Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia. Mostra tutti i post

mercoledì 23 ottobre 2013

Qatar, sentenza definitiva: 15 anni per il poeta del Gelsomino

Muhammed al Ajami e' stato condannato a 15 anni di carcere duro per la sua poesia sulla rivoluzione tunisina che punta l'indice anche contro emiri e re del Golfo
 




martedì 22 ottobre 2013 14:04



di Michele Giorgio

Roma, 22 ottobre 2013, Nena News - Nessuna clemenza per Ibn al-Dheeb colpevole di avere scritto in una poesia "siamo tutti Tunisia di fronte all'elite repressiva". Il poeta qatarino Muhammad al-Ajami, piu' noto come Ibn al-Dheeb, e' stato condannato dalla Corte di Cassazione di Doha a 15 anni di reclusione per quel verso ritenuto ostile all'emirato del Qatar. Il suo avvocato, Néjib al-Naimi, ha parlato di "sentenza politica" - sulla quale non ci sono dubbi - e ha auspicato un atto di grazia da parte del nuovo emiro, Tamim bin Hamad al-Thani. Grazia alla quale pochi credono. I regnanti assoluti del Qatar, impegnati con armi e soldi a "portare la democrazia" a casa del nemico Bashar Assad, non hanno alcuna intenzione di allentare la morsa della repressione a casa loro.



Poeta 36enne, al Ajami era stato arrestato per la sua poesia intitolata 'Gelsomino Tunisino' in cui si legge la "frase incriminata". La Cassazione lo ha riconosciuto colpevole di avere "incitato alla rivolta" contro l'emirato, stretto alleato degli Stati Uniti.

Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno espresso parole di condanna fin dall'arresto del poeta. Amnesty International defini' la sentenza all'ergastolo pronunciata nel 2012, poi ridotta a 15 anni, come "un'oltraggiosa violazione della liberta' di espressione".

Al Ajami ha commesso un altro "reato", avere spiegato che l'ex emiro Hamad bin Khalifa al-Thani e gli altri sceicchi del Qatar "passano il tempo a giocare alla playstation".

La vicenda di al Ajami risale a un anno fa. Lo scorso 16 novembre fu arrestato e il 29 novembre condannato all'ergastolo per la poesia che, secondo le autorita', esortava la popolazione al colpo di Stato. "Il processo a cui è stato sottoposto non è stato equo", commento' Cecile Pouilly, portavoce dell'Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani, riportando alla stampa l'irregolarità della procedura processuale e il fatto che il processo stesso si fosse tenuto a porte chiuse.

Gli avvocati del poeta e osservatori esterni infatti non furono ammessi in tribunale e lo stesso Al Ajami era assente al momento della lettura della sentenza.

Il successivo 27 gennaio, probabilmente per le pressioni internazionali, ad al Ajami la pena e' stata ridotta a 15 anni. Sentenza ora confermata dalla Cassazione.

La poesia "Tunisian Jasmine" era stata scritta da Al Ajami in sostegno alle rivolte della Primavera Araba. Ne riportiamo la traduzione, a cura di Marta Ghezzi per Osservatorio Iraq.

"Oh signor primo ministro, oh Mohammad al-Ghannoushi

se guardiamo al tuo potere, esso non deriva dalla Costituzione.

Non piangiamo Ben Ali, né piangiamo la sua epoca, che rappresenta solo un piccolo punto nella linea della storia.

La dittatura è un sistema repressivo e tirannico, la Tunisia ha annunciato la sua rivolta popolare.

Se critichiamo, critichiamo solo ciò che è meschino e infimo se cantiamo lodi, lo facciamo in prima persona.

La rivolta è iniziata con il sangue del popolo, ribelle, e ha dipinto la liberazione sui volti di ogni essere vivo.

Sappiamo che faranno ciò che vogliono e sappiamo che tutte le vittorie portano con sé eventi tragici, ma povero quel Paese che fa dell'ignoranza il suo governante e crede nella forza delle forze americane, e povero quel Paese che affama il suo popolo mentre il governo gioisce dei successi economici, e povero quel Paese i cui cittadini si addormentano con la cittadinanza e si svegliano senza, e povero quel sistema che eredita repressione.

Fino a quando sarete schiavi di tanto egoismo?

Quando il popolo prenderà coscienza del suo vero valore?

Quel valore che gli viene nascosto e che presto dimentica?

Perché i governi non scelgono mai il modo per porre fine al sistema del potere tirannico che sa della sua malattia e insieme avvelena il suo popolo, che sa che domani sulla sua sedia si siederà il suo successore.

Non tiene in conto che la patria porta il nome suo e della sua famiglia, quella stessa patria che conserva la sua gloria nelle glorie del popolo, quel popolo che risponde con una voce sola ad un solo destino: siamo tutti tunisini davanti all'oppressore!

I governi arabi, e chi li guida, tutti ugualmente ladri.

Quella domanda che toglie il sonno a chi se la pone, non troverà risposta in chi incarna l'ufficiale.

Se possiamo importare ogni cosa dall'Occidente, perché non importiamo anche i diritti e la libertà?



Fonte:

mercoledì 20 marzo 2013

20 marzo 2003, dieci anni fa le bombe su Baghdad

Lo scoppio della seconda guerra del Golfo visto con i versi di un militante internazionalista scomparso anche lui: Dino Frisullo.

mercoledì 20 marzo 2013 03:18






di Dino Frisullo*


Livide d'improvviso le luci di montagna.

Ferma e dolente la luce delle stelle.

Ammutoliti i richiami degli uccelli.

Alle quattro del mattino

la luna piena chiede silenzio al mondo.

Poggia l'orecchio al suolo e ascolta.

Le prime bombe su Baghdad

vibrano dalla terra nelle viscere..

Dopo ogni scoppio la lunga eco

e un milione di cuori di madri all'unisono

è il loro respiro affannoso

che l'Eufrate porta al mare come un grido.

Dorme Khawla la principessina

sulla corona di plastica preme un cuscino sua madre

si chiede se dovrà premere più forte

quando giungerà l'onda d'urto della bomba.

