luciano Violante. Membri del Pci erano alcuni dei testimoni chiave che consentirono di formulare la prima salva di accuse. In quegli anni il Pci dispiegò tutta la sua macchina organizzativa senza badare a sfumature per monitorare nei quartieri e nei posti di lavoro gli “estremisti” e i “sovversivi”, i cui nomi venivano poi affidati ai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa. Addirittura intervenne sui giurati del processo di Torino contro il nucleo storico delle Br. Democristiano era invece Achille Gallucci, il giudice istruttore romano che lo stesso giorno spiccò altri mandati di cattura per «insurrezione armata contro i poteri dello Stato», avviando così il secondo troncone dell’inchiesta. Quell’episodio che molti giuristi, come Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli, continuano a ritenere una delle pietre miliari dell’emergenza giudiziaria che ha scardinato il sistema delle garanzie giuridiche avviando anche quella cultura della supplenza giudiziaria, senza la quale non avrebbe mai visto la luce “Mani pulite”, che aprì la strada al berlusconismo, nacque nel cuore della stagione del compromesso storico, della linea della fermezza, del consociativismo che annullava ogni differenza tra maggioranza e opposizione. Il Movimento sociale, partito nel quale militava all’epoca l’attuale presidente dei senatori del Pdl, era fuori dell’arco costituzionale. La legislazione speciale, l’introduzione delle carceri speciali, gli spregiudicati metodi d’indagine che permisero l’arresto dei militanti dell’Autonomia, votati anche con l’assenso dell’opposizione parlamentare, resero di gran lunga più repressivo il capitolo dei delitti politici presente nel codice penale elaborato per punire gli antifascisti da Alfredo Rocco, guardasigilli del regime mussoliniano. Il modello 7 aprile introdusse il ricorso al «rastrellamento giudiziario», cioè la contestazione di reati associativi di vecchio e nuovo conio senza l’individuazione di fatti circostanziati, la cui prova veniva rinviata nel tempo grazie ad una custodia preventiva allungata a dismisura. Di fatto l’arresto si trasformava in un vera e propria pena anticipata scontata prima della sentenza. In questo modo le accuse si fondavano sul principio della “tipologia d’autore”, ad essere contestata era l’identità e la storia politica dell’imputato. Scelta motivata all’epoca con la necessità “prosciugare l’acqua dove nuota il pesce” per difendere lo Stato dall’attacco dei gruppi armati: l’anno prima era stato rapito e ucciso dalle Br il presidente della Dc Aldo Moro, attorno al movimento del ’77 si era diffusa un’area insurrezionale, un’arborescenza di sigle che alimentava azioni armate ovunque mentre il conflitto sociale era giunto all’apice. Pochi mesi prima era stato ucciso Guido Rossa. Tuttavia l’introduzione di quello che fu un vero “stato di eccezione giudiziario” venne sempre negata dalle forze politiche, ciò spiega il rimosso e il tabù attuale. La sinistra non ha mai fatto i conti con quella scelta, anzi col passar delle svolte e delle sigle l’ha iscritta a pieno nel proprio patrimonio culturale ritrovandosi nella paradossale situazione che vede oggi un fascista di allora rivendicarne con estrema naturalezza l’impiego. E’ stata la sinistra, spalleggiata dal partito-giornale di Repubblica, a mettere in piedi il micidiale modello repressivo e l’arsenale giuridico rivendicati oggi contro i movimenti da un personaggio come Gasparri. Quanto basta per avviare una riflessione critica mai veramente affrontata.


Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2010/12/21/7-aprile-1979-quando-lo-stato-si-scateno-contro-i-movimenti/

giovedì 6 dicembre 2012

Bruno Valli

Mercoledì 05 Dicembre 2012 01:37
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5 dicembre 1974, pochi minuti prima di mezzogiorno. Qualche solerte cittadino ha avvertito la stazione dei carabinieri di Castel d'Argile che un "furgone sospetto" staziona nei pressi della località Argelato. Il brigadiere Andrea Lombardini si precipita sul posto, nonostante sia il suo giorno di riposo. Si avvicina al fiat 238 e chiede i documenti ai tre giovani seduti all'interno. La risposta risuona chiara nella bassa bolognese: una breve raffica parte dallo sten di uno dei ragazzi e uccide il carabiniere.
Il commilitone di Lombradini sceso dall'auto comincia anch'egli a sparare, ma dopo aver forato una gomma al furgone in sosta, viene disarmato dai compagni. La giornata doveva concludersi con una rapina al portavalori dello zuccherificio Siiz. I compagni costretti dagli eventi devono scappare per i campi.
Passano meno di 24 ore che gli inquirenti riescono ad arrestare Bruno Valli, Stefano Bonora e Claudio Vicinelli, infangati e infreddoliti che vagano per la bassa.
Subito dopo l'arresto giornali e tv si scavalcano a vicenda in una guerra a chi la ricostruisce più grossa. Il brigadiere, amato e compianto dalla popolazione; il suo giovane commilitone, un eroe di vent'anni che, sprezzante del pericolo, disarma i malviventi, salvo venire colpito al petto con il calcio di un mitra per essersi distratto all'ultimo respiro del collega; i tre rapinatori, gente di poco conto, che dall'ingresso in questura smettono i panni dei militanti tutti d'un pezzo, per gettarsi infamie l'uno sull'altro.
Queste ricostruzioni dei fatti a noi interessano solo per poterle mettere da parte, e poter ricordare il compagno Bruno Valli, figlio di una famiglia proletaria di Rodero, operaio, militante comunista, che si impiccò nel carcere di Modena il 9 dicembre 1974.
Chi lo ha potuto conoscere lo ricorda come un militante lucido e pronto ad ogni sacrificio; e in quella cella dove poi si uccise, dicono che scrisse con il suo sangue due parole supra un muro: "Libertà o morte".

Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/3397-5-dicembre-1974-il-compagno-bruno-valli-la-rapina-di-argelato

martedì 13 novembre 2012

Maurizio Biscaro

Dal blog http://baruda.net/ di Valentina Perniciaro
27 ottobre 2011

Nasce a Milano il 4 maggio 1957
-Frequenta il liceo classico a Milano
-Si diploma all’Istituto linguistico internazionale come traduttore-interpreste nel 1981
-Lavora come precario
-Collabora con la rivista Controinformazione ed è attivo nel consiglio di zona 13 per D.P.
-milita nel movimento dell’autonomia
-milita nelle Brigate Rosse-Walter Alasia
- muore cadendo dal sesto piano, a Cinisello Balsamo, il 13 novembre 1982, quando i carabinieri vanno nella casa in cui vive per arrestarlo.

