Perchè questo nome:

Credo che la verità vada urlata contro ogni indifferenza mediatica e delle coscienze. Perciò questo è uno spazio di controinformazione su tutto ciò che riguarda le lotte sociali. Questo blog è antisionista perchè antifascista. Informatevi per comprendere realmente e per resistere.

Donatella Quattrone


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sabato 8 febbraio 2014

GIORNATA DEL RICORDO PER LE FOIBE: REVISIONISMO DELLO STATO E DEI PARTITI


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Con la Legge 30 marzo 2004 n.92 il Parlamento ha dichiarato il 10 febbraio “Giornata del Ricordo”. In realtà un tentativo di squallido revisionismo sulla storia dell’occupazione dell’esercito italiano della Jugoslavia e delle attività militari nei territori dei confini orientali; una riscrittura falsificata utile agli inciuci nazionalisti unitari della politica dell’oggi .
Col passare degli anni la storiografia “progressista”, invece di fare chiarezza sulle menzogne di marca fascista e neoirredentista, si è invece appiattita su di esse, e troviamo oggidì sindaci “progressisti”, storici “democratici” ed esponenti del centrosinistra sostenere le stesse tesi che fino a dieci – quindici anni fa erano patrimonio esclusivo degli ambienti della destra più retriva, con l’unica differenza che dalla “causa etnica” (“infoibati sol perché italiani”) si è passati a quella “politica” (“infoibati perché contrari al comunismo titoista”). Tutto ciò ovviamente è strumentale alla demonizzazione del comunismo.

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«La storia viene usata per l’oggi, per le esigenze politiche attuali. Si tratta di una campagna di intossicazione delle coscienze con ri-scritture, reinterpretazioni e falsità belle e buone, funzionali, da una parte, alla mobilitazione nazionalista, alla diffusione di stereotipi sciovinisti e razzisti, assunti ormai anche da buona parte del ceto politico di sinistra;dall’altra, alla criminalizzazione di chi oggi non si piega alle compatibilità del sistema capitalista. Tale campagna si concretizza anche nella legittimazione dei fascisti odierni, che diventano portatori di una ideologia come le altre. Una ideologia dell’ordine, della sicurezza, autoritaria, fatta propria da buona parte del ceto politico autodefinitosi democratico. In questi anni molti si sono resi conto del significato della giornata del Ricordo e molte sono state le iniziative per combattere questa campagna di intossicazione. È, però, necessario combattere con maggior efficacia, unendo le forze e le conoscenze». [Dalla quarta di copertina del libro: Foibe, revisionismo di stato e amnesie della repubblica. Ed Kappa Vu 2008]

«Per troppi decenni, sulle foibe, si sono scritte le menzogne più infami, dimenticando che nei Balcani il lavoro sporco lo hanno compiuto interamente gli italiani, seguendo precise direttive dei più bei nomi del gotha dell’esercito di Mussolini». [ Angelo Del Boca pag 21 Foibe, revisionismo di stato e amnesie della repubblica. Ed Kappa Vu 2008]


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«Durante l’occupazione dall’11 aprile 1941 all’8 settembre 1943 gli invasori italiani, nella sola provincia di Lubiana hanno fucilato 1.000 ostaggio, ammazzato proditoriamente oltre 8.000 persone, fra le quali alcune erano state prosciolte dal famigerato tribunale militare di guerra di Lubiana; incendiarono 3.000 case, deportarono nei vari campi di concentramento in Italia oltre 35.000 persone, uomini, donne e bambini, e devastarono completamente 800. Attraverso la questura di Lubiana passarono decine di migliaia di sloveni. Là furono sottoposti alle più orrendi torture, donne vennero violentate e maltrattate a morte. Il tribunale militare di Lubiana pronunciò molte condanne all’ergastolo e alla reclusione, cosicché nel solo campo di Arbe perirono di fame più di 4.500 persone. [Di Sante, Italiani senza onore, citato in Angelo del Boca, Italiani brava gente?]
Intervista con lo storico Sandi Volk sul Revisionismo di stato, sulle falsificazione delle Foibe e sulla giornata del ricordo. [Storico si occupa di storia contemporanea del confine orientale italiano con particolare riguardo alla questione dei profughi istriani e dalmati. Ha pubblicato numerosi saggi tra lager1cui: Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e rafforzamento dell'italianità sul confine orientale- Ed. Kappa Vu, 2004]

ascolta qui

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Intervento di Alessandra Kersevan. [Ricercatrice di storia dello studio della storia del Novecento delle terre del confine orientale. Nel 2003 ha pubblicato una dettagliata ricerca su: Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943. Nel 2008 ha pubblicato: Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi, 1941-1943. Nel 1995 ha pubblicato il dettagliato studio su una delle più controverse vicende della Resistenza italiana: Porzus. Dialoghi sopra un processo da rifare].

ascolta qui

 

Sulla giornata del ricordo e sui lager italiani in Jugoslavia vedi anche quiqui  qui,   qui

 

 

 

Fonte:

 

http://contromaelstrom.com/2014/02/08/giornata-del-ricordo-foibe-festival-del-revisionismo-dello-stato-e-dei-partiti/ 

 

 

VALLE DEL GIORDANO: DOPO LO SGOMBERO DI EIN HAJLA NASCE UN NUOVO VILLAGGIO DI PROTESTA

giovedì 30 gennaio 2014

ABUSI SESSUALI, STERILIZZAZIONI DI MASSA E DECINE DI MIGLIAIA DI BAMBINI MORTI NELLE SCUOLE CATTOLICHE RESIDENZIALI DEL CANADA DAL 1922 AL 1984 CON LA COMPLICITA' DELLE ALTRE CHIESE

Dal blog di Daniele Barbieri:

6 aprile 2010 

Con l’autorizzazione dell’autore, pubblico questa inchiesta di Marco Cinque uscita sul quotidiano «il manifesto» del 4 aprile 2010.  
 
