Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


Visualizzazione post con etichetta kurdistan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta kurdistan. Mostra tutti i post

domenica 5 maggio 2013

Bobby Sands: una storia di disciplina, dignità ed unità


Scritto da 

 "Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato, torturato." da Il diario di Bobby Sands
“Discipline, dignity and unity”. Disciplina, dignità ed unità. Così titolava il numero di An Phoblacht (mensile pubblicato dal partito Sinn Féin in Irlanda ed il cui titolo significa “La Repubblica”) di domenica 3 maggio 1981. La disciplina, la dignità e l'unità a cui ci si riferiva erano quelle dei militanti dell'IRA rinchiusi da anni nel carcere di alta sicurezza di Long Kesh, vicino a Belfast, dove a lungo sono stati vittime di violenze ed atroci torture. Il gruppo di detenuti nel marzo dello stesso anno aveva preso la decisione, guidati da Bobby Sands, di iniziare uno sciopero della fame che li avrebbe condotti alla morte nel caso il Primo Ministro della Gran Bretagna, una Margaret Thatcher eletta da poco al suo primo mandato, non avesse riconosciuto loro lo status di prigionieri politici.
Bobby Sands, Ufficiale Comandante dei prigionieri dell'IRA detenuti a Long Kesh, ed i suoi compagni dal momento in cui furono rinchiusi nel blocco H (riservato ai militanti dell'IRA) avevano richiesto di essere riconosciuti come prigionieri politici: la lotta che stavano combattendo, assieme ad altri migliaia e migliaia di persone, era una lotta di liberazione e di riscatto dai soprusi che la popolazione irlandese era costretta a subire da parte degli unionisti fedeli alla Corona di Sua Maestà nell'Ulster. Ad una netta disuguaglianza sociale ed economica che divideva cattolici da protestanti, si aggiunsero discriminazioni civili (ad esempio sul diritto di voto) e violenze. Il tutto, ricordiamocelo, con ancora aperta la ferita della separazione dell'Ulster dal resto dell'Irlanda.
La loro richiesta, quindi, era semplicemente quella di veder riconosciuta la propria incarcerazione come fatto politico e non come semplice punizione. Questo status che venne fortemente negato dal Governo britannico: avrebbe significato dare legittimità alla battaglia dell'IRA e riconoscere l'esistenza di disuguaglianze e discriminazioni. I prigionieri si organizzarono quindi portando avanti una serie di proteste: si rifiutarono inizialmente di indossare le divise del carcere non essendo, appunto, carcerati come gli altri, ed in seguito di lavarsi. Queste forme di protesta non riuscirono a smuovere minimamente la posizione di Margaret Thatcher. I prigionieri decisero quindi di passare allo sciopero della fame. Dobbiamo precisare, per comprendere a pieno la loro lotta, che lo sciopero della fame è considerato da coloro che si battono per un'Irlanda unita e repubblicana un gesto pieno di significato: rimanda alla Great Famine, durata dal 1845 al 1852 circa e durante la quale migliaia e migliaia di irlandesi morirono di stenti ed emigrarono. Non fu una carestia vera e propria: un fungo particolare distrusse quasi totalmente le piantagioni di patate, alimento principale per la popolazione povera (in quasi totalità cattolica), mentre navi mercantili britanniche continuavano a depredare l'isola per i portare avanti i proprio affari.
La scelta di lasciarsi morire dignitosamente di stenti presa dal gruppo di detenuti si ricollegava quindi alla storia dell'indipendenza irlandese e serviva a ribadire il motivo per il quale si trovavano incarcerati.
Così, il primo giorno di marzo del 1981 iniziò la staffetta: il primo ad iniziare lo sciopero fu proprio Bobby Sands e alla sua morte seguirono gli altri, con disciplina, dignità ed unità.
La lotta dei prigionieri del Blocco H ricevette attenzione non solo dagli abitanti di Irlanda e Regno Unito ma da tutto il mondo. Bobby Sands fu addirittura eletto deputato nel Parlamento nella circoscrizione di Fermanagh – South Tyrone, senza riuscire ovviamente a prendere il proprio posto.