Avrebbe dovuto essere ucciso e tirato fuori dal mio grembo a pezzi, perché all’ultimo momento il ginecologo si è reso conto che ho l’osso iliaco storto e il bambino non riusciva a venire fuori. Mi hanno tagliata, mi hanno messo metà forcipe da sveglia perché dovevano lasciarmi le forze per le spinte, visto che non si poteva più procedere al taglio cesareo.
E’ nato, e solo la Madonna sa come. Era il 4 maggio 1957 […]
Il ’68 lui lo vive da ragazzo romantico, ammirava i ragazzi del Movimento Studentesco e spesso li seguiva nelle manifestazioni. Per lui erano degli eroi, ma in mezzo alla calca un giorno si piglia una manganellata da un poliziotto. Non doveva essere stato un gran colpo, non m’ha chiesto di fargli impacchi e in più si sentiva importante: aveva partecipato alla guerriglia. […]
Siamo nei primi anni ’70. Il liceo classico Berchet era uno dei più quotati di Milano e nella classe del mio Maurizio c’erano i rampolli delle migliori famiglie della città.
Ogni tanto marinava la scuola perché voleva stare con i facchini, accanto agli uomini di fatica che lavoravano all’ortomercato o trasportava cassette insieme a loro.
Un giorno, dopo tanta fatica il capoccia gli mette in mano la metà della cifra pattuita. Maurizio si ribella ed incita gli altri alla ribellione dicendo che quello era sfruttamento dei padroni verso i lavoratori. Una coltellata gli ha fatto un sette sulla camicia, fortunatamente senza ferirlo. Da quel momento non c’è più stata pace […]
Un pomeriggio, era il periodo della morte di Allende, mio figlio mette le scarpe da tennis e se ne va in fretta prima che gli possa chiedere dove va. Ricordo che il tempo era brutto, pioveva e mi seccava che si andasse a prendere un malanno. Torna per la cena e mi dice che deve uscire di nuovo, di non aspettarlo perché rientrerà tardi. A notte fonda rientra, bagnato come un pulcino.
- Dove sei stato? Che hai fatto?
- Mamma io non ho fatto nulla, però ho assistito ad una cosa grossa, domani lo saprai dalla tv.
In quella notte era avvenuto l’incendio della Face Standard, per protesta contro gli americani che avevano favorito la fine di Allende. Maurizio si rese conto che i compagni non andavano bene, parlavano di rapine per finanziare il movimento e il mio ragazzo non voleva passare da ladro.
Insomma il comportamento degli autonomi lo aveva deluso. […] Io mi ricordo che ogni giorno aumentavano le simpatie e il proselitismo a causa della pubblicità che alcuni giornali davano alle azioni terroristiche.[…]
Durante l’anno faceva il muratore e metteva da parte i soldi per girare l’Europa durante le vacanze.
E’ stato in Portogallo, quando c’è stata la rivoluzione dei garofani, per rendersi conto che nulla era cambiato, la musica era sempre la stessa. La rivoluzione -diceva- non si può farla con i fiori.
Anche in Spagna era stato ospite di ragazze basche, le sue vacanze erano politiche. […]
Intanto è arrivata la cartolina: lo Stato lo chiamava a fare il suo dovere. Mi aspettavo l’obiezione di coscienza, sarebbe stata in carattere con il personaggio, invece fa domanda per entrare nei paracadutisti. Questo suo desiderio di imparare a paracadutarsi e ad usare le armi nasceva da una ormai radicata speranza nella rivoluzione. Mi dispiaceva che fosse così lontano a fare il soldato e che soffrisse per tante cose che non andavano ma per me è stato un periodo di calma. Potevo dormire senza l’angoscia della perquisizione, senza il timore che mio figlio finisse morto ammazzato.
Si vede che io di pace non dovevo averne perché alla fine del servizio militare, quando Maurizio torna, mio marito si ammala e in breve muore.[…]
Maurizio inizia un lavoro politico con i compagni del quartiere. Lavora insieme a Democrazia Proletaria. Scrive articoli, prepara relazioni, alcune sere va alle assemblee e si va avanti così. Per me la scuola e per lui lo studio di giorno e la politica, che non rende niente, la sera.
Gli domando se ha intenzione di farsi mantenere dalla madre per tutta la vita, in attesa di una rivoluzione che non verrà mai.[…] Io con mio figlio ho parlato, ho ricevuto le sue confidenze e ho tentato di convincerlo a considerare pericolose illusioni i suoi ideali ma, alla fine, è riuscito lui a farmi condividere in parte i suoi ideali di giustizia, di uguaglianza, di fraternità.