Sono ormai diversi anni che Kevin Annet denuncia gli abusi e le stragi dei nativi canadesi nelle cosiddette “scuole residenziali” cattoliche. Prima col libro The Canadian Holocaust, poi col film documentario Unrepentant, diretto da Louie Lawless, Annet sta cercando di scuotere l’opinione pubblica internazionale sulle sistematiche violenze fisiche, gli abusi sessuali, gli elettroshock, le sterilizzazioni di massa e gli omicidi perpetrati ai danni delle popolazioni native nella seconda metà del XX secolo. «È necessario che il mondo sappia quello che è successo», recitava una donna nativa in lacrime all’inizio di Unrepentant, ma bisogna vedere se il mondo a cui viene rivolto questo drammatico appello abbia davvero voglia di sapere.
Sia il governo canadese che il capo della Chiesa cattolica hanno ammesso i crimini commessi nelle scuole residenziali. Infatti, l’11 giugno 2008 il presidente del Consiglio dei ministri, Stephen Harper, ha chiesto ufficialmente scusa per il genocidio e per gli abusi inflitti agli aborigeni. Dal canto suo papa Ratzinger, durante un’udienza con  Phil  Fontaine, leader discusso e non riconosciuto dalle First Nation, ha espresso «il proprio dolore per l’angoscia causata dalla deplorevole condotta di alcuni membri della Chiesa», che ha causato sofferenza «ad alcuni bimbi indigeni, nell’ambito del sistema scolastico residenziale canadese».  Queste scuse però, oltre a sminuire il senso delle proporzioni, somigliano a una sorta di confessione che in un sol colpo pretenderebbe di cancellare le responsabilità dei peccatori e di redimerne automaticamente  i peccati.  Se crimini sono stati commessi e ammessi, si presume che debbano esistere anche i criminali che li hanno compiuti e risulta strano che gli stessi non vengano né identificati né perseguiti a norma di legge.
Ammontano almeno a 50mila i bambini morti nelle scuole residenziali cattoliche, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Ma la situazione attuale nelle riserve indiane canadesi continua a essere tragica e i nativi  sono  ancora vittime di deprivazioni, violenze razziste, discriminazioni e misteriose sparizioni.  Negli ultimi 20 anni, circa 500 donne native americane sono svanite nel nulla in tutto il Canada.  Annet ha denunciato la scomparsa di molte ospiti aborigene del centro di Vancouver Eastside e il coinvolgimento di agenti della Royal Canadian Mounted Police (RCMP), della Chiesa e dello stesso governo. Tale coinvolgimento, supportato da prove documentali e da dichiarazioni di testimoni oculari, farebbe capo a una rete di pedofili e a un traffico di film porno e pedopornografia. Più volte Annet, attraverso il suo programma radiofonico Hidden from History, trasmesso dalla Vancouver Co-op Radio, ha rivelato l’esistenza di luoghi di sepoltura di massa per occultare i resti delle donne assassinate nell’area intorno a Vancouver.  Un esame necroscopico sui resti di ossa riesumate, rinvenute nella riserva degli Indiani Musqueam, vicino all’Università della British Columbia nel 2004, ha rivelato infatti che queste appartengono a giovani donne mischiate a ossa di maiale.
L’11 ottobre 2009, Annet si è recato a Roma per consegnare le richieste dei parenti delle vittime native ai vertici vaticani. A tutt’oggi, nessuna risposta è arrivata dalla Santa Sede.  Annet ha ufficialmente richiesto che il 15 aprile venga celebrato come giorno della memoria per l’olocausto dei nativi in Canada. L’autore di Unrepentant sarà di nuovo a Roma per presentare il suo documentario presso la Camera dei deputati, martedì 7 aprile, alle ore 14,30. Lo accompagneranno anche due anziani che hanno frequentato le Boarding School, in rappresentanza delle vittime native.
In attesa della sua visita gli abbiamo rivolto alcune domande:
Signor Annet, dall’inizio della sua denuncia pubblica, che sviluppi ci sono stati e quali le reazioni del governo canadese e del Vaticano?
La mia campagna è cominciata nel 1996, ma solo dal 2008 la Chiesa e il Governo canadese hanno cominciato a rispondere all’evidenza delle morti avvenute nelle scuole residenziali. I cattolici e le altre Chiese ancora si rifiutano di restituire i resti dei bambini che morirono sotto la loro responsabilità o di indicare i nomi dei responsabili. Le Chiese si nascondono dietro i loro avvocati e alle cosiddette “scuse” fatte dal Governo a nome di tutti. Nessuno è stato ancora processato o arrestato per quelle morti, anche se noi abbiamo dimostrato che più di 50.000 bambini indiani morirono lì.
Che risalto è stato dato a questa tragedia dai media canadesi, internazionali e anche italiani?
I media hanno generalmente ignorato questa storia, specialmente in Canada, dove questi crimini e le prove di questo genocidio sono deliberatamente censurati. In altri Paesi, i media ancora non si stanno occupando di questa storia, forse perchè il Canada dal punto di vista dei diritti umani ha la reputazione di Paese attento ed evoluto, cosa che non è. Ho inviato prove documentate e testimonianze dei crimini accaduti ai media per più di 10 anni, ma raramente le hanno pubblicate  e tantomeno trasmesse su radio o televisioni.
Ha mai ricevuto intimidazioni o minacce?
Ricevo regolarmente minacce di morte e di attentati. Ho perso il mio lavoro come pastore, la mia famiglia, il sostentamento. Sono stato aggredito fisicamente, picchiato, minacciato di azioni legali, sottoposto a campagne diffamatorie, censurato e molestato ad ogni livello.
In Europa e in Italia c’è una visione edulcorata, turistica e un po’ new-age dei nativi canadesi. Qual è la situazione reale nelle riserve e fra le comunità native?
Lavoro con diversi aborigeni a Vancouver e altre città canadesi, e nelle riserve indiane di tutto l’ovest canadese. La situazione è da terzo mondo: continue morti per malattia, malnutrizione, violenza, suicidi, e gli effetti delle scuole residenziali. C’è gente che muore e scompare tutti i mesi. È un piano per sterminare più indiani possibile e costringerli fuori dalle loro terre per arricchire le multinazionali.
In un documento, dodici anziani del Consiglio, in rappresentanza delle nazioni Cree, Haida, Metis, Squamish e Anishinabe hanno fatto una serie di richieste a papa Ratzinger e ai vertici vaticani, fra cui quella di presentarsi davanti al Tribunale internazionale sui crimini di guerra e sul genocidio in Canada. Che ne pensa?
Io sostengo le richieste di questi capi tribali al papa e credo che Joseph Ratzinger debba presentarsi davanti al Tribunale per i crimini di guerra per rispondere alle accuse di genocidio rivolte alla sua Chiesa. Il papa è direttamente implicato nella copertura dei crimini contro quei bambini, sin da quando scrisse la lettera al vescovo del Nordamerica ordinando di celare le aggressioni sessuali da parte di preti sui fedeli delle loro diocesi. Questo insabbiamento è lo stesso motivo per cui il mondo ancora conosce poco gli omicidi, le torture e le sterilizzazioni perpetrate per decenni nelle scuole residenziali indiane cattoliche in Canada.


