Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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domenica 7 aprile 2013

7 aprile 1979: quando lo Stato si scatenò contro i movimenti

Dal blog di Paolo Persichetti, http://insorgenze.wordpress.com/ 

dicembre 21, 2010

Ogni volta che apre bocca Maurizio Gasparri ci ricorda che esiste il Cottolengo. Ma questo non è sempre un buon motivo per ignorare le sue sortite. La sua richiesta di scatenare contro il movimento “arresti preventivi”, l’accusa di “assassini potenziali” rivolta contro i manifestanti, danno voce in realtà a settori consistenti degli “apparati dello Stato” e pezzi di opinione pubblica reazionaria. I tentativi di dialogo con le forze di polizia sponsorizzati in questi giorni da alcuni giornali ed esponenti politici, come Veltroni, la ricerca di una mediazione con i manifestanti, mostrano tuttavia che negli apparati esistono linee diverse.
Liquidare l’offensiva repressiva lanciata dal presidente dei senatori Pdl, uno dei più servili maggiordomi del Berlusconismo che da ministro ebbe il compito di varare una riforma del sistema televisivo scritta dagli uffici studi di Mediaset, come un rigurgito fascista sarebbe un grave errore. Il nuovo “sette aprile” chiesto a gran voce dall’ex missino, fratello di un generale dell’Arma dei carabinieri, non fu uno strumento di repressione ripreso dal ventennio mussoliniano, ma un dispositivo di repressione giudiziario-poliziesco e politico-culturale, messo a punto dal partito comunista italiano, sostenuto con feroce coerenza dal giornale fondato e direto da Eugenio Scalfari. Il fatto che oggi sia un ex-post sempre fascista a reclamarlo chiama in causa gli eredi del Pci sparpagliati un po’ ovunque, nel Pd, nella Federazione della sinistra, in Sel o nell’Idv, alcuni persino nel Pdl. Se oggi chi milita in queste formazioni pensa che evocare il 7 aprile sia prova di fascismo, deve spiegarci perché allora venne congeniato quel modello di repressione dei movimenti e perché fino ad oggi non ne ha mai preso le distanze

 

