Perchè questo nome: Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.
Notizia scritta il 01/02/14 alle 16:42. Ultimo aggiornamento: 01/02/14 alle: 16:42
Grandi manifestazioni oggi in Spagna
e in particolare a Madrid per protestare contro il progetto di legge
del ministro della Giustizia Alberto Ruiz Gallardón, che intende vietare
l’aborto come libera decisione della donna, limitandone il ricorso ai
casi di violenza sessuale o di grave rischio per la salute della donna.
Il Tren de La Libertad, divenuto il simbolo di questa protesta, ha
consegnato il messaggio ‘Porque yo decido‘ al capo del governo Mariano
Rajoy, alla ministra della Salute, servizi sociali e pari opportunità
Ana Mato e al ministro Alberto Ruiz Gallardón, per esigere che venga
mantenuta la legge attuale sulla salute sessuale e riproduttiva e
sull’interruzione volontaria di gravidanza. Una legge che, nel 2012, ha
portato alla riduzione di 6mila casi di aborto rispetto all’anno
precedente. Manifestazioni si sono svolte anche in Italia e nel resto
d’Europa nelle piazze ma anche davanti alle ambasciate spagnole, ai
consolati e alle prefetture.
Thomas Sankara il 15 ottobre 1987 viene assassinato da
un commando golpista - organizzato e diretto da Blaide Compaoré - a soli 37
anni. Era nato il 21 dicembre 1949 a Yako, nell'ex Alto Volta, una colonia
francese piuttosto turbolenta e, che soli molti anni dopo durante la
rivoluzione del 1983 prenderà il nome di Burkina Faso. La data ufficiale in cui l'Alto
Volta diventa "Burkina Faso" è il 4 agosto 1984; nell'incrocio di due
lingue locali (dioula e mooré) significa "La patria degli integri". A Thomas Sankara sono state date
molte definizioni: "Il presidente dei contadini", per la decisione di
metterli al centro e dar potere ai produttori di sopravvivenza, quel 90% di
contadini condannati alla miseria più marcata e disperante; dimenticati e da
sempre rovinati da tradizioni feudali e, in euguale misura dalla distruzione
della natura complice l'avanzamento del deserto. "Il ribelle" a causa
delle proposte in favore del disarmo e dell'indipendenza economica terzomondista,
contro l'imperialismo e il capitalismo divoratore di risorse. "Il presidente più povero del
mondo" per la sua visione personale della figura del presidente: ossia la
messa in pratica di un principio di non-privilegio. A tal proposito
spiegava:"Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero". "L'incorruttibile" per
la lotta senza quartiere che lanciò durante gli anni della Rivoluzione
Burkinabé contro gli abusi. "Il Femminista". Sankara
si guadagnò questa definizione per l'attenzione speciale che riservò alle donne
vittime del patriarcato capitalista. Se dovessimo sintetizzare cosa ha
rappresentato Sankara per l'Africa (e non solo) potremmo prendere in prestito
la nota scritta dal sociologo svizzero, Jean Zigler:" L'esperienza di
Sankara è stata unica in Africa e in tutto il Terzo Mondo. La morte di questo
uomo eccezionale è una tragedia per l'intera Africa". Vent'anni prima della dipartita
del presidente del Burkina Faso, autentica coscienza ribelle per l'Africa
intera, alla stessa età, Che Guevara trovò la morte e, prima di morire fece in
tempo a scrivere una delle sue proverbiali frasi:"Quando lo straordinario
diventa quotidiano, ecco la Rivoluzione". Parole perfette per la storia e
per l'esperienza di Sankara alla guida della Rivoluzione Burkinabé. -IL BURKINA FASO Il Burkina Faso è situato
nell'Africa sub-sahariana è un paese chiuso (senza sbocchi sul mare); un paese
agricolo. Ha una superficie di 274.000 Km2, la popolazione è di circa
12.000.000 abitanti, con il 75% dei cittadini tra i 15 e i 40 anni. Il Burkina Faso è limitato a
nord-ovest dal mali, ad est dal Niger, a sud-ovest dalla Costa D'Avorio, a sud
dal Ghana e dal Togo, a sud-est dal Benin. La capitale è Ouagadougou è situata
proprio al centro del paese e, Bobo Dioulasso, il centro delle attività si
trova ad ovest. -IL PRESIDENTE RIBELLE" Thomas Sankara è stato il paladino
assoluto del rifiuto di apporre la sua firma - a nome del Burkina Faso - al
programma di aggiustamento strutturale con il Fondo Monetario Internazionale.