IL CASO CANADESE
Dal Consiglio delle tribù sette domande al Vaticano
Le richieste rivolte a papa Ratzingher e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis.
1. Identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti in queste scuole cattoliche e ordinare che i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura.
2. Identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti.
3. Divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano e altri registri delle altre Chiese coinvolte.
4. Revocare le bolle pontificie “Romanus Pontifex” (1455) e “Inter Catera” (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo.
5. Revocare la politica del Vaticano, in parte formulata dall’attuale papa, che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio.
6. Venire in Canada di persona per visitare i quartieri più poveri, dove abitano i sopravvissuti delle scuole residenziali e chiedere perdono a queste persone per il genocidio e per la politica messa in atto dalla sua Chiesa nei loro confronti, e giurare pubblicamente che tali azioni e politiche non si ripeteranno mai più.
7. Presentarsi davanti al Tribunale internazionale sui crimini di guerra e sul genocidio in Canada per rispondere alle accuse che lui e la sua Chiesa siano responsabili per la distruzione e la morte di milioni di Nativi Americani.


Il menù delle torture
Dai capelli strappati alle bastonate, dall’isolamento all’acqua ghiacciata
Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il 1922 e il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di soli cinque anni di età:
Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene dei bambini;
Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;
Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;
Costringerli a mangiare cibo pieno di vermi o rigurgitato;
Dire loro che i genitori erano morti o che stavano per essere uccisi;
Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente e sessualmente;
Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a quando non crollavano;
Immergerli nell’acqua ghiacciata;
Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;
Strappare loro i capelli dalla testa;
Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici in muratura o in legno;
Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste, bastoni, finimenti da cavallo, cinghie metalliche, stecche da biliardo e tubi di ferro;
Estrarre loro i denti senza analgesici;
Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né cibo;
Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai genitali e agli arti.


