Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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lunedì 2 settembre 2013

Su Elena Angeloni, Carlo Giuliani, stragi di Stato e depistaggi

Navigando su Internet mi accorgo che oggi è l'anniversario della morte di Elena Angeloni. Conosco questa storia ma a volte è difficile ricordare alcune date. Infoaut (che ha il merito di avere una sezione, denominata Storia di classe,  dedicata alla memoria) ha pubblicato un articolo per ricordare il fallito attentato (dimenticando di dire che nelle intenzioni di chi lo aveva preparato doveva essere solo dimostrativo ma poi qualcosa è andato storto causando la morte dei due compagni, Angeloni e il giovane militante greco Giorgio Tsekouris) all'ambasciata Usa di Atene il 2 settembre 1970. Qui potete leggere l'articolo di Infoaut: http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2481-2-settembre-1970-fallito-attentato-del-superclan-allambasciata-usa-di-atene
Purtroppo sul web non si trovano informazioni soddisfacenti sulla storia di Elena Angeloni un pò perchè fu a lungo dimenticata o taciuta un pò perchè fu tirata in ballo solo qualche anno fa in un articolo del quotidiano Il giornale. L'articolo in questione arriva ad accennare alla storia di Angeloni partendo dall'analisi di alcune foto del giovane Carlo Giuliani durante le manifestazioni del g8 del 2001. Il giornalista, Gian Marco Chiocci, mette in relazione due eventi completamente diversi così come lontani nel tempo (la donna è morta otto anni prima che nascesse Carlo), perchè Angeloni era la zia di Giuliani. Così facendo l'autore tenta di dar credito alle sue analisi delle foto di Carlo, descritto come un black block, come se le vicende passate della zia (peraltro poco conosciute come lo stesso giornalista ammette), potessero fornire la prova mancante del profilo criminale del giovane Carlo Giuliani, qualora non bastassero il passamontagna e le barricate. Qui l’articolo: http://www.ilgiornale.it/news/ecco-foto-inedite-black-bloc-giuliani.html
Su questo articolo e su uno più recente sempre dello stesso autore sulle stragi di Bologna e di Piazza della Loggia (dove Gian Marco Chiocci parla di depistaggi e tenta di rispolverare l’ipotesi - da tempo dimostrata essere falsa - delle piste rosse, questa, sì, vero depistaggio: qui l’articolo di Chiocci sulle stragi: http://www.ilgiornale.it/news/interni/stragi-e-br-quei-depistaggi-bologna-e-brescia-854592.html), ha scritto qualche mese fa, sul suo blog, Francesco “baro” Barilli. Barilli è autore, tra l’altro, del bellissimo libro Carlo Giuliani, il ribelle di Genova , edito da BeccoGiallo, con disegni di Manuel De Carli, in cui si racconta , anche attraverso il dialogo con i familiari del ragazzo, la vera storia di Carlo. 
 CARLO GIULIANI, IL RIBELLE DI GENOVA
Francesco Barilli vanta una vasta pubblicazione sui temi del g8 di Genova, sulle stragi di Stato e su diversi fatti di cronaca. Vale la pena dunque leggere la sua amara riflessione su un certo modo di fare giornalismo dove dà anche un accenno del contesto storico della vicenda in cui perse la vita Elena Angeloni. Per la vera storia di Angeloni, Barilli rimanda ad un testo molto interessante scritto da Paola Staccioli e Haidi Gaggio Giuliani e pubblicato nello scorso anno da DeriveApprodi: il libro s’intitola Non per odio ma per amore. Storie di donne internazionaliste, nel quale si narrano, attraverso dei racconti, le storie di sei donne, tra cui Elena Angeloni, che hanno dedicato le loro vite a sostegno delle lotte di liberazione di altri popoli. 
 
Concludo dicendo che il mio voleva essere un post per ricordare Elena Angeloni ma vi sono storie che si intrecciano con altre e la memoria è fatta anche di questo, di rimandi, di collegamenti perché non si spezzi il filo della storia e perché si cerchi di fare della verità il fine dell’informazione.