Questa sua posizione rivoluzionaria lo rende assolutamente moderno e attuale
oggi che, in quell'Europa che per oltre 100 anni produsse ( e ancora produce,
sotto altre mentite spoglie un moderno colonialismo fatto di schiavismo, guerre
civili, dittature e coflitti che stanno riesplodendo in modo drammatico e
proccupante, con la Francia in prima fila...) un colonialismo che condannò
l'Africa alla miseria più diffusa e drammatica, l'esempio di Sankara sarebbe la
migliore risposta alla "dittatura della Troika" che sta imponendo
sistemi autoritari anche nei cosiddetti paesi del "Primo Mondo". In un memorabile discorso ad Addis
Abeba, in Etiopia, nel 1986 Sankara spiegò perché l'Africa non doveva pagare il
debito estero: "Abbiamo detto all'Fmi: quel che chiedete noi l'abbiamo già
fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l'economia, non avete
niente da insegnarci. ci è sembrato di capire che quel che il Fondo cerca sia
un controllo politico". -LA FORMA ISTITUZIONALE DELLA
RIVOLUZIONE BURKINABE' La Rivoluzione che Sankara portò a
compimento aveva come forma istituzionale rivluzionaria, la democrazia diretta.
nacque da un'alleanza fra la rivolta popolare contro governi corrotti e un
gruppo di militari giovani capitanati da Sankara, Compaoré ( che poi partecipò
al commando golpista che lo rovesciò...e ancora oggi siede sulla poltrona
presidenziale...), Lingani e Zongo (il giornalista assassinato nel 1988). Il potere a partire dal 1983 fu
amministrato dal governo formato da militari e civili e dal Consiglio Nazionale
della "rivoluzione" (Cnr, che aveva all'interno membri del governo e
membri dei partiti di sinistra); tuttavia il nerbo della "democrazia
diretta", la cassa di risonanza del popolo, dovevano essere i comitati di
difesa della Rivoluzione (Cdr), presenti in tutti i villaggi, quartieri,
luoghi di lavoro. Sensibilizzare le masse,
impegnarsi nel lavoro collettivo di sviluppo socioeconomico e difendere la
Rivoluzione anche con le armi erano questi i compiti che il "Comandante
Sankara" assegnò a tutti coloro che, nel popolo si impegnarono a favore
dello sviluppo del Burkina Faso. Sankara attribuiva una grande importanza alle
organizzazioni di massa: credeva che, l'Unione dei contadini, delle donne, dei
giovani, degli anziani, sarebbero state la vera espressione della
democrazia diretta mentre, invece, non aveva alcuna fiducia nei partitini
che si richiamavano a modelli rivoluzionari di stampo urbano ed elitario. -THOMAS SANKARA I DISCORSI E LE
IDEE Sankara è stato una figura
fondamentale e importantissima per milioni di giovani africani ieri come oggi,
il suo grande insegnamento in tema di diritti umani, sociali e su quelli
economici e contro il disarmo dell'Africa rendo no la sua figura assolutamente
centrale per la rivendicazione della "coscienza indipendente dell'Africa".
Qui di seguito abbiamo selezionato alcuni brani di celebri discorsi e alcune
idee che possono meglio inquadrare la figura rivoluzionaria del presidente del
Burkina Faso, sopratutto per quanti, tra coloro nche non ne conoscono nè la
storia nè l'operato.
(Bob Fabiani)
Il filmato eccezionale di questo discorso tenuto dal
"Comandante Sankara" fu definito importantissimo tra quanti quel
giorno si trovavano a Harlem, il "cuore del ghetto nero" di Nyc. Un
discorso a favore dei paesi non-allineati e a sostegno di Cuba e
dell'indipendenza dell'Africa e contro il colonialismo soffocante dei
capitalisti oppressori. -SANKARA PARLA DEL PROBLEMA
DELLA DONNA E DELLA PIAGA DELLA PROSTITUZIONE IN BURKINA FASO. "La prostituzione non è che
la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è divenuto regola ed è il
simbolo del disprezzo che l'uomo prova per la donna. Di questa donna che non è
altro che il viso doloroso della madre, della sorella o della sposa di altri
uomini, dunque di ciascuno di noi. E' in definitiva, il disprezzo incoscente
che proviamo per noi stessi. Là dove ci sono prostitute ci sono
"prostitutori". (8 marzo 1987, in occasione
della giornata internazionale della donna a Ouagadougou)* *Sankara nel suo programma
poneva un'enorme attenzione alla donna: il nuovo governo comprendeva 5 donne;
alla radio molte erano le trasmissioni di educazione sessuale, sulla
contraccezione e sulla pericolosità dell'infibulazione; era stata concessa alle
donne non sposate o conviventi il diritto di ottenere unità catastali per
costruire; il 22 settembre 1985 fu indetta la giornata dei "mariti al
mercato".Sankara tentò invano di dare alle donne automaticamente una parte
del salario dei propri mariti perché riteneva che fossero più abili nello
gestire il denaro di molti uomini. La scorta in motocicletta di Sankara era
costituita da donne. Nel 1987 vietò la prostituzione ma per questo ottenne forti
critiche, venendo accusato di non aver preso in debita considerazione la
situazione economica del paese!