LE TESTIMONIANZE
«Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966». Steven H., St Paul’s Catholic day School, North Vancouver
«Nè io né nessuno dei miei fratelli potè avere figli dopo che fummo sottoposti ai raggi x nella scuola residenziale Carcross Angelican School, nello Yukon. Presero ognuno di noi e ci misero sotto la macchina a raggi x per 10-20 minuti. Proprio sulla zona pelvica. Avevo 10 anni. Io e i miei fratelli non avemmo mai figli». Steve John, Denè Nation, 7 giugno 2005
«Il primo a subire l’operazione fu il maggiore dei miei figli, quando aveva quattro anni. Era il 1975. Lo portarono via mentre io non ero in casa. Nel luglio del 1981 sterilizzarono il mio figlio più giovane, aveva nove anni. Lo portarono al Victoria General Hospital e lo tennero là per giorni. Nessuno dei due ragazzi può avere figli. Ci fecero questo perchè siamo discendenti dei capi originali, eredi di questi territori. Il governo sta ancora cercando di farci fuori». (Nomi non mostrati su richiesta) Vancouver Island, 18 maggio 2005
«Il dott. James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava 300 dollari per ogni donna che sterilizzava». Sarah Modeste, Cowichan Nation, Vancouver Island, 12 agosto 2000
«Mia sorella Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra del terzo piano della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo assumere un avvocato e così non venne mai fatto alcunché». Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto 1998
«Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i pastori lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico.. Il mio unico… Il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato». Rick La Vallee, Portage La Praire Residential School (Catholic Curch).
«Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti». Jasper Jospeh Port Hardy, British Columbia 10 novembre 2000
«Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’Intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri». (Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998)



Fonte:

http://danielebarbieri.wordpress.com/2010/04/06/marco-cinque-genocidio-canadese/



La responsabilità della Chiesa cattolica nel genocidio dei Nativi Americani è certa!




A questa pagina del sito http://www.nativiamericani.it/ 
è possibile vedere il documentario Unrepentant con i sottotitoli in italiano:

http://www.nativiamericani.it/?p=561 






sabato 18 gennaio 2014

17 Gennaio 1961: Patrice Lumumba

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Venerdì 17 Gennaio 2014 07:03 
 
 
Il 17 gennaio 1961 Patrice Émery Lumumba, insieme a due suoi fedeli (Mpolo e Okito), fu trasferito in aereo a Elisabethville (l'attuale Lubumbashi), in Katanga, e consegnato nelle mani di Moïse Kapenda Tshombé. Era stato catturato il 2 dicembre 1960 dai soldati di Joseph-Desiré Mobutu mentre, dopo essere evaso dalla sua prigione domiciliare vigilata dai caschi blu dell'Onu, stava per riparare a Stanleyville, al di là del fiume Sankuru. Verso le 10 di sera di quello stesso giorno, lungo di viaggi e torture, un plotone al comando di un ufficiale belga fa fuoco su di lui e sui due suoi compagni. La mattina successiva i resti di Lumumba, Mpolo e Okito vengono fatti sparire nell'acido e molti dei sostenitori dell'indipendenza congolese giustiziati nei giorni seguenti con la partecipazione di mercenari belgi.
Tshombé è presente all'esecuzione. Lui, che appena sei mesi prima aveva promosso le sommosse nel Katanga, una regione meridionale del Congo belga scandalosamente ricca di minerali preziosi, decretandone la secessione al soldo del governo belga, della CIA e nel silenzio frastornante delle Nazioni Unite. Perché Patrice Lumumba, divenuto primo Primo Ministro del Congo indipendente il 23 giugno 1960 a capo del MCN (poi diventato MNCL, Movimento Nazionale Congolese di Liberazione), aveva creato più di un fastidio alle politiche imperialiste dell'Occidente cosiddetto "democratico". Se le autorità belghe (e soprattutto le compagnie minerarie) non pensavano ad un'indipendenza piena ed intera (una buona parte dell'amministrazione e i quadri dell'esercito restavano belgi), Lumumba sfidò l'ex potenza coloniale decretando l'africanizzazione dell'esercito e rendendo il popolo congolese il vero motore di questa storica indipendenza (a dispetto del re del Belgio, Baldovino, che con stile paternalistico aveva annunciato «Noi vi abbiamo aiutato a raggiungere l'indipendenza... »). Le parole di questo leader carismatico suonavano come un monito alle orecchie degli sfruttatori, dei coloni parassiti e dei politicanti ambigui del Congo indipendente (come ad esempio il Presidente Kasa-Vubu, che nel settembre non esiterà a revocare gli incarichi di Lumumba e degli altri ministri nazionalisti, salvo poi essere destituito dal parlamento poco dopo): «Noi abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, le sferzate, e dovevamo soffrire da mattina a sera perché eravamo negri. Chi dimenticherà le celle dove furono gettati quanti non volevano sottomettersi a un regime di ingiustizia, di sfruttamento e di oppressione?».
Lumumba fu per questo molto rimpianto da tutta la comunità dei paesi non allineati e da numerosi esponenti politici (quali ad esempio Che Guevara che protestò vibrantemente contro il suo assassinio). In Lumumba, però, non individuiamo il profilo del classico rivoluzionario, non possiamo nemmeno arruolarlo tra le fila dei tanti intellettuali filosovietici di quegli anni, poiché egli non si definiva comunista: Lumumba era un'idealista profondamente convinto dei suoi principi, capace di radicalizzarsi nei discorsi e nei metodi quando le contingenze lo richiedevano.
La lettera scritta per la moglie poco prima di morire ci lascia il profilo più autentico di Patrice Lumumba, con tutti gli accenti che solitamente infiammavano i suoi discorsi: "Mia cara compagna, ti scrivo queste righe senza sapere se e quando ti arriveranno e se sarò ancora in vita quando le leggerai. Durante tutta la lotta per l'indipendenza del mio paese, non ho mai dubitato un solo istante del trionfo finale della causa sacra alla quale i miei compagni ed io abbiamo dedicato la vita. Ma quel che volevamo per il nostro paese, il suo diritto a una vita onorevole, a una dignità senza macchia, a un'indipendenza senza restrizioni, il colonialismo belga e i suoi alleati occidentali – che hanno trovato sostegni diretti e indiretti, deliberati e non, fra certi alti funzionari delle Nazioni Unite, quest'organismo nel quale avevamo riposto tutta la nostra fiducia quando abbiamo fatto appello al suo aiuto – non lo hanno mai voluto. Hanno corrotto dei nostri compatrioti, hanno contribuito a deformare la verità e a macchiare la nostra indipendenza... Morto, vivo, libero o in prigione per ordine dei colonialisti, non è la mia persona che conta. E' il Congo, il nostro povero popolo... Ma la mia fede resterà incrollabile. So e sento in fondo a me stesso che presto o tardi il mio popolo si solleverà come un sol uomo per dire no al capitalismo degradante e vergognoso e per riprendere la sua dignità sotto un sole puro... Ai miei figli, che lascio e forse non rivedrò più, voglio che si dica che il futuro del Congo è bello e che aspetta da loro, come da ogni congolese, che completino il compito sacro della ricostruzione della nostra indipendenza e della nostra sovranità, poiché senza dignità non c'è libertà, senza giustizia non c'è dignità e senza indipendenza non ci sono uomini liberi. Né le brutalità, né le sevizie né le torture mi hanno mai spinto a domandare la grazia, perché preferisco morire a testa alta, con la mia fede incrollabile e la fiducia profonda nel destino del mio paese, piuttosto che vivere nella sottomissione e nel disprezzo dei sacri principi. La storia si pronuncerà un giorno, ma non sarà la storia che si insegnerà a Bruxelles, a Washington, a Parigi o alle Nazioni Unite, ma quella che si insegnerà nei paesi liberati dal colonialismo e dai suoi fantocci. L'Africa scriverà la sua storia, una storia di gloria e di dignità a nord e a sud del Sahara. Non piangermi, compagna mia. Io so che il mio paese, che tanto soffre, saprà difendere la sua indipendenza e la sua libertà".
 