Bobby Sands morì il 5 maggio del 1981, dopo sessantasei giorni senza cibo. La sua condotta fu di esempio e diede la forza a tutti e nove i prigionieri che intrapresero lo sciopero dopo di lui.
La sua è una storia di una coerenza e di un coraggio che lasciano senza parole. L'amore per il proprio Paese, per la propria storia e per la propria libertà, mai conosciuta veramente, che animavano Bobby e gli altri ragazzi sono gli stessi che oggi spingono i prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane ad intraprendere la stessa forma di protesta. Dopo gli altri prigionieri che avevano cominciato a rifiutare il cibo lo scorso inverno, l'ultimo è stato Samer al Issawi, che ha interrotto il suo sciopero, avendo raggiunto, un accordo col governo, lo scorso 23 aprile.
Se è vero che quello di indipendenza irlandese è un movimento molto peculiare, per i successi ottenuti dalle sue organizzazioni (IRA e Sinn Féin), per la sua matrice apertamente socialista e per il livello di radicamento che ha sempre avuto, da una parte è facile tracciare una linea rossa che unisce i guerriglieri dell'IRA ai militanti indipendentisti palestinesi a quelli del PKK curdo. E questo significa che qualcosa da imparare da Bobby Sands e gli altri che lo hanno preceduto ce lo abbiamo anche noi: disciplina, dignità ed unità.


Ultima modifica il

mercoledì 20 marzo 2013

20 marzo 2003, dieci anni fa le bombe su Baghdad

Lo scoppio della seconda guerra del Golfo visto con i versi di un militante internazionalista scomparso anche lui: Dino Frisullo.

mercoledì 20 marzo 2013 03:18






di Dino Frisullo*


Livide d'improvviso le luci di montagna.

Ferma e dolente la luce delle stelle.

Ammutoliti i richiami degli uccelli.

Alle quattro del mattino

la luna piena chiede silenzio al mondo.

Poggia l'orecchio al suolo e ascolta.

Le prime bombe su Baghdad

vibrano dalla terra nelle viscere..

Dopo ogni scoppio la lunga eco

e un milione di cuori di madri all'unisono

è il loro respiro affannoso

che l'Eufrate porta al mare come un grido.

Dorme Khawla la principessina

sulla corona di plastica preme un cuscino sua madre

si chiede se dovrà premere più forte

quando giungerà l'onda d'urto della bomba.

Dopo gli scoppi il tuono immenso

non è il mar rosso che s'innalza a spezzare la portaerei una ad una,

non è il deserto che si leva

a spazzare i blindati con fiato rovente di sabbia:

è il fragore di milioni di ruote

carri carretti motocicli in fuga

kurdi arabi povera gente stracci

danni correlati.

Nelle basi sibillano i video.

Sono limitati i computer dei signori della guerra.

Non registreranno il respiro il palpito il pianto.

Non avvertono il terrore e l'ira del mondo.

Non sentiranno aprirsi le acque del Mar Rosso. 


*Le prime bombe della Seconda guerra del Golfo caddero su Baghdad nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003. Cinque anni dopo venne calcolato che costò più di 500 miliardi di dollari per una strage di civili iracheni, soprattutto, almeno 650mila civili, dieci volte più dei 63mila militari iracheni uccisi e cento volte più dei 5-6mila tra soldati e contractors occidentali. Gli italiani caduti furono 36. Ricordiamo l'orrore di quella notte con i versi di Dino Frisullo.

Nato il 5/6/1952 e morto nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno, Frisullo era nato in Puglia, vissuto tra Roma e Perugia. Militante della nuova sinistra prima in Avanguardia operaia, poi in Democrazia proletaria fino al suo epilogo.

Nel 1980-81 è in Irpinia durante il terremoto nell'attività di solidarietà e nelle lotte. Alla fine degli anni Ottanta a Roma, l'impatto con le lotte degli immigrati, l'esperienza della Pantanella, l'incontro con don Luigi Di Liegro, l'impegno con l'ancora esistente associazione Senzaconfine e il particolare legame con la comunità del Bangladesh, infine portavoce della disciolta Rete anti-razzista.

Ha lavorato a sostegno della prima intifada in Palestina attraverso strutture di cooperazione internazionale, in particolare attraverso l'associazione Al Ard. L'arrivo dei rappresentanti della lotta di liberazione kurda in Italia lo porta prima tra le fila dei sostenitori della causa kurda e delle rivendicazioni dei diritti del popolo negato in Turchia, poi in Turchia dove viene arrestato e processato. Inizialmente imputato per istigazione al separatismo, l'accusa viene poi "derubricata" in apologia di terrorismo per poterlo scarcerare ed espellere, con una sentenza ad un anno e mezzo di reclusione. Questa esperienza dopo 40 giorni di carcere e un processo, radicalizza il suo sostegno alla lotta kurda e lo spinge ad approfondire conoscenza e vicinanza. Tra i fondatori dell'Associazione nazionale "Azad per la libertà del popolo kurdo" ne è il portavoce fino all'ultimo.