-L'AFRICA NON PAGHI IL DEBITO ESTERO E NON COMPRI PIU'
ARMI* ADDIS ABEBA,1986, VERTICE
DELL'ORGANIZZAZIONE PER L'UNITA' AFRICANA (OUA) Il problema del debito va analizzato
prima di tutto partendo dalle sue origini. Quel che ci hanno prestato il denaro
sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto
tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato
l'Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di
questo debito, dunque non possiamo pagarlo.** Il debito, inoltre, è anche legato
a meccanismi neocoloniali; i colonizzatori si sono trasformati in assistenti
tecnici...o dovremmo dire assassini tecnici, e ci hanno proposto dei
meccanismi di finananziamento con i finanziatori, i bailleurs de fonds,
un termine continuamente usato: come se ci fossero "uomini il cui
sbadiglio (baillement in francese...) bastasse a creare lo sviluppo nei nostri
paesi! (Risate) I finanziatori ci sono stati
consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei vantaggi finanziari. Così ci
siamo indebitati per decenni e per decenni abbiamo rinunciato a soddisfare i
bisogni delle nostre popolazioni. Il debito nella sua forma attuale,
controllato e dominato dall'imperialismo, è una riconquista coloniale
organizzata con perizia, affinché l'Africa, la sua crescita, il suo sviluppo,
obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, e che ciascuno di noi
diventi finanziariamente schiavo, o peggio, schiavo tout court di quelli che
hanno avuto l'opportunità, l'astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi
con l'obbligo di rimborsarli. Ci si dice di rimborsare il debito. Ma non si
tratta di una questione morale: qui non è in gioco il cosiddetto
"onore". Signor presidente, abbiamo
ascoltato e applaudito il primo ministro di Norvegia che ha parlato qui ieri,
anche lei, che è europea, ha detto che il debito non può essere interamente
rimborsato. Il debito non può essere
rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali
non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a
morire, possiamo esserne altrettanto certi. Quelli che ci hanno portato
all'indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano, andava
tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo(...) Quando si parla oggi di crisi
economica, si dimentica di dire che la crisi non è venuta dal nulla, esiste da
sempre, e andrà avanti sempre più man mano che le masse popolari diventeranno
più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori. C'è crisi oggi perché le masse
rifiutano la concertazione delle richezze nelle mani di qualche individuo. c'è
crisi perché qualche individuo deposita in banche all'estero somme che
basterebbero a sviluppare l'Africa. C'è crisi perché di fronte a
quelleenormi richezze individuali le masse popolari non ci stanno più a vivere
in ghetti e aeree fatiscienti. C'è crisi perché i popoli dappertutto rifiutano
di essere dentro Soweto a guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte, che
inducono all'inquietudine i detentori del potere finanziario. Ci viene chiesto
di essere complici nella ricerca di meccanismi di equilibrio: equilibrio in
favore di chi ha il potere finanziario, equilibrio a scapito delle nostre masse
popolari. No, non possiamo essere complici! No, non possiamo accompagnare il
passo assassino di chi succhia il sangue dei nostri popoli (...) Si sente parlare di gruppo dei 5,
gruppo dei 7, magari gruppo dei 100 e chissà altro ancora - è davvero tempo di
creare il nostrro club, il nostro gruppo: facciamo sì che da oggi da Addisa
Abeba diventi la sede di un nuovo club, il Fronte unito di Addis Abeba contro
il debito - è nostro dovere proclamare di fronte a tutti che nel nostro rifiuto
di pagare il debito non ci sono intenti bellicosi; al contrario, c'è un intento
amichevole e fraterno, quello di dire come stanno le cose. Le masse popolari
europee non sono opposte a quelle africane, anzi quelli che vogliono sfruttare
l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa. I nemici sono comuni. Il nostro
club di Addis Abeba dovrà dire a tutti: "Il debito non sarà pagato"
(...) (...) Impegnamoci molto
saggiamente a ricercare delle soluzioni; facciamo sì che altre conferenze
spieghino con chiarezza che non possiamo pagare il debito. Dobbiamo dirlo tutti
insieme, perché individualmente andremmo a farci assassinare. Se il Burkina
Faso da solo rifiuta di pagare il suo debito, io non sarò qui alla prossima
conferenza (Risate); ma con il sostegno di tutti - e ne ho bisogno (Applausi) -
potremo evitare di pagare. Evitare di pagare è una condizione sine qua non
perché possiamo provvedere al nostro sviluppo. Ma non posso terminare senza
sottilineare che ogni volta che un paese africano acquista armi, è contro gli
africani. Quando nel lanciare la risoluzione di non pagare il debito dobbiamo
contestualmente trovare una soluzione al problema degli armamenti (...) Cari fratelli, con la
collaborazione di tutti possiamo arrivare alla pace fra noi. E potremo
utilizzare le nostre immense possibilità di sviluppare l'Africa. Il nostro
suolo, il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia, abbiamo un
mercato, abbiamo sufficenti capacità intellettuali per creare e utilizzare la
tecnologia, e la scienza che non mancano (...) (...) Facciamo sì che a partire
dal Fronte unito di Addis Abeba contro il debito si decida di frenare la corsa
agli armamenti fra paesi deboli e poveri (...) (...) Facciamo sì inoltre che il
mercato degli africani sia davvero il mercato degli africani: produrre in
Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo ciò di cui
abbiamo bisogno, e consumiamo quel che produciamo, invece di importare! (...) La patrie ou la mort, nous
vaincrons! (Applausi) *In un discorso con punte di
umorismo accompagnato da applausi e risate degli incravattati capi di stato
africani, Thomas Sankara vestito con il Faso dan Fani, cotone del suo paese,
espone e motiva la proposta del Burkina Faso di creare un Fronte unito di Addis
Abeba contro il pagamento del debito estero. Non risparmia tuttavia stoccate ai
governanti che accumulano ricchezze all'estero e condanna lo scandaloso
acquisto di armi da parte di paesi africani. infine invita l'Africa a produrre
quello di cui ha bisogno e a consumare quello che ha prodotto invece di
importare, accettando di vivere degnamente all'africana. ** Il Burkina Faso in realtà
era uno dei paesi meno indebitati d'Africa, anche grazie alle politiche di
contenimento delle importazioni e all'austerità di bilancio autoimposta. Il
servizio del debito costituiva solo il 2,5% del Pil.