 
 
 
Fonte:
 
 
 
 
 

Thomas Sankara, la coscienza ribelle dell'Africa



 Dal blog di Bob Fabiani http://bob-fabiani.blogspot.it/

 

giovedì 16 gennaio 2014




Thomas Sankara il 15 ottobre 1987 viene assassinato da un commando golpista - organizzato e diretto da Blaide Compaoré - a soli 37 anni. Era nato il 21 dicembre 1949 a Yako, nell'ex Alto Volta, una colonia francese piuttosto turbolenta e,  che soli molti anni dopo durante la rivoluzione del 1983 prenderà il nome di Burkina Faso.
La data ufficiale in cui l'Alto Volta diventa "Burkina Faso" è il 4 agosto 1984; nell'incrocio di due lingue locali (dioula e mooré) significa "La patria degli integri".
A Thomas Sankara sono state date molte definizioni: "Il presidente dei contadini", per la decisione di metterli al centro e dar potere ai produttori di sopravvivenza, quel 90% di contadini condannati alla miseria più marcata e disperante; dimenticati e da sempre rovinati da tradizioni feudali e, in euguale misura dalla distruzione della natura complice l'avanzamento del deserto.
"Il ribelle" a causa delle proposte in favore del disarmo e dell'indipendenza economica terzomondista, contro l'imperialismo e il capitalismo divoratore di risorse.
"Il presidente più povero del mondo" per la sua visione personale della figura del presidente: ossia la messa in pratica di un principio di non-privilegio. A tal proposito spiegava:"Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero".
"L'incorruttibile" per la lotta senza quartiere che lanciò durante gli anni della Rivoluzione Burkinabé contro gli abusi.
"Il Femminista". Sankara si guadagnò questa definizione per l'attenzione speciale che riservò alle donne vittime del patriarcato capitalista.
Se dovessimo sintetizzare cosa ha rappresentato Sankara per l'Africa (e non solo) potremmo prendere in prestito la nota scritta dal sociologo svizzero, Jean Zigler:" L'esperienza di Sankara è stata unica in Africa e in tutto il Terzo Mondo. La morte di questo uomo eccezionale è una tragedia per l'intera Africa".
Vent'anni prima della dipartita del presidente del Burkina Faso, autentica coscienza ribelle per l'Africa intera, alla stessa età, Che Guevara trovò la morte e, prima di morire fece in tempo a scrivere una delle sue proverbiali frasi:"Quando lo straordinario diventa quotidiano, ecco la Rivoluzione". Parole perfette per la storia e per l'esperienza di Sankara alla guida della Rivoluzione Burkinabé.
-IL BURKINA FASO
Il Burkina Faso è situato nell'Africa sub-sahariana è un paese chiuso (senza sbocchi sul mare); un paese agricolo. Ha una superficie di 274.000 Km2, la popolazione è di circa 12.000.000 abitanti, con il 75% dei cittadini tra i 15 e i 40 anni.
Il Burkina Faso è limitato a nord-ovest dal mali, ad est dal Niger, a sud-ovest dalla Costa D'Avorio, a sud dal Ghana e dal Togo, a sud-est dal Benin. La capitale è Ouagadougou è situata proprio al centro del paese e, Bobo Dioulasso, il centro delle attività si trova ad ovest.
-IL PRESIDENTE RIBELLE"
Thomas Sankara è stato il paladino assoluto del rifiuto di apporre la sua firma - a nome del Burkina Faso - al programma di aggiustamento strutturale con il Fondo Monetario Internazionale. Questa sua posizione rivoluzionaria lo rende assolutamente moderno e attuale oggi che, in quell'Europa che per oltre 100 anni produsse ( e ancora produce, sotto altre mentite spoglie un moderno colonialismo fatto di schiavismo, guerre civili, dittature e coflitti che stanno riesplodendo in modo drammatico e proccupante, con la Francia in prima fila...) un colonialismo che condannò l'Africa alla miseria più diffusa e drammatica, l'esempio di Sankara sarebbe la migliore risposta alla "dittatura della Troika" che sta imponendo sistemi autoritari anche nei cosiddetti paesi del "Primo Mondo".
In un memorabile discorso ad Addis Abeba, in Etiopia, nel 1986 Sankara spiegò perché l'Africa non doveva pagare il debito estero: "Abbiamo detto all'Fmi: quel che chiedete noi l'abbiamo già fatto. Abbiamo ridotto i salari dei funzionari, risanato l'economia, non avete niente da insegnarci. ci è sembrato di capire che quel che il Fondo cerca sia un controllo politico".