Paolo Persichetti
Liberazione 22 dicembre 2010

Chi ha definito un rigurgito fascista la richiesta di un «nuovo 7 aprile» fatta da Maurizio Gasparri, cioè di «una vasta e decisa azione preventiva» da scatenare  contro i centri sociali ritenuti, a suo dire, i responsabili degli scontri avvenuti il 14 dicembre scorso a Roma, non ha detto una cosa giusta. Pietro Calogero, il pm di Padova che congeniò il teorema accusatorio firmando i primi 22 ordini di cattura che diedero via al blitz contro il gruppo dirigente dell’area dell’Autonomia operaia, tra cui Toni Negri, Franco Piperno e Oreste Scalzone, non era fascista. L’intera inchiesta, in realtà, fu preparata e supportata dal sostegno politico diretto del partito comunista, dall’azione di un suo dirigente locale, Severino Galante, dal lavoro riservato della sezione “Affari dello Stato” diretto da Ugo Pecchioli, dalla funzione di raccordo tra magistratura e sistema politico svolta da Luciano Violante. Membri del Pci erano alcuni dei testimoni chiave che consentirono di formulare la prima salva di accuse. In quegli anni il Pci dispiegò tutta la sua macchina organizzativa senza badare a sfumature per monitorare nei quartieri e nei posti di lavoro gli “estremisti” e i “sovversivi”, i cui nomi venivano poi affidati ai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa. Addirittura intervenne sui giurati del processo di Torino contro il nucleo storico delle Br. Democristiano era invece Achille Gallucci, il giudice istruttore romano che lo stesso giorno spiccò altri mandati di cattura per «insurrezione armata contro i poteri dello Stato», avviando così il secondo troncone dell’inchiesta. Quell’episodio che molti giuristi, come Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli, continuano a ritenere una delle pietre miliari dell’emergenza giudiziaria che ha scardinato il sistema delle garanzie giuridiche avviando anche quella cultura della supplenza giudiziaria, senza la quale non avrebbe mai visto la luce “Mani pulite”, che aprì la strada al berlusconismo, nacque nel cuore della stagione del compromesso storico, della linea della fermezza, del consociativismo che annullava ogni differenza tra maggioranza e opposizione. Il Movimento sociale, partito nel quale militava all’epoca l’attuale presidente dei senatori del Pdl, era fuori dell’arco costituzionale. La legislazione speciale, l’introduzione delle carceri speciali, gli spregiudicati metodi d’indagine che permisero l’arresto dei militanti dell’Autonomia, votati anche con l’assenso dell’opposizione parlamentare, resero di gran lunga più repressivo il capitolo dei delitti politici presente nel codice penale elaborato per punire gli antifascisti da Alfredo Rocco, guardasigilli del regime mussoliniano. Il modello 7 aprile introdusse il ricorso al «rastrellamento giudiziario», cioè la contestazione di reati associativi di vecchio e nuovo conio senza l’individuazione di fatti circostanziati, la cui prova veniva rinviata nel tempo grazie ad una custodia preventiva allungata a dismisura. Di fatto l’arresto si trasformava in un vera e propria pena anticipata scontata prima della sentenza. In questo modo le accuse si fondavano sul principio della “tipologia d’autore”, ad essere contestata era l’identità e la storia politica dell’imputato. Scelta motivata all’epoca con la necessità “prosciugare l’acqua dove nuota il pesce” per difendere lo Stato dall’attacco dei gruppi armati: l’anno prima era stato rapito e ucciso dalle Br il presidente della Dc Aldo Moro, attorno al movimento del ’77 si era diffusa un’area insurrezionale, un’arborescenza di sigle che alimentava azioni armate ovunque mentre il conflitto sociale era giunto all’apice. Pochi mesi prima era stato ucciso Guido Rossa. Tuttavia l’introduzione di quello che fu un vero “stato di eccezione giudiziario” venne sempre negata dalle forze politiche, ciò spiega il rimosso e il tabù attuale. La sinistra non ha mai fatto i conti con quella scelta, anzi col passar delle svolte e delle sigle l’ha iscritta a pieno nel proprio patrimonio culturale ritrovandosi nella paradossale situazione che vede oggi un fascista di allora rivendicarne con estrema naturalezza l’impiego. E’ stata la sinistra, spalleggiata dal partito-giornale di Repubblica, a mettere in piedi il micidiale modello repressivo e l’arsenale giuridico rivendicati oggi contro i movimenti da un personaggio come Gasparri. Quanto basta per avviare una riflessione critica mai veramente affrontata.


Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2010/12/21/7-aprile-1979-quando-lo-stato-si-scateno-contro-i-movimenti/