-L'ASSASSINIO Nel pomeriggio del 15
ottobre 1987 un commando militare assassina Thomas Sankara e, con lui, 15
persone, guardie e consiglieri. Vennero tutti sepolti la notte
stessa nel cimitero di Dagnonen, un quartiere situato nella zona est di
Ouagadougou. Era la fine di tutto. Era finita
la Rivoluzione Burkinabé. La rivoluzione fu spezzata e
stroncata nel momento "opportuno": Sankara aveva chiesto e preteso
troppo al cuore dello stato, ai funzionari, ai militari, ai sindacati, ai
partitini urbani, ai commercianti, ai capi tradizionali, per non parlare dei
suoi colleghi di governo: del resto è dagli ambienti governativi che partì
l'ordine per rovesciarlo, sotto la regia golpista di Compaoré; è l'ordine
concordato con il consenso delle potenze straniere - sopratutto la Francia che
lo considerava una minaccia per i suoi interessi colonialisti in Africa... -
disturbate dalla possibilità dell'estensione del modello "burkinabé"
in altre colonie e nell'Africa intera. Sankara si accorse troppo tardi
che ai vertici del Burkina Faso era isolato e solo: mentre la base rurale non
era ancora "socializzata alla politica", l'Esercito, intanto,
rivoleva prendere tutto il potere. -LIBRI SU THOMAS SANKARA I titoli che qui troverete sono
solo una piccola guida per orientarsi nello studio di Sankara non ha alcuna
pretesa di essere "assoluta" e tanto meno definitiva.
(Bob Fabiani) -Bruno Jaffré -
Biographie de Thomas Sankara; -Bruno Jaffré -
Burkina Faso Les années Sankara; -Sawadogo
- Le président Sankara; -Carlo Batà
- L'Africa di Thomas Sankara - Le idee non si possono
uccidere - Achab Editrice, 2003; -Thomas Sankara - I discorsi e
le idee - Esizioni Sankara, 2003; -Alessandro Aruffo - Sankara.
Un rivoluzionario africano. - Edizioni Massari, 2007; -Thomas Sankara - Il presidente
ribelle - a cura di Marinella Correggia -Discorsi tradotti da Marinella
Correggia - Edizioni Manifesto Libri; -Valentina Biletta - Una
foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara -Edizioni Ediarco, 2003; -Vittorio
Martinelli (con Sofia Massai) - La voce nel deserto (prefazione
Jean-Léonard Touadi) Edizioni Zona, 2009.
(Fonte.:jeuneafriquearchivie;sankara20ans)
Bob Fabiani
Link -www.thomassankara.net; -www.sankara20ans.net; -www.jeuneafrique.com
Si è svolta oggi a L'Aquila la quarta e ultima udienza del processo
che vedeva imputato di stupro, lesioni aggravate e tentato omicidio il
militare Francesco Tuccia.
Questo processo si è svolto a porte chiuse e femministe, lesbiche,
compagne hanno presidiato quel tribunale ogni volta per dire che la
violenza riguarda tutte.
Durante l'udenza di oggi hanno parlato i periti di parte dello
stupratore e lui stesso, poi sono state tenute le requisitorie, infine
il PM ha chiesto una condanna a 14 anni. La sentenza invece ha
condannato Francesco Tuccia, militare in servizio a L'aquila per
l'operazione strade sicure a 8 anni e 50.000 euro. Il processo oggi è
stato molto pesante, le requisitorie della difesa basate su
l'imcredibile tesi della insussistenza della pena, dal momento che la
ragazza massacrata dal Tuccia e abbandonata sulla neve, che riporta
lesioni permanenti, sarebbe stata consenziente. Inoltre questi avvocati
hanno anche puntato il dito contro una campagna mediatica che hanno
definito violenta cioè la presenza di compagne, femministe, lesbiche che
hanno portato solidarietà alla ragazza. All'emissione della sentenza
slogan contro lo stupratore assassino e i suoi avvocati.