Contemporaneamente, è fautore e sostenitore della presenza degli esuli kurdi a Roma, contribuendo al loro stanziamento nel Campo Boario e all'istituzione del Centro socio-culturale Ararat. Attivo e partecipe nei giorni della presenza di Abdullah Ocalan in Italia.

E' stato anche un giornalista militante, ha collaborato con il Manifesto e Liberazione e il settimanale Avvenimenti. Nell'estate del 2000 fu premiato per il racconto "Il giuramento", ispirato all'incendio del Serraino Vulpitta, centro di detenzione per immigrati in Sicilia.

Una raccolta dei suoi scritti è stata pubblicata dalle edizioni Alegre: "Con lo sguardo delle vittime. Guerre, migrazioni, solidarietà".



Fonte:

venerdì 1 febbraio 2013

Ankara: attacco all'ambasciata USA, Erdogan accusa estrema sinistra

Venerdì 01 Febbraio 2013 19:44 

 



Questa mattina un attentatore kamikaze si sarebbe fatto esplodere all'ingresso secondario dell'ambasciata USA in Turchia, uccidendo una guardia. Il governo turco ha subito puntato il dito contro l'organizzazione marxista Dhkp-C.

Nella tarda mattinata di oggi, un kamikaze si é fatto esplodere davanti all'ambasciata degli Stati Uniti ad Ankara, capitale della Turchia, uccidendo oltre a se stesso una guardia turca e ferendo gravemente una giovane donna.

Il kamikaze è stato rapidamente identificato da alcuni media turchi come Ecevit Sanli, 30 anni. Si sarebbe fatto esplodere alle 13.10 ora locale davanti ad un ingresso secondario dell'ambasciata Usa. La deflagrazione, molto forte, é stata chiaramente udita a chilometri di distanza ed ha fatto tremare i vetri dell'ambasciata italiana, situata a meno di 400 metri sull' Ataturk Boulevard. La porta blindata dell'ingresso secondario, da dove passano fra l'altro le persone che chiedono un visto per gli Stati Uniti, é stata completamente divelta a dimostrazione del fatto che l’esplosivo era ad alto potenziale. L'esplosione ha ucciso sul colpo l'attentatore e una guardia turca, e ha ferito gravemente una giornalista turca, Didem Tuncay. La sede diplomatica statunitense invece, situata come quella italiana al centro di una grande proprietà, non ha subito danni.
Secondo le autorità turche, responsabile dell'attentato sarebbe il gruppo di estrema sinistra Dhkp-C, il Partito-Fronte Rivoluzionario Popolare di Liberazione, già accusato di altri attentati e duramente perseguitato sia in patria che all'estero. Il Dhkp-C è una formazione marxista rivoluzionaria e anti-imperialista, da decenni in guerra con il regime filo-USA e filo-Nato da alcuni anni controllato dagli islamici dell'Akp di Erdogan. Con la scusa di reprimere le attività del Dhkp-C i servizi di sicurezza turchi negli ultimi anni hanno arrestati centinaia di attivisti, studenti, insegnanti, giornalisti e artisti, accusati di reati gravissimi in nome del fatto che agirebbero per conto dell’organizzazione clandestina, alla quale Ankara ha in questi anni addossato attentati mai rivendicati o addirittura respinti dal Fronte.

Il premier Erdogan non ha esitato un attimo prima di accusare l’estrema sinistra dell’attentato, chiedendo la collaborazione di tutti nella “lotta al terrorismo”. Ma la Turchia è sede e generatrice in questi tempi di numerosi conflitti. Con il Pkk, dopo aver scatenato una nuova guerra con il popolo curdo all’interno e all’esterno dei propri confini, e in particolare dopo l’omicidio a freddo di tre dirigenti kurde a Parigi poche settimane fa. Con Damasco, dopo aver iniziato una attiva opera di destabilizzazione della Siria, armando e addestrando i ribelli sunniti e a volte contigui ad Al Qaeda e installando sul proprio territorio i missili Patriot prontamente ottenuti dai partner europei della Nato.