Donatella Quattrone


mercoledì 1 agosto 2012

Strage di Bologna, Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: «Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci»

Dal blog http://insorgenze.wordpress.com di Paolo Persichetti:


agosto 1, 2012


Mauro Di Vittorio, il ventiquattrenne romano originario del quartiere di Torpignattara ucciso dalla bomba che esplose il 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi di via dei Volsci, né di aree politiche a loro vicine. Lo afferma Daniele Pifano, che del Collettivo del Policlinico è stato uno dei responsabili più importanti, in una nota (potete leggere l’integrale in fondo al post) nella quale smentisce seccamente le accuse, «senza nessuna rispondenza reale», lanciate lunedì scorso dal deputato finiano Enzo Raisi.
L’esponente postfascista durante una conferenza stampa tenutasi a Bologna, ipotizzando una diversa verità rispetto a quella processuale (i cui esiti sono da sempre molto discussi), e che ha visto condannati come esecutori materiali tre militanti dei Nar, ha sollevato forti sospetti su Mauro Di Vittorio, indicato come uno dei possibili trasportatori o ricettori della valigia esplosiva. Per Raisi vi sarebbero aspetti oscuri da chiarire sull’autopsia condotta sul corpo del giovane, l’ultimo ad essere identificato e sull’atteggiamento tenuto da due giovani che fuggirono dall’obitorio quando videro il suo corpo. A sostegno di questi elementi, il deputato cita le testimonianze di alcuni medici legisti e di un carabiniere. Per sostanziare il suo castello di sospetti, Raisi ha iscritto d’ufficio Di Vittorio «all’area dell’Autonomia operaia romana, della zona sud della Capitale, legata a via dei Volsci e molto vicina ai palestinesi». Il parlamentare non lo dice, ma lo scenario che tratteggia s’ispira alla trama di un giallo scritto alcuni anni prima da Loriano Machiavelli.
Sulla scia dei lavori della commissione Mitrokhin di cui era stato membro, Raisi ha riproposto il lodo Moro come vero movente della strage (l’accordo segreto che in cambio dell’immunità per il territorio italiano dal rischio di attentati autorizzava le formazioni palestinesi ad usare la penisola come base logistica e per il trasporto di armi; a differenza di quanto accadeva per gli Israeliani che hanno sempre potuto commettere azioni militari, contro obiettivi palestinesi e italiani, nella più completa impunità), distinguendosi in parte dalla tesi della rappresaglia per privilegiare la pista dell’incidente e forse, ma questa ipotesi viene appena sussurrata, del sabotaggio da parte israeliana.
Dopo aver chiamato nuovamente in causa i due militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, Thomas Kram e Christa Margot Frolich (ma a che prò? Visto che ora pensa che a portare la valigia era un’altra persona), ha introdotto la vera novità (in realtà già anticipata l’8 aprile scorso in un’intervista al Resto del Carlino, vedi qui) frutto di sue personali indagini: i sospetti di un coinvolgimento (diretto o indiretto, Raisi non sa precisare) di Mauro Di Vittorio.
«Né il sottoscritto – replica Pifano – né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci abbiano mai saputo o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!»
L’iniziativa dell’esponente di Futuro e libertà fa seguito alla presentazione di un’interpellanza parlamentare urgente, firmata insieme a una cinquantina di altri parlamentari del centrodestra, e al deposito in procura di una richiesta di supplemento d’indagini.
La smentita di Pifano è importante poiché dimostra come le affermazioni di Raisi siano prive di rigore, parole lanciate con leggerezza, formulate senza aver fatto prima le opportune verifiche, cariche di un violento pregiudizio e di una smisurata faziosità. Frutto solo del tentativo di sollevare polveroni mediatici, di costruire una nuova narrazione priva di grammatica.
Se l’appartenenza di Di Vittorio all’area dell’Autonomia operaia di via dei Volsci, da sempre solidale con i palestinesi e legata in modo privilegiato con l’Fplp di George Abash, non trova conferma, viene meno una delle vie principali per collegarlo all’ipotizzata vicenda del trasporto d’esplosivo. A Raisi rimane solo il biglietto del metrò parigino trovato in una delle sue tasche. Un po’ poco per sostenere che ciò proverebbe il suo legame con l’Ori, il gruppo di Carlos, che secondo Raisi (ma non risulta in nessun documento dei servizi, anche di quelli della Mitrokhin sempre citatissimi) nel 1980 facesse ancora base a Parigi, nonostante fosse ricercato dalle autorità francesi per tre omicidi.
Raisi, come gli altri sherpa della pista palestinese, Pellizzaro, Paradisi & company (e ovviamente il loro mentore nemmeno tanto occulto), devono decidere una volta per tutte quale tesi sostenere – se ne hanno veramente una certa in testa – e smetterla con questa tecnica dell’aggiustamento progressivo della loro versione che introduce sempre nuove varianti ad ogni smentita o difficoltà che sopravviene. D’altronde è proprio questa la caratteristica dei teoremi.
Non è certo possibile sostenere contemporaneamente due cose contraddittorie. E’ noto come non ci siano mai stati contatti tra i Comitati autonomi romani e il gruppo di Carlos. Anche solo lontanamente ipotizzarlo rasenta la bestemmia vista l’abissale distanza di cultura politica, dimensione mentale, matrici sociali e pratiche concrete. Insomma le due ipotesi non possono viaggiare insieme. Delle due l’una: o si ipotizza che Di Vittorio avesse contatti  con via dei Volsci, ma allora si deve abbandonare l’ipotesi di un legame con Carlos, o viceversa. Ma siccome la prima ipotesi è smentita, oggi da Pifano e all’epoca nei profili che apparvero sul Resto del Carlino e sull’Unità; e la seconda non è supportata da nulla (Di Vittorio era passato per Parigi dopo esser stato respinto alla frontiera inglese); l’intero castello di sospetti si dissolve in una nuvola di chiacchiere avventate, qualcuno  ha detto di balle di sapone.
L’attenzione posta sulla figura di Di Vittorio presenta un risvolto davvero singolare che vale la pena sottolinerare: la  sorella Anna, profondamente religiosa, ad un certo punto decise di inviare una lettera di perdono e riconciliazione alla coppia Fioravanti-Mambro. Lettera che aiutò i due ad ottenere la liberazione condizionale e l’uscita dall’ergastolo sulla base di quei criteri premiali esercitati dai tribunali di sorveglianza ed oggi incentrati attorno alla figura della vittima ritenuta metro di giudizio assoluto. Questo comportamento, sfruttato inizialmente per ottenere il beneficio, è ora rovesciato contro la memoria della vittima quasi fosse l’indizio di un rimosso: la presenza di un immenso senso di colpa.
Chi era Di Vittorio, ce lo dicono alcune testimonianze e profili tratteggiati sui quotidiani dell’epoca. E qui tocchiamo un secondo aspetto del castello di sospetti dalle fondamenta d’argilla inalzato da Raisi. Secondo il parlamentare, infatti, le informazioni riportate nella scheda su Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari non sarebbero vere, al punto da chiedersi se non siano frutto di un depistaggio poiché – sostiene – da ricerche effettuate non risulta traccia in nessuno dei verbali degli atti ufficiali del quaderno-diario in cui il giovane raccontava le peripezie del suo viaggio verso Londra.
Tuttavia i dubbi di Raisi appaiono infondati poiché i virgolettati del testo contestato sono stati ripresi quasi per intero da un articolo di Fabio Negro, scritto dopo la strage per il Resto del Carlino, che potete vedere qui sotto.