Dopo gli scoppi il tuono immenso

non è il mar rosso che s'innalza a spezzare la portaerei una ad una,

non è il deserto che si leva

a spazzare i blindati con fiato rovente di sabbia:

è il fragore di milioni di ruote

carri carretti motocicli in fuga

kurdi arabi povera gente stracci

danni correlati.

Nelle basi sibillano i video.

Sono limitati i computer dei signori della guerra.

Non registreranno il respiro il palpito il pianto.

Non avvertono il terrore e l'ira del mondo.

Non sentiranno aprirsi le acque del Mar Rosso. 


*Le prime bombe della Seconda guerra del Golfo caddero su Baghdad nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003. Cinque anni dopo venne calcolato che costò più di 500 miliardi di dollari per una strage di civili iracheni, soprattutto, almeno 650mila civili, dieci volte più dei 63mila militari iracheni uccisi e cento volte più dei 5-6mila tra soldati e contractors occidentali. Gli italiani caduti furono 36. Ricordiamo l'orrore di quella notte con i versi di Dino Frisullo.

Nato il 5/6/1952 e morto nel giorno del suo cinquantunesimo compleanno, Frisullo era nato in Puglia, vissuto tra Roma e Perugia. Militante della nuova sinistra prima in Avanguardia operaia, poi in Democrazia proletaria fino al suo epilogo.

Nel 1980-81 è in Irpinia durante il terremoto nell'attività di solidarietà e nelle lotte. Alla fine degli anni Ottanta a Roma, l'impatto con le lotte degli immigrati, l'esperienza della Pantanella, l'incontro con don Luigi Di Liegro, l'impegno con l'ancora esistente associazione Senzaconfine e il particolare legame con la comunità del Bangladesh, infine portavoce della disciolta Rete anti-razzista.

Ha lavorato a sostegno della prima intifada in Palestina attraverso strutture di cooperazione internazionale, in particolare attraverso l'associazione Al Ard. L'arrivo dei rappresentanti della lotta di liberazione kurda in Italia lo porta prima tra le fila dei sostenitori della causa kurda e delle rivendicazioni dei diritti del popolo negato in Turchia, poi in Turchia dove viene arrestato e processato. Inizialmente imputato per istigazione al separatismo, l'accusa viene poi "derubricata" in apologia di terrorismo per poterlo scarcerare ed espellere, con una sentenza ad un anno e mezzo di reclusione. Questa esperienza dopo 40 giorni di carcere e un processo, radicalizza il suo sostegno alla lotta kurda e lo spinge ad approfondire conoscenza e vicinanza. Tra i fondatori dell'Associazione nazionale "Azad per la libertà del popolo kurdo" ne è il portavoce fino all'ultimo.

Contemporaneamente, è fautore e sostenitore della presenza degli esuli kurdi a Roma, contribuendo al loro stanziamento nel Campo Boario e all'istituzione del Centro socio-culturale Ararat. Attivo e partecipe nei giorni della presenza di Abdullah Ocalan in Italia.

E' stato anche un giornalista militante, ha collaborato con il Manifesto e Liberazione e il settimanale Avvenimenti. Nell'estate del 2000 fu premiato per il racconto "Il giuramento", ispirato all'incendio del Serraino Vulpitta, centro di detenzione per immigrati in Sicilia.

Una raccolta dei suoi scritti è stata pubblicata dalle edizioni Alegre: "Con lo sguardo delle vittime. Guerre, migrazioni, solidarietà".



Fonte:

giovedì 21 febbraio 2013

Nazih Abu Afash, poeta siriano...


 

 

Mi chiese il boia:

dove vuoi che ti tagli la testa?

Risposi: non so.

Suvvia, cerchiamo un posto adatto.

Girammo per le strade,

entrammo nei caffè,

ci intrufolammo nelle baracche dei comandanti gli eserciti,

bussammo alle porte di conoscenti.

Cercammo nelle piazze, nei libri, nelle foci dei fiumi…

ma non trovammo un luogo adatto per uccidere un uomo!

Al mio compagno non restò

che uccidermi in mezzo alla strada. (Nazih Abu Afash, poeta siriano)



Fonte:

http://ninofezzacinereporter.blogspot.it/2013/02/nazih-abu-afash-poeta-siriano.html

venerdì 28 dicembre 2012

Qatar. Carcere a vita per al-Ajami, il poeta delle rivolte arabe

"La rivolta è iniziata con il sangue del popolo, ribelle, e ha dipinto la liberazione sui volti di ogni essere vivo", mentre "i governi arabi, e chi li guida, sono tutti, ugualmente, ladri". Ecco la traduzione del testo del 'poeta della rivoluzione'. 


di Anna Toro

Condannato all’ergastolo per “aver insultato il regime, offeso l'emiro al-Thani, e attaccato la Costituzione”, al-Ajami è l'autore della poesia Tunisian Jasmine, che qui potete leggere nella sua traduzione integrale.
Oggi, attivisti e intellettuali si mobilitano per salvarlo.
La sentenza, per il poeta qatariota Muhammad Ibn al-Dheeb al-Ajami, è arrivata a fine novembre, dopo un processo a porte chiuse rinviato per ben 5 volte.
Per mesi il poeta è stato sottoposto a un regime di isolamento assoluto, senza nessun contatto con famigliari e amici.
Visto che anche tutte le udienze si sono svolte in segreto, la causa ufficiale dell'arresto, avvenuto il 16 novembre di un anno fa, è ancora poco chiara.

In una copia della sentenza che Amnesty International è riuscita a procurarsi, non si fa infatti alcuna menzione dell'accusa, ma secondo gli attivisti per i diritti umani il tutto risalirebbe alla poesia, “Tunisian Jasmine”, scritta dal al-Ajami a sostegno delle rivolte arabe del 2011.