-LA FORMA ISTITUZIONALE DELLA RIVOLUZIONE BURKINABE'
La Rivoluzione che Sankara portò a compimento aveva come forma istituzionale rivluzionaria, la democrazia diretta. nacque da un'alleanza fra la rivolta popolare contro governi corrotti e un gruppo di militari giovani capitanati da Sankara, Compaoré ( che poi partecipò al commando golpista che lo rovesciò...e ancora oggi siede sulla poltrona presidenziale...), Lingani e Zongo (il giornalista assassinato nel 1988).
Il potere a partire dal 1983 fu amministrato dal governo formato da militari e civili e dal Consiglio Nazionale della "rivoluzione" (Cnr, che aveva all'interno membri del governo e membri dei partiti di sinistra); tuttavia il nerbo della "democrazia diretta", la cassa di risonanza del popolo, dovevano essere i comitati di difesa  della Rivoluzione (Cdr), presenti in tutti i villaggi, quartieri, luoghi di lavoro.
Sensibilizzare le masse, impegnarsi nel lavoro collettivo di sviluppo socioeconomico e difendere la Rivoluzione anche con le armi erano questi i compiti che il "Comandante Sankara" assegnò a tutti coloro che, nel popolo si impegnarono a favore dello sviluppo del Burkina Faso. Sankara attribuiva una grande importanza alle organizzazioni di massa: credeva che, l'Unione dei contadini, delle donne, dei giovani, degli anziani, sarebbero state la vera espressione  della democrazia diretta mentre, invece, non aveva alcuna fiducia  nei partitini che si richiamavano a modelli rivoluzionari di stampo urbano ed elitario.
-THOMAS SANKARA I DISCORSI E LE IDEE
Sankara è stato una figura fondamentale e importantissima per milioni di giovani africani ieri come oggi, il suo grande insegnamento in tema di diritti umani, sociali e su quelli economici e contro il disarmo dell'Africa rendo no la sua figura assolutamente centrale per la rivendicazione della "coscienza indipendente dell'Africa". Qui di seguito abbiamo selezionato alcuni brani di celebri discorsi e alcune idee che possono meglio inquadrare la figura rivoluzionaria del presidente del Burkina Faso, sopratutto per quanti, tra coloro nche non ne conoscono nè la storia nè l'operato.
                                      (Bob Fabiani)


Il filmato eccezionale di questo discorso tenuto dal "Comandante Sankara" fu definito importantissimo tra quanti quel giorno si trovavano a Harlem, il "cuore del ghetto nero" di Nyc. Un discorso a favore dei paesi non-allineati e a sostegno di Cuba e dell'indipendenza dell'Africa e contro il colonialismo soffocante dei capitalisti oppressori.
 -SANKARA PARLA DEL PROBLEMA DELLA DONNA E DELLA PIAGA DELLA PROSTITUZIONE IN BURKINA FASO.
"La prostituzione non è che la quintessenza di una società dove lo sfruttamento è divenuto regola ed è il simbolo del disprezzo che l'uomo prova per la donna. Di questa donna che non è altro che il viso doloroso della madre, della sorella o della sposa di altri uomini, dunque di ciascuno di noi. E' in definitiva, il disprezzo incoscente che proviamo per noi stessi. Là dove ci sono prostitute ci sono "prostitutori".
 (8 marzo 1987, in occasione della giornata internazionale della donna a Ouagadougou)*
*Sankara nel suo programma poneva un'enorme attenzione alla donna: il nuovo governo comprendeva 5 donne; alla radio molte erano le trasmissioni di educazione sessuale, sulla contraccezione e sulla pericolosità dell'infibulazione; era stata concessa alle donne non sposate o conviventi il diritto  di ottenere unità catastali per costruire; il 22 settembre 1985 fu indetta la giornata dei "mariti al mercato".Sankara tentò invano di dare alle donne automaticamente una parte del salario dei propri mariti perché riteneva che fossero più abili nello gestire il denaro di molti uomini. La scorta in motocicletta di Sankara era costituita da donne. Nel 1987 vietò la prostituzione ma per questo ottenne forti critiche, venendo accusato di non aver preso in debita  considerazione la situazione economica del paese!