Dopo anni di scontro violento tra la versione liberista e moderata dell’Islam turco e i gruppi jihadisti, innegabilmente Ankara ha legato i suoi interessi a quelli di questi ultimi accettandone la preminenza sul fronte della destabilizzazione della Siria. Ma l'analista del quotidiano turco Hurriyet Nihal Ali Ozcan ha messo in guardia negli ultimi giorni contro il rischio crescente di attacchi jihadisti contro interessi occidentali in Turchia. L'arresto nei giorni scorsi ad Ankara del genero di Osama Bin Laden, Suleiman T. - di cui ha riferito oggi Milliyet - ha fatto scattare altri campanelli d'allarme. Dovrebbe essere consegnato, secondo Milliyet, alle autorità iraniane. 

Ultima modifica Venerdì 01 Febbraio 2013 21:21 
 
 
 
Fonte:
 
 
 
 

venerdì 25 gennaio 2013

Istanbul: processo farsa alla sociologa Pinar Selek, ergastolo per terrorismo

Giovedì 24 Gennaio 2013 18:56 





Dopo la retata contro gli avvocati della scorsa settimana e la richiesta di 21 anni di carcere per un'Erasmus francese, la magistratura turca processa per la quarta volta una sociologa accusata di collaborare con il PKK. E la condanna all'ergastolo. Ma secondo le perizie l'attentato di cui è accusata fu un'esplosione accidentale.

Sono quasi cento gli osservatori internazionali che hanno assistendo oggi a Istanbul al quarto processo - sempre per gli stessi fatti - contro la nota sociologa di sinistra Pinar Selek, che ora vive in esilio in Francia, a Strasburgo. La donna è stata accusata dalla magistratura turca di complicità in un'esplosione che causò sette morti nel 1988 al Bazar delle Spezie della città sul Bosforo.
Selek era già stata assolta tre volte - nel 2006, nel 2008 e nel 2011 - e la matrice terroristica dell'esplosione, a suo tempo attribuita al Pkk, è stata di fatto smentita. Già nel 2000 una perizia ne aveva attribuito l'origine a una fuga di gas accidentale.
E nel pomeriggio, a dimostrazione del carattere pilotato del procedimento penale, la donna è stata condannata all'ergastolo. La sentenza ha provocato reazioni di sgomento e di indignazione fra i suoi numerosi sostenitori presenti nell'aula del processo. Ci sono state grida ''fascisti! fascisti!'' da parte di alcune attiviste straniere rivolte ai giudici. 
La decisione di sottoporla a un nuovo processo e di annullare i tre procedimenti precedenti presa alla fine dell'anno scorso dalla Corte di Cassazione turca aveva già provocato forti polemiche sia in Turchia sia nel resto del mondo. 
Numerosi artisti e intellettuali laici e di sinistra si sono mobilitati nel paese in difesa della nota sociologa. L'attrice Deniz Turkali ha ad esempio denunciato pubblicamente quello che ha definito un 'processo farsa'.
Anche il sindaco di Strasburgo, il socialista Roland Ries, si é schierato a fianco della sociologa turca, denunciando ''l'accanimento giudiziario di alcuni magistrati, per motivi politici''. Numerosi comitati di solidarietà con l’intellettuale turca si sono costituiti negli ultimi anni in tutta Europa. 
Pinar Selek, allora giovane sociologa nota per le ricerche sulle minoranze, in particolare sui curdi, fu arrestata nel 1998 per collaborazione con il Pkk, dopo aver pubblicato alcune interviste agli esponenti della formazione curda. Nonostante le torture subite ed il carcere duro non confessò i nomi dei dirigenti della guerriglia che aveva incontrato e dopo un mese fu accusata di avere aiutato il Pkk ad organizzare il presunto attentato. Nel 2000, dopo la pubblicazione della perizia che definiva di origine accidentale l'esplosione, era stata scarcerata.
La Selek giudicando iniquo e pilotato il processo nei suoi confronti ed avendo già scontato ingiustamente ben due anni e mezzo di carcere nel 2009 è espatriata in Francia ed ha deciso di non tornare in Turchia per assistere al procedimento.
La sentenza di condanna all'ergastolo arriva oggi dopo l’ondata di arresti che la scorsa settimana ha portato all’arresto di parecchie decine di avvocati aderenti a un’associazione di legali progressisti, di artisti della band Grup Yorum, di giornalisti, insegnanti e studenti universitari. Nei giorni scorsi un altro tribunale turco aveva chiesto 21 anni di carcere per una giovanissima studentessa francese di origini turche, accusata di collaborare con una organizzazione di estrema sinistra fuorilegge.