L’articolo del Resto del Carlino ripreso dalla scheda dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna
Il testo apparteneva ad uno speciale del quotidiano bolognese, nel quale erano presenti schede biografiche di tutte le vittime della strage, preparato a supporto del “fondo di solidarietà” per le vittime lanciato dopo l’attentato.
Sull’’Unità il 15 agosto si raccontano altri dettagli sulla sua vita e i funerali celebrati a Roma nella cappella del Verano.
Per brevità riprendo un passaggio dell’articolo di Antonella Beccaria, apparso sul Fatto quotidiano edizione bolognese del 30 luglio 2012:
«Era partito per Londra il 28 luglio di quell’anno passando per Friburgo, dove si era separato da un amico scoperto a viaggiare senza biglietto. Giunto in Gran Bretagna, alla frontiera era stato respinto perché senza lavoro e dunque era tornato in Italia, passando per Bologna il mattino della strage e perdendo la vita.
In merito poi alla sua estrazione di sinistra, i giornali dell’epoca la confermano. Ma sono concordi nel dire che “da tempo faceva da capofamiglia. Qualche anno fa, infatti, era morto il padre e la madre e il fratello non ce la facevano a andare avanti con una piccola pensione. Il giovane così abbandonò gli studi e cominciò a lavorare un po’ dappertutto, anche lontano da Roma, ricordandosi sempre di mandare i soldi a casa”. Ai suoi funerali, oltre ai familiari, partecipò l’allora assessore alle politiche educative, Roberta Pinto, deputata fino al 1992 prima per il Pci e poi per il Pds. C’erano anche una ventina di giovani, “i compagni di Torpignattara”, come scrissero su uno dei cuscini di fiori appoggiati sulla bara di Di Vittorio, e un gruppo femminista che appose uno striscione di fronte alla cappella dentro cui si celebrarono le esequie».
Infine nella corso del suo lungo sproloquio Enzo Raisi è riuscito ad evocare persino le Brigate rosse, che ormai sembrano diventate come il prezzemolo: stanno bene un po’ dapertutto insaporendo gli scenari. L’ex membro della Mitrokhin ha parlato degli spostamenti sull’asse Roma-Bologna-Verona per raggiungere i vertici della colonna veneta e Savasta. Cosa c’entrino le Brigate rosse con il lodo Moro, Raisi deve ancora riuscirlo a spiegare, visto che se in Italia ne abbiamo avuto cognizione è grazie al rapimento del presidente democristiano che ne parlò nelle sue lettere e nel memoriale durante la sua prigionia. Ma questo è un’altro capitolo che affronteremo in un’altra occasione.