Fiaccolata nel paese della ragazza uccisa un anno fa dal suo ex
fidanzato, insieme al nonno. Iniziative anche a Catania, dove le verrà
intitolata un'aula universitaria
Stefania Noce
CATANIA - Da oggi in poi, sarà «Piazza Stefania Noce»: Licodia Eubea vuole ricordare così il triste destino della ragazza uccisa un anno fa dal suo ex fidanzato,
e diventata simbolo della lotta contro il femminicidio anche per il suo
attivismo da femminista. Oggi, ad un anno esatto da quella tragedia, il
suo paese le rende un omaggio ufficiale: nel pomeriggio una fiaccolata e
poi l'intitolazione della piazza.
I MOMENTI DELLA CERIMONIA - La
cerimonia si chiama «Stefania vive con noi»: alle 18 il corteo parte
proprio da via Cairoli, dove vennero uccisi la ragazza e suo nonno Paolo
Miano. Poi arriva in Municipio, dove il sindaco Giovanni Verga legge la
convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne «No More»
e infine termina davanti alla Badia, nel cuore del centro storico. La
nuova piazza non porta solo il nome di Stefania, ma è un esempio
tangibile di attivismo e associazionismo: è stata realizzata, infatti,
grazie a sponsor privati ed ai ragazzi dell'associazione Sen, dedicata
proprio alla giovane.
NON SOLO LICODIA EUBEA - Anche Catania vuole ricordare il coraggio e la determinazione della ragazza: in piazza Università il comitato Senonoraquando di Catania ha promosso una performance artistica (guarda il video). Le
organizzatrici dicono che si tratta di «un'azione partecipativa, una
frase ripetuta come un mantra accompagnerà semplici movimenti
ripetitivi. Come donne, come femministe, come cittadine vogliamo creare
un momento di grande mobilitazione civile anche a Catania per scardinare
il silenzio che circonda ogni omicidio. Grazie alla collaborazione e
all'inventiva dell'associazione Adif, vogliamo scuotere la città.
Facciamo appello alla società civile, ai singoli e alle associazioni
affinché il 27 dicembre diventi per la nostre città un vero momento di
denuncia e di commemorazione delle vittime di Femminicidio». Catania
aspetta anche l'intitolazione ufficiale di un'aula universitaria nella
facoltà di Lettere: è stata richiesta a gran voce da molti studenti, dal
Movimento Studentesco e dagli stessi genitori.
In
crescita costante gli omicidi e i reati compiuti contro il sesso
femminile. Ma la questione è più ampia: riguarda anche il diritto allo
studio e l’accesso al lavoro.
Il 25 novembre è stata designata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione n. 54/134 del 17 dicembre 1999, come “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. La proposta di scegliere quella data venne avanzata da un gruppo di donne della Repubblica Dominicana nel 1981 a Bogotá, durante l’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi. Quel giorno ricorre infatti l’anniversario dellˈomicidio avvenuto nel 1960 da parte della polizia segreta del dittatore dominicano Trujillo delle tre sorelle Mirabal, ’LasMariposas’(le Farfalle), come erano chiamate allˈinterno del movimento rivoluzionario clandestino 14 de Junioda loro stesse fondato insieme ai mariti, compagni ed altri militanti rivoluzionari. Le sorelle Mirabal, e in particolare Minerva, che aveva osato rifiutare le sue ripetute avances, rappresentavano lˈossessione di Trujillo. Non solo condannavano
i suoi metodi e il suo potere, lo sfidavano anche apertamente
rifiutando le sue attenzioni. E per di più erano belle, determinate e
intelligenti. Ovviamente si trattò di un omicidio politico, in cui tuttavia la componente machista del dittatore ebbe un peso determinante. L’atteggiamento sfrontato e le posizioni politiche della giovane donna, poi costretta alla clandestinità insieme a tutto il movimento 14 de Junio, accrebbero il risentimento del tiranno contro tutta la sua famiglia e contro suo marito, un giovane dirigente comunista, ManoloTavárezJusto. Minerva, Patria e Maria Teresa Mirabal furono arrestate varie volte, poi liberate, infine sequestrate, torturate ed uccise. ManoloTavàrez fece la stessa fine pochi anni dopo, quando giáTrujillo
era stato assassinato e lui ed alcuni compagni continuavano la lotta
per la libertà in Repubblica Dominicana contro il Triumvirato (governo
provvisorio di forte matrice trujillista). La designazione dell’ONU del 25 novembre come Giornata internazionale
contro la violenza contro le donne rappresenta uno dei tanti passi che
gli organismi internazionali, le Nazioni Unite in testa, cercano di
compiere per dare una dimensione internazionale al problema. La Dichiarazione
sull’eliminazione della violenza contro le donne infatti era stata già
ratificata fin dal 20 dicembre del 1993 e rappresentava comunque un