-L'AFRICA NON PAGHI IL DEBITO ESTERO E NON COMPRI PIU' ARMI*
ADDIS ABEBA,1986, VERTICE DELL'ORGANIZZAZIONE PER L'UNITA'
AFRICANA (OUA)
 Il problema del debito va analizzato prima di tutto partendo dalle sue origini. Quel che ci hanno prestato il denaro sono gli stessi che ci hanno colonizzati, sono gli stessi che hanno per tanto tempo gestito i nostri stati e le nostre economie; essi hanno indebitato l'Africa presso i donatori di fondi. Noi siamo estranei alla creazione di questo debito, dunque non possiamo pagarlo.**
Il debito, inoltre, è anche legato a meccanismi neocoloniali; i colonizzatori si sono trasformati in assistenti tecnici...o dovremmo dire assassini tecnici, e ci hanno proposto dei meccanismi  di finananziamento con i finanziatori, i bailleurs de fonds, un termine continuamente usato: come se ci fossero "uomini il cui sbadiglio (baillement in francese...) bastasse a creare lo sviluppo nei nostri paesi! (Risate)
I finanziatori ci sono stati consigliati, raccomandati. Ci hanno presentato dei vantaggi finanziari. Così ci siamo indebitati per decenni e per decenni abbiamo rinunciato a soddisfare i bisogni delle nostre popolazioni. Il debito nella sua forma attuale, controllato e dominato dall'imperialismo, è una riconquista coloniale organizzata con perizia, affinché l'Africa, la sua crescita, il suo sviluppo, obbediscano a regole che ci sono del tutto estranee, e che ciascuno di noi diventi finanziariamente schiavo, o peggio, schiavo tout court di quelli che hanno avuto l'opportunità, l'astuzia, la furbizia di piazzare capitali da noi con l'obbligo di rimborsarli. Ci si dice di rimborsare il debito. Ma non si tratta di una questione morale: qui non è in gioco il cosiddetto "onore".
Signor presidente, abbiamo ascoltato e applaudito il primo ministro di Norvegia che ha parlato qui ieri, anche lei, che è europea, ha detto che il debito non può essere interamente rimborsato.
Il debito non può essere rimborsato prima di tutto perché, se noi non paghiamo, i prestatori di capitali non moriranno, possiamo esserne certi; invece, se paghiamo, saremo noi a morire, possiamo esserne altrettanto certi.
Quelli che ci hanno portato all'indebitamento hanno giocato, come al casinò: finché ci guadagnavano, andava tutto bene; adesso che hanno perduto al gioco, esigono che li rimborsiamo(...)
Quando si parla oggi di crisi economica, si dimentica di dire che la crisi non è venuta dal nulla, esiste da sempre, e andrà avanti sempre più man mano che le masse popolari diventeranno più coscienti dei propri diritti di fronte agli sfruttatori.
C'è crisi oggi perché le masse rifiutano la concertazione delle richezze nelle mani di qualche individuo. c'è crisi perché qualche individuo deposita in banche all'estero somme che basterebbero a sviluppare l'Africa. C'è crisi perché di fronte  a quelleenormi richezze individuali le masse popolari non ci stanno più a vivere in ghetti e aeree fatiscienti. C'è crisi perché i popoli dappertutto rifiutano di essere dentro Soweto a guardare Johannesburg. Ci sono dunque lotte, che inducono all'inquietudine i detentori del potere finanziario. Ci viene chiesto di essere complici nella ricerca di meccanismi di equilibrio: equilibrio in favore di chi ha il potere finanziario, equilibrio a scapito delle nostre masse popolari. No, non possiamo essere complici!
No, non possiamo accompagnare il passo assassino di chi succhia il sangue dei nostri popoli (...)
Si sente parlare di gruppo dei 5, gruppo dei 7, magari gruppo dei 100 e chissà altro ancora - è davvero tempo di creare il nostrro club, il nostro gruppo: facciamo sì che da oggi da Addisa Abeba diventi la sede di un nuovo club, il Fronte unito di Addis Abeba contro il debito - è nostro dovere proclamare di fronte a tutti che nel nostro rifiuto di pagare il debito non ci sono intenti bellicosi; al contrario, c'è un intento amichevole e fraterno, quello di dire come stanno le cose. Le masse popolari europee non sono opposte a quelle africane, anzi quelli che vogliono sfruttare l'Africa sono gli stessi che sfruttano l'Europa.
I nemici sono comuni. Il nostro club di Addis Abeba dovrà dire a tutti: "Il debito non sarà pagato" (...)
(...) Impegnamoci molto saggiamente a ricercare delle soluzioni; facciamo sì che altre conferenze spieghino con chiarezza che non possiamo pagare il debito. Dobbiamo dirlo tutti insieme, perché individualmente andremmo a farci assassinare. Se il Burkina Faso da solo rifiuta di pagare il suo debito, io non sarò qui alla prossima conferenza (Risate); ma con il sostegno di tutti - e ne ho bisogno (Applausi) - potremo evitare di pagare. Evitare di pagare è una condizione sine qua non perché possiamo provvedere al nostro sviluppo.
Ma non posso terminare senza sottilineare che ogni volta che un paese africano acquista armi, è contro gli africani. Quando nel lanciare la risoluzione di non pagare il debito dobbiamo contestualmente trovare una soluzione al problema degli armamenti (...)
Cari fratelli, con la collaborazione di tutti possiamo arrivare alla pace fra noi. E potremo utilizzare le nostre immense possibilità di sviluppare l'Africa. Il nostro suolo, il nostro sottosuolo sono ricchi. Abbiamo abbastanza braccia, abbiamo un mercato, abbiamo sufficenti capacità intellettuali per creare e utilizzare la tecnologia, e la scienza che non mancano (...)
(...) Facciamo sì che a partire dal Fronte unito di Addis Abeba contro il debito si decida di frenare la corsa agli armamenti fra paesi deboli e poveri (...)
(...) Facciamo sì inoltre che il mercato degli africani sia davvero il mercato degli africani: produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo ciò di cui abbiamo bisogno, e consumiamo quel che produciamo, invece di importare! (...)
La patrie ou la mort, nous vaincrons! (Applausi)
*In un discorso con punte di umorismo accompagnato da applausi e risate degli incravattati capi di stato africani, Thomas Sankara vestito con il Faso dan Fani, cotone del suo paese, espone e motiva la proposta del Burkina Faso di creare un Fronte unito di Addis Abeba contro il pagamento del debito estero. Non risparmia tuttavia stoccate ai governanti che accumulano ricchezze all'estero e condanna lo scandaloso acquisto di armi da parte di paesi africani. infine invita l'Africa a produrre quello di cui ha bisogno e a consumare quello che ha prodotto invece di importare, accettando di vivere degnamente all'africana.
** Il Burkina Faso in realtà era uno dei paesi meno indebitati d'Africa, anche grazie alle politiche di contenimento delle importazioni e all'austerità di bilancio autoimposta. Il servizio del debito costituiva solo il 2,5% del Pil.