Leggi anche:

Turchia: arresti di massa contro avvocati e musicisti di sinistra

 

Fonte:

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/14062-istanbul-processo-farsa-alla-sociologa-pinar-selek-ergastolo-per-terrorismo

 

 

 

Da Radio Onda Rossa:

 

http://www.ondarossa.info/newsredazione/condannata-pinar-selek 

 

http://www.ondarossa.info/newsredazione/considerazione-sulla-condanna-pinar-selek 

mercoledì 23 gennaio 2013

Esprimiamo la nostra solidarietà a Pinar Selek, aderiamo a questo appello!

Pinar Selek è una femminista antimilitarista pacifista turca perseguitata da 14 anni dallo Stato turco, in seguito a una ricerca sociologica da lei condotta nel 1996 sulle condizioni del conflitto armato tra la Turchia e il Kurdistan e le possibilità di soluzione. Nonostante varie assoluzioni, lo Stato turco ha riaperto il suo caso per l’ennesima volta e il 24 gennaio 2013 la 12° Corte penale di Istanbul dovrà pronunciarsi sulla richiesta di 36 anni di carcere.
In tutti questi anni Pinar non ha mai smesso di lottare, non è mai rimasta in silenzio, non si è richiusa in casa, e per questo viene perseguitata.
La sua lotta è la lotta di tutte noi, la sua libertà è la nostra libertà! Con la nostra solidarietà possiamo impedire questa condanna! ll loro accanimento non ha limiti. Neanche la nostra solidarietà. Nella sua lotta per la libertà, Pinar Selek non è sola!
Saremo presenti al processo insieme alle delegazioni francese e tedesca.
Invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere questo appello e a diffonderlo.
Scriveteci a solidarietapinarselek@autistici.org

english version

We support Pinar Selek – Call for solidarity!
Pinar Selek is a well-known feminist, anti-militarist and peace activist from Turkey who has been undergoing an unfair trial for the past 14 years. Since 1998, the Turkish State has literally persecuted Pinar for her sociological research on the conditions and possible resolutions of the armed conflict between the Turkish State and Kurds. Despite repeated acquittals, she is due to be tried again on the 24th January 2013, when the 12th Penal Court of Istanbul shall pronounce the final judgement on the request of life time sentence. During all these years, Pinar has never given up her fight, never kept silent or remained quiet at home. This is perhaps the real reason for her persecution by the Turkish State.
Her fight is our fight! Her freedom is our freedom!

With our solidarity, we can stop them! Their tenacity don’t have limits but our solidarity is also endless! Pinar is not alone in her fight for freedom! We will be there during the trial with a French and German delegation.
We invite everyone to support and spread this appeal.
To sign this appeal write to: solidarietapinarselek@autistici.org

Prime firme

Associations-Rome
A.F.F.I. Associazione Federativa 
Femminista Internazionale affiassociazioni@yahoo.it
ARTISTE DI MESTIERE-CIDD
ASSOCIAZIONE DONNE CAPOVERDIANE associazioneomcvi@alice.it
Associazione EQUAL Servizi www.equalservizi.it
CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE- CIDD- ROMA
CENTRO DI DOCUMENTAZIONE ALMA SABATINI
CENTRO DONNA L.I.S.A. www.centrodonnalisa.it
C.L.R. Coordinamento Lesbiche Romane contatti@clrbp.itwww.clrbp.it
COOPERATIVA LIBERA STAMPA edazione@noidonne.orgwww.noidonne.org
C.O.R.A. Roma onlus – Centri Orientamento Retravailler Associati coraromaonlus@gmail.itwww.retecora.it
DIFFERENZA DONNA www.differenzadonna.it
DONNE DIRITTI GIUSTIZIA
Associazione di Avvocate
DWF – Associazione Utopia dwf.utopia@gmail.comwww.dwf.it
EL MIRABRAS www.elmirabras.it
ESSERE DONNA ONLUS www.esseredonna.it
IL CORTILE – Consultorio di Psicoanalisi Applicata. info@ilcortile-consultorio.itwww.ilcortile-consultorio.it
MIDD- Movimento Italiano Donne per la Democrazia paritaria
PROGETTO ESTHIA tinaheger@yahoo.de
Ass. QUINOA. BOTTEGA DEL MONDO www.associazionequinoa.it
RETE INTERNAZIONALE DONNE PER LA PACE
SERVIZIO DI CONSULENZA LEGALE, CIDD servizioconsulenzalegale@yahoo.com
UNIONE DONNE ITALIANE ROMANA – LA GOCCIA
www.udiromanalagoccia.it – info@udiromanalagoccia.it
VITA DI DONNA
www.vitadidonna.it
WILPF Italia ( International League for Peace and Freedom) antonia.sani@alice.it