Ecco la traduzione della poesia:*
Oh signor primo ministro, oh Mohammad al-Ghannoushi
se guardiamo al tuo potere, esso non deriva dalla Costituzione.
Non piangiamo Ben Ali, nè piangiamo la sua epoca, che rappresenta solo un piccolo punto nella linea della storia.
La dittatura è un sistema repressivo e tirannico la Tunisia ha annunciato la sua rivolta popolare.
Se critichiamo, critichiamo solo ciò che è meschino e infimo
se cantiamo lodi, lo facciamo in prima persona.
La rivolta è iniziata con il sangue del popolo, ribelle, e ha dipinto la liberazione sui volti di ogni essere vivo.
Sappiamo che faranno ciò che vogliono e sappiamo che tutte le vittorie portano con sé eventi tragici,
ma povero quel paese che fa dell'ignoranza il suo governante e crede nella forza delle forze americane
e povero quel paese che affama il suo popolo mentre il governo gioisce dei successi economici e povero quel paese i cui cittadini si addormentano con la cittadinanza e si svegliano senza e povero quel sistema che eredita repressione.
Fino a quando sarete schiavi di tanto egoismo?
Quando il popolo prenderà coscienza del suo vero valore?
Quel valore che gli viene nascosto e che presto dimentica?
Perché i governi non scelgono mai il modo per porre fine al sistema del potere tirannico che sa della sua malattia e insieme avvelena il suo popolo che sa che domani sulla sua sedia si siederà il suo successore
Non tiene in conto che la patria porta il nome suo, e della sua famiglia, quella stessa patria che conserva la sua gloria nelle glorie del popolo, quel popolo che risponde con una voce sola ad un solo destino: siamo tutti tunisini davanti all'oppressore!
I governi arabi, e chi li guida, tutti, ugualmente, ladri.
Quella domanda che toglie il sonno a chi se la pone, non troverà risposta in chi incarna l'ufficiale.
Se possiamo importare ogni cosa dall'Occidente, perchè non importiamo anche i diritti e la libertà?


“Un potente appello perché si metta fine a delle condizioni intollerabili, una richiesta che negli ultimi due anni è stata espressa da milioni di persone in tutto il Nord Africa e il mondo arabo”, scrivono gli autori della petizione che chiede la liberazione del poeta, già firmata da numerosi intellettuali e artisti di tutto il mondo.
Amnesty International non ha mancato di denunciare le irregolarità durante il processo: come il fatto che gli osservatori, ma spesso perfino il suo avvocato, non siano stati autorizzati a entrare nella sala di udienza, e che al-Ajami era assente alla pronuncia del verdetto.
Per l'organizzazione per i diritti umani, la condanna all’ergastolo nei confronti del poeta qatariota “è manifestamente una violazione scandalosa della libertà di espressione”.
“E' deplorevole – continua il direttore per il Medio Oriente e Nord Africa, Phillip Luther – che il Qatar, che ama dipingersi agli occhi di tutto il mondo come un Paese promotore della libertà di espressione, vada avanti in ciò che appare come un flagrante abuso di questo diritto”.
Intanto l'avvocato del poeta, Nagib al-Naimi, ha già annunciato il ricorso in appello.

*traduzione dall'arabo a cura di Marta Ghezzi

Sotto, il video della poesia recitata in arabo.


28 dicembre 2012






Fonte:

giovedì 1 novembre 2012

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini nasce il 5 marzo del 1922 a Bologna. Primogenito di Carlo Alberto Pasolini, tenente di fanteria, e di Susanna Colussi, maestra elementare. Il padre, di vecchia famiglia ravennate, di cui ha dissipato il patrimonio sposa Susanna nel dicembre del 1921 a Casarsa. Dopodiché gli sposi si trasferiscono a Bologna.
Lo stesso Pasolini dirà di se stesso: "Sono nato in una famiglia tipicamente rappresentativa della societa' italiana: un vero prodotto dell'incrocio... Un prodotto dell'unita' d'Italia. Mio padre discendeva da un'antica famiglia nobile della Romagna, mia madre, al contrario, viene da una famiglia di contadini friulani che si sono a poco a poco innalzati, col tempo, alla condizione piccolo-borghese. Dalla parte di mio nonno materno erano del ramo della distilleria. La madre di mia madre era piemontese, cio' non le impedi' affatto di avere egualmente legami con la Sicilia e la regione di Roma"
Nel 1925, a Belluno, nasce il secondogenito, Guido. Visti i numerosi spostamenti, l'unico punto di riferimento della famiglia Pasolini rimane Casarsa. Pier Paolo vive con la madre un rapporto di simbiosi, mentre si accentuano i contrasti col padre. Guido invece vive in una sorta di venerazione per lui, ammirazione che lo accompagnerà fino al giorno della sua morte.
Nel 1928 è l'esordio poetico: Pier Paolo annota su un quadernetto una serie di poesie accompagnate da disegni. Il quadernetto, a cui ne seguirono altri, andrà perduto nel periodo bellico.

Ottiene il passaggio dalle elementari al ginnasio che frequenta a Conegliano. Negli anni del liceo dà vita, insieme a Luciano Serra, Franco Farolfi, Ermes Parini e Fabio Mauri, ad un gruppo letterario per la discussione di poesie.
Conclude gli studi liceali e, a soli 17 anni si iscrive all'Università di Bologna, facoltà di lettere. Collabora a "Il Setaccio", il periodico del GIL bolognese e in questo periodo scrive poesie in friulano e in italiano, che saranno raccolte in un primo volume, "Poesie a Casarsa".
Partecipa inoltre alla realizzazione di un'altra rivista, "Stroligut", con altri amici letterati friulani, con i quali crea l' "Academiuta di lenga frulana".