 -L'ASSASSINIO    
 Nel pomeriggio del 15 ottobre 1987 un commando militare assassina Thomas Sankara e, con lui, 15 persone, guardie e consiglieri.
Vennero tutti sepolti la notte stessa nel cimitero di Dagnonen, un quartiere situato nella zona est di Ouagadougou.
Era la fine di tutto. Era finita la Rivoluzione Burkinabé.
La rivoluzione fu spezzata e stroncata nel momento "opportuno": Sankara aveva chiesto e preteso troppo al cuore dello stato, ai funzionari, ai militari, ai sindacati, ai partitini urbani, ai commercianti, ai capi tradizionali, per non parlare dei suoi colleghi di governo: del resto è dagli ambienti governativi che partì l'ordine per rovesciarlo, sotto la regia golpista  di Compaoré; è l'ordine concordato con il consenso delle potenze straniere - sopratutto la Francia che lo considerava una minaccia per i suoi interessi colonialisti in Africa... - disturbate dalla possibilità dell'estensione del modello "burkinabé" in altre colonie e nell'Africa intera.
Sankara si accorse troppo tardi che ai vertici del Burkina Faso era isolato e solo: mentre la base rurale non era ancora  "socializzata alla politica", l'Esercito, intanto, rivoleva prendere tutto il potere.
-LIBRI SU THOMAS SANKARA
I titoli che qui troverete sono solo una piccola guida per orientarsi nello studio di Sankara non ha alcuna pretesa di essere "assoluta" e tanto meno definitiva.
                                                             (Bob Fabiani)
-Bruno Jaffré  - Biographie de Thomas Sankara;
-Bruno  Jaffré -  Burkina Faso Les années Sankara;
-Sawadogo       -  Le président Sankara;
-Carlo   Batà    -  L'Africa di Thomas Sankara - Le
idee non si possono uccidere  - Achab Editrice, 2003;
-Thomas Sankara - I discorsi e le idee - Esizioni Sankara, 2003;
-Alessandro Aruffo - Sankara. Un rivoluzionario africano. - Edizioni Massari, 2007;
-Thomas Sankara - Il presidente ribelle - a cura di Marinella Correggia
-Discorsi tradotti da Marinella Correggia - Edizioni Manifesto Libri;
-Valentina Biletta   - Una foglia, una storia. Vita di Thomas Sankara
-Edizioni Ediarco, 2003;
-Vittorio   Martinelli  (con Sofia Massai) - La voce nel
deserto  (prefazione Jean-Léonard Touadi) Edizioni Zona, 2009.
 
(Fonte.:jeuneafriquearchivie;sankara20ans)
 
Bob Fabiani
 
Link
-www.thomassankara.net;
-www.sankara20ans.net;
-www.jeuneafrique.com