COMUNICATO STAMPA DI DANIELE PIFANO

Ancora una volta l’onorevole Enzo Raisi, personaggio assai equivoco già membro della Commissione Mitrokhin ed attuale “responsabile immagine di FLI”, spara notizie sensazionali, di grande effetto mediatico…..ma di nessuna rispondenza reale!
Questa volta ha tirato fuori che una delle vittime della bomba alla stazione di Bologna, Mauro Di Vittorio faceva parte dell’Autonomia Operaia, quindi la stessa di Daniele Pifano, quello dei missili dei palestinesi, quindi possibile trasportatore della bomba assassina che avrebbe fatto esplodere per sbaglio o volontariamente. Peccato che né il sottoscritto né gli altri responsabili a suo tempo del Collettivo del Policlinico o dei Comitatio Autonomi Operai di via dei Volsci lo abbiano mai saputo o o abbiano mai avuto notizia dell’esistenza di un compagno dell’autonomia tra le vittime dell’orribile strage di Bologna!
Ancora una volta questa gente senza scrupoli usa le vittime di quella terribile strage fascista per tentare a tutti i costi di rifarsi una nuova verginità.
Per quanto mi riguarda ho dato mandato ai miei avvocati di sporgere denuncia contro quest’individuo pur sapendo che si farà scudo dell’immunità parlamentare per non rispondere di calunnie come questa!
Roma, 31 luglio 2012
Daniele Pifano

Fonte:

http://insorgenze.wordpress.com/2012/08/01/strage-di-bologna-daniele-pifano-sbugiarda-il-deputato-fli-enzo-raisi-mauro-di-vittorio-non-ha-mai-fatto-parte-del-collettivo-del-policlinico-o-dei-comitati-autonomi-operai-di-via-dei-volsci/ 