momento importante in quanto si riconosceva “che la violenza contro le donne è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disegualitra
uomini e donne, che ha portato alla dominazione e alla discriminazione
contro le donne da parte degli uomini e ha impedito il pieno avanzamento
delle donne, e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Nelle Americhe, ben piu determinante della dichiarazione delle Nazioni Unite del 1993 fu la Convenzione Interamericana per Prevenire, Sanzionare e Sradicare la Violenza contro le Donne adottata dall’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) a Belém do Parà nel 1994 che rappresenta una normativa internazionale vincolante per gli Stati che la hanno ratificata. Il termine ’femminicidio’ così come lo conosciamo
oggi, fu introdotto nel gergo comune solo più tardi. Anche se alcune
fonti segnalano che in lingua inglese veniva usato già nel 1801 per
indicare gli omicidi di donne, si tratta nell’accezione odierna del
termine, di un neologismo introdotto nel 1992 dalle femministe
statunitensi Jill Radford e Diana Russel nel titolo del loro libro ’Feminicide: The politcs of woman killing’. La parola fu poi usata, e divenne da allora di uso corrente, dall’antropologa e politica messicana Marcela Lagarde per indicare gli omicidi ’seriali’ commessi contro le giovani donne e adolescenti di Ciudad Juárez, una
cittadina messicana al confine settentrionale con gli Stati Uniti. Si
calcola che dal 1993, anno in cui si registrò il primo caso, ad oggi, a
Ciudad Juárez siano state uccise circa mille donne, di età compresa tra i 12 e i 30 anni, di umili origini, per lo più studentesse e lavoratrici delle locali maquilas (fabbriche delle zone franche dove si assemblano i prodotti destinati all’esportazione). Sequestrate all’uscita di scuola o del lavoro, violentate, spesso
torturate, i loro corpi martoriati gettati nelle periferie sabbiose
della cittadina dopo essere stati utilizzati come macabri giocattoli
nella mani delle bande di narcos o di potenti signorotti locali. L’impunità regna sovrana a Juárez, tanto da far dichiarare ad Amnesty International che la città possiede uno dei tassi di impunità più alti del pianeta, rispetto agli omicidi delle donne. Secondo l’autorevole quotidiano messicano ’La Jornada’, soltanto nel 2010 i casi di femminicidio a Juárez sono stati 469, “più del 50 per cento di tutti quelli commessi nei 16 anni precedenti”
. In Italia il termine femminicidio è apparso sulle pagine dei giornali
poco tempo dopo, prima come riferimento esclusivo al caso delle ’morti
di Juárez’, poi entrato anche nel nostro linguaggio comune per indicare l’uccisione di una donna per il solo fatto di essere donna. In America latina e centrale la componente machista, che
come abbiamo visto ebbe un suo ruolo, anche se non
determinante, nell’omicidio delle sorelle Mirabal, ancora oggi
rappresenta un aspetto importante all’origine della maggior parte dei
casi di femminicidio nella regione. Ne rappresenta un fattore culturale o
di costume, ma che è solo la facciata, a volte tragica, a volte
solo caricaturale, ma non meno grave, di un rapporto a svantaggio della
donna in termini di accesso al lavoro e agli studi e quindi di
indipendenza economica. Volendo esprimere il concetto con le parole della dichiarazione dell’ONU del 1993, il machismo rappresenta uno di quei meccanismi “per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”. Le violenze di genere testimoniano comunque che le donne sempre e in
ogni latitudine sono soggette a una doppia forma di discriminazione,
quella di genere e quella di classe (nel caso delle donne migranti
si aggiunge la componente discriminatoria della razza). Sono le donne
delle fasce sociali più povere, quelle delle campagne, le contadine, le
donne indigene, che subiscono più violentemente ogni forma forma di
discriminazione. Sebbene studi recenti rivelano che il numero dei femminicidi in America latina e centrale siano in aumento -
nonostante lo siano anche gli indici di crescita economica e nonostante
la regione sia avviata ormai verso una fase di consolidamento della
democrazia rispetto ai decenni passati, e quindi non sono direttamente
correlati alla povertà e povertà estrema - è evidente che il sistema capitalista che concede il potere dei capitali e dei mezzi di produzione, generalmente gli uomini, può
considerarsi come punto focale e causa della violenza di genere. Come
ebbe a dire una volta Hugo Chávez, presidente del Venezuela, “il capitale è machista”. Oltre alla tesi marxista dell’origine della violenza di genere che
inquadra lo sfruttamento, la subordinazione e la discriminazione delle