Political groups
22resiste.noblogs.org
Anguane, collettivo anarcoqueer ecovegfemminista
Collettivo femminista Benazir donnebenazir@gmail.com , donnebenazir.blogspot.it
Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche – 87.9 in FM
Collettivo Femminista Le ribellule

Individuals
Bruna Bianchi Rita Capponi
Laura Corradi, sociologa e femminista
Dilek Hattatoglu
Melek Göregenli
OneWomen writes us: “… if there is a woman not free any others is not free! i give my support, respect and love! solidarity from rome!”
Paola Moroni
Gianmaria Ottolini
Enrica Paccoi
Nicoletta Rocco
Monica Pietrangeli
Francesca Scatozza
Emanuela Trojano
Beatrice Serani
Barbara Daria Angeletti
Tuba – Libreria di donne di Roma
Susanna Stivali
Tatiana Montella, avvocata



Fonte:

sabato 12 gennaio 2013

PARIGI: UCCISE TRE DONNE DIRIGENTI DEL PKK CURDO

Giovedì 10 Gennaio 2013 09:24 


Le tre donne curde uccise a Parigi facevano parte del PKK (Partito dei lavoratori curdi). Una di loro, Sakine Cansiz, era tra le fondatrici del movimento.

Le tre donne sono state ritrovate morte, la scorsa notte. Due sono state uccise da un proiettile alla nuca, la terza presentava ferite all'addome e alla fronte. "Secondo fonti curde, sono stati utilizzate armi munite di silenziatore", spiega la Federazione delle Associazioni curdi in Francia, la Feyca.

Al centro informazioni, situato al primo piano, si può accedere soltanto digitando un codice e poi chiamando al citofono. Davanti al portone nessuna targa segnala la presenza del centro di informazione del Kurdistan. Le donne, dall’interno, avrebbero quindi aperto la porta a chi le ha poi assassinate.
Secondo quanto riferiscono fonti curde, le tre donne uccise sono: Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, Fidan Dogan, rappresentante del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), con base a Bruxelles, e Leyla Soylemez, giovane attivista. I corpi, dicono le fonti, sono stati ritrovati verso l'una del mattino da alcuni amici, preoccupati dopo molte telefonate rimaste senza risposta.  Davanti all'edificio, dove si trovano ancora i corpi delle vittime, sono riuniti circa 300 membri della comunità curda. Uno dei movimenti più vicini al PKK in Francia, quello dei ''giovani curdi'', esorta in comunicato diffuso on line ''tutti i curdi e gli amici del popolo curdo'' a raggiungere subito Parigi.

1221237

I sospetti si sono immediatamente indirizzati verso i servizi segreti turchi. Fonti curde in Francia in queste ore dicono esplicitamente che l'esecuzione delle tre dirigenti del Pkk è avvenuta ''mentre il governo turco tratta direttamente con il leader curdo Abdullah Ocalan'', in carcere sull'isola di Imrali dal 1999 in condizioni di totale isolamento''.
Secondo questa lettura, dunque, il triplice omicidio potrebbe essere stata deciso da una frazione dei servizi turchi contraria alle trattative, oppure dal governo stesso come forma di "pressione" sul merito della trattativa stessa, per indebolire la posizione curda.
Il governo di Erdogan, naturalmente,  fa invece circolare la voce di "regolamenti di conti interni al Pkk", per "dissensi" sulla trattativa.


sakine Cansiz
Sakine Cansiz, quando era in montagna, nel Kurdistan turco

Il profilo sintetico delle tre donne uccise:
Sakine Cansiz: Fondatrice con altri del PKK, la prima donna membro anziano dell'organizzazione, mentre era in carcere ha guidato il movimento di protesta curdo nella prigione di Diyarbakir in Turchia. Nel 1980, dopo essere stata liberata, ha lavorato con il leader del PKK Abdullah Ocalan in Siria; è stata un comandante del movimento di guerriglia delle donne nelle aree curde del nord dell'Iraq, poi ha assunto un profilo meno centrale ed è diventata responsabile del movimento delle donne PKK in Europa
Fidan Dogan: rappresentante a Parigi del Kurdistan National Congress (KNC) gruppo politico; con sede a Bruxelles, responsabile dell'attività di lobbying per conto del PKK via KNC presso l'UE e i diplomatici europei
Leyla Söylemez: giovane attivista, stava lavorando alle relazioni diplomatiche e come rappresentante delle donne, a nome del PKK.



Fonte:

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/13754