La strage di Bologna del 1980 e l’infondatezza della pista palestinese

http://www.diecieventicinque.it/wp-content/uploads/2011/12/10.25.jpg 



di Sandro Padula

Liberazione, 5 settembre 2011

Verso la metà di agosto, quando si è saputo che due cittadini tedeschi, Thomas Kram e Christa Frohlich, erano stati iscritti sul registro degli indagati per la strage di Bologna del 1980, alcuni vecchi depistatori si sono ubriacati a suon di champagne e, fra un bicchiere e l’altro, non hanno potuto far altro che scambiare lucciole per lanterne.
Dopo un lungo periodo di raccolta di informazioni sui due tedeschi in relazione alla pista palestinese, la Procura di Bologna doveva iscriverli nel registro degli indagati come condizione preliminare per poter decidere, cosa che avverrà in futuro, se riscrivere o meno la vicenda del più grave crimine politico compiuto durante la Prima Repubblica.
Per questo motivo, a differenza di quanto ritiene Andrea Colombo sul settimanale “Gli Altri” del 2 settembre, non è affatto vero che “l’indagine su Thomas Kram e Christa Frohlich” renderebbe “più fragile la sentenza contro i Nar”. Se furono deboli le prove d’accusa contro i neofascisti dei Nar (e indiscutibili, preziosissime e fondamentali le prove contro i ben più pericolosi e criminali depistatori di Stato interni al Sismi), quelle contro i due tedeschi sono del tutto inesistenti.
L’iscrizione di questi ultimi sul registro degli indagati non significa di per sé che la Procura di Bologna possieda qualcosa in più rispetto alle ipotesi fatte in questi anni sulla pista palestinese e di “sufficiente per avviare ufficialmente l’indagine”. Lo stesso Andrea Colombo sa benissimo che la pista palestinese “non è solida come hanno cercato di spacciarla i commissari di centrodestra della Mitrokhin”.
Auspica, di conseguenza, che le indagini abbiano “qualcosina in più”, ad esempio a proposito di un incontro che sarebbe avvenuto nell’ottobre 1980, a Budapest, fra Carlos e i due tedeschi, ma così facendo si rivela più maldestro di quei commissari. Quella eventuale riunione non rende affatto “più corposa” la pista palestinese rispetto ad una strage di Bologna avvenuta …. due mesi prima!
Colombo non è nuovo a queste confusioni sui tempi. Alcuni anni fa scrisse un libro in cui ipotizzava che la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata per far uscire subito di galera il palestinese Saleh, arrestato a Ortona nel 1979 mentre stava trasportando un missile. Colombo pensava che Saleh fosse uscito di prigione poco tempo dopo l’eccidio. Adesso, sapendo che quella sua ipotesi era del tutto falsa, cambia versione. Secondo il suo attuale approccio, la strage del 2 agosto 1980 sarebbe stata organizzata da un gruppo collegato al Fplp diretto dal dottor George Habbash e avallata da quest’ultimo allo scopo di vendicare l’arresto di Saleh. Ma pure questo movente non regge.
Il piduista e faccendiere del Sismi Francesco Pazienza, condannato con sentenza definita per depistaggi sulla strage di Bologna, in una intervista pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 30 gennaio 2009 dichiarò che durante la campagna presidenziale statunitense del 1980 aveva contribuito alla vittoria di Reagan (insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981) perché diede ai reaganiani l’informazione secondo cui il fratello del presidente in carica Jimmy Carter aveva dei buoni rapporti con George Habbash.
In altre parole, traducendo il significato implicito delle parole di Pazienza, nell’agosto del 1980 George Habbash non era per nulla interessato a far compiere o ad avallare degli attentati in Italia perché, oltre a ai tradizionali rapporti diplomatici con il nostro paese, aveva delle buone relazioni tattiche con gli Usa di Carter.
Su questo punto non insiste neppure il deputato di Fli Enzo Raisi, cioè l’ex commissario di centrodestra della Mitrokhin che alcuni anni or sono depositò nella Procura di Bologna i documenti che stanno all’origine dell’attuale iscrizione dei due tedeschi sul registro degli indagati.
Raisi ritiene che per dimostrare la validità della pista palestinese bisognerebbe puntare solo ed esclusivamente sull’ipotesi dello “scoppio accidentale”: “loro stavano trasportando l’esplosivo, come facevano sempre, che scoppiò per caso” (intervista a Raisi del 20 agosto pubblicata su “Il Resto del Carlino”). L’unica spiegazione rimasta alla pista palestinese sarebbe quindi quella relativa allo scoppio accidentale. Questa ipotesi, d’altra parte, risulta antitetica rispetto ad ogni minima valutazione di carattere tecnico-scientifico. Vediamo perché.
La strage di Bologna del 2 agosto 1980 fu causata dalla deflagrazione di una valigia piena di circa 20 chilogrammi di “Compound B”, un esplosivo di fabbricazione militare, per altro in dotazione ad istituzioni come la Nato, che non scoppia da solo o per un “incidente”.
Il “Compound B” ha bisogno di un innesco per poter scoppiare, cioè di un qualche tipo di marchingegno meccanico o elettronico per la detonazione, e di qualcuno che lo abbia inserito preventivamente.
Infine, tanto per dimostrare la totale infondatezza della pista palestinese rispetto alla strage di Bologna, è necessario ricordare che nella storia della Prima Repubblica l’uso criminale del “Compound B” ha sempre avuto una precisa matrice politica reazionaria.
Come si è saputo alla fine del 1995 grazie ad una perizia ordinata dalla Procura di Pavia, il “Compound B” fu l’esplosivo che, collegato in precedenza ad un congegno meccanico da alcuni esperti dei servizi segreti militari italiani, il 27 ottobre 1962 uccise il dirigente dell’Eni Enrico Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista William Mc Hale. In sintesi: l’arma, il movente e la matrice politica della strage di Bologna non hanno letteralmente nulla a che fare con i palestinesi.

martedì 28 febbraio 2012

Roberto Scialabba

Il 28 febbraio 1978 è per i neofascisti romani una data significativa: tre anni prima era morto durante gli scontri alla sezione missina altdel rione Prati Mikis Mantakas, giovane militante del Fuan. L'episodio aveva segnato un vero e proprio punto di svolta per alcuni giovani neofascisti, tra i quali i fratelli Fioravanti, Francesca Mambro a Alessandro Alibrandi, che avevano quindi deciso di impugnare le armi: così erano nati i Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari), che si renderanno negli anni responsabili di almeno 33 omicidi e che a tutt'oggi sono ritenuti responsabili della strage di Bologna.

Nei giorni precedenti all'anniversario della morte di Mantakas, Fioravanti e i suoi accoliti discutono molto su quale azione mettere in atto per ricordare il camerata ucciso, fino a quando un neofascista appena uscito dal carcere riporta la notizia che a sparare ad Acca Larentia, il 7 gennaio, sono stati quelli del centro sociale di Via Calpurnio Fiamma.
Detto, fatto: quella sera in otto salgono su tre macchine e si dirigono verso il quartiere Tuscolano. Arrivano davanti all'edificio occupato, ma lo trovano chiuso, perché la mattina stessa è stato sgomberato da un'operazione di polizia.