donne relativamente alla struttura capitalista e patriarcale, altri studiosi fanno risalire l’origine delle problematiche di genere in America latina alla conquista e alla colonizzazione spagnola. Oggi, invece, a determinare la drammaticità di una situazione di per
sé già gravissima è l’aumento degli alti indici di violenza in generale
che si registrano nella regione, la diffusione ormai fuori da ogni
controllo del narcotraffico e della criminalità ad
esso collegata, che trascina con sé un numero indescrivibile di violenze
commesse contro le donne e di femminicidi. A questo vanno aggiunte la fragilità e l’inefficienza strutturale dei sistemi giudiziari e della pubblica sicurezza. Moni Pizani, rappresentante del Fondo di Sviluppo
delle Nazioni Unite per la Donna – Regione Andina, in un recente
incontro tenutosi a Panama ha affermato che nella in America latina più del 40 per cento delle donne sono state vittima di violenza fisica e il tasso dei maltrattamenti psicologici a danno delle donne nelle relazioni di coppia si colloca in un 50 per cento. Tuttavia la situazione è tragica soprattutto in quello che lei definisce ’triangolo nero’
e cioè la regione compresa tra Guatemala, Salvador e Honduras. Il
Centroamerica infatti, è l’area dove più forti e violente si manifestano
le contraddizioni tra i modelli che provengono dal
nord e che spingono verso un ’progresso’ troppo accelerato in ogni
aspetto della vita umana e invece i ritmi naturali caraibici più lenti e
’antichi’. In Guatemala, uno dei paesi dove la violenza contro le donne raggiunge proporzioni drammatiche, negli ultimi dieci anni 5mila donne sono state sequestrate e assassinate,
nella maggior parte dei casi dopo essere state violentate, torturate e
mutilate; solo nel 2010 secondo dati ONU sono state invece assassinate
675 donne. In Salvador nello stesso anno, 580. In Honduras, nel 2008
sono state 380, e il numero è andato in aumento negli anni successivi al
2009, quando c’è stato un colpo di Stato e sono incrementati anche gli
omicidi e le violenze a sfondo politico. L’unico aspetto positivo, anche se contraddetto dai dati rispetto
all’impunità il fatto che l’America latina e centrale ha fatto enormi
passi avanti rispetto a quella che è la tipificazione del femminicidio nel
Codice Penale dei vari paesi, Guatemala e Costa Rica già dal 2008 e
2007, poi il Cile nel 2010, due stati del Messico, l’Argentina in
discussione in questi giorni, il Perú, tanto per citarne alcuni.
Il
massacro del Circeo è uno dei fatti di cronaca più violenti mai avvenuto in
Italia, consumato sul litorale pontino, nella zona del Circeo e concluso a
Roma tra il 29 e il 30 settembre 1975. Una ragazza morì dopo innumerevoli
torture subìte da parte di un gruppo di neofascisti romani, l'altra restò viva
solo per una distrazione dei criminali, ma la sua vita fu comunque distrutta
per sempre.
Donatella
Colasanti (1958-2005) di 17 anni e Rosaria Lopez (1956-1975) di 19 anni, due
amiche provenienti da famiglie di modesta condizione sociale, residenti in
una zona popolare della capitale, furono invitate ad una festa da Gianni
Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira nella villa di quest'ultimo ubicata sul
promontorio del Circeo, in zona "Punta Rossa", nel comune di San
Felice Circeo.
Le due
ragazze avevano conosciuto Guido ed Izzo pochi giorni prima frequentando
entrambi il bar del famoso Fungo all'EUR, accogliendoli con simpatia dato il
loro habitus garbato ed il comportamento irreprensibile.
Andrea Ghira, 22 anni, figlio di un noto e stimato imprenditore edile, grande
ammiratore del capo del Clan dei marsigliesi, Jacques Berenguer, nel 1973 fu
condannato per una rapina a mano armata compiuta insieme a Angelo Izzo e per
questo scontò venti mesi nel carcere di Rebibbia. Izzo, studente di medicina,
insieme a un paio di amici, nel 1974 aveva violentato due ragazzine ed era
stato condannato a soli due anni e mezzo di reclusione, che comunque non
scontò nemmeno in parte, essendogli stata concessa la sospensione condizionale
della pena. Giovanni "Gianni" Guido, diciannovenne studente di
architettura, anch'egli proveniente da un ambiente agiato, era l'unico
incensurato dei tre.
Una volta
giunte a destinazione intorno alle sei e venti di sera tutto si trasformò in
un incubo, come dalle parole della Colasanti: «Verso le sei e venti, ci
trovavamo tutti e quattro nel giardino della villa quando, improvvisamente,
uno di loro tirò fuori la pistola. Cominciarono a dirci che appartenevano
alla banda dei Marsigliesi e che Jacques, il loro capo, aveva dato l'ordine
di prenderci in quanto voleva due ragazze».
Per più di
un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e
massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di
recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due
malcapitate mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non
mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e
riunirsi ai suoi amici aguzzini. Entrambe vennero drogate. Rosaria Lopez fu
portata nel bagno di sopra della villa, picchiata ed annegata nella vasca da
bagno. Dopo tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la
colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini,
Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto ma fu
scoperta e colpita con una spranga di ferro. Credendole entrambe morte i tre
le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di
Gianni Guido, Raffaele. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero
di andare a cenare in un ristorante. Lasciarono la Fiat 127 con le due
ragazze in via Pola, nel quartiere "Trieste". Donatella Colasanti,
sopravvissuta per miracolo e in preda a choc, approfittò dell'assenza dei ragazzi
per richiamare l'attenzione venendo udita da un metronotte, in servizio, alle
h. 22:50. Subito dopo la volante Cigno dei Carabinieri fece partire un
messaggio-radio cifrato: "Cigno, cigno... c'è un gatto che miagola
dentro una 127 in viale Pola...". A intercettarlo fu anche un
fotoreporter, che pertanto riuscì a essere presente all'apertura del
bagagliaio, alle h. 23:00, dando con le sue foto un volto alla morte.
Izzo e
Guido furono arrestati entro poche ore (è nota una foto d'archivio in cui
Izzo esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), Ghira, grazie a
una soffiata, non sarà mai catturato. La Colasanti fu ricoverata in ospedale
con ferite gravi e frattura del naso, guaribili in più di trenta giorni, e
gravissimi danni psicologici.
Grande
apporto alle indagini fu dato dai Carabinieri, comandati dal Maresciallo
Simonetti Gesualdo, che seppero ben ricostruire, anche grazie alle
deposizioni della Colasanti, la dinamica del massacro. La giovane Donatella,
costituitasi poi parte civile contro i suoi carnefici, venne rappresentata
dall'avvocato Tina Lagostena Bassi nel processo.
Diverse
associazioni femministe si costituirono parte civile e presenziarono al
processo. Il 29 luglio 1976 arrivò la sentenza in primo grado, ergastolo per
Gianni Guido e Angelo Izzo, ergastolo in contumacia per Andrea Ghira. I
giudici non concessero alcuna attenuante.
Ghira
fuggì in Spagna e si arruolò nel Tercio (Legione spagnola) (da cui venne
espulso per abuso di stupefacenti nel 1994) con il falso nome di Massimo
Testa de Andres. Ghira sarebbe morto di overdose nel 1994 e sarebbe stato
sepolto nel cimitero di Melilla, enclave spagnola in Africa, sotto falso
nome. Nel dicembre 2005 il suo cadavere fu ufficialmente identificato
mediante esame del DNA. I familiari delle vittime hanno tuttavia contestato
le conclusioni della perizia, sostenendo che le ossa sarebbero quelle di un
parente di Ghira. Esiste d'altra parte una foto del 1995, scattata dai
Carabinieri a Roma, che ritrae un uomo camminare in una zona periferica della
città: l'analisi dell'immagine al computer ha confermato che si trattava di
Andrea Ghira.
Nel corso
degli anni suoi avvistamenti sono stati segnalati in Brasile, Kenya,
Sudafrica.
Guido e
Izzo nel gennaio 1977 presero in ostaggio una guardia carceraria e tentarono
di evadere dal carcere di Latina, senza successo.
La
sentenza viene modificata in appello il 28 ottobre 1980 per Gianni Guido. La
condanna gli viene ridotta a trenta anni, dopo la dichiarazione di pentimento
e la accettazione da parte della famiglia della ragazza uccisa di un
risarcimento.
Gianni
Guido riuscì in seguito ad evadere dal carcere di San Gimignano nel gennaio
del 1981. Fuggì a Buenos Aires dove però venne riconosciuto ed arrestato,
poco più di due anni dopo. In attesa dell'estradizione, nell'aprile del 1985
riuscì ancora a fuggire, ma nel giugno del 1994, fu di nuovo catturato a
Panama, dove si era rifatto una vita come commerciante di autovetture, ed
estradato in Italia.
Nel
novembre del 2004, nonostante la condanna pendente, i giudici del tribunale
di sorveglianza di Palermo decidono di concedere a Izzo la semilibertà. ll
criminale comincia a beneficiarne a partire dal 27 dicembre e ne approfitta
presto per fare nuove vittime, Maria Carmela Linciano (49 anni) e Valentina
Maiorano (14 anni), rispettivamente moglie e figlia di un pentito della Sacra
Corona Unita che Izzo conobbe in carcere a Campobasso. Il 28 aprile del 2005
le due donne sono state legate e soffocate (è stato accertato, dopo vari
esami autoptici, che la ragazza non ha subito violenza sessuale) e infine
sepolte nel cortile di una villetta a Mirabello Sannitico in provincia di
Campobasso, di proprietà di un ex detenuto amico di Izzo. Questo nuovo fatto
di sangue ha scatenato in Italia roventi polemiche sulla giustizia. Il 12 gennaio
2007 Izzo è stato condannato all'ergastolo per questo crimine, condanna
confermata anche in Appello.
Donatella
Colasanti è morta all'età di 47 anni, il 30 dicembre 2005 a Roma per un
tumore al seno, ancora duramente sconvolta per la violenza subita 30 anni
prima. Avrebbe voluto assistere al nuovo processo contro Izzo. Le sue ultime
parole sono state "Battiamoci per la verità".