Comunque io potevo comprendere questo desiderio di pulizia, questa voglia di una società più giusta, questa delusione per il comportamento dei partiti politici, ma le azioni violente no, quelle non le ho mai comprese, non le ho mai giustificate.
[…]Mi stupisce in quel periodo la sua prudenza. Non si faceva vedere in giro, non fa mai una fotografia e si fa crescere i baffi spioventi alla mongola. E’ un comportamento di persona che non vuol lasciare nulla dietro di sé, non vuole essere identificata. […] Maurizio mi sta cercando. E infatti lo vedo. Sono molto brusca, incattivita dal suo comportamento e gli chiedo chi vuol prendere in giro!
- Dove sei e con chi, si può sapere?
- Sono con le Brigate Rosse.
Queste parole mi arrivano come uno schiaffo d’acqua gelida.
- Verrò a riconoscerti all’obitorio- è la mia raggelante profezia.
Ora che Maurizio si è confessato viene spesso a casa, di nascosto dai compagni. Cerca di non incontrare gente, e quando torno da scuola, se non trovo lui in casa, trovo un suo scritto. Le lettere che ci scrivevamo purtroppo le ho distrutte perché temevo da un momento all’altro la perquisizione, ed ora vorrei averle perché erano belle, erano interessanti, anche se per indicare l’organizzazione, scriveva “L’azienda”. In una sua lettera mi dava notizia del suo innamoramento per una compagna di latitanza! Fra tante ragazze che ha conosciuto di bell’aspetto, di buona famiglia, va ad innamorarsi di una brigatista! Così ragionavo sul momento.
Poi, pensandoci bene, dicevo a me stessa che tramite quella ragazza la sua vita di disperato forse diventava più sopportabile, forse riusciva a godere ancora qualche gioia dell’amore e finivo per simpatizzare con questa sua innamorata.
[…]
Prende un libro di poesie di Prévert dalla biblioteca e si confida:
- Mamma ho bisogno di nutire l’anima e l’intelletto.
Sono le sue ultime parole.
Lo accompagno all’ascensore. Mi abbraccia. Ci scambiamo un bacio e io gli dico:
- Tesoro attento a venerdì, c’è l’allineamento degli astri: porta disgrazia.
Sorride della mia superstizione e, scuotendo la testa, se ne va. […]
Intanto arriva venerdì notte 13 novembre 1982. Verso le sei e mezza suona il campanello. So già chi può essere: c’è una perquisizione in vista, quella è l’ora canonica. Domando: Chi è?
- Carabinieri, aprite!
Prendo fiato, poi apro la porta. Come bolidi si infilano in casa col mitra spianato molti carabinieri in borghese. Girano per tutta la casa, guardano in tutti gli angoli, poi il comandante mi fa sedere e mi interroga.
- Ha una foto di suo figlio?
- No. Ho solo questa che gli è stata fatta da militare, mentre cavalca.
La guarda, e poi mi chiede di telefonare. Sono spaventatissima, hanno individuato Maurizio e lo stanno cercando.
- Dov’è suo figlio?
- In Inghilterra per lavoro, ma per l’amor di Dio che cosa è successo?
- Nulla, signora, solo che suo figlio non è in Inghilterra. Chiami il suo avvocato perché dobbiamo fare una perquisizione.
- No, non ho l’avvocato e non ne ho bisogno, in casa non c’è nulla di compromettente.
Entrano nella camera del mio Maurizio e con un’occhiata il comandante fa capire ai suoi uomini che devono comportarsi educatamente. […]
Lunedì mattina, molto presto, corro a comperare i giornali.
Al ritorno in cortile incontro un vicino di casa che sconsideratamente mi grida:
- E’ suo figlio quello che è caduto dal sesto piano di Cinisello!
Arrivano intanto alcune mie colleghe […] e anche l’alto ufficiale dei Carabinieri che aveva comandato il blitz di Cinisello e che era venuto a far la perquisizione. Gli dico:
- Perché non mi ha detto che mio figlio era morto? Avrei autorizzato il prelievo dei suoi organi, perché lui, che era generoso, ne sarebbe stato contento.
Chissà, forse non sarebbe stato possibile, perché credo che il corpo del mio Maurizio sia rimasto a terra tutta la notte e cioè fino a quando non è arrivato il magistrato per constatarne il decesso. […]
Ho cominciato ad attendere una chiamata per il riconoscimento del cadavere che era stato portato all’obitorio di Monza. Passano i giorni, rotolano via lenti e dolorosi. Nessuno mi chiama. Non so chi mi riferisce che qualcuno a Radio Popolare dice che quel povero cadavere è stato abbandonato, nessuno si presenta per il riconoscimento. ma cosa posso fare io, a chi mi presento? Mentre sono disperata a pensare al da farsi un caro amico mi propone di portarmi a Monza dal mio Maurizio. Abbiamo perduto tutto il pomeriggio, però sono riuscita a fare questo riconoscimento.
I giorni passano e non si riesce a fare il funerale. L’impresa di pompe funebri mi dice:
- Signora, se fosse morto un cane avrebbero più riguardo. Attendiamo l’ordine non so da chi. […]
Trascorrono altri giorni, poi finalmente mi avvertono che il funerale avrà luogo il lunedì mattina. […]
Arrivati a Lambrate, trovo la cassa mortuaria sotto una volta del cimitero, sola, abbandonata.
Con il mio arrivo si avvicinano molte persone, tutte con un garofano rosso in mano. Gli operai che avevano diviso le fatiche con mio figlio, quando faceva il muratore, erano tutti lì, con il pianto negli occhi. Erano stati loro a trovare i fiori e lo sa Iddio dove, perché al lunedì il cimitero è chiuso, per cui non arrivano i mezzi pubblici e non ci sono banchetti di fioristi. Ma loro li avevano trovati e distribuiti alle persone presenti.
Ed erano tante, malgrado le previsioni ed il desiderio delle autorità che avrebbero voluto fare le cose alla chetichella. Ad un certo punto, dopo il lancio dei garofani nella fossa i compagni si sono riuniti, col pugno alzato, a cantare sommessamente l’Internazionale. Allora, in quel preciso istante, molte persone, di idee anche opposte, si sono avvicinate al gruppo e si sono unite con le loro voci al coro.
[…]Spesso pensavo a quella Daniela di cui mio figlio si dichiarava innamorato, avrei tanto voluto conoscerla, parlarle, ma come fare? Fra tutte le brigaste arrestate quale poteva essere? Cercavo di immaginarmela.
Un mattino, precisamente il 22 febbraio 1983, mi arriva una lettera dal carcere di Voghera.
“Gentile signora, se avessi seguito l’istinto avrei scritto questa lettera qualche mese fa ma un sacco di preoccupazioni che mi rimbalzavano nella mente di volta in volta, mi hanno impedito di farlo. La paura più grande è quella di riaprire ferite comunque non rimarginabili, di far riemergere sentimenti e sensazioni incancellabili, le stesse che con grande sforzo si tenta quotidianamente di razionalizzare e nascondere e soffocare nei meandri più reconditi del pensiero e della memoria. Ho amato Maurizio profondamente e questo filo che mi accomuna a lei contiene in sé il motivo che mi ha spinta a scriverle.
La mia intenzione è quella di renderla partecipe dell’amore genuino nato tra me e Maurizio e sviluppatosi nel tempo, nella maniera più felice possibile. Ci siamo conosciuti, amati, plasmati giorno per giorno a vicenda, ci siamo dati e abbiamo dato insieme il massimo di noi stessi e ciò che mi fa felice anche oggi è l’essere stata il soggetto di quell’amore, così come lo è stata diversamente lei. Vorrei trovare altre parole e suoni in grado di comunicare tutta la bellezza di quell’amore ma non le conosco e forse non esistono. Sono sicura, però, che lei saprà cogliere da questa mia il dolore che si sa esiste senza bisogno di dirglielo, ma almeno un po’ della gioia vissuta. Un abbraccio con tanto affetto.”
Dopo questa missiva ci siamo scritte per tutto il tempo in cui è rimasta prigioniera. Non solo, ma ho ottenuto il permesso di andarla a trovare. Non saprei raccontare la prima volta, davanti a quell’immenso carcere bianco, in mezzo ai campi, con un carro armato che faceva il giro dell’isolato e tante guardie carcerarie con grossi cani lupo. Come sono entrata nel cortile, ho sentito un coro di voci:
- Vittoria, Vittoria, ciao!
Le voci venivano da lontano, io non vedevo le ragazze, ma forse loro vedevano me. Mi sono sentita commuovere fino alle lacrime. Erano in sei o sette dietro ai vetri. Le ho guardate tutte: belle, carine, spavalde. […] Per cinque anni sono andata regolarmente a trovare Daniela, prima a Voghera e poi a San Vittore. Mi sono legata a lei come se fosse mia figlia. […]
_Vittoria Dilda Biscaro, “L’ultimo caduto della Walter Alasia”, Milano 1992. Frammenti di un dattiloscritto dell’Archivio Progetto Memoria
Quando entrò in clandestinità non lo vidi più. Lessi della sua morte sul giornale, andai al funerale.
C’erano i garofani rossi e cantammo l’Internazionale. Ma erano gli anni ottanta, tempo di tradimenti.
Il cielo era livido come il cuore di tutti noi.
Là presenti a testimoniare che quel ragazzo che era morto era stato capace di sognare.
Non aveva difetti? Ne aveva. Ma è morto giovane, non ho fatto in tempo a riconoscerli.”
_Rossella Simone, testimonianza al Progetto Memoria_
entrambi i testi sono tratti da “Sguardi ritrovati” , vol. 2 del Progetto Memoria _Ed. Sensibili alle Foglie 1995_

Fonte:

http://baruda.net/2011/10/27/la-storia-di-maurizio-biscaro-morto-per-scappare-allarresto-nell83-e-di-sua-madre/

martedì 30 ottobre 2012

Luca Mantini

Luca Mantini nasce a Firenze il 18 Ottobre 1949, da una famiglia di estrazione proletaria.
S19 ottobretudia all' Università di Firenze ed inizia il suo percorso politico in Lotta Continua. Viene arrestato per la prima volta nel ' 72 in seguito ad alcuni scontri con la polizia avvenuti a Prato, ad un comizio elettorale dell'Msi.
Viene condannato a due anni e 8 mesi di reclusione, che sconterà nel carcere di Firenze, per il lancio di alcune bottiglie molotov.

Mantini all' interno del carcere rifiuta di essere recluso insieme agli altri detenuti politici.
Preferisce la convivenza con i detenuti comuni, la maggioranza dei quali condannati per rapina.
In loro, Mantini individua una trasformazione, avvenuta proprio all'interno della realtà carceraria che li ha portati a politicizzarsi.
Con loro, Mantini forma il collettivo George Jackson, in onore al militante delle Pantere Nere che durante la reclusione in carcere iniziò la sua militanza, diventando marxista. Proprio alle Pantere Nere e alla loro teoria della centralità degli appartenenti al sotto-proletariato urbano che vivono ai margini della società e della legalità, Mantini ispirava le sue idee.
Il collettivo Jackson è la prima aggregazione di detenuti politicizzati. Alcuni di essi, insieme a Mantini, divengono dirigenti dei Nuclei Armati Proletari.

Il 29 Ottobre 1974 si scatena un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine, durante un tentativo di rapina per autofinanziamento alla Cassa di Risparmio di Firenze.
Muoiono Luca Mantini e Giuseppe Sergio Romeo, i loro compagni Pietro Sofia e Pasquale Abatangelo vengono catturati mentre un quinto riesce a trarsi in salvo.

I Nap in seguito, con una telefonata anonima, rivendicano il tentato esproprio dalla banca.
Nei giorni seguenti vengono affissi sui muri di Firenze molti manifesti, scritti a mano e firmati "Autonomia Proletaria, Collettivo Autonomo Santa Croce e Collettivo Jackson", che danno notizia della morte di Luca Mantini e invitano ai funerali che si terranno il 31 ottobre.

L' 8 Luglio dell'anno successivo, la sorella di Luca, Anna Maria Mantini, viene uccisa da una squadra dell'antiterrorismo, in seguito ad una delazione.

Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2903-18-ottobre-1949-nasce-luca-mantini

mercoledì 1 agosto 2012

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci»

Dal blog http://insorgenze.wordpress.com di Paolo Persichetti:


agosto 1, 2012


Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi.
L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi». Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.
«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»
L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.
La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato con l’Fplp di George Abash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos, che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 facesse ancora base a Parigi, nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.
Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.
Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla (Di Vittorio era passato per Parigi dopo esser stato respinto alla frontiera inglese); l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna, profondamente religiosa, ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.
Chi era Di Vittorio, ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.


L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna
Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità il 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.
Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:
«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».
Infine nella corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.

COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!
Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2012/08/01/strage-di-bologna-daniele-pifano-sbugiarda-il-deputato-fli-enzo-raisi-mauro-di-vittorio-non-ha-mai-fatto-parte-del-collettivo-del-policlinico-o-dei-comitati-autonomi-operai-di-via-dei-volsci/ 

martedì 3 aprile 2012

Mario Salvi




 
Dal libro "In Ordine Pubblico" di autori vari - 2003 - curato da Paola Staccioli - Editore Associazione Walter Rossi

"In occasione dell'esame, da parte della Cassazione, del caso dell'anarchico Giovanni Marini, la sinistra rivoluzionaria organizza un presidio davanti alla sede della corte, il Palazzaccio di piazza Cavour a Roma. Condannato in appello a 9 anni di reclusione, Marini era accusato di aver reagito a un assalto fascista, disarmando il giovane missino Carlo Falvella del proprio coltello e ferendolo a morte durante la colluttazione. Il fatto era avvenuto nel luglio 1972 a Salerno, in un clima di forte tensione creato nella città dalle numerose azioni squadriste: aggressioni a militanti della sinistra, devastazioni di sedi politiche e incursioni nelle redazioni di giornali. Marini, che nel 1975 vinse il Premio Viareggio per la poesia con il volume E noi folli e giusti, prima dell'arresto era impegnato in una controinchiesta su un anomalo incidente stradale che nel 1970 aveva provocato la morte di cinque anarchici calabresi, nei pressi di Roma, dove si stavano recando per consegnare alcuni loro documenti, mai ritrovati, sulle stragi che iniziavano a insanguinare l'Italia. Il "caso Marini" assurse in quegli anni a simbolo dell'"antifascismo militante", producendo una mobilitazione molto sentita non solo nell'area anarchica e della sinistra rivoluzionaria, ma anche nel mondo della cultura.
Il 7 aprile 1976, dopo la conferma della condanna da parte della Cassazione, un gruppo di militanti dei Comitati Autonomi Operai decide di staccarsi dal presidio di piazza Cavour per effettuare un'azione contro il Ministero di Grazia e Giustizia. Vengono lanciate alcune bottiglie incendiarie, a puro scopo dimostrativo, verso il lato posteriore dell'edificio. L'agente di custodia Domenico Velluto, in servizio davanti al Ministero, si getta all'inseguimento dei giovani che fuggono. In via degli Specchi, ormai lontano dal luogo in cui erano state tirate le molotov, la guardia carceraria apre il fuoco uccidendo con un colpo alla nuca il giovane comunista Mario Salvi, 21 anni, militante del Comitato Proletario Zona Nord, struttura del quartiere di Primavalle legata all'Autonomia Operaia. Arrestato il 15 aprile su ordine del sostituto procuratore Gianfranco Viglietta con l'accusa di omicidio preterintenzionale, il secondino sarà scarcerato alla fine di agosto per motivi di salute e in virtù di un "sincero pentimento". L'8 luglio 1977 la Corte d'Assise lo assolverà per aver fatto uso legittimo delle armi. La sera stessa della sentenza, verso le 22, un giovane irrompe nella trattoria Sora Assunta, nei pressi di Campo de' Fiori, dove Velluto stava festeggiando, e spara contro di lui alcuni colpi di pistola. Il secondino ne esce indenne, ma i proiettili feriscono a morte un suo amico. Su questo episodio sono ancora in corso indagini giudiziarie da parte della magistratura.
Giovanni Marini, profondamente segnato dalla dura detenzione, è stato stroncato da un infarto nel dicembre 2001, a 59 anni."

Fonte:

domenica 11 marzo 2012

Francesco Lorusso




Dal libro "In Ordine Pubblico" di autori vari - 2003 - curato da Paola Staccioli - Editore Associazione Walter Rossi

La mattina dell'11 marzo 1977 a Bologna, in seguito a un contrasto sorto nell'Istituto di Anatomia fra alcuni militanti del movimento e il servizio d'ordine di Comunione e Liberazione, i giovani del gruppo cattolico si barricano all'interno di un'aula, invocando l'intervento delle forze di polizia. Appena giunti sul posto, con mezzi spropositati, i carabinieri si scagliano contro gli studenti di sinistra intenti a lanciare slogan. La carica fa subito salire la tensione. Nel corso degli scontri successivi, che interessano tutta la zona universitaria, Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, viene raggiunto da un proiettile mentre sta correndo, insieme ai suoi compagni, per cercare riparo. Muore sull'ambulanza, durante il trasporto in ospedale. Alcuni testimoni riferiranno di aver visto un uomo, poi identificato nel carabiniere ausiliario Massimo Tramontani, esplodere vari colpi, in rapida successione, poggiando il braccio su un'auto per prendere meglio la mira. Lo sparatore, arrestato agli inizi di settembre e scarcerato dopo circa un mese e mezzo, sarà in seguito prosciolto per aver fatto uso legittimo delle armi.
Quando si diffonde la notizia dell'assassinio, migliaia di persone affluiscono all'Università. Dopo che il corteo, partito nel pomeriggio, viene disperso da violente cariche, una parte dei manifestanti occupa alcuni binari della stazione ferroviaria, scontrandosi con la polizia, mentre altri si dirigono verso il centro della città e sfogano la propria rabbia anche infrangendo le vetrine dei negozi. Le iniziative di protesta dei giorni successivi sono duramente represse. Numerosi i fermi e gli arresti. Finiscono in carcere, tra gli altri, i redattori di Radio Alice, emittente dell'area dell'Autonomia Operaia chiusa dalla polizia armi alla mano. [NOTA: a tale proposito, vedi l'articolo "le ultime voci di Radio Alice"].
I fatti di Bologna caricano di tensione l'imponente corteo nazionale contro la repressione che si svolge il 12 marzo a Roma. Bottiglie molotov vengono lanciate contro sedi della DC, comandi di carabinieri e polizia, banche, ambasciate. Gli scontri nelle strade sono violenti, e in alcuni casi si svolgono a colpi di arma da fuoco.
Ai compagni, ai familiari e agli amici di Lorusso si impedisce intanto di svolgere il funerale in città e di allestire la camera ardente nel centro storico, mentre il contatto ricercato dai militanti del movimento con i Consigli di Fabbrica e la Camera del Lavoro è reso difficile dalla posizione intransigente assunta dalle organizzazioni della sinistra storica. La frattura con il PCI raggiunge il suo apice nella manifestazione contro la violenza, organizzata per il 16 marzo a Bologna dai sindacati confederali, con la partecipazione, tra gli altri, della DC, partito che il movimento aveva indicato quale principale responsabile dell'assassinio. In quell'occasione al fratello di Francesco fu vietato l'intervento dal palco. 

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Vedi anche:

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