Il gruppetto comincia a perlustrare la zona, entra in un parchetto e vede un gruppo di ragazzi, che dal vestiario sembrano appartenere alla sinistra ezìxtraparlamentare. I neofascisti scendono da una delle macchine, e cominciano subito a sparare.
Le pistole però si inceppano, ma per terra rimane, ferito, Roberto Scialabba, colpito al torace, mentre gli altri ragazzi, alcuni feriti, riescono ad allontanarsi.
L'agguato potrebbe concludersi senza vittime, ma Valerio Fioravanti salta addosso a Roberto e gli spara: uno, due colpi alla testa. È il primo omicidio di Valerio Fioravanti, ma lui stesso si rende conto che i ragazzi di Piazza San Giovanni Bosco non avevano nulla a che fare con Acca Larentia.


Alcune ore dopo, una telefonata all'Ansa rivendica l'omicidio: "La gioventù nazional rivoluzionaria colpisce dove la giustizia borghese non vuole. Abbiamo scoperto noi chi ha ucciso Ciavatta e Bigonzetti. Onore ai camerati caduti."
Ci vorranno però quattro anni, dopo le dichiarazioni del pentito Cristiano Fioravanti, perché la magistratura riconosca la matrice politica del delitto, che fino allora era stato considerato un "regolamento di conti tra piccoli spacciatori".


In una scritta, quando il 30 settembre di un anno prima era stato ucciso Walter Rossi, Roberto, pur non conoscendolo direttamente, lo aveva così ricordato: «Una lacrima scivola sul viso, una lacrima che non doveva uscire, il cuore si stringe, si ribella, i suoi tonfi accompagnano slogan che si alzano verso il cielo "non basta il lutto pagherete caro pagherete tutto"».
Così, all'indomani della morte, i compagni di Cinecittà lo ricordavano: «Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro un'emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E' caduto da partigiano sotto il fuoco fascista».

Fonte:


http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/559-28-febbraio-1978-i-nar-uccidono-roberto-scialabba 