L'uso del dialetto rappresenta in qualche modo un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse. Pasolini tenta appunto di portare anche a sinistra un approfondimento, in senso dialettale, della cultura.
Scoppia la seconda guerra mondiale, periodo estremamente difficile per lui, come si intuisce dalle sue lettere. Viene arruolato sotto le armi a Livorno, nel 1943 ma, all'indomani dell'8 settembre disobbedisce all'ordine di consegnare le armi ai tedeschi e fugge. Dopo vari spostamenti in Italia torna a Casarsa. La famiglia Pasolini decide di recarsi a Versuta, al di là del Tagliamento, luogo meno esposto ai bombardamenti alleati e agli assedi tedeschi. Qui insegna ai ragazzi dei primi anni del ginnasio. Ma l'avvenimento che segnerà quegli anni e' la morte del fratello Guido, aggregatosi alla divisione partigiana "Osoppo".
Nel febbraio del 1945 Guido venne massacrato, insieme al comando della divisione osavana presso le malghe di Porzus: un centinaio di garibaldini si era avvicinata fingendosi degli sbandati, catturando in seguito quelli della Osoppo e passandoli per le armi. Guido, seppure ferito, riesce a fuggire e viene ospitato da una contadina. Viene trovato dai garibaldini, trascinato fuori e massacrato. La famiglia Pasolini saprà della morte e delle circostanze solo a conflitto terminato. La morte di Guido avrà effetti devastanti per la famiglia Pasolini, soprattutto per la madre, distrutta dal dolore. Il rapporto tra Pier Paolo e la madre diviene così ancora più stretto, anche a causa del ritorno del padre dalla prigionia in Kenia:
Nel 1945 Pasolini si laurea discutendo una tesi intitolata "Antologia della lirica pascoliniana (introduzione e commenti) e si stabilisce definitivamente in Friuli. Qui trova lavoro come insegnante in una scuola media di Valvassone, in provincia di Udine.
In questi anni comincia la sua militanza politica. Nel 1947 si avvicina al PCI, cominciando la collaborazione al settimanale del partito "Lotta e lavoro". Diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa, ma non viene visto di buon occhio nel partito e, soprattutto, dagli intellettuali comunisti friulani. Le ragioni del contrasto sono linguistiche. Gli intellettuali "organici" scrivono servendosi della lingua del novecento, mentre Pasolini scrive con la lingua del popolo senza fra l'altro cimentarsi per forza in soggetti politici. Agli occhi di molti tutto ciò risulta inammisibile: molti comunisti vedono in lui un sospetto disinteresse per il realismo socialista, un certo cosmopolitismo, e un'eccessiva attenzione per la cultura borghese.
Questo, di fatto, è l'unico periodo in cui Pasolini si sia impegnato attivamente nella lotta politica, anni in cui scriveva e disegnava manifesti di denuncia contro il costituito potere demoscristiano.
Il 15 ottobre del 1949 viene segnalato ai Carabinieri di Cordovado per corruzione di minorenne avvenuta, secondo l'accusa nella frazione di Ramuscello: è l'inizio di una delicata ed umiliante trafila giudiziaria che cambierà per sempre la sua vita. Dopo questo processo molti altri ne seguirono, ma è lecito pensare che se non vi fosse stato questo primo procedimento gli altri non sarebbero seguiti.
E' un periodo di contrapposizioni molto aspre tra la sinistra e la DC, e Pasolini, per la sua posizione di intellettuale comunista e anticlericale rappresenta un bersaglio ideale. La denuncia per i fatti di Ramuscello viene ripresa sia dalla destra che dalla sinistra: prima ancora che si svolga il processo, il 26 ottobre 1949.
Pasolini si trova proiettato nel giro di qualche giorno in un baratro apparentemente senza uscita. La risonanza a Casarsa dei fatti di Ramuscello avra' una vasta eco. Davanti ai carabinieri cerca di giustificare quei fatti, intrinsecamente confermando le accuse, come un'esperienza eccezionale, una sorta di sbandamento intellettuale: ciò non fa che peggiorare la sua posizione: espulso dal PCI, perde il posto di insegnante, e si incrina momentaneamente il rapporto con la madre. Decide allora di fuggire da Casarsa, dal suo Friuli spesso mitizzato e insieme alla madre si trasferisce a Roma.
I primi anni romani sono dificilissimi, proiettato in una realtà del tutto nuova e inedita quale quella delle borgate romane. Sono tempi d'insicurezza, di povertà, di solitudine.
Pasolini, piuttosto che chiedere aiuto ai letterati che conosce, cerca di trovarsi un lavoro da solo. Tenta la strada del cinema, ottenendo la parte di generico a Cinecittà, fa il correttore di bozze e vende i suoi libri nelle bancarelle rionali.
Finalmente, grazie al poeta il lingua abbruzzese Vittori Clemente trova lavoro come insegnante in una scuola di Ciampino.
Sono gli anni in cui, nelle sue opere letterarie, trasferisce la mitizzazione delle campagne friulane nella cornice disordinata della borgate romane, viste come centro della storia, da cui prende spunto un doloroso processo di crescita. Nasce insomma il mito del sottoproletariato romano.
Prepara le antologie sulla poesia dialettale; collabora a "Paragone", una rivista di Anna Banti e Roberto Longhi. Proprio su "Paragone", pubblica la prima versione del primo capitolo di "Ragazzi di vita".
Angioletti lo chiama a far parte della sezione letteraria del giornale radio, accanto a Carlo Emilio Gadda, Leone Piccioni e Giulio Cartaneo. Sono definitivamente alle spalle i difficili primi anni romani. Nel 1954 abbandona l'insegnamento e si stabilisce a Monteverde Vecchio. Pubblica il suo primo importante volume di poesie dialettali: "La meglio gioventu'".
Nel 1955 viene pubblicato da Garzanti il romanzo "Ragazzi di vita", che ottiene un vasto successo, sia di critica che di lettori. Il giudizio della cultura ufficiale della sinistra, e in particolare del PCI, è però in gran parte negativo. Il libro viene definito intriso di "gusto morboso, dello sporco, dell'abbietto, dello scomposto, del torbido.."
La Presidenza del Consiglio (nella persona dell'allora ministro degli interni, Tambroni) promuove un'azione giudiziaria contro Pasolini e Livio Garzanti. Il processo da' luogo all'assoluzione "perche' il fatto non costituisce reato". Il libro, per un anno tolto alle librerie, viene dissequestrato. Pasolini diventa però uno dei bersagli preferiti dai giornali di cronaca nera; viene accusato di reati al limite del grottesco: favoreggiamento per rissa e furto; rapina a mano armata ai danni di un bar limitrofo a un distributore di benzina a S. Felice Circeo.
La passione per il cinema lo tiene comunque molto impegnato. Nel 1957, insieme a Sergio Citti, collabora al film di Fellini, "Le notti di Cabiria", stendendone i dialoghi nella parlata romana, poi firme sceneggiature insieme a Bolognini, Rosi, Vancini e Lizzani, col quale esordisce come attore nel film "Il gobbo" del 1960.
In quegli anni collabora anche alla rivista "Officina" accanto a Leonetti, Roversi, Fortini, Romano', Scalia. Nel 1957 pubblica i poemetti "Le ceneri di Gramsci" per Garzanti e, l'anno successivo, per Longanesi, "L'usignolo della Chiesa cattolica". Nel 1960 Garzanti pubblica i saggi "Passione e ideologia", e nel 1961 un altro volume in versi "La religione del mio tempo".

Nel 1961 realizza il suo primo film da regista e soggettista, "Accattone". Il film viene vietato ai minori di anni diciotto e suscita non poche polemiche alla XXII mostra del cinema di Venezia. Nel 1962 dirige "Mamma Roma". Nel 1963 l'episodio "La ricotta" (inserito nel film a più mani "RoGoPaG"), viene sequestrato e Pasolini e' imputato per reato di vilipendio alla religione dello Stato. Nel '64 dirige "Il vangelo secondo Matteo"; nel '65 "Uccellacci e Uccellini"; nel '67 "Edipo re"; nel '68 "Teorema"; nel '69 "Porcile"; nel '70 "Medea"; tra il '70 e il '74 la triologia della vita, o del sesso, ovvero "Il Decameron", "I racconti di Canterbury" e "Il fiore delle mille e una notte"; per concludere col suo ultimo "Salo' o le 120 giornate di Sodoma" nel 1975.
Il cinema lo porta a intraprendere numerosi viaggi all'estero: nel 1961 e', con Elsa Morante e Moravia, in India; nel 1962 in Sudan e Kenia; nel 1963 in Ghana, Nigeria, Guinea, Israele e Giordania (da cui trarrà un documentario dal titolo "Sopralluoghi in Palestina").
Nel 1966, in occasione della presentazione di "Accattone" e "Mamma Roma" al festival di New York, compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti; rimane molto colpito, soprattutto da New York. Nel 1968 e' di nuovo in India per girare un documentario. Nel 1970 torna in Africa: in Uganda e Tanzania, da cui trarrà il documentario "Appunti per un'Orestiade africana".
Nel 1972, presso Garzanti, pubblica i suoi interventi critici, soprattutto di critica cinematografica, nel volume "Empirismo eretico".
Essendo ormai i pieni anni settanta, non bisogna dimenticare il clima che si respirava in quegli anni, ossia quello della contestazione studentesca. Pasolini assume anche in questo caso una posizione originale rispetto al resto della cultura di sinistra. Pur accettando e appoggiando le motivazioni ideologiche degli studenti, ritiene in fondo che questi siano antropologicamente dei borghesi destinati, in quanto tali, a fallire nelle loro aspirazioni rivoluzionarie.

Tornando ai fatti riguardanti la produzione artistica, nel 1968 ritira dalla competizione del Premio Strega il suo romanzo "Teorema" e accetta di partecipare alla XXIX mostra del cinema di Venezia solo dopo che, come gli viene garantito, non ci saranno votazioni e premiazioni. Pasolini è tra i maggiori sostenitori dell'Associazione Autori Cinematografici che si batte per ottenere l'autogestione della mostra. Il 4 settembre il film "Teorema" viene proiettato per la critica in un clima arroventato. L'autore interviene alla proiezione del film per ribadire che il film è presente alla Mostra solo per volontà del produttore ma, in quanto autore, prega i critici di abbandonare la sala, richiesta che non viene minimamente rispettata. La conseguenza è che Pasolini si rifiuta di partecipare alla tradizionale conferenza stampa, invitando i giornalisti nel giardino di un albergo per parlare non del film, ma della situazione della Biennale.
Nel 1972 decide di collaborare con i giovani di Lotta Continua, ed insieme ad alcuni di loro, tra cui Bonfanti e Fofi, firma il documentario 12 dicembre. Nel 1973 comincia la sua collaborazione al "Corriere della sera", con interventi critici sui problemi del paese. Presso Garzanti, pubblica la raccolta di interventi critici "Scritti corsari", e ripropone le poesia friulana in una forma del tutto peculiare sotto il titolo di "La nuova gioventu'".
La mattina del 2 novembre 1975, sul litorale romane ad Ostia, in un campo incolto in via dell'idroscalo, una donna, Maria Teresa Lollobrigida, scopre il cadavere di un uomo. Sarà Ninetto Davoli a riconoscere il corpo di Pier Paolo Pasolini. Nella notte i carabinieri fermano un giovane, Giuseppe Pelosi, detto "Pino la rana" alla guida di una Giulietta 2000 che risulterà di proprietà proprio di Pasolini. Il ragazzo, interrogato dai carabinieri, e di fronte all'evidenza dei fatti, confessa l'omicidio. Racconta di aver incontrato lo scrittore presso la Stazione Termini, e dopo una cena in un ristorante, di aver raggiunto il luogo del ritrovamento del cadavere; lì, secondo la versione di Pelosi, il poeta avrebbe tentato un approccio sessuale, e vistosi respinto, avrebbe reagito violentemente: da qui, la reazione del ragazzo.
Il processo che ne segue porta alla luce retroscena inquietanti. Si paventa da diverse parti il concorso di altri nell'omicidio ma purtroppo non vi sarà arriverà mai ad accertare con chiarezza la dinamica dell'omicidio. Piero Pelosi viene condannato, unico colpevole, per la morte di Pasolini.
Il corpo di Pasolini è sepolto a Casarsa.


Memoriale tratto da Biografieonline.it

Fonte:

http://www.pierpaolopasolini.it/biografia.htm


"L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo". Pier Paolo Pasolini 
Vie Nuove n. 36, 6 settembre 1962















lunedì 29 ottobre 2012

IL MASSACRO DI KAFR QASIM


File:Kafr Quasim Memorial, Israel.jpg

 Fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/File:Kafr_Quasim_Memorial,_Israel.jpg

 

Il 29 ottobre 1956, alcune unita' delle Guardie di Frontiera israeliane, in giro per il Triangolo di villaggi, giunti a Kafr Qasim, ingiunsero alla popolazione di restare in casa avendo ordinato che il coprifuoco cominciasse un'ora prima del solito. Piu' di 40 lavoratori che coltivavano i campi dei dintorni, giunti in ritardo in citta', furono fatti allineare e sparati alla schiena a bruciapelo. Il governo israeliano, aiutato dalla stampa, fece tutto quanto era possibile affinche' la verita' sulla strage restasse nascosta. Si parlo' di errore e si cercarono i colpevoli, che furono identificati in Lt.Daham e nel Maggiore Melindi: questi, colpevoli dell'omicidio di 43 persone, furono condannati a pene miti, poi ridotte di un terzo, e, alla fine, nel settembre 1960, Daham ebbe l'incarico di Ufficiale per gli Affari Arabi al municipio di Ramle.


 
Kufr Qassem”

un villaggio che sogna
il grano, i fiori della violetta
e lo sposalizio delle colombe.
Mieteteli in un solo colpo
mieteteli … mieteteli.
Un bosco d’ulivi
era sempre verde
era,   amore mio.
Certo, cinquanta vittime
fecero di essa al tramonto
un stagno rosso,
cinquanta vittime.
Amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.  
Ti dedico ogni cosa
l’ombra e la luce
l’anello dello sposalizio
e tutto cio' che desideri
ti dedico un giardino
di fichi e   ulivi.
Verro' da te come tutte le notti
introducendomi dalla finestra
e nel sogno
ti lancero' un gelsomino.
Non rimproverarmi
se tardero' un poco
loro, mi hanno fermato
o amore mio, non rimproverarmi
mi hanno assassinato
mi hanno assassinato.
“Kufr Qassem”
Sono tornato dalla morte
per vivere … per cantare
  lasciami prendere la mia voce
da una ferita incandescente
e aiutami sul rancore, che
semina spine nel mio cuore.
Sono l’inviato di una ferita
sulla quale non si tratta,
il flagello del boia mi insegno'
a camminare sulla mia ferita,
camminare … camminare
e resistere !

Mahmud Darwish

Fonte:

http://www.arabcomint.com/perchesuona.htm


.
[…] [La] poesia intitolata “L’assassinato n.48 […] parla della vittima numero 48 caduta nel massacro di Kufr Qasim. Gli assassini trovarono nel petto della vittima una lanterna di rose e una luna … e sul corpo una scatola di zolfanelli, un passaporto… e sul morbido braccio dei tatuaggi. Quindi, come si intuisce dalla poesia, la vittima era un giovane, che, come tutti i giovani di nobili sentimenti, pensava ad un futuro migliore e ad una vita colma di bene. Il poeta ci descrive un’ immagine della tragedia che avviluppò questo piccolo villaggio allorché il buio iniziò ad intensificarsi sul cielo della Palestina, sino ad avere il sopravvento sulla luce.



Assassinato n.48


Nel suo petto trovarono
una lanterna di rose
e una luna.

Giaceva morto su una pietra
trovarono … monetine
nella sua tasca,
e sopra di lui
una scatola di zolfanelli
e un passaporto.

Sul morbido braccio, invece,
c’erano dei tatuaggi.
La madre l’aveva baciato,
l’aveva pianto un anno dopo l’altro.

Spini cervini gli crebbero negli occhi
e le tenebre si addensarono.

Anche il fratello, quando crebbe,
e andò per le vie della città
cercandosi un lavoro, lo buttarono in cella.

Lui non possedeva un passaporto,
ma portava per le strade
una cassa di marciume… ed altre casse …

O bambini del mio paese:
cosi morì la luna !
 

Mahmud Darwish

Fonte:

mercoledì 19 settembre 2012

Ambientalista, pacifista e poeta: il sogno spezzato di Miccoli




Claudio, studente ventenne ucciso nel 1978 dai fascisti
9 ottobre 2011 - Antonella Cilento
Fonte: Il Mattino

Ha quest'aria serena da santo indù, o da eroe risorgimentale con barba e capelli leonini Claudio Miccoli nella foto che lo ritrae, appena ventenne. Ha già un'aria adulta, ben più adulta di chi oggi ha vent'anni, proprio com'era degli uomini in altri tempi. Serio, forse malinconico di fronte alla macchina fotografica, ma fiducioso. Ecco un pezzo di storia recente, la storia di un eroe che non voleva diventarlo.
Per quanto abusata e fuori moda sia la parola «eroe», specie in questi anni cosmetici e pubblicitari, pure ne esistono e sono assai spesso persone comuni, che compiono gesti che dovrebbero essere normali ma che l'ignavia della collettività rende straordinari. Ambientalista e pacifista in tempi in cui non era ancora una tendenza occuparsi di ambiente, nucleare e pacifismo, Claudio Miccoli è testimone per impedirci di dimenticare. In questi giorni ricorre l'anniversario della sua morte: ucciso a colpi di spranga la notte del 30 settembre 1978 e morto dopo sei giorni d'agonia in ospedale, questo ragazzo, che saliva sulle montagne di Civitella Alfedena ad osservare gli uccelli per conto del WWF, ci parla di un mondo che sembra già lontanissimo e che pure è presente nel nostro quotidiano, che lo ha, bene o male, determinato. Ci parla degli anni in cui si era fascisti o comunisti - e Claudio, anche se era su posizioni chiaramente di sinistra, non apparteneva ad alcun partito o schieramento, il pacifismo non essendo una scelta politica di alcun partito nell'Italia di allora e di oggi - e in cui gli scontri si radicalizzavano in continue violenze, una vera e propria guerra civile, eredità, è stato scritto, della mancata pacificazione dopo Salò, nonostante la fine della Seconda Guerra. Prima di essere vorticosamente assorbiti nella pappa senza senso degli ultimi vent'anni, che ha divorato idee e convinzioni per restituirne in buoni sconto da supermercato, offerte Sky, tangenti e prostituzione istituzionalizzata, la Napoli in cui cresceva Claudio Miccoli, studente del liceo scientifico «Vincenzo Cuoco», che gli ha anche intestato la Biblioteca, era al centro di mille tensioni, non diversamente da oggi.
E non diversamente da oggi, mi fa notare Francesco Ruotolo, che negli anni ha curato con attenzione e passione la memoria di Claudio, insieme al fratello minore di Miccoli, Livio, settembre era un mese caldo, quasi estivo, e la sera del sabato a Piazza Sannazaro tanti erano, come Claudio, occupati a mangiare la pizza dal ristorante soprannominato «Il Marchese». Era con amici più giovani e chiacchierava, tranquillo. Ad uno dei suoi amici spuntava dalla camicia, come a tanti in quegli anni, una copia di Lotta Continua e questo era bastato perché un gruppetto di fascisti armati aggredisse, senza alcuna ragione o provocazione, i ragazzi. Solo perché portavano una barba folta o i capelli lunghi, come li aveva Claudio, segnale certo di idee libertarie da ormai due secoli e in ogni paese dell'Occidente. Erano tutti fuggiti, anzi, Claudio si era adoperato per mettere al riparo gli amici più giovani di lui.
E poi, correndo lungo Salita Piedigrotta per andare a prendere la metropolitana e togliersi dal tafferuglio, aveva incontrato di nuovo i fascisti armati e aveva chiesto loro: ma perché professate le vostre idee con le armi? Nessuna risposta, ovviamente, salvo un primo colpo in testa. Claudio era riuscito a salire ancora verso la chiesa di Piedigrotta benché ferito, ma altri diciassette colpi l'avevano steso definitivamente. Questa storia che molti in città conoscono, per esserne stati testimoni diretti o coinvolti emotivamente dai fatti, produceva subito un'onda di dolore e una ferma volontà di ottenere rispetto. Corone, fiori, striscioni, comparvero al mattino davanti alla chiesa, dove era caduto Claudio.
La lapide, che venne posata poco tempo dopo a cura dei suoi compagni di scuola, al centro di Piazza Sannazaro, nell'aiuola spartitraffico, recitava: «A Claudio Miccoli, venti anni, uno di noi, ucciso dalla barbarie fascista. I compagni non dimenticheranno». Per anni parenti e amici si sono riuniti a ricordare intorno a questa pietra. E per anni questa lapide è stata oggetto di continue profanazioni e distruzioni.
Persino dopo il completo restauro con una nuova iscrizione («A Claudio Miccoli, vittima a vent'anni dell'intollerenza e della violenza, per non dimenticare!»), avvenuto nel 1998 con tanto di inaugurazione, una croce celtica il giorno dopo campeggiava sul ricordo di Claudio, subito ripulito.
Il processo portò alla condanna di alcuni dei responsabili, ma con pene lievissime a paragone dell'omicidio gratuitamente perpetrato. La famiglia di Miccoli ha scelto, nello spirito pacifista del figlio, di non accanirsi in ricorsi, che avrebbero comminato sicuramente pene maggiori ma non riportato in vita Claudio. Ha scelto con grande dignità e superiorità morale di portare invece nelle scuole il messaggio, da sempre scandaloso, di chi non offende e non colpisce e ama la vita, non la sopraffazione. Claudio abitava nella zona di Poggioreale, in via Lahalle, e oggi una strada gli è intestata (via Claudio Miccoli, pacifista 1958-1978), fra le torri di fronte al Cimitero del Pianto, volute a misura delle famiglie da Democrazia Proletaria: una rara lotta vinta, pacifica anche questa; che sarebbe di certo piaciuta al ragazzo che, il 4 giugno 1978 nel suo diario, pochi mesi prima di morire in modo tanto inaspettato, scriveva poesie e, con triste profezia, in una diceva: «Non ho lottato perché volevo lottare, ma perché mi ci avete costretto. Non ho colpito perché volevo colpire, ma perché sono stato colpito. Io che non volevo colpire, sono stato colpito! Non volevo lottare, e ho dovuto farlo. Non ho vinto perché volevo vincere, ma perché mi avete sconfitto».
A ricordare l'uomo e i suoi valori, anche Civitella Alfedena gli ha intestato una strada e, ancora a Napoli, nell'Istituto Leonardo da Vinci, l'aula magna gli ha dedicato uno spazio. Il Comitato Claudio Miccoli ha costruito, nel tempo, un sito Internet, pubblicato tre libri, intestato a Claudio un premio di poesia perché la memoria dei più giovani - gli adulti, in fondo, sono già persi - sia alimentata e si rafforzino convinzioni e valori umani imprescindibili. Infine, Francesco Ruotolo mi mostra alcune foto a colori - il tempo trascorso denunzia persino il supporto: le nostre polaroid sono scomparse dalla circolazione, sostituite dal digitale, rivoluzione veloce. Le foto ritraggono l'ascesa al rifugio di montagna dove Claudio s'inerpicava per osservazioni per conto del WWF. Livio Miccoli e Francesco Ruotolo, a dorso di mulo ci hanno portato una lapide. Anche su questa targa, posta in cima ad una sella di monte distante da ogni furia umana, si legge un'altra poesia di Claudio.
Gli ultimi versi sono autentico monito ai distratti e agli arroganti, quasi un'eco dei meravigliosi versi di Kavafis che incitano a non fare della nostra vita una stucchevole estranea, che chissà se Claudio conosceva ma certo interpretava con la sua disposizione matura alla meditazione e al senso della vita: «Quando salii più su, tra grida di cornacchie dicenti: noi esistiamo, che di tanto in tanto si sentivano salendo su in cima, vidi i gracchi. Essi parlavano con le loro ali: vedete, noi non siamo aria ma è come se lo fossimo, solo, noi, muovendoci, abbiamo uno scopo. Viviamo, amiamo su queste cime, il vento è nostro fratello e la pioggia non ci è nemica perché noi realizziamo unità con ciò che ci è intorno e viviamo. Non perdetevi in sciocchezze, fate così anche voi».

Fonte:

martedì 4 settembre 2012

11 settembre 2001


 
 Un pompiere si allontana da Ground Zero dopo l’attacco dell’11 settembre. (Anthony Correia/Getty Images)

Fonte: http://www.ilpost.it/2011/05/02/foto-11-settembre/attack-on-new-york-city/

Una fotografia dell'11 settembre
  
   Saltarono dai piani in fiamme, giù
... uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.
   Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.
   Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.
   C'è ancora tempo,
perchè i loro capelli siano scompigliati,
e perchè chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.
   Essi si trovano ancora nel reame dell'aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.
   Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
... descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.
   
Wislawa Szymborska, 11 settembre 2002.

venerdì 10 agosto 2012

10 AGOSTO 1944: I QUINDICI DI PIAZZALE LORETO

È l'alba di giovedì 10 agosto 1944, quindici antifascisti detenuti nel carcere di San Vittore a Milano, vengono prelevati dalle proprie celle e caricati su un camion. Sono Umberto Fogagnolo, partigiano arrestato per aver affrontato un repubblichino durante un selvaggio pestaggio ad un operaio, Domenico Fiorani, socialista, Vitale Vertemati, collegamento tra varie bande partigiane, Giulio Casiraghi,tornato dal confino ed addetto alla ricezione dei messaggi da Londra, Tullio Galimberti,disertore e gappista, Eraldo Soncini,già ricercato dall'8 settembre ed infine catturato dalle SS, Andrea Esposito, partigiano garibaldino, Andrea Ragni, catturato durante un'operazione per recuperare armi, Libero Temolo, sappista, Emilio Mastrodomemico, comandante dei Gap, Salvatore Principato, di Giustizia e Libertà, Renzo del Riccio,antifascista scampato alla deportazione, Angelo Poletti, partigiano presso la Isotta Fraschini, V10 agostoittorio Gasparini, curatore di una radio trasmittente clandestina e Gian Antonio Bravin, gappista del III gruppo.
Alle sei e dieci del mattino i quindici antifascisti vengono fatti scendere in Piazzale Loreto, e vengono giustiziati da un plotone di esecuzione della legione autonoma Ettore Muti, corpo militare della Rsi, operante soprattutto tra il milanese ed il cuneese,tristemente famoso per la quantità e la ferocia di crimini e rastrellamenti perpetrati.
La strage di Piazzale Loreto viene compiuta come rappresaglia per un attentato compiuto tre giorni prima contro un camion tedesco, che era parcheggiato in Viale Abruzzi. Nell'attentato non era rimasto ucciso nessun soldato tedesco, ma avevano invece perso la vita sei cittadini milanesi.
Nonostante il bando di Kesserling preveda rappresaglie solo nel caso di morti tedeschi (in particolare prevede che vengano fucilati dieci italiani per ogni tedesco ucciso), il capitano delle SS Theodor Saevecke pretende la fucilazione di quindici antifascisti in seguito all'attentato del 7 agosto, e compila egli stesso la lista dei condannati a morte.

Dopo la fucilazione i cadaveri dei quindici antifascisti vengono lasciati sotto il sole per tutto il giorno. Un cartello con scritto "Assassini" è posto al loro fianco, e i fascisti della Ettore Muti rimangono a controllare che nessuno vi si avvicini, impedendo ai parenti di portare via i corpi, e continuando ad insultare i corpi. Solo in tarda serata, grazie alla mediazione del cardinale Schuster, i corpi vengono finalmente lasciati alle proprie famiglie.
Sui alcuni cadaveri verranno ritrovate, nascoste nelle tasche interne dei vestiti e vergate con scrittura incerta su minuscoli pezzi di carta, lettere ai familiari e ai compagni, scritte pochi momenti prima della fucilazione.

"Il mio ultimo pensiero è per voi, W Italia", Umberto Fogagnolo10 agosto 2
"Pochi istanti prima di morire a voi tutti gli ultimi palpiti del mio cuore. W l'Italia", Domenico Fiorani
"Il mio pensiero alla mia cara moglie e ai miei cari figli, il mio corpo alla mia fede", Giulio Casiraghi
"Siamo a San Vittore ci mandano in Germania forse per me è finita, ma voi dovete continuare la lotta anche per il vostro paparino che vi bacia bacia bacia sempre tanto", Eraldo Soncini
"TEMOLO LIBERO coraggio e fede sempre fede ai miei adorati sposa e figlio e fratelli, coraggio coraggio ricordatevi che io vi ho sempre amato abbracci vostro Libero", Libero Temolo


Ai quindici di Piazzale Loreto di Salvatore Quasimodo
Esposito, Fiorani, Fogagnolo,
Casiraghi, chi siete? Voi nomi, ombre?
Soncini, Principato, spente epigrafi,
voi, Del Riccio, Temolo, Vertemati,
Gasparini? Foglie d'un albero
di sangue, Galimberti, Ragni, voi,
Bravin, Mastrodomenico, Poletti?
O caro sangue nostro che non sporca
la terra, sangue che inizia la terra
nell'ora dei moschetti. Sulle spalle
le vostre piaghe di piombo ci umiliano :
troppo tempo passò. Ricade morte
da bocche funebri, chiedono morte
le bandiere straniere sulle porte
ancora delle vostre case. Temono
da voi la morte, credendosi vivi.
La nostra non è guardia di tristezza,
non è veglia di lacrime alle tombe:
la morte non dà ombra quando è vita.


Fonte:

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2279-10-agosto-1944-i-quindici-di-piazzale-loreto

giovedì 9 agosto 2012

Mahmoud Darwish, 13 marzo1941 - 9 agosto 2008, il poeta della lotta palestinese



Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d'usignoli
Per cantare la mia canzone di lotta.

                        Mahmoud Darwish

 Fonte:

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/mahmoud-darwish-13-marzo1941-9-agosto-2008-il-poeta-della-lotta-palestinese