lunedì 21 gennaio 2013

21 gennaio 1977

Il movimento? Cominciò a Palermo

di Luca Cumbo

E’ praticamente impossibile in poche righe riassumere il contesto storico-sociale che diede vita al Movimento del 1977, pertanto bisognerà accontentarsi di citare alcuni episodi chiave che stimolino una visione del periodo almeno in Italia. Comincerei dunque dal 34,37 % di voti preso dal Pci di Enrico Berlinguer alle elezioni del giugno 1976, il risultato più alto della sua storia. Berlinguer scelse però di appoggiare (o di non contrastare a dovere) alcune riforme economiche e sociali in senso liberista dell’Andreotti III, governo di minoranza che si reggeva sull’astensione del Pci, tradendo così le attese almeno dell’elettorato più giovane. Molti ritengono Berlinguer l’artefice del massimo radicamento del Pci in Italia, eppure fu proprio con lui che il partito, dopo l’apice del ’76, non fece altro che perdere costantemente voti. Sempre con Enrico Berlinguer si ha la prima visita di un dirigente comunista italiano negli Usa (1978, il «migliorista» Giorgio Napolitano), ma questa è – forse – un’altra storia.
Fatto sta che il 3 dicembre del 1976 il ministro della Pubblica Istruzione Franco Malfatti (Democrazia Cristiana) emana una famigerata circolare in cui viene rimesso in discussione il metodo dei piani di studio universitari liberalizzati, frutto del ’68, introduce il principio del numero chiuso per le iscrizioni, aumenta le tasse e abolisce gli appelli mensili per gli esami. Contemporaneamente le riforme della Pubblica Istruzione in cantiere non lasciano grandi speranze ai precari della scuola e dell’università. Il Senato accademico di Palermo è il primo in Italia a far propria la circolare. In risposta due grandi manifestazioni, il 20 e il 21 dicembre 1976 con almeno 10.000 studenti esigono il ritiro della Circolare Malfatti.
Passate le feste natalizie e rientrati i moltissimi fuori sede (vero motore della protesta a Palermo) riprendono assemblee e mobilitazioni finchè il 21 gennaio 1977 viene occupata la facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, la prima in Italia: aveva così inizio il cosiddetto Movimento del 1977.
La situazione di tutto l’ateneo palermitano rispecchiava quello della Sicilia di allora (e di oggi…). Dopo la Regione siciliana, con i suoi assessorati e “partecipate”, l’ateneo è la più grande azienda pubblica dell’isola, ambitissimo «centro di sottogoverno clientelare gestito da fameliche cricche accademiche legate a filo doppio con gruppi di potere mafiosi, conta 5.000 dipendenti in massima parte precari» così come riportato da un volantino del gennaio 1977 scritto dagli studenti. Curiosamente, anche il movimento della Pantera cominciò a Palermo, nella facoltà di Lettere e Filosofia1, forse perchè la Sicilia è il luogo dove dall’Unità d’Italia a oggi sono sperimentate le politiche repressive, quindi è anche il primo luogo dove si «testa» la risposta.
Tornando nel 1977, pur partecipando alle occupazioni e alle mobilitazioni, i collettivi studenteschi legati ai partiti sono più in disparte sia per indicazione degli stessi partiti d’appartenenza, sia per la volontà degli occupanti di contestare radicalmente tutti i partiti e sindacati indicati come parte integrante del «sistema». Una votazione del 25 gennaio 1977 del Collettivo di Lettere e Filosofia decide che i sindacati non possono entrare a parlare in facoltà. Non è raro trovare in facoltà scritte sui muri inneggianti a Marx e Gramsci, ma anche manifesti del tipo «PCI=Nuova Polizia». Innumerevoli sigle spesso in lotta fra loro e che oggi fanno quasi tenerezza, si spartiscono il pantheon rivoluzionario indicando il Pci, con argomentazioni e intensità diverse, quale principale nemico da affrontare: Ao (Avanguardia operaia), Aut. Op. (Autonomia operaia), LC (Lotta continua), Pdup (Partito di unità proletaria), Mls (Movimento lavoratori per il socialismo), Praxis (collettivo dell’omonima rivista), Dp (Democrazia proletaria), Pcmli (Partito comunista marxista leninista d’Italia), Gcr (Gruppi comunisti rivoluzionari) e tante altre sigle un po’ come – se posso scherzare – come in quella canzone di Rino Gaetano fino ad arrivare agli Im, gli Indiani Metropolitani che fanno il loro ingresso nelle assemblee ululando: «Siamo usciti dalle riserve, abbiamo dissotterrato l’ascia di guerra e faremo fuori i visi pallidi2 e i meticci3 che si oppongono alle nostre danze intorno al Totem della Lucida Follia»4.
La lotta studentesca si saldò con la lotta dei lavoratori e docenti precari dell’università di Palermo.
Nei giorni successivi occuparono come un’onda impetuosa le altre facoltà a Palermo e nel resto d’Italia: il 17 febbraio Luciano Lama, segretario Cgil, fautore della scala mobile per i salari5 e già partigiano nei Gap, veniva cacciato da La Sapienza di Roma.
Tutto questo accadeva 36 anni fa.
Mentre era allo studio l’insieme dei materiali per questa «scor-data» chi – come me – non ha l’età per avere vissuto direttamente le lotte del 1977, ma le ha scoperte sui libri o dai racconti di militanti “più navigati”, si rende conto che mutando semplicemente nomi e date, questo scritto avrebbe potuto essere tranquillamente il resoconto di una delle tante battaglie d’oggi per l’università pubblica, la democrazia e il lavoro.
Ci si rende conto che molti dei movimenti degli ultimi vent’anni hanno preso molto del lessico, dei contenuti e delle modalità del 1977, sono identiche o simili anche le fughe in massa da assurde assemblee gestite con altrettanto assurde modalità in cui, nel nome dell’orizzontalità assoluta, tutti contestano tutti, è tabù darsi regole (figuriamoci mettere ai voti…), ognuno è più rivoluzionario dell’altro, ognuno ne sa più dell’altro, ognuno è parte di un micro-collettivo che regolarmente poco dopo si spaccherà in altri collettivi sempre più micro, fino a quando verrà fuori l’esaltazione totale dell’ Individuo, come unico legittimo portare di istanze (presunte) rivoluzionarie.
A distanza di 36 anni da quella prima facoltà occupata, lungi dall’avere la presunzione di dare giudizi sommari sul Movimento del ’77, è legittimo farsi domande senza timori reverenziali e probabilmente questo esercizio è più facile, meno doloroso, per chi non ha vissuto direttamente quegli anni. Partendo dal presupposto che spesso il bersaglio preferito di queste mobilitazioni era il Pci, c’è da chiedersi a chi ha giovato quella modalità di lotta, che risultati ha portato questa continua delegittimazione che parte da quegli anni per arrivare ai giorni nostri in forma ormai compiuta.
A chi ha giovato la tendenza alla «distruzione dei mostri sacri», la tendenza all’impossibilità di costruire qualcosa che provi ad andare oltre il mero interesse/pensiero dell’ Individuo?
A distanza di 36 anni la storia ci dice che la morte (di nome o di fatto) del Pci e dei sindacati (come soggetto che rivendica diritti) non ha portato i frutti sperati. Il lavoro è stato sempre più mortificato, l’ambiente sempre più devastato, la politica estera sempre imperialista.
Vedere oggi personaggi come Toni Negri osannati e considerati guru negli Usa fa indubbiamente riflettere. Leggere l’interventismo imperialista di Adriano Sofri su «La Repubblica» fa riflettere. Le posizioni ultraliberiste e filoatlantiche dei Radicali degli ultimi anni fanno riflettere.
E’ intellettualmente onesto dunque domandarsi, da un punto di vista storico, se qualcuno dall’esterno e dall’interno poteva avere interesse a influenzare il Movimento verso determinate posizioni.
E’ lecito dunque domandarsi se certe forme di movimento degli ultimi anni, forme organizzative reticolari e parcellizzate che tanto devono al ’77, non facciano il gioco di qualcun altro propugnando forme di lotta che poi, nei risultati concreti, abbiano favorito e favoriscano più l’ultra-liberismo individualista di Monti che non il Sol dell’avvenire.

UNA PICCOLA NOTA DI DANIELE BARBIERI

Ottima la ricostruzione di Luca (quando le lotte partono dalle “periferie” quasi nessuno se ne accorge o ricorda) e molto interessanti le domande. Io, che invece c’ero, ho un punto di vista diverso ma ovviamente se ne parlerà un’altra volta. Solo tre veloci pignolerie: nel ’77 Sofri non c’era (di fatto Lc era sciolta anche se non tutti i suoi e le sue militanti avevano accettato quella decisione; Cgil e Pci molto (ma proprio molto) si delegittimatono da soli, giorno per giorno, tant’è che Lama – per dire – quel famoso giorno parlò all’università contro il parere (votato in assemblea) della Cgil università di Roma; i Radicali con il Movimento del ’77 c’entrano poco o nulla come presenza fisica nelle università mentre ovviamente sull’uso, in quegli anni, di certe loro proposte e/o metodologie il discorso è diverso e complesso.  (db)
 
NOTE
1 Il 6 dicembre del 1989.
2 Visi pallidi = borghesi
3 Meticci = PCI e altre sigle del Movimento
4 Tratto dal libro “Le compagne, i compagni, il movimento del ’77 a Palermo”, Ed. 100 Fiori, Palermo, 1978