martedì 20 dicembre 2011

La strage di Stato

Nota editoriale

La strage di piazza Fontana ha cambiato la storia d'Italia. Su questo non esiste praticamente difformità di opinione tra nessuno dei principali o secondari soggetti politici, osservatori, politologi, storici attendibili o contafrottole di bassa lega. Le bombe esplose il 12 dicembre inaugurarono la “strategia delle stragi”, prolungatasi fino al 1980 – quella con il bilancio più alto di vittime, il 2 agosto, alla stazione di Bologna. Tutte incontrovertibilmente stragi di Stato, ovvero stragi compiute da uomini facenti parte direttamente degli apparati più “coperti” dello Stato, oppure da fascisti da loro personalmente organizzati, indirizzati, finanziati, protetti – senza alcuna eccezione – fino al momento di andare in tipografia con questa nuova edizione.
Il libro La strage di Stato ha a sua volta cambiato la storia di questo paese. Non la “mentalità della sinistra”, ma proprio la Storia in senso stretto. Ha infatti impedito che la strage di piazza Fontana raggiungesse il suo scopo: far scattare un “riflesso d'ordine” nel paese, chiudere il biennio rosso '68-'69, rinchiudere nuovamente gli studenti nel ghetto delle scuole e gli operai nell'inferno delle fabbriche, senza più resistenze, contestazioni, antagonismo.
Come è potuto riuscire un libretto scritto da 15 anonimi compagni qualsiasi, alcuni dei quali allora praticamente bambini (con il metro attuale), a fare tanto?
Con l'inchiesta, attenta e non indulgente alle facili suggestioni. Una controinchiesta, più precisamente.
Ma andiamo con ordine.
Lo scopo politico della strage di Milano poteva essere realizzato soltanto se tutta l'Italia fosse rimasta convinta che i responsabili fossero alcuni di quegli “estremisti di sinistra” che quotidianamente attraversavano in corteo le strade della penisola. I più deboli tra quegli “estremisti” – sul piano politico, delle alleanze o anche solo nell'immaginario sociale – erano gli anarchici. Loro – fu deciso nelle segrete stanze dei palazzi governativi e di quelli della cospirazione governante – dovevano essere indicati come i responsabili di una mattanza tanto truce quanto ingiustificabile. Non un’azione di guerriglia, per quanto poco comprensibile potesse essere. Una strage casuale, invece, indifferente nella scelta delle vittime. C'è un legame di continuità – ma anche una decisa rottura – con la strage di Portella delle Ginestre, compiuta il primo maggio del '47. Quella infatti aveva preso di mira una manifestazione sindacale, “i comunisti” in festa sotto le bandiere rosse. Troppo facile individuarne i mandanti politici. A Milano nel '69 si prova a rovesciare le parti vittima-carnefice, ma ad esclusivo beneficio dell'immaginario popolare.
Il gioco, si diceva, non riesce grazie alla resistenza del movimento degli studenti, che istintivamente non accetta l’idea stessa che gli anarchici possano essere responsabili di una strage del genere. Ma un ruolo enorme, decisivo, va al movimento operaio, che fin dal primo momento si slega dalla tutela idiota del Pci – altrettanto immediatamente aggregatosi, tramite il proprio quotidiano, l'Unità, al coro dei reazionari che gridavano al “mostro Valpreda”.
Il gruppo di compagni che ha redatto questo libro, giorno dopo giorno, dà corpo alla convinzione di tanti. La strage è di Stato. E lo provano proprio smontando pezzo pezzo l'"inchiesta" poliziesca che per mano del commissario Calabresi, del questore Guida e del capo della squadra politica, Allegra, si erano indirizzate "a colpo sicuro" sugli anarchici.
L'altro elemento che scombina il “piano” di incriminazione di Valpreda e compagni è la morte di Giuseppe Pinelli all'interno dalla questura di Milano. Per giustificare questa morte gli “inquirenti” milanesi fanno ricorso a una massa di “giustificazioni ad hoc” che, nel loro insieme, compongono un quadro senza senso, una massa di contraddizioni che è da sola una ammissione di colpevolezza. Smagliature nella trama della “verità di Stato” che doveva seppellire gli anarchici – e con loro il '68-'69 – sotto l'infamia e la condanna popolare. Dentro queste smagliature gli autori della controinchiesta infilano il robusto cuneo dell'intelligenza politicamente orientata ma niente affatto cieca o preconcetta. Fino a smontare completamente la versione della polizia sia in merito alla strage di piazza Fontana, sia alla morte di Pinelli. I due fatti stanno insieme, indissolubilmente. Se gli anarchici sono innocenti, la polizia è colpevole per la morte di Pinelli. E anche per la strage (sa chi sono i responsabili, o chi l'ha ordinata, ma si muove consapevolmente e volontariamente all'interno dello stesso “disegno criminoso”, indirizzando le indagini nella direzione voluta da chi ha compiuto la strage).
Di qui non si esce. La versione finale della procura di Milano sulla morte di Giuseppe Pinelli (un “malore attivo”; non proprio un suicidio, ma quasi) è un monumento all'impunità dei funzionari dello Stato, all'ipocrisia del potere, alla mai abbastanza riconosciuta dipendenza della magistratura dal potere politico. Il fatto che l'archiviazione delle indagini sulla morte di Pinelli porti la firma di Gerardo D'Ambrosio è la chiusura di un cerchio – logico e politico -, non un “incidente di percorso”. Certo, oltre D’Ambrosio, alcuni altri “santi” dell‘iconografia ufficiale escono male da queste pagine. Lo stesso Calabresi, credibilmente raggiunto da un attentato di sinistra, e Occorsio, ucciso dal neofascista Concutelli, non fanno una gran figura di “democratici”. Ma questo è un problema di chi nel “doppio Stato” crede. Non degli antagonisti.
La controinchiesta non si limita a demolire quella poliziesca. Va un attimo più in là, individuando nei fascisti i possibili “manovali” di una strage decisa “nelle alte sfere”. È straordinario come in questa autentica inchiesta non venga mai smarrito il senso della realtà, della misura, l'attenzione alla verità per come è.
Questo, infatti, non è un libro dietrologico. Non ricostruisce fatti trascegliendo solo gli avvenimenti che possono far comodo alla versione che si intende sostenere. Non chiude gli occhi di fronte alla violenza dicendo – cioè mentendo – che “la violenza è solo fascista”. Sa vedere e distinguere la violenza dei fascisti, quella dello Stato e anche quella del movimento antagonista. Se c'è conflitto – sembra banale dirlo, ma a molti suona oggi quasi come un'eresia – i colpi si prendono, ma si danno anche. Questo libro non ha insomma nulla a che spartire con quella subcultura della “teoria del complotto universale” fiorita negli anni successivi. Gli autori non cadono mai nella trappola della teoria del “doppio Stato”, cara ai dietrologi (pseudo-storici) di ascendenza Pci che si sono, al massimo, limitati a definire le stragi come semplicemente fasciste. Non credono insomma che in Italia sia mai esistito uno “Stato buono” che conviveva conflittualmente con quello “cattivo”. Lo Stato era ed è soltanto uno: l'apparato (i servizi, la polizia, i carabinieri, la magistratura, ecc.) non si muove indipendentemente dal potere politico. Ma lo Stato non è neppure la riproduzione organizzata delle molteplici presenze politiche in parlamento. Esistono anche nell'apparato i “sinceri democratici” o semplicemente i funzionati onesti. Ma la controinchiesta svela senza possibilità di errore come i secondi vengano sempre rimossi, sostituiti, allontanati, quando la loro opera non coincide con le finalità dell'azione generale dell'apparato.
Senza teoria del “doppio Stato” non ci può essere dietrologia. La dimostrazione di una simile affermazione sta tutta nel fatto che quasi quattro anni di governo di centrosinistra (la stessa formula in vigore nel '69, ma con in più una fetta consistente dell'ex Pci) e un ministro dell'interno ex "comunista" non hanno fatto uscire dagli archivi una sola notizia in più sulle stragi e i loro autori. Quando i dietrologi sono andati al governo, insomma, la verità sulle stragi è rimasta occultata esattamente come prima. Il che dimostra non solo la loro malafede, ma l'inattendibilità stessa della “teoria”. In questo senso La strage di Stato è un libro sull'irriformabilità democratica dello Stato, quanto meno di questo paese, sul suo consistere reazionario indipendentemente dal succedersi di governi che se ne servono senza mai metterlo in discussione.
Senza illusioni su una sempre invisibile “parte buona dello Stato”, insomma, ci può invece essere la capacità di vedere le cose come stanno. È questa inchiesta che porta per la prima volta alla ribalta della notorietà nomi che diventeranno tristemente famosi nei decenni successivi: Sindona, Marcinkus, Rauti e tanti altri che ricorreranno come una litanìa in tutti gli scandali a sfondo golpistico tra i '70 e gli '80.
Dopo trent'anni le stragi sono ancora e sempre “impunite”. È un'espressione ormai consunta. Perché mai lo Stato dovrebbe punire se stesso per quello che ha fatto? Perché dovrebbe, se i movimenti che lo misero in crisi, e per la cui repressione la strategia delle stragi prese corpo, non sono più sulla scena politica? Perché dovrebbe criticarsi, se i suoi più accesi critici hanno percorso in pochi anni la via del “pentimento” e l'approdo al liberismo più selvaggio, al bellicismo senza remore, alla distruzione sistematica delle residue garanzie della forza lavoro?
Al contrario, quanti si sono opposti allo Stato stragista – qualcuno anche armi alla mano – sono stati tutti e più che duramente “puniti”. E oltre duecento prigionieri politici di sinistra, e altrettanti esuli, a vent’anni dai fatti, stanno ancora lì a dimostrarlo. Come non mettere a confronto la raffica di assoluzioni nei processi per piazza Fontana, Brescia, l'Italicus, la stessa stazione di Bologna, e i ben trentadue ergastoli dati – e scontati – per il sequestro di Aldo Moro? Come non vedere che i Merlino, i Delle Chiaie, i Tilgher sono tuttora personaggi politicamente attivi, protetti, assistiti, senza aver praticamente mai conosciuto la galera? L'evoluzione degli avvenimenti a partire dal '69 non lascia molti dubbi. Al di là delle diverse teorie e progetti politici dei diversi gruppi armati di sinistra negli anni '70, è storicamente certo – evidente, diremmo – che la straordinaria partecipazione quantitativa alle organizzazioni armate di sinistra trova una delle sue più forti ragioni proprio nella reazione allo Stato delle stragi.
Un libro, dunque, non per “ricordare”. Leggere La strage di Stato serve a capire l'oggi, da dove viene questo paese, da quale storia sorge il presente, di quali infamie sia capace il potere pur di conservarsi. Un libro, ma soprattutto un metodo. Che non è l’esercizio della “memoria” – costa moltissimo e dura sempre troppo poco – ma un modo di guardare il presente. Una diffidenza vigile, una convinzione non contingente nelle proprie ragioni, un’interrogarsi costante. Guardare con gli occhi bene aperti, non credere alle favole dei media, imparare a distinguere sempre (tra il compagno ingenuamente estremista e l'agente provocatore infiltrato, per esempio!). Perché l'antagonismo ha bisogno di intelligenza, soprattutto. Di “rabbia” è fin troppo pieno questo schifo di mondo